«Quando il Figlio

    dell'uomo verrà,

    troverà la fede sulla terrà?»

    Paolo Ricca



    Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano del continuo pregare e non stancarsi. «In una certa città v'era un giudice, che non temeva Iddio né aveva rispetto per alcun uomo; e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui dicendo: "Fammi giustizia del mio avversario". Ed egli per un tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: "Benché io non tema Iddio e non abbia rispetto per alcun uomo, pure, poiché questa vedova mi dà molestia, le farò giustizia, che talora, a forza di venire, non finisca col rompermi la testa"». E il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice iniquo. E Dio non farà egli giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui, e sarà egli tardo per loro? Io vi dico che farà loro prontamente giustizia. Ma quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?».

    (Luca 18,1-8)

    La nostra sessione termina con una domanda: «Quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc. 18,8). È un buon segno. Le domande tengono svegli. La fede non è una domanda, è una risposta, che però vive in mezzo alle domande, che le vengono poste o che essa stessa pone. La fede ama le domande, le prende sul serio, perché l'aiutano a non addormentarsi, a non fossilizzarsi, a restare viva e forse persino a crescere. Soprattutto quando sono domande di Dio, come quella con la quale concludiamo questa sessione: «Quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?».
    Articolerò la meditazione su questa domanda in quattro tempi:
    - Le domande di Dio.
    - La fede che Gesù non cerca.
    - La fede che Gesù non trova.
    - La fede che Gesù potrebbe e vorrebbe trovare.

    LE DOMANDE DI DIO

    Questa è l'unica parabola, fra le tante raccontate da Gesù, che termina con una domanda. In mezzo alle mille domande che rivolgiamo a Dio, ve n'è anche qualcuna che Dio rivolge a noi. Ne troviamo una molto seria all'inizio della Bibbia: «Dio chiamò l'uomo e gli disse: Dove sei?» (Gen. 3,9), dove ti sei nascosto, dove stai fuggendo? Da sempre siamo in fuga da Dio. Non vogliamo fare i conti con lui, e quindi neppure con noi stessi. Quella domanda: «Dove sei?» vuole porre fine alla nostra fuga.
    Poi ne troviamo una seconda, rivolta da Dio a Giobbe insieme a tante altre: «Dove eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza!» (Giob. 38,4). Con questa domanda Dio ci invita a riflettere su noi stessi e a chiederci se siamo ancora consapevoli della differenza che c'è tra l'uomo e Dio, tra il Creatore e la creatura, tra il cielo e la terra («Dio è in cielo e tu sei sulla terra», Eccl. 5,2), o se invece, avendo perso il senso di quella misura e di quel confine, abbiamo perso il senso di ogni misura e di ogni confine: confondiamo l'uomo con Dio, il bene col male, la verità con la menzogna, la vita con la morte.
    Oggi Dio ci viene incontro con questa domanda: «Quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?». Non ci chiede se troverà la religione o le religioni: di religione e di religioni ce
    ne sono anche troppe. Non ci chiede neppure se troverà la Chiesa o le chiese: forse anche di Chiesa e di chiese ce ne sono troppe. Ma non ci chiede neppure se troverà l'amore, che forse è la prima cosa che noi chiederemmo, se toccasse a noi porre queste domande decisive, dato che Gesù stesso aveva riassunto tutta la Legge e i Profeti nell'unico comandamento dell'amore - amore di Dio e amore del prossimo - ma ha anche previsto che, negli ultimi giorni, «l'amore di molti si raffredderà» (Mt. 24,12), cioè tenderà a scomparire, perché un amore freddo è un amore morto, e quindi capiremmo bene la domanda: «Quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà l'amore sulla terra?». Ma non è questa la domanda che ci è posta. Infine, Dio non ci chiede se troverà la vita sulla terra - quella vita di cui Dio è l'inventore e il creatore e di cui l'uomo doveva e dovrebbe essere il custode, ma è un custode inaffidabile, che in tante manifestazioni individuali e collettive sembra essere più amico e alleato della morte che della vita. Perciò la domanda se il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la vita sulla terra, non è così assurda come potrebbe sembrare a prima vista. Ma non è questa la domanda che Dio oggi ci rivolge. La domanda non è se il Figlio dell'uomo troverà la religione, o la Chiesa, o l'amore, o la vita (e l'elenco potrebbe ovviamente continuare: la giustizia, la pace, la fraternità, e così via), no, la domanda è se troverà la fede, come se fosse la cosa che più gli sta a cuore, la radice della vita, la sorgente dell'amore, la ragion d'essere della Chiesa e di ogni religione, come se fosse la cosa più importante, quasi la madre di tutte le cose. Gesù evidentemente metteva la fede al primo posto come mezzo di salvezza - tante volte ha detto: «La tua fede ti ha salvato». Così pensava anche il profeta Isaia che dice «Se non avete fede, certo non potrete sussistere» (Is. 7,9). Non so se per noi la fede sia così importante come per Gesù, se sia anche per noi la cosa che cerchiamo di più, se sia ciò che ci sta a cuore più di ogni altra cosa in questa nostra vita.

