"Non c'è

    amore più grande..."

    Giovani Reale

     

    "Zeus conduce i mortali alla saggezza / avendo fissato una valida legge: / conoscenza attraverso dolore. [...] Verso coloro che hanno sofferto, Dike inclina conoscenza."
    Sono i celebri versi dell'Agamennone in cui Eschilo afferma che alla conoscenza si giunge attraverso il dolore e che la Giustizia (Dike) concede sapere solo a chi ha sofferto.
    Sul concetto espresso in questi versi si è scritto molto. E pagine particolarmente significative si devono a Hans-Georg Gadamer nel suo capolavoro.di ermeneutica, Verità e Metodo, nelle quali si riprende il concetto di Eschilo sottolineando che è parte dell'essenza storica dell'uomo imparare attraverso l'esperienza, e che dolori, sofferenze e delusioni sono strutturalmente connessi all'essenza dell'esperienza, così che è sbagliato, seppure comprensibile, da parte dei genitori, cercare di risparmiare ai figli sacrifici e sofferenze, poiché equivale a privarli della possibilità di nuove esperienze e nuove conoscenze:
    "Egli, Eschilo, ha trovato, o meglio riconosciuto nel suo senso metafisico, la formula che esprime l'intima storicità della esperienza: imparare attraverso la sofferenza (páthei máthos). Questa formula non significa soltanto che attraverso il male che si subisce si diventa accorti e che solo attraverso illusioni e delusioni si acquista una corretta conoscenza delle cose. Intesa così, la formula è vecchia come l'uomo. Ma Eschilo vuol dire di più. Egli vuol esprimere la ragione di questo fatto. Ciò che l'uomo deve apprendere attraverso la sofferenza non è una nozione qualunque, è l'intendimento giudizioso deilimiti dell'uomo, la comprensione dell'insopprimibilità della sua distanza dal divino. E, in definitiva, una conoscenza religiosa, la stessa da cui deriva l'origine della tragedia greca. Esperienza è dunque esperienza della finitezza umana. Sperimentato nel senso più autentico è colui che è consapevole di tale finitezza, che sa di non essere padrone del tempo e del futuro. L'uomo sperimentato, cioè, sa i limiti di ogni previsione e l'insicurezza di ogni progetto. In lui si attua tutto il valore di verità dell'esperienza. [...] L'autentica è quella in cui l'uomo diventa cosciente della propria finitezza."
    L'eroe dell'esperienza attraverso la sofferenza è tipico della cultura dei Greci, e non soltanto nelle opere dei grandi tragici come Eschilo. Risale infatti allo stesso Omero, e in particolare all'Odissea. La connotazione emblematica di Ulisse sta non solo e non tanto nella notevole intraprendenza dell'eroe, nella sua ansia di esperienza, bensì nei dolori e nelle sofferenze di vario genere che egli ha sopportato.
    E Platone nella Repubblica chiama in causa l'eroe omerico proprio come l'uomo che ha conosciuto la sofferenza al più alto grado, e, mediante la sofferenza, ha imparato quale dovesse essere il modello di vita da evitare e quale quello da scegliere. Oltre alla reminiscenza di ciò che l'anima ha visto nella "Pianura della Verità" prima di entrare in un corpo, Platone ne ammette infatti una anche di senso capovolto: nel momento della scelta del paradigma di vita per ritornare nell'aldiqua, l'anima nell'aldilà ricorda le conoscenze acquisite nelle vite vissute in precedenza, e in modo particolare ricorda quel che ha imparato mediante l'esperienza del dolore e delle sofferenze: "Quelli che avevano patito essi stessi le sofferenze, e le avevano viste patire dagli altri, il più delle volte non facevano una scelta precipitosa." Invece, le anime di coloro che nelle vite passate "non avevano affrontato la prova del dolore" fallivano inesorabilmente nella scelta della nuova vita.
    Nel mito di Er Platone immagina che le anime siano invitate a scegliere il modello della nuova vita futura secondo un ordine deciso dalla sorte. Le prime hanno a loro disposizione una quantità di modelli di vita assai superiore a quella che rimane per le ultime. E il filosofo, con straordinaria efficacia drammaturgica, all'anima cui era toccato il primo posto nella scelta del modello di vita – e che, abbacinata dall'apparente splendore, aveva scelto la vita di un tiranno – contrappone l'anima di Ulisse come quella a cui è toccato l'ultimo posto. "L'anima di Odisseo" scrive "a cui la sorte aveva riservato proprio l'ultimo posto, si avviò alla scelta lasciando da parte ogni desiderio di gloria, memore delle sofferenze della vita precedente; si aggirò pertanto a lungo, alla ricerca della vita di un uomo qualunque senza preoccupazioni, e la trovò a fatica, relegata in un angolo trascurata dagli altri. Non appena la scorse, la prese di buon grado, dicendo che non avrebbe fatto altra scelta, neppure se fosse stato sorteggiato per primo."
    Ma non soltanto per la scelta del nuovo modello di vita da compiersi nell'aldilà la sofferenza svolge, agli occhi di Platone, un ruolo determinante nell'attuare le potenzialità insite nella natura umana. In una sua pagina poco nota e tuttavia di grande importanza, leggiamo: "I medici sarebbero veramente perfetti, se fin da fanciulli, oltre che apprendere la loro arte, prendessero in cura un gran numero di corpi in gravi condizioni; anzi, se essi stessi potessero contrarre ogni sorta di malattie, e non godere affatto di una sana costituzione. In effetti, io credo, non è con il corpo che i medici curano i corpi [...], ma con l'anima."
