Vicino ai poveri,
vicini a Dio
Gustavo Gutierrez

È stata sempre una grazia, per me, essere presente negli anniversari del sacrificio martiriale di monsignor Romero. Ringrazio per l'invito che mi permette di essere presente ancora una volta.
Questi incontri sono momenti molto importanti per la nostra vita, tra le altre cose, o forse soprattutto, perché ci mettono in contatto, senza limitazioni, con le fonti stesse del messaggio cristiano. Ci chiamano a una revisione di vita e alla riflessione. Ricordare Romero significa metterci davanti alla provocazione del suo messaggio e della sua vita, interrogarci sulla nostra fedeltà al Vangelo, e anche, perché no?, sulle nostre infedeltà. Monsignor Romero ci lancia la sfida di tenere molto unite la vicinanza con Dio e la vicinanza con i poveri.
Giovanni XXIII, l'11 settembre del 1962, esattamente un mese prima dell'inizio del concilio Vaticano II, in un radiomessaggio sul concilio, e in modo molto sorprendente, pronunciò delle parole ispiratrici: «Di fronte ai paesi sottosviluppati, la chiesa è e vuole essere la chiesa di tutti e, particolarmente, la chiesa dei poveri». Ogni parola conta, in questo messaggio. C'è un «già», ma soprattutto un «non ancora», una realtà e un progetto. Proposta feconda che, per varie ragioni, non pesò significativamente nei vari documenti conciliari, ma ebbe una grande ripercussione in America Latina e nei Caraibi, continente a maggioranza cristiano e, allo stesso tempo, povero e ai margini. Due identificazioni che stanno tra loro, evidentemente, in scandalosa contraddizione.
Per questo motivo, la prospettiva della «chiesa dei poveri» ha trovato in mezzo a noi, un terreno fecondo. La presenza dei poveri e la povertà diventarono sempre più evidenti e diedero luogo a esperienze e riflessioni che trovarono la loro espressione nelle conferenze episcopali continentali e, soprattutto, negli impegni di solidarietà di molti cristiani. Monsignor Oscar Romero è uno di loro, e dei più rilevanti. Un testo di Romero ci servirà di guida in queste considerazioni. Egli diceva:
C'è un criterio per sapere se Dio è vicino a noi o è lontano: tutti quelli che si preoccupano dell'affamato, del nudo, del povero, del sequestrato, del torturato, del prigioniero, di tutta questa carne che soffre, hanno Dio vicino. [...] Come mi relaziono con i poveri? Perché lì c'è Dio (Omelia, 5 febbraio 1978).
Il riferimento – esplicito o implicito – al testo di Mt 25,31-46, frequente nelle sue omelie, è chiaro. In maniera molto opportuna, la lettura del testo evangelico viene attualizzata richiamando l'attenzione sulle situazioni crudeli che il popolo salvadoregno viveva in quei giorni: sequestri, torture, sofferenze.
Condizioni di sofferenza che mette in risalto (non è l'unica volta che usa tale espressione) chiamando i poveri «carne che soffre», vittime di un dolore che li umilia.
Avvicinarsi al povero è avvicinarsi a Dio. Non si tratta solo di «dare credito», ma piuttosto di «essere vicino», familiarmente vicino; espressione, questa, che ricorda il testo del Deuteronomio:
Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita (Dt 30,19-20).
Così facendo facciamo nostra la prassi di Gesù.
Memoria: azione di grazie e servizio
I Vangeli indicano due vie per condurci ad assimilare la prassi di Gesù. Si tratta, in realtà, di due memorie, che possono portarci alla prossimità con Gesù. Vogliamo ricordarle, ma prima dobbiamo fermarci sul significato della memoria, un tema presente in ogni parte della Scrittura.