    LA FEDE CHE GESÙ NON CERCA

    «Quando il Figlio dell'uomo verrà... ». Ma è già venuto, ha già cercato la fede, e che cosa ha trovato? Ha trovato la fede che non cercava e non ha trovato la fede che cercava.
    Ha trovato la fede che non cercava. Ha trovato tanta fede, ne ha trovata troppa. Il mondo di allora, come quello di oggi, era pieno di fede e di fedi. Tutti credono in qualcosa. Molti non credono in Dio, ma tutti credono in qualcosa. Così nel mondo c'è tanta fede, persino troppa, ma non c'è la fede che Gesù cerca. Quando è venuto la prima volta, ha trovato tre fedi che non cercava (dico «tre» per non dilungarmi troppo e limitarmi alle cose principali): la fede di Caiafa, la fede di Qumran e la fede di Roma. La prima è la fede di Caiafa, la fede nella legge, in virtù della quale Gesù è stato condannato a morte: «Tu che sei uomo, ti fai Dio», perciò ti lapidiamo (Giov. 10,33). Una fede terribile, quella di Caiafa; non era la fede che Gesù cercava, Gesù anzi l'ha combattuta insegnando non l'amore per la legge, ma la legge dell'amore. La fede di Caiafa è quella che Gesù non voleva trovare.
    La seconda è la fede della comunità di Qumran: è la fede apocalittica, che divide il mondo in due, da un lato i figli della luce, i membri della comunità eletta, dall'altro i figli delle tenebre, cioè tutti gli altri, e questa divisione è in realtà un'opposizione, un'antitesi radicale che sfocerà nello scontro finale, nella «guerra santa» con la vittoria dei figli della luce e la distruzione dei figli delle tenebre. Questa fede apocalittica di Qumran non è la fede che Gesù cercava: egli anzi l'ha combattuta, accogliendo i pubblicani e i peccatori, e predicando non la guerra santa ma l'Evangelo del perdono «settanta volte sette».
    C'è ancora un'altra fede, che Gesù ha trovato quando è venuto la prima volta, ma non era la fede che egli cercava: è la fede di Roma, la superpotenza di allora. In che cosa credeva Roma? Credeva in se stessa, nella sua forza: la forza armata delle legioni, certo, ma anche la forza del diritto e, più in generale, la forza della civiltà romana in larga misura erede di quella greca. Dire che Romacredeva in se stessa significa dire che credeva nella sua missione: conquistare il mondo per civilizzarlo e così unificarlo nel nome e sotto la guida di Roma. Anche questa è una fede granitica, assoluta, intransigente, che Gesù ha trovato, ma non era questa la fede che cercava, anzi l'ha combattuta: quando si trovò davanti a Pilato che gli diceva: «Lo sai che ho potestà di liberarti e potestà di crocifiggerti?», Gesù replicò: «Tu non avresti potestà alcuna contro di me se ciò non ti fosse dato dall'alto» (Giov. 19,10-11), cioè da Dio. Se non ci fosse Dio, non ci saresti neanche tu. La tua fede non mi piace, perché tu credi in te stesso, ma non è questa la fede che io sono venuto a cercare bensì quella di chi non crede in se stesso ma in Dio.
    Gesù dunque, quando è venuto la prima volta, ha trovato la fede che non cercava, e l'ha combattuta.
    Ma non ha trovato la fede che cercava neppure tra i suoi. A Nazareth la gente «si scandalizzava di lui», e Gesù «si meravigliava della loro incredulità» (Mc. 6,3.6), e «a motivo della loro incredulità non fece quivi molti miracoli» (Mt. 13,58). Ma non soltanto a Nazareth, cioè a casa sua, nel villaggio in cui era cresciuto, ma anche negli altri villaggi di Galilea, a cominciare da Capernaum, Gesù non ha trovato la fede che cercava, tanto che la loro sorte, nel giudizio finale, sarà peggiore di quella di città pagane come Tiro e Sidone e addirittura di quella di Sodoma e Gomorra. Ma non soltanto in Galilea, anche in Giudea Gesù non ha trovato la fede che cercava, e neppure a Gerusalemme, la città santa, l'ha trovata, anzi ha pianto sulla città incapace di riconoscere il tempo nel quale è stata visitata (Lc. 19,44). Gesù non ha trovato la fede che cercava nella sua generazione: «O generazione incredula! Fino a quando vi sopporterò?» (Mc. 9,19); «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona» (Mt. 12,39). Ma non soltanto nella sua generazione, bensì anche nei suoi stessi discepoli, in quelli che aveva chiamato a uno a uno, e che avevano lasciato tutto per seguirlo, e vedevano i suoi miracoli, e udivano il suo insegnamento, anche in loro Gesù non trovò la fede che cercava, bensì soltanto «poca fede» – li chiamò proprio così: oligopistoi, «gente di poca fede» (Mt. 6,30; 8,26; 16,8). E quella poca fede suscitata da Gesù scomparve del tutto all'annuncio della risurrezione che i discepoli «non credettero» (Mc. 16,11.13), tanto che quando Gesù apparve in mezzo a loro, li rimproverò della loro incredulità e durezza, di cuore, perché «non avevano creduto a quelli che l'avevano veduto risuscitato» (Mc. 16,4). Incredula era la generazione di Gesù, mezzo incredula era la comunità dei suoi discepoli. Gesù, quando è venuto la prima volta, ha trovato la fede che non cercava e non ha trovato la fede che cercava, tranne che in un pagano, il centurione di Capernaum, del quale Gesù disse: «lo vi dico, in verità, che in nessuno, in Israele, ho trovato tanta fede» (Mt. 8,10) come in questo pagano.

