La fisionomia della
pastorale giovanile
attuale
Giuseppe Carlo Cassaro
La chiave antropologica
Ripercorrere la storia dalla seconda metà del secolo scorso ad oggi, ha consentito di ricostruire lo sviluppo della Pastorale Giovanile, che ha condotto quest'ultima ad assumere una fisionomia matura e ben definita negli ultimi due decenni. Le scelte pastorali dei Vescovi italiani sono state determinanti in questo processo, che viene ancora oggi orientato in maniera salda da quelle opzioni. Si può ben dire che questi orientamenti affondano le loro radici in una ben precisa visione dell'uomo alla luce del Vangelo di Cristo, una concezione antropologica che è maturata di pari passo con la crescita dell'esigenza di una Pastorale Giovanile strutturata e organica.
Indicare quella attuale come una pastorale in chiave antropologica ha i suoi rischi, per l'abuso che il termine "antropologico" ha subito. In verità ci sembra l'espressione più adatta: l'aggettivo non richiama una semplice attenzione al mondo dell'umano, con le sue dinamiche proprie e le sue leggi di significato e sviluppo, e con l'universo di pensiero legato alle scienze umane che lo studiano. La scelta antropologica della Pastorale Giovanile italiana ci sembra molto più profonda, e nasce da una visione dell'uomo nella sua ricchezza di creatura rivestita di una dignità singolare, pur nella consapevolezza della sua fragilità legata al peccato: questa dignità riceve significato dalla vocazione divina che il Vangelo proclama lungo la storia, e si sviluppa nella costruzione del Regno nel momento presente, con lo sguardo lanciato verso l'eternità.Queste precisazioni ci sembrano sufficienti ad evitare fraintendimenti: dietro gli Orientamenti Pastorali della Chiesa italiana non sta una banale presa di coscienza della situazione attuale con qualche decisione che incide a livello di prassi, ma si riconosce una riflessione attenta nel seminare nell'attuale contesto culturale ed ecclesiale il Vangelo di Cristo. Si tratta di un'autentica riflessione teologica, che giunge a determinare un ben preciso modello antropologico alla congiunzione tra la Rivelazione e la realtà umana com'è storicamente determinata nel presente.
In quest'ultima intuizione ci sembra di riconoscere un tratto dell' antropologia che il Concilio Vaticano II ha elaborato nella Costituzione pastorale Gaudium et spes. In quel documento conciliare abbiamo il superamento decisivo della distinzione tra sfera naturale e dono soprannaturale, fra realtà storica mondana e destinazione eterna dell'uomo. Ciò è stato possibile a partire dall'atteggiamento di sincero ascolto con cui il Concilio si è avvicinato all'uomo del nostro tempo,[1] e ancora di più nella definizione della vocazione divina come chiave che consente di abbracciare tutto l'uomo, riconoscendo la sua bellezza originaria anche nei tratti sfigurati dal peccato, valorizzando la sua apertura alla luce che viene dall'alto e può trasformare la sua vita, aprendo spazi di redenzione che conducono alla realizzazione piena delle sua aspirazioni.[2] «Grazie alla persona di Gesù, dunque, lo sguardo sul divino e sull'umano non possono più essere intesi come divergenti. Dio e l'uomo possono essere conosciuti solo insieme. La rivelazione sussiste proprio come ciò che indirizzandosi all'uomo e coinvolgendolo lo plasma radicalmente: non dal di fuori, come ciò che sopraggiunge a una libertà già compiuta in se stessa (prospettiva del duplex ordo), ma dal di dentro, come ciò che, pur eccedendo totalmente l'uomo, ne è il fondamento e l'inveramento (prospettiva della creazione in Cristo)».[3]
Dunque non si può più parlare di due spazi esistenziali della storia umana, quello naturale e quello della fede, ma con l'economia di salvezza che deriva dall'Incarnazione si deve parlare di unità dell'uomo in Cristo. È questo il fondamento di un'evangelizzazione che non conosce divaricazione tra insegnamento e animazione nella Pastorale Giovanile, che ricerca e trova l'uomo nella sua collocazione storica aiutandolo a leggere il senso e l'appello della sua vita nella chiave del Verbo incarnato.