Nella Bibbia, la memoria non si riferisce prioritariamente, e molto meno esclusivamente, alla relazione con il passato; al contrario, s'indirizza su un presente che si proietta in avanti. Il passato è lì, dà densità al momento attuale del credente. Esprimiamoci con le parole, precise e brevi, di sant'Agostino: «La memoria è il presente del passato». L'evocazione di un fatto precedente si fa nella misura in cui è valido per il presente. La memoria non ci fissa al passato, né è un ricordo nostalgico. La memoria, in entrambi i Testamenti, va oltre il suo significato concettuale, immette sempre in un percorso, in una pratica destinata a trasformare la realtà.
Ricordare è una manifestazione d'amore, è stare vicino a qualcuno, oggi. La memoria non s'identifica, neppure, con la storia, se con essa s'intende un semplice racconto di fatti dei tempi passati. La memoria va direttamente al senso profondo della storia, non ai suoi dettagli. I Vangeli sono, per esempio, memorie della testimonianza di Gesù: coincidono nella sostanza, si differenziano nei particolari. Ogni tentativo di livellamento di questi libri biblici impoverisce il messaggio.
Nell'ultima cena, nell'istituire l'eucaristia, Gesù dice ai suoi amici: «Fate questo in memoria di me». La prescrizione si estende all'intera esistenza di Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione, così come a tutto ciò che è stato insegnato da lui, con i suoi gesti e le sue parole, in modo che la sua testimonianza sia la traccia permanente, la fonte d'ispirazione del comportamento credente.
L'eucaristia è una celebrazione che va oltre il rituale e il formale. O, per essere più precisi, essa dà al rito la sua forza e il suo valore collocandolo nell'orizzonte di senso che il culto ha nella Bibbia: il suo vincolo con la conversione del cuore e con la pratica della giustizia, richiesto costantemente dai profeti: «Non voglio sacrifici, voglio cuori contriti» è un monito che Gesù cita. Conservare fresca ed esigente questa memoria sarà la missione del Paraclito, il quale, dice Gesù: «Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Si ricorda la cena e, in essa, l'intero contenuto della testimonianza che Gesù ha dato quando era presente nella nostra storia.
C'è una seconda forma di memoria nei Vangeli. Nella lunga narrazione che Giovanni fa dell'ultima cena, non si parla dell'istituzione dell'eucaristia. Ci parla, invece, del gesto che conosciamo come la lavanda dei piedi. Gesto simbolico che esprime ospitalità, affidato, nella tradizione di quel tempo, ai servi di chi invitava, o fatto dallo stesso anfitrione, come in questo caso. Si tratta di un umile segno di servizio e di benvenuto; lo ricordiamo nella liturgia del giovedì santo, che cerco di recuperare, qui, nel suo pieno significato. Terminata la lavanda dei piedi, Gesù dice loro:
Capite quello che ho fatto per voi? [...] anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi (Gv 13,12.14-15).
La frase è sinonimo di: «Fate questo in memoria di me», perché in entrambi i casi siamo di fronte a un «fare» qualcosa che non si limita a una semplice ripetizione formale. La lavanda dei piedi è un gesto simbolico esigente, che ci mette sulla strada della sequela di Gesù. Un servizio che riguarda la stessa chiesa: «L'autorità della chiesa non è un mandato, è servizio [...]. Voglio essere il servo di Dio e di tutti voi» (Omelia, 10 settembre 1978), affermava il vescovo Romero.
Con l'attualizzazione di queste due memorie – la gratitudine per il suo sacrificio e il servizio agli altri – facciamo nostra la prassi di Gesù. Sono inseparabili, non è possibile scegliere tra di loro; se ne tralasciamo una, le perdiamo tutte e due. In fondo, si tratta di una sola memoria. Sono state chiamate memoria cultuale e memoria esistenziale, due forme di «ricordarci di Gesù Cristo» (2Tm 2,8). Costituiscono un requisito permanente destinato a durare nel tempo, per dare continuamente nuova vitalità alla nostra condizione di discepoli di Gesù. Esse costruiscono la comunità cristiana come segno della presenza del regno nella storia. Rendono presente colui che ha tanto amato il mondo da inviargli il proprio Figlio (cf. Gv 13,16). Matteo fa vedere la circolarità di queste due memorie:
Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono (Mt 5,23-24).