    LA FEDE CHE GESÙ NON TROVA

    Se il Figlio dell'uomo venisse oggi, che cosa troverebbe? Troverebbe la fede che cerca o solo quella che non cerca, che non gradisce, che vorrebbe non trovare? Anche oggi, come allora, c'è molta fede, persino troppa. Anche oggi, come allora, tutti credono, non in Dio ma in qualcosa, con cui rivestono i loro desideri, i loro pensieri, la loro volontà.
    Se Gesù venisse oggi, troverebbe molta fede che non vorrebbe trovare. La fede di Roma si è cristianizzata, ma la Roma cristiana ha mantenuto, e gelosamente custodito attraverso i secoli, nel cuore della sua nuova fede in Dio un'incrollabile fede in se stessa. Fede in se stessa vuol dire fede nella sua missione: conquistare il mondo per unificarlo nel segno della civiltà cristiana, e così unificarlo sotto la sua leadership, tradizionalmente chiamata «primato». Una fede – quella della Roma cristiana – blindata, granitica, inflessibile, assoluta. Si chiede perdono per errori del passato, ma la fede non si discute, nessuna domanda riesce non dico a scalfirla, ma neppure ad aprire un dibattito, o almeno a indurla a essere una fede che impara a convivere con le domande, non per aprire la strada al dubbio sistematico e per rendere ogni fede incerta e7. «Quando il figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»
    insicura, ma per renderla aperta e ricettiva, non meno affermativa ma un po' autocritica, e forse persino un po' più problematica, come quella del padre del ragazzo epilettico che, a Gesù che gli diceva: «Ogni cosa è possibile a chi crede», rispose subito esclamando: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità!» (Mc. 9,24).
    Oh, se la Chiesa avesse incluso nel suo Credo la confessione di fede di questo padre! Come sarebbe stata diversa la qualità della fede cristiana, e quindi anche la storia attraverso i secoli fino a oggi! Ma la fede in se stessi, la fede nel proprio «primato», non è stata ereditata solo dalla Roma cristiana. Lì è stata dogmatizzata, è diventata addirittura un articolo di fede. Ma la fede nel proprio primato si è diffusa anche in altri settori della cristianità, e ciascuno, sia pure in modi diversi, lo ha affermato e rivendicato: ciascuno scambiava la verità con la propria verità, credeva nella propria verità come se fosse Dio stesso, credeva nella superiorità della propria verità, credeva, appunto, nel proprio primato. Ma non c'è solo una versione religiosa, c'è anche una versione laica, politico-culturale del primato. Il primato dell'Occidente! La superiorità dell'Occidente! Il primato morale e civile dell'Occidente! Al quale si contrappongono altri primati antagonisti, soprattutto il primato dell'islam.
    Fedi granitiche su un versante e sull'altro. Fedi assolute. Fedi assolute che nel Novecento hanno incendiato e insanguinato il mondo e che, in forme nuove, terrorizzano, dall'alto e dal basso, l'umanità all'alba del nuovo millennio. Non vi nascondo che in questo nostro tempo oscuro in cui sembra che la storia la scrivano fondamentalisti di ogni genere e di ogni scuola, ho paura delle fedi granitiche, fedi che sono come montagne che nessuno riesce a spostare, fedi che vogliono conquistare, imporsi, vincere a tutti i costi. Sapete che cos'è una fede granitica? È una fede in cui non è chiaro fino a che punto è fede in Dio e fino a che punto è fede in se stessa, in cui non è chiaro fino a che punto al centro di questa fede c'è Dio, e fino a che punto, invece, al centro di questa fede c'è la fede stessa, cioè l'uomo, l'uomo credente disposto a tutto, le sue convinzioni, la sua visione del mondo, la sua verità. La fede granitica è quella nella quale il credente non assolutizza Dio, ma, sotto