Il pensiero dei Vescovi italiani ha assunto questa direzione cristologica imboccata dal Vaticano II nella definizione dell'uomo, e lo ha elaborato in maniera originale in una serie di elementi che si ripetono con ritmo armonico in tutti i documenti esaminati.[4] Cerchiamo ora di riassumerne i capisaldi.
Gli assi portanti
L'obiettivo formativo che emerge dalle scelte della Chiesa italiana mira decisamente alla costituzione di un'identità umana e cristiana forte, matura, ben definita, che orienti le scelte di vita secondo il Vangelo, dia energia all'azione che si declina nel servizio concreto ai fratelli, e nell'annuncio di ciò che il giovane ha ricevuto e che a sua volta deve consegnare agli altri.
L'identità cristiana si sviluppa a partire dall'identità umana, che ne costituisce il germe originario, dove Dio Creatore ha posto le potenzialità, le risorse, i doni che definiscono la vita e la storia di ciascuno in una dimensione vocazionale, aperta allo sviluppo sotto l'azione performativa del Vangelo, e in dinamica relazione con gli altri. Ogni uomo ha quindi in sé tutto ciò che gli è necessario per sviluppare un'esistenza pienamente realizzata e al tempo stesso capace di rispondere alla vocazione divina, sotto l'azione congiunta della grazia che viene dall'alto, della collaborazione orizzontale di una comunità ecclesiale che annuncia, propone esempi, inviata a condividere esperienze di fede e carità, sostiene le inconsistenze e le fragilità, e infine della risposta aperta e cordiale della persona stessa.
La formazione matura dell'identità umana e cristiana è un obiettivo realistico perché reale è la possibilità dell'uomo di svilupparsi verso la piena maturità del modello che è il Figlio di Dio incarnato. Dio in effetti non guarda dall'alto un'umanità perduta, o che semplicemente si dibatte nei solchi della storia, ma scende per condividere con l'uomo lo stesso percorso di crescita, offrendogli la sua potenza sanante che apra prospettive di riscatto autentico. Diventare discepoli è dunque possibile perché lo Spirito genera un'umanità rinnovata a somiglianza di Cristo.
Il modello di questa identità è dunque Cristo stesso, a cui non bisogna guardare come semplice esempio, ma che deve essere accolto nella storia personale inserita nella vita della Chiesa. L'incontro con il Signore Gesù fa scoprire la bellezza del progetto antropologico cristiano, e rende possibile la trasformazione della vita attraverso il suo tocco sanante. L'assiduità con il Signore, e l'ascolto fedele e fattivo della sua Parola, sono germi di rinnovamento della vita personale ed energia per la comunità cristiana impegnata nell'annuncio del Vangelo e nella collaborazione con il Figlio di Dio, a servizio dell'uomo del nostro tempo. Il criterio dell'Incarnazione declina l'orientamento del modello nella logica della condivisione: quella comunione che il Figlio di Dio incarnato ha scelto di vivere con gli uomini è altresì la via per realizzare ogni vita umana, nella relazione con Dio e con i fratelli.
La responsabilità personale è il passaggio che dalla proposta dell'identità consente di accedere al processo formativo. L'appello alla responsabilità è determinante affinché la persona decida di accedere all'avventura della maturazione cristiana: si tratta di una risposta che dà inizio a quel coinvolgimento personale di cui il giovane è capace, e che attende solo le stimolazioni giuste per risvegliarsi. A sua volta la responsabilità rimanda nuovamente all'identità cristiana da formare, in quanto ne supporta la profondità, costruendola attraverso le scelte concrete della vita, richiamandola alla fedeltà al cammino di crescita, svelando che i doni personali non sono un deposito da sfruttare nella logica del capriccio, ma una caparra da far fruttificare per un'armonica maturazione della persona e per il servizio dei fratelli.