Offerta a Dio e comunione con gli altri: la seconda è prerequisito e condizione della prima. Nella stessa ottica si colloca san Vincenzo de' Paoli. In una lettera alle suore della carità, scrive: «Se è volontà di Dio che devi assistere un paziente di domenica, invece di ascoltare la messa, com'è d'obbligo, devi farlo». E conclude: «Questo si chiama lasciare Dio per Dio». Paradossalmente, ci dice che non abbandona Dio; al contrario, valorizza il servizio e lo unisce all'azione di grazie. Avere presenti le due facce di una stessa memoria costruisce la comunità cristiana.
«Una chiesa di tutti, ma specialmente dei poveri», come si propose di forgiare monsignor Romero, vive di queste due memorie. È impressionante vedere i suoi sforzi per non separare e tenere unite queste due dimensioni. Egli è stato un uomo profondamente immerso nella storia del suo paese e del mondo e, allo stesso tempo, molto attento a rendere grazie al Signore.
All'inizio del Vangelo di Luca, nel cantico che conosciamo come Magnificat, troviamo queste due sezioni. Tutta la prima parte («L'Anima mia magnifica il Signore») è un'azione di grazie per i doni che Maria ha ricevuto da Dio. Subito dopo, nella seconda parte, parla di ciò che significa la presenza di Dio nella vita del suo popolo e del suo amore preferenziale per i poveri e gli insignificanti. Il testo anticipa il «programma messianico» di Lc 4. Essere una chiesa dei poveri è una vocazione di tutta la chiesa. Una chiesa che vive le due memorie, che canta il Magnificat.
Gratuità e giustizia
Queste memorie (o questa memoria, ma senza confusione) devono essere comunicate. E anche qui ci sono due vie. Il linguaggio della gratuità ricorda l'iniziativa di Dio che «ci ha amati per primo» (1Gv 4,19) al di là dei nostri meriti.
Lo dice anche la lettera agli Efesini, con altre parole: Dio «ci ha scelti prima della creazione del mondo [...] a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4-5). Chiamati a essere figli prima ancora di essere creati. La risposta a questo dono è amare come Gesù «ci ha amato» (cf. Gv 15,12): gratuitamente, facendoci prossimi di altre persone e solidali nella ricerca della giustizia per i più poveri e gli emarginati, qualunque siano i loro meriti e i valori personali. In una parola, come si dice nei Vangeli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Su questo insistette molto Bartolomé de las Casas a proposito dell'evangelizzazione delle Indie, contro quelli che pretendevano di aver diritto alla proprietà delle miniere e delle altre ricchezze degli indios, per aver portato loro – dicevano – il Vangelo. In altre parole, l'autentica gratitudine all'amore di Dio esige che sappiamo amare con la stessa gratuità.
Questa è l'amicizia di cui ci parla il Vangelo di Giovanni: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici», e aggiunge con ragione: «Perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio, l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). L'amicizia è il terreno dell'amore e della gratuità. Con gli amici si condivide il senso delle nostre vite, non si danno ordini. Non c'è amore autentico se non tra persone in un certo modo uguali, nonostante le normali differenze, riconosciute nella loro dignità. A questo proposito, nel documento della conferenza episcopale di Aparecida troviamo un testo interessante sull'amicizia:
Solo la vicinanza che ci fa amici ci permette di apprezzare profondamente i valori dei poveri di oggi, i loro desideri legittimi e il loro modo proprio di vivere la fede. L'opzione per i poveri deve condurci all'amicizia con i poveri (n. 398).
L'opzione per i poveri implica solidarietà con persone concrete.
Anche di questo ha dato testimonianza monsignor Romero. In un'occasione, dinanzi all'omicidio di alcuni catechisti (Felipe de Jesus e un altro che chiamavano Polín) che egli aveva conosciuto bene, disse: «Li ho pianti sentitamente e con loro molti altri che furono catechisti e lavoratori nelle nostre comunità» (Omelia, 27 agosto 1978). Piangere, questo è amicizia, è compassione, secondo il significato proprio della parola: soffrire con l'altro. Il sentimento è parte del mondo della gratuità. È chiaro che non uso il termine «gratuità» quale sinonimo di «arbitrario», come a volte avviene nel linguaggio comune. Mi riferisco al gesto che va direttamente verso l'altro, fedele a Dio, che «ci ha amato per primo».