il manto di Dio, assolutizza se stesso, è lui, e non Dio, la roccia sulla quale è fondato, è lui, e non Dio, il suo proprio fondamento, è lui, e non Dio, il dio di se stesso. Ho paura, lo riconosco, di queste fedi granitiche, che schiacciano tutto, che rendono gli uomini aggressivi, violenti e intolleranti, e ho paura che Gesù, se tornasse oggi sulla terra, troverebbe troppa fede granitica, la fede che Gesù non cerca e non vuole, la fede che non giustifica il peccatore ma lo annienta, la fede che non produce salvezza ma rovina, non amore ma odio, non pace ma guerra, non vita ma morte – una fede omicida e suicida insieme.
    Lo scontro mortale che si sta svolgendo sotto i nostri occhi angosciati non è certo uno scontro di civiltà, ma forse è uno scontro tra fedi granitiche, ciascuna delle quali ritiene di incarnare il principio del Bene da condurre alla vittoria contro l'Impero del Male, attraverso una guerra santa, secondo i canoni della fede apocalittica, coltivata già dalla comunità di Qumran, dalla quale Gesù prese le distanze. Se Gesù tornasse oggi, sarebbe probabilmente più spaventato dalla fede che trova ma che non è quella che egli cerca, che dalla fede che cerca ma non riesce a trovare.
    Riesce a trovarla nella comunità cristiana di oggi? Riesce a trovare nella comunità cristiana di oggi la fede che egli cerca? Ma qual è questa fede che Gesù cerca? E quella che egli ha vissuto e, vivendola, ha insegnato ai suoi discepoli. Sicuramente, nella comunità cristiana di oggi, si trova, in tante forme diverse, la fede in Gesù, ma si trova anche la fede di Gesù? Non che si tratti di due fedi diverse, però una non può sostituire l'altra. Più si crede in Gesù, più si crede come Gesù. Si può dire che la comunità cristiana di oggi creda come Gesù? Qui il discorso diverrebbe lungo, se portato fino in fondo, ma per amore di brevità mi limito a un esempio soltanto: la fede di Gesù era in generale osservante, ma occasionalmente trasgressiva: in particolare Gesù trasgrediva la legge del sabato. Ecco allora la domanda: se Gesù tornasse oggi, troverebbe nella fede della comunità cristiana qualche cosa di trasgressivo? O troverebbe solo pura osservanza senza trasgressione? Siamo capaci di ubbidire per fede; ma siamo capaci anche di trasgredire per fede? Come mai non riusciamo neppure a celebrare insieme, come
    cristiani, la Cena del Signore? Come mai non siamo neppure capaci di accostarci insieme alla sua mensa? Se Gesù tornasse oggi, non si rivolgerebbe forse a noi come ai discepoli di allora dicendoci: «Non avete neppure il coraggio di celebrare insieme la mia Cena, gente di poca fede? Ma se non trovate il coraggio neppure per le piccole cose, come lo troverete per le grandi? Se vi fa tanta paura una piccola trasgressione come questa, che cosa avreste detto della mia grande trasgressione: la violazione del sabato, la più santa di tutte le leggi della Torah? Perché voi che dite di credere in me, non credete come me? Perché la vostra fede è così timida, così impacciata, così timorosa, in fondo così poco libera?». Queste domande, forse, Gesù porrebbe alla comunità cristiana se tornasse oggi sulla terra. Ci direbbe, forse, che siamo, come i discepoli di allora, «gente di poca fede», non però nel senso della quantità, ma nel senso della qualità. Gesù troverebbe sicuramente della fede nella comunità cristiana, ma non è sicuro che troverebbe la fede che cerca e che vorrebbe trovare. Così Gesù potrebbe dirci: «Cara comunità cristiana, come il fariseo Saulo ha dovuto perdere la fede che aveva per trovare la fede che non aveva, così forse toccherà anche a te di dover perdere la fede che hai, per trovare la fede che non hai».

