Sciogliere il proprio

    «crampo psichico»

    Thomas Merton

    uomosolo

    Nessun essere umano è autonomo e illimitato; avrà sempre bisogno di qualcosa, di qualcuno. E tuttavia ciò di cui ha veramente bisogno non lo può conquistare da solo; gli può essere dato soltanto in dono. E per questo motivo che è importante «aprire» il proprio spirito e sciogliere il «crampo psichico» che ci immobilizza.

    L'uomo, immaginando in cuor suo di essere completamente autonomo, con possibilità illimitate (dopo tutto è la società che glielo insegna), si trova in una situazione impossibile. Egli è «come un Dio» e quindi può arrivare a tutto. Ma poi scopre che tutto ciò che può ottenere di sua volontà non merita averlo. Ciò che cerca realmente e di cui realmente ha bisogno è amore, un'identità autentica, una vita che abbia un significato, e tutto questo non si può avere semplicemente volendolo o dandosi da fare per procurarselo.

    Nessuna dose di ingegnosità può «comprare» queste cose: nessuna manipolazione psicologica o sociologica può fornirle, nessuna iniziativa d'ispirazione religiosa, nessuna tecnica ascetica, nessuna droga può compiere il miracolo. Le cose di cui abbiamo veramente bisogno ci possono venire soltanto come dono, e per ricevere questo dono dobbiamo avere uno spirito «aperto». Per avere uno spirito aperto dobbiamo rinunciare a noi stessi, in un certo senso dobbiamo morire all'immagine che abbiamo di noi stessi, alla nostra autonomia, alla cristallizzazione della nostra identità ostinata. Dobbiamo essere capaci di sciogliere il crampo psichico e spirituale che ci immobilizza in quell'«io» doloroso, vulnerabile e impotente che è tutto ciò che conosciamo di noi. L'incapacità cronica a sciogliere questo crampo genera disperazione.

    Alla fine comprendiamo sempre più di essere legati a nulla, che il crampo in questione è un'affermazione sciocca, senza senso e senza scopo, di nullità, e che ciò nonostante dobbiamo continuare ad affermare questa nostra nullità sopra e contro ogni altra cosa: così la nostra frustrazione diventa assoluta. Diventiamo incapaci di esistere altrimenti che come un «no» gridato in faccia a tutti e a tutto. Questo «no» serve a noi stessi come un pietoso «sì»: un'identità di ripiego che è nulla.

    Vi sono certi rifiuti nobili, affermazioni di una verità superiore, epifanie di realtà, testimonianze di Dio. L'uomo paralizzato dal crampo della libertà, immobilizzato dalla frustrazione, può oscuramente pensare che il suo crampo sia un nobile rifiuto. In un certo senso può sembrare che abbia ragione a crederlo. Può sembrare che egli protesti contro l'iniquità di una situazione che lo impoverisce e lo distrugge. E con questa giustificazione si indurisce nel rifiuto totale. Si costruisce una identità finale fuori dal crampo, dal risentimento e dalla negazione. A questo punto la logica del crampo esige una soluzione finale. Dato che il crampo in se stesso è insopportabile, e che non è possibile liberarsene, non resta che distruggerlo. Ma poiché l'uomo si è ridotto ad essere nient'altro che quel miserabile crampo ripiegato su se steso, la distruzione dell'uno comporta la distruzione dell'altro. L'importante, allora, è di riuscire ad arrestare il rifiuto e la formazione del «crampo» prima che sia troppo tardi. Si deve imparare a dire «no» al crampo, e «sì» a tutto il resto. Non vedo altra via che quella di riconoscere la natura di questo «crampo». Il «rifiuto» è essenzialmente un rifiuto della fede. Non necessariamente della fede teologica e cristiana nel pieno senso del termine, ma perlomeno un rifiuto della naturale prontezza, apertura, umiltà, dimenticanza di sé che rinuncia a esigenze assolute, abbandona l'intransigente pretesa di un'autonomia perfetta e crede nella vita. Fede, qui, significa anche fiducia, saper affrontare i rischi, procedere nell'ignoto confidando che la stessa vita avrà cura di noi se la lasciamo fare. Eppure, a mio avviso, una semplice «fede nella vita» è precaria e può trarre in inganno. Troppi errori circolano oggi, troppe confusioni a proposito della «vita».

    Nella società tecnologica si è formata la mentalità del suicidio: i mass-media, sempre concentrati sulla violenza e sulla crisi, distruggono la sana speranza, paralizzano l'uomo in un crampo di paura e di sospetto. Non c'è che un rimedio: la resa che cerca la fede in Dio come dono che non ci è dovuto, e che è pronta a soffrire gravi privazioni e pericoli mentre aspetta di riceverlo. Di fatto, ciò significa riconoscere che non si è assolutamente soli e che non si può vivere e morire solamente per sé. La mia vita e la mia morte non sono una mia faccenda puramente personale. Io vivo grazie agli altri e per loro; e la mia morte coinvolge gli altri.

    (Diario di un testimone, 222-223)