Il nostro impegno e la nostra solidarietà con i poveri significheranno prendere l'iniziativa, andando loro incontro come nella parabola del samaritano, che lascia e si avvicina a una «certa persona» (anthropos, Lc 10,30), della quale non sa assolutamente nulla, salvo che ha bisogno di aiuto. In termini narrativi, è il personaggio centrale del testo. Di altri personaggi si sa qualcosa circa la loro posizione nella società; di lui ignoriamo tutto. Personaggio anonimo che fa vedere che il gesto del samaritano è motivato esclusivamente dalla compassione. Senza domandarsi chi è la persona alla quale si avvicina e che aiuta, si sentì interpellato da quell'essere umano anonimo, e semplicemente interruppe il suo cammino e si prese cura di lui, si fece suo prossimo. In effetti, in senso stretto, non abbiamo prossimi, li facciamo prossimi quando li avviciniamo.
Il secondo linguaggio è quello profetico o della giustizia. In qualche modo corrisponde alla memoria del servizio, così come quello della gratuità corrisponde alla memoria dell'azione di grazie per la vita di Gesù. Con il linguaggio della giustizia, siamo di nuovo di fronte a un tema centrale nella. Bibbia. Qui,il termine giustizia rimanda alla giustizia sociale e al riconoscimento dei diritti delle persone, ponendo l'accento sulla condizione dei più poveri.
Il linguaggio profetico prende in considerazione la quotidianità delle ingiustizie, umiliazioni, abusi, omicidi, profitti, sofferenze, gioie che occorrono nella storia. È un linguaggio che denuncia ciò che va contro il messaggio del regno e che annuncia la sua presenza nella storia. A questo proposito, e per esperienza, Romero rifiutava: «Una parola molto spiritualista, senza impegno con la storia, che può risuonare in qualsiasi parte del mondo, perché non è di nessuna parte, non crea problemi né conflitti» (Omelia, 10 dicembre 1977). Spiritualista, non spirituale. Egli era consapevole che la sua parola chiara, precisa e vicina alla situazione che attraversava il suo popolo avrebbe attratto difficoltà e ostilità; ma non pronunciarle sarebbe stato un tradimento del Vangelo.
Possiamo dire, in questo caso, che la compassione e la prossimità alle persone hanno danneggiato monsignor Romero nel suo impegno e nella sua forza per difendere pubblicamente i diritti di quelle persone maltrattate? Per niente! Anzi, gli hanno dato la forza per farlo. Potremmo dire che la sua lotta per la giustizia gli fece dimenticare l'azione di grazie? Mi sembra che, ancora una volta, come nel caso delle due memorie, tenere insieme i due linguaggi abbia dato un grande rigore e un'enorme visibilità alla sua testimonianza.
È evidente che siamo dinanzi a due linguaggi che camminano insieme. In un'omelia, sant'Agostino diceva alla sua gente: «Cantate, ma camminate». «Cantate», preghiera, canto, ringraziamento a Dio, ma «camminate», prendete una strada, storia. È un'intuizione cristiana. Cantare è qualcosa di bello e gratuito che manifesta la gioia, e camminare è un impegno che ci orienta verso una meta determinata. È contemplare e praticare, gratuità e giustizia, mistica e profezia. Il linguaggio della gratuità dà orizzonte alla giustizia, lo situa al centro dell'amore gratuito di Dio, del Dio amore. Dio non è amore perché ama, ma, piuttosto, ama perché è amore. Non è giusto perché fa giustizia, ma, piuttosto, fa giustizia perché è giusto. A sua volta, il linguaggio della giustizia dà concretezza storica alla gratuità e alla contemplazione, e contribuisce a inserirla nella storia delle persone e dei popoli.