    LA FEDE CHE GESÙ POTREBBE E VORREBBE TROVARE

    Giungiamo così alla quarta e ultima tappa del nostro breve percorso, tracciato dalla domanda di Gesù. La domanda, ora, spero sia più chiara: è possibile che il Figlio dell'uomo, tornando, non troverà la fede sulla terra, ma soltanto qualche sua contraffazione, o la sua caricatura, o una delle sue tante degenerazioni, delle sue tante patologie? In altri termini, la domanda non è se il Figlio dell'uomo troverà la fede sulla terra, ma quale fede troverà, e soprattutto quale fede vorrebbe trovare. E allora cerchiamo di dire qualcosa della fede che Gesù vorrebbe trovare «sulla terra»; non dice – ed è significativo – necessariamente nella Chiesa (ricordiamo che, la prima volta, trovò più fede in un centurione romano pagano che in tutto Israele), dice «sulla terra»; la Chiesa vive e opera «sulla terra», dunque Gesù potrebbe trovare la fede che cerca anche nella Chiesa. Qual è dunque questa fede?
    Risponderò in due tempi.
    In primo luogo Gesù vorrebbe trovare «sulla terra», da qualche parte, ma anche nella comunità cristiana, la fede della vedova. Una fede che non si rassegna all'ingiustizia, non l'accetta, non si arrende, non dà pace al giudice e gli chiede l'impossibile: che faccia giustizia, lui che è il giudice iniquo, cioè il giudice che non fa giustizia ma ingiustizia; proprio a lui la vedova chiede giustizia, e alla fine l'ottiene. Questa è la fede che Gesù cerca: la fede per la quale, anche se la città è governata da un giudice iniquo, come infatti lo è – il giudice iniquo è la figura del potere costituito che, appunto, non fa giustizia, non fa quello che dovrebbe fare – la vedova combatte una battaglia infinita e alla fine vince lei; il potere sordo, indifferente, refrattario, è costretto a cedere, e persino nella città governata dal giudice iniquo, cioè nel nostro mondo governato da poteri che non amano la giustizia e non la fanno, alla fine giustizia viene fatta. Ecco la fede che Gesù vorrebbe trovare sulla terra e possibilmente nella Chiesa: una fede che, malgrado il giudice iniquo, malgrado le innumerevoli delusioni, frustrazioni, sconfitte nel tentativo di stabilire la giustizia sulla terra, «mentre Dio sembra dormire in cielo», come dice Calvino, non cede le armi, non si dà pace e non dà pace al potere finché sulla terra non è fatta giustizia. Se Gesù venisse oggi, troverebbe questa fede nelle nostre chiese? Troverebbe questa passione per la giustizia? Troverebbe questa volontà di non dar pace al giudice iniquo, al potere costituito, finché non abbia fatto giustizia? Troverebbe questa determinazione per la quale ci deve essere giustizia in questo mondo e bisogna obbligare il potere a farla, anche se non vuole? Questa è la fede che Gesù vorrebbe trovare: la fede che la giustizia deve, alla fine, avere la meglio sull'iniquità, anche se l'iniquità è al potere.