    Se tale è il messaggio che la saggezza dei Greci ci ha lasciato sulla sofferenza e sul suo valore nell'approfondire l'esperienza e la conoscenza umane, che cosa ha detto di nuovo il Cristianesimo sul significato del dolore?
    Più che di semplice "novità", bisognerà parlare in proposito di autentica rivoluzione, di un messaggio radicale che capovolge quello dei Greci.
    Se il Dio-Zeus dei Greci impone agli uomini la via della sofferenza come quella che si deve necessariamente percorrere per giungere alla saggezza, ma rimane totalmente al di fuori e al di sopra di ogni dolore, il Dio-Trinità cristiano, nella persona del Figlio, percorre lui stesso questa via, e crea in tal modo quel modello che gli uomini sono invitati a imitare: l'Assoluto stesso assume su di sé la sofferenza in senso totale.
    Ma se è vero, come dicevano i Greci, che dalla sofferenza esolo da essa si impara, viene spontaneo chiedersi che cosa Cristo, il quale, come Figlio di Dio, conosceva tutto, poteva imparare dalla sofferenza.
    La risposta viene dalla Lettera agli Ebrei (5, 8): "Benché fosse il Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che soffrì." E lo fece per insegnare all'uomo come e perché deve imparare l'obbedienza.
    "Padre mio" invoca nella preghiera del Getsemani "se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! [...] Padre mio, se questo calice non può passare da mg senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà."
    "Tutta la vita terrena di Cristo" commenta Kierkegaard nella sua opera Vangelo delle sofferenze "è statala più pesante sofferenza, come mai può essere quella di nessun uomo, come mai nessuno può immaginare e nessuna lingua esprimere. Ma proprio per questo fu sofferenza al massimo grado, perché si potesse imparare da essa l'obbedienza. Poiché quando a soffrire è il colpevole, allora non c'è nessuna ragione – se mai ce ne fosse – ma neppure un'apparenza di pretesto per perdere la fede in Dio; tanto meno c'è merito se egli sopporta con pazienza il suo castigo. Quando invece chi soffre è l'innocente, allora c'è l'occasione d'imparare: l'occasione c'è, ma da ciò non segue che s'impari l'obbedienza. Ma Cristo imparò l'obbedienza da ciò che soffrì. [...] E così la sua vita è stata obbedienza, obbedienza fino alla morte in croce (Fil. 2, 8). Egli ch'era la verità, la via e la vita, che non aveva bisogno d'imparare nulla, imparò tuttavia una cosa: l'obbedienza. Tanto stretto è il rapporto dell'obbedienza con la verità eterna che colui ch'era la verità imparò l'obbedienza."
    "Se all'uomo fosse stato possibile imparare l'obbedienza verso Dio senza la sofferenza, allora Cristo come uomo non avrebbe avuto bisogno d'impararla dalle sofferenze."
    Dunque, Cristo, con la sofferenza accettata per amore e con ciò che ha imparato da essa, si impone come assoluto modello. Ma il modello di Cristo, che è Figlio di Dio e che come uomo attraverso il dolore ha imparato l'obbedienza, ha implicazioni e conseguenze di portata assai vasta: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero." (Matteo, 11, 28-30)
    Quel che subito ci viene fatto di chiederci leggendo questo testo è in quale senso chi soffre può essere ristorato, e in quale modo il peso dei macigni delle sofferenze può diventare un carico leggero.
    Ancora una volta ricorriamo a Kierkegaard per avere un commento su questo punto. Nell'Esercizio del Cristianesimo, il filosofo danese si serve di due metafore assai illuminanti. Archimede ha coniato il celebre detto: "Datemi un punto d'appoggio e io muoverò la terra;" Herder ne ha coniato un altro: "Datemi un grande pensiero." Ora, far diventare leggero il peso delle sofferenze, rifacendosi alla metafora di Archimede, sarebbe come sollevare il mondo; ma trovare un punto d'appoggio per sollevare il mondo con la sola ragione umana non è possibile. A sua volta, un grande pensiero, per riprendere il detto di Herder, può giovare, ma certamente non risolvere il problema per intero.
    Tuttavia il punto d'appoggio esiste, ma non dipende dalla ragione umana; Cristo ce lo ha indicato nella Fede: "Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia." (Giovanni, 16, 20)
    E in uno dei passi più forti dell'Apocalisse (7, 13-17), Giovanni scrive: "Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: `Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?' Gli risposi: 'Signore mio, tu lo sai.' E lui: 'Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi."
    Con parole molto diverse, ma che tuttavia in qualche modo sembrano ispirarsi alla gioia mirabile espressa da Giovanni nel brano citato dell'Apocalisse, Kierkegaard, sempre nell'Esercizio del Cristianesimo, rivolgendosi all'uditore del discorso che in quel momento egli sta facendo, ricorda a un tempo l'abbassamento del Dio che si è fatto uomo e ha accettato di patire e morire in una suprema manifestazione di Amore, e la gloria e la sublime speranza della Resurrezione.
    "Proprio oggi tu ti ricordi del suo abbassamento, della sua passione e morte; così è lui che ti attira a sé. Dall'alto egli non ti ha dimenticato, e tu non dimenticare il suo abbassamento; tu l'ami nell'abbassamento, ma ama anche la sua manifestazione gloriosa."
    Manifestazione gloriosa che si celebra con la Pasqua, con la Resurrezione dalla morte, quel punto di appoggio, che solo, mediante la Fede, può veramente sollevare il mondo.

    (da: Valori dimenticati dell'Occidente, Bompiani 2006, pp. 40-45)