Povertà spirituale e povertà volontaria
La povertà spirituale non è, in primo luogo, il distacco dai beni del mondo. Quest'atteggiamento è l'inevitabile risultato di qualcosa di più profondo e significativo: mettere le nostre vite nelle mani di Dio. Il testo biblico più importante, ma non unico, è: «Beati i poveri in spirito» (Mt 5,3). La povertà spirituale è un'espressione analoga a «infanzia spirituale» e qualifica la condotta del discepolo di Cristo. Sono due metafore – la prima, parte da una situazione sociale; l'altra, dalle età dell'uomo – che, collocate in un'area spirituale, rivelano quello che dovrebbe essere il nostro rapporto con Dio. La povertà spirituale si nutre della volontà di Dio, così com'era per Gesù, secondo il Vangelo di Giovanni.
Non voglio dire che i beni materiali non siano necessari per la vita umana, ma si tratta di stabilire delle priorità, ossia sapere ciò che viene in primo luogo e ciò che viene in secondo luogo. Questo è il vero messaggio del testo evangelico, qualificato, in modo un po' ambiguo, come abbandono alla Provvidenza (cf. Mt 6,25-32); ma, che è, in realtà, una chiamata alla libertà: «La vita non vale più del cibo?», «non vi preoccupate, non lavorate in eccesso». Libertà spirituale che ci mette in grado di cercare, in primo luogo, «il regno di Dio e la sua giustizia» e di capire che tutto il resto ci sarà dato come un di più (cf. Mt 6,33). Si tratta di una condizione indispensabile della povertà spirituale.
Tornerò su questo punto. Ma ricordiamo ora l'altro significato biblico del nostro termine, la «povertà reale» (a volte chiamata «povertà materiale»). È la povertà o l'insignificanza sociale che tanti vivono nel nostro mondo. Essa non si riduce al suo aspetto economico, per quanto importante questo possa essere. La povertà è una realtà complessa, con diverse sfaccettature; perciò, nell'ambito della riflessione teologica che facciamo in America Latina e nei Caraibi, parliamo d'insignificanza sociale nella quale vivono le persone emarginate, i cui diritti più elementari non vengono riconosciuti.
Una persona può essere «insignificante» per diverse ragioni: economiche, è evidente; ma anche per il colore della pelle, perché è donna, perché appartiene a una cultura che la «cultura dominante» considera inferiore, per motivi etnici. Una persona può essere discriminata per vari motivi. La nozione biblica di povero prende in considerazione questa complessità. A questa nozione si stanno adeguando, lentamente, alcuni recenti rapporti sulla povertà nel mondo.
La povertà è, inoltre, una condizione che ha cause umane: strutture sociali e categorie mentali. La solidarietà con i poveri non si limita, per quanto sia necessaria, all'aiuto diretto e immediato al povero; essa deve manifestarsi anche nell'impegno per eliminare le cause della povertà. Questa prospettiva è entrata lentamente nel magistero sociale della chiesa cattolica, e da alcuni decenni fa chiaramente parte di esso.
Come ultimo aspetto, la povertà significa morte prematura e ingiusta. Fino a questo punto bisognerà cogliere la sua immensa gravità e la sfida che essa rappresenta per la dignità umana di ogni persona e per la sua condizione di figlia o figlio di Dio. Romero denunciò questa situazione – che Medellín e Puebla chiamarono «disumana» e «anti-evangelica» –, e questo gli valse l'accusa di favorire il conflitto sociale insito in quella realtà. Però è chiaro che la solidarietà con i poveri implica il rifiuto della condizione in cui vivono e delle sue cause.
Come le memorie e i linguaggi, visti prima, anche la povertà spirituale e l'impegno con la povertà reale nel senso ricordato sono strettamente correlati e, come nei casi visti sopra, non possono essere separati. Dalla povertà spirituale, condizione del discepolo che mette la sua vita al servizio del regno e cerca di fare la volontà di Dio, nasce necessariamente l'atteggiamento di distacco o di libertà dai beni terreni, collocando il cuore nel tesoro che è il messaggio evangelico (cf. Mt 6,21). Inoltre, conduce a «farsi poveri», diceva Romero, a «interessarsi della povertà del nostro popolo, come se fosse la nostra famiglia» (Omelia, 15 luglio 1979).
L'opzione preferenziale per i poveri è uno stile di vita. Il documento di Medellín ha chiarito il significato e la portata della povertà volontaria:
«La povertà, come impegno, si assume volontariamente e per amore alla condizione dei poveri di questo mondo; [...] per testimoniare il male che essa rappresenta e la libertà spirituale dinanzi ai beni» (La povertà nella chiesa, n. 4).
Non è, evidentemente, l'amore per la povertà in situazioni disumane, ma l'amore per il povero che porta il discepolo di Gesù alla povertà volontaria. Così come Cristo, secondo Paolo, assume i peccati dell'umanità per amore verso il peccatore, non verso il peccato. È solidarietà con il povero e rifiuto della povertà come condizione contraria alla volontà di Dio amore. La Bibbia non dice mai che la povertà è una benedizione; i poveri, questi sì, sono benedetti (cf. Lc 6,20), perché il regno di Dio, annunciato da Gesù, chiama alla loro liberazione integrale.
Povertà spirituale e povertà volontaria si uniscono nell'espressione «opzione preferenziale per i poveri». La parola «preferenziale» ha come una delle sue fonti più immediate la frase di Giovanni XXIII: «La chiesa di tutti e particolarmente dei poveri». «Preferenziale» vuol ricordare che Dio ama tutti gli uomini, ma al primo posto nel suo amore stanno i dimenticati e gli oppressi, i poveri.
Universalità e preferenza sono presenti nel messaggio cristiano. L'espressione «opzione preferenziale» è nuova, ma il contenuto è molto antico; basta aprire la Bibbia per trovarlo.
Karl Barth, assiduo lettore della Scrittura, diceva con convinzione: «Dio prende sempre partito per i poveri e contro i ricchi».
Ciò che è preferenziale, non è, per definizione, esclusivo. Preferenza e universalità sono in tensione, ma non in contraddizione. Neppure la preghiera e l'azione si contraddicono, ma si trovano in tensione. L'opzione preferenziale dice che «i poveri sono i primi». Si può dire anche «prioritario», «privilegiato». Sono espressioni simili. Ciò che conta è non perdere di vista né l'universalità dell'amore di Dio né che i più deboli e insignificanti sono i primi. Vivere queste due povertà esige una conversione. Il testo di Puebla sull'«opzione preferenziale per i poveri» cita la parola «conversione» per sei volte. Ogni cristiano e la chiesa intera devono convertirsi.
Prima di passare alla conclusione voglio ricordare una frase di monsignor Romero:
«È inconcepibile che qualcuno si dica cristiano e non assuma, come Cristo, l'opzione preferenziale per i poveri» (Omelia, 9 settembre 1979).
Senza dubbio la sua testimonianza è un motivo importante perché la conferenza di Aparecida affermi solennemente che «l'opzione preferenziale per i poveri è una delle caratteristiche che contraddistinguono la fisionomia della chiesa dell'America Latina e dei Caraibi» (n. 391).
Conclusione
Una chiesa dei poveri è una chiesa che adotta la prassi di Gesù, che fa memoria di lui nell'eucaristia e nel servizio, che la comunica attraverso i linguaggi della gratuità e della giustizia, della profezia e della mistica, e che vive la povertà spirituale e l'impegno per i poveri. Queste sono condizioni fondamentali affinché sia autentica la testimonianza che diamo dell'annuncio del regno.
Romero visse un momento crudele della storia del suo paese: «Mi tocca andare in giro a raccogliere cadaveri», diceva (Omelia, 19 giugno 1977). Tuttavia, nonostante questo, è stato un testimone della speranza. Affermava con molta decisione:
Vi è noto qual è il linguaggio della mia predicazione, un linguaggio che vuole seminare speranza; che denuncia sì, le ingiustizie della terra e gli abusi del potere, ma senza odio, con amore, chiamando tutti alla conversione (Omelia, 6 novembre 1977).
Una predicazione fedele al Vangelo chiama sempre alla conversione.
La speranza è un dono, ma non c'è grazia che non implichi una missione da compiere; essa non è data solo per noi, e proprio per questo deve essere comunicata. La speranza non è fatta per creare illusioni, né si trasmette con una semplice pacca sulla spalla. Non significa neppure attendere passivamente.
La teologia è un'ermeneutica della speranza; è scrutare la storia alla luce della fede e intravedere i possibili percorsi per costruire un mondo fraterno e giusto che risponda ai valori del regno. I motivi di speranza possono essere nella loro fase iniziale e ancora deboli, ma non si deve «spegnere uno stoppino dalla fiamma smorta, né spezzare una canna incrinata» (c£
Is 42,3). Consapevole della situazione della sua gente, Romero s'impegnò a suscitare la speranza dei più poveri e indifesi.
Per far sì che la testimonianza di Romero c'interpelli è necessario che non guardiamo al suo tempo come a un momento eccezionale, che ormai «è passato». L'eccezionalità sta nel modo in cui Romero ha affrontato il suo tempo, con una coerenza evangelica che continua a sfidare ognuno di noi. Non mettiamo Romero, perciò, dentro una sorta di bolla che lo neutralizzi e lo sottragga alla storia.
Forse, per caso, l'emarginazione, i maltrattamenti ai poveri e agli «insignificanti» per motivi economici, culturali, di genere, di razza... la violazione dei loro diritti più elementari sono finiti? È necessario, naturalmente, affrontare questi problemi nelle attuali circostanze, ma per questo l'attenzione ai fatti storici e al Vangelo, che motivarono a suo tempo Romero, continuano a essere un paradigma di comportamento valido ancora oggi.
Come con il Cristo, non si dovrà cercare monsignor Romero tra i morti, ma tra i vivi. Un bel libro su di lui, fatto da un amico che ha lavorato molto sui testi di Romero, porta nell'ultima pagina una sua foto con questa didascalia: «È vivo». Così è. È vivo.
(Maria Clara Bingemer, a cura di, OSCAR ROMERO. Martire della liberazione, Ed. Messaggero 2015 - pp. 220 - E 22,00, qui pp. 48-64)
INDICE

Prefazione
Nel 30° anniversario del martirio di san Romero
PEDRO CASALDÀLIGA
La chiesa che nasce dalla Pasqua. La sequela di Gesù e l'opzione per i poveri
XAVIER ALEGRE
Vicino ai poveri, vicini a Dio
GUSTAVO GUTIÉRREZ
La fede: un altro sguardo per leggere la storia. Monsignor Romero: una chiave di lettura testimoniale
MARIA CLARA BINGEMER
Fede e politica. Problema di metodo teologico
JOSÉ COMBLIN
Il cuore del Vangelo ai margini del mondo. La spiritualità del martirio per un altro mondo possibile
LUIZ CARLOS SUSIN
Monsignor Romero: conversione e speranza. «Un'altra chiesa è necessaria, un'altra chiesa è possibile»
JON SOBRINO
Ministero episcopale: il servizio ai più poveri
ALVARO RAMAZZINI IMERI
Anche delle Edizioni MESSAGGERO
Antonio Agnelli
OSCARO ROMERO, PROFETA DI DIO
pp. 96 - E 9,00

Una raccolta delle omelie e lettere pastorali più significative di Oscar Romero, il vescovo divenuto simbolo della assoluta dedizione a Dio e agli ultimi. Papa Francesco, nell’intervista di ritorno dal viaggio in Corea del Sud (agosto 2014), lo ha definito un vero «uomo di Dio». Di fatto egli comprese che la parola del Vangelo non poteva rimanere chiusa nelle chiese, ma doveva entrare nelle periferie martoriate di El Salvador e attraverso la sua umile persona far riscoprire l’amore di Cristo per i poveri. Spese la sua vita per vivificare la speranza invitando tutti alla conversione per costruire il regno di Dio nella giustizia e fraternità autentica.