Il processo formativo è costituito da proposte di fede essenziali e forti, che coinvolgono il giovane muovendo da una parte la sua adesione al progetto di vita cristiano, e dall'altra la sua volontà di servizio: si tratta in tal modo di una proposta che evangelizza l'intera esperienza dei giovani. La formazione non è una semplice comunicazione oggettiva di dati (fede concettuale), ma nemmeno si riduce alla proposta generica di uno stile di vita: i contenuti della fede sono presentati con chiarezza ed esplicitamente, ma in modo che parlino significativamente alla vita dei giovani, innescando un processo di adesione esperienziale, che sbocca naturalmente nella scelta per una vita ispirata dal Vangelo e per un servizio concreto all'uomo, all'interno della comunità ecclesiale.
Garanzia del buon funzionamento di questo processo sono le sue stesse dinamiche interne, che si strutturano attorno a:
1) un annuncio schietto e integrale del Vangelo;
2) lo sviluppo ed il consolidamento di una relazionalità che innanzitutto lega a Cristo, scoperto e amato come presenza di Dio nella storia personale, e lega anche alla comunità che annuncia;
3) l'esperienza vitale, che è la via attraverso cui passa il riconoscimento della significatività dell'annuncio per la persona a cui esso è destinato.
I luoghi, gli strumenti, e i metodi principali della formazione possono essere così indicati:
1) la comunità ecclesiale, come spazio in cui si incontrano le istanze dell'uomo e la proposta di Dio, luogo di relazioni umane e soprannaturali, occasione di confronto e scambio nel dono della fede data e ricevuta attraverso la mediazione degli annunciatori;
2) all'interno della comunità il gruppo e l'associazionismo, il cui funzionamento è ormai definitivamente aperto a tutte le dinamiche educative, contenutistiche ed esperienziali;
3) la direzione spirituale, come punto profondo della formazione personale, dove il giovane, attraverso l'accompagnamento di una persona solidamente costruita nella propria fede e opportunamente preparata a tale servizio, scopre se stesso e il proprio progetto, ed incontra Dio e la sua proposta di vita;
4) la formazione solida per tutti i formatori e animatori delle realtà giovanili, dal punto di vista pedagogico, culturale e spirituale;
5) la gradualità della proposta formativa, adattata all'età e alla capacità di ciascuno;
6) la progettazione della formazione su due registri fondamentali, che interagiscono tra loro creando un itinerario formativo unitario: il registro della vita ordinaria, intessuta di esperienze di preghiera e servizio, di catechesi, di riflessione; e quello delle occasioni straordinarie.
Un tentativo di sintesi teologica
Possiamo concludere che la Chiesa italiana ha raggiunto una sintesi organica nella prospettiva di un'antropologia ottimistica fondata sulla possibilità positiva della risposta dell'uomo alla vocazione divina, e su questa struttura il suo annuncio coraggioso della fede alle giovani generazioni. Potremmo affermare che in questo quadro teologico sono confluiti gli elementi portanti dei due modelli pastorali che si erano affermati nella seconda metà del XX secolo, ossia quello pre-conciliare, che R.Tonelli aveva definito "storico-oggettivo", basato sulla proposta di un dono di salvezza da accogliere e integrare contenutisticamente ed eticamente nella vita, e quello post-conciliare "esistenziale", incentrato essenzialmente sul tentativo di far nascere l'esperienza di fede dalla vita quotidiana:[5] i due modelli sono stati raccolti in una forma integrata, in cui da una parte la Chiesa non rinuncia alla dimensione obiettiva e veritativa della fede, e dall'altra riconosce come irrinunciabile lo sforzo di assumere significativamente questo primo aspetto nell'esistenza della persona e nella sua esperienza di fede.
Senza forzare i dati teologici che definiscono oggi l'orientamento della Pastorale Giovanile in Italia al culmine dello sviluppo storico che abbiamo analizzato, si può tentare, forse, una sorta di sintesi trasversale. Non possiamo non rilevare, infatti, come l'intero paradigma di una pastorale in chiave antropologica appena delineato si possa sinteticamente riassumere attorno a tre capisaldi in relazione dinamica tra loro: Gesù Cristo, la persona umana, la comunità ecclesiale.
In effetti tutto parte dal Signore Gesù e ritorna e Lui, Figlio di Dio Incarnato, in cui viene svelato il mistero dell'uomo e il volto del Padre, ed in cui il progetto dell'uomo può ripartire dopo lo scacco provocato dal peccato. «Non c'è per noi un modo diverso di guardare alla persona umana fuori del modello che per noi rappresenta Cristo e della luce con cui la sua presenza permette di comprenderla; e questo perché la consistenza umana nella sua dimensione creaturale è già cristica, così come non è la nominazione a definire la relazione a Cristo della persona umana, ma la sua costituzione originaria. [...] Noi credenti dovremmo diventare sempre più i convinti conoscitori, sostenitori e propugnatori di quell'umanesimo integrale e trascendente che trova in Cristo l'origine e il compimento».[6]
Il riferimento a Cristo come modello di umanità è dunque la fonte feconda di un autentico umanesimo integrale, capace di assumere tutto il valore della creatura e di riproporlo nella declinazione del progetto di Dio. Si tratta di una proposta esigente, ma al tempo stesso affascinante, e per questo può avere tanta presa nei giovani, perché risponde al loro desiderio di autenticità e di profondità. È vero tuttavia che a causa delle tante voci alternative che attraggono l'attenzione delle giovani generazioni, distogliendole dal progetto di Dio e offrendo dei surrogati, una larga fetta di esse rimane fuori da questo ideale di uomo, ma il valore della proposta rimane. La sconfitta non è allora del modello, ma di un'umanità che si rende impermeabile all'annuncio del Vangelo (cfr. Gv 15,20).
Il secondo caposaldo, la persona umana, è al cuore della missione del Figlio di Dio Incarnato, in quanto destinataria del suo dono d'amore, che le rende dignità, e fonda la vocazione alla comunione con Dio e con i fratelli. La persona si realizza e si appropria di se stessa attraverso un percorso di crescita, che potrebbe svolgersi in modo spontaneo, ma che, a causa della fragilità di fondo insita nel peccato dell'uomo, richiede un apporto attivo da parte della grazia e una risposta positiva da parte della volontà umana. «La formazione cristiana [...] non si compie in una condizione separata rispetto alla crescita umana integrale, ma si propone dentro questa crescita addirittura come forma unicamente adeguata per il raggiungimento della sua piena realizzazione».[7]
Ogni forma di individualismo che separa l'uomo dal mondo, dai suoi simili, da sé, è una negazione del suo stesso essere, che ripulsa alla vita dell'uomo. Perciò questa dimensione relazionale fondamentale trova il suo naturale completamento nell'apertura all'orizzonte di Dio che trascende l'esistenza terrena dell'essere umano. «Contrariamente a larga parte del pensiero, che ha preteso in vari modi di asserire che solo espellendo Dio l'uomo può affermare se stesso, proprio l'affermazione di Dio si ripropone come la condizione per la vera affermazione dell'uomo, della sua autonomia e della sua libertà, in sintesi, della sua dignità»,[8] e attraverso l'incontro con Dio la persona si scopre destinata ad un'altezza inimmaginabile e indeducibile dalla sua esperienza storica.
Nella relazione si dispiega tutta la ricchezza della persona, e nell'incontro si invera il suo potenziale di vita che nelle opere concrete di servizio e dedizione prende il nome della carità. Queste dinamiche trovