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    Qual è il ruolo

    della preghiera

    nella missione

    dei profeti?

    Commento al Compendio del Catechismo /6

    Enzo Bianchi 


    I profeti attingono dalla preghiera luce e forza per esortare il popolo alla fede e alla conversione del cuore. Entrano in una grande intimità con Dio e intercedono per i fratelli, ai quali annunciano quanto hanno visto e udito dal Signore. Elia è il padre dei profeti, di coloro cioè che cercano il Volto di Dio. Sul Monte Carmelo egli ottiene il ritorno del popolo alla fede grazie all’intervento di Dio, da lui supplicato così: “Rispondimi, Signore, rispondimi!” (1Re 18,37).

    (Compendio del Catechismo n. 539) 

    Nella Bibbia il profeta è un chiamato da Dio per essere un servo della sua Parola, e dunque un suo porta-parola nei confronti degli altri uomini. Egli è sempre intento a un movimento di carattere pendolare, che lo porta a essere come un traghettatore tra due rive: dalla parte di Dio per esortare il popolo, dalla parte del popolo per intercedere presso Dio. Il profeta è “una sentinella per la casa di Israele” (Ez 3,17), che non cessa di difendere i poveri, di pungolare il re, di denunciare i potenti, di condannare i sacerdoti che riducono il culto liturgico a un vuoto formalismo. Egli è pienamente inserito nella storia e dunque la sua preghiera “non è una fuga dal mondo infedele, ma un ascolto della Parola di Dio, … un’intercessione che attende e prepara l’intervento del Dio salvatore, Signore della storia” (CCC 2584).

    Per adempiere a questa loro delicata missione i profeti si radicano, per l’appunto, nell’ascolto della Parola di Dio: è da questo ascolto che nasce la loro preghiera, dalla quale essi “attingono luce e forza per esortare il popolo alla fede e alla conversione del cuore”. Il profeta tenta di narrare, in modo personalissimo, il suo rapporto con la Parola: la Parola può essere per lui un fuoco divorante, che lo costringe a parlare anche quando vorrebbe tacere (cf. Ger 20,9); può essere come una mano che lo afferra e lo guida (cf. 1Re 18,46; Ez 8,1); può essere una parola che buca il suo orecchio (cf. Is 50,4-5); può assumere le sembianze di un libro da divorare (cf. Ez 3,1-3)… Immagini diverse che testimoniano un’unica verità di fondo: alla radice dell’essere del profeta vi è il coraggio di ascoltare; per lui il Dio invisibile diventa il Dio ascoltabile, alla cui chiamata egli deve fare assoluta obbedienza, anche a caro prezzo!

    Per la tradizione biblica il padre dei profeti è Elia. Quest’uomo impetuoso, animato da una bruciante passione d’amore per il Signore Dio, dopo averlo ripetutamente pregato e invocato, sul finire della sua vita riceve da Dio stesso una grande lezione. Entrato in una caverna sul monte Oreb – secondo la tradizione, la stessa in cui Mosè aveva contemplato “le spalle di Dio” (cf. Es 33,19-23) – Elia fa esperienza del Signore non nella potenza del vento, del terremoto, del fuoco, ma in una “voce di silenzio sottile” (1Re 19,12). Questo incontro decisivo insegna a lui e a noi che occorre esercitare giorno dopo giorno gli orecchi del cuore, affinché il cuore di pietra diventi un cuore capace di ascolto e di misericordia, che solo il Signore può donare; diventi un cuore che prega e intercede per tutti gli uomini, a immagine di quello di Dio. 

    (Famiglia cristiana, 30 settembre 2012)

     



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