    Ma c'è un secondo tipo di fede che Gesù vorrebbe trovare sulla terra, e possibilmente nella Chiesa. È la fede che non ci rende7. «Quando il figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»
    corazzati ma, al contrario, vulnerabili: vulnerabili nei confronti di Dio, perché la fede ci apre a lui, ci libera dal «no», dalla negazione, dal rifiuto, ci consente di dire,«sì», al termine, forse, di un cammino faticoso, come quello – tra mille altri – di Etty Hillesum:
    Ho dovuto percorrere un cammino faticoso per ritrovare quel gesto intimo verso Dio, la sera alla finestra, per poter dire: ti ringrazio, Signore... È stato proprio un cammino faticoso. Ora sembra tutto così semplice e così ovvio. Questa frase mi ha perseguitata per settimane: «Bisogna osare dire che si crede». Osar pronunciare il nome di Dio.
    La fede ci rende vulnerabili – nei confronti di Dio, come ho appena detto, ma anche nei confronti del prossimo, che diventa importante per noi, la cosa più importante dopo Dio, e come Dio oggetto del nostro amore. Come dice ancora Etty Hillesum:
    Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto... Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini, e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio.
    Credere significa diventare vulnerabili nei confronti di Dio e nei confronti del prossimo. O, come dice l'apostolo Paolo, credere è ricevere una scheggia nella carne, essere feriti e resi deboli, «perché quando sono debole, allora sono forte» (II Cor. 12,10), o, come dice Lutero, credere è essere decentrati, cioè non più centrati in noi stessi, ma in Cristo per la fede, e nel prossimo per amore. Ecco la fede che Gesù vorrebbe trovare «sulla terra»; la fede che ci toglie le corazze e ci rende vulnerabili, ci rende forti rendendoci deboli, ci rende liberi rendendoci prigionieri, e così via.
    Ma che cosa vuol dire, per Dio, cercare la fede? Non è per soddisfare una curiosità e vedere se la fede, da qualche parte, c'è. Cercare la fede, per Dio, significa cercare ospitalità, se così posso dire, come leggiamo nell'Apocalisse: «Ecco, io sto alla porta e picchio: se uno ode la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui, ed egli con me» (Apoc. 3,20). La domanda se il Figlio dell'uomo, tornando, troverà la fede sulla terra equivale alla domanda se troverà qualcuno disposto ad accoglierlo, ad aprirgli la porta. Dio cerca una dimora. Questa dimora potresti essere tu. Come dice Gesù stesso: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l'amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Giovi 14,23). Perché in fin dei conti credere non è altro che questo: aprire la porta e lasciar entrare Dio.

    (Come in cielo, così in terra. Itinerari biblici, Claudiana 2009, pp. 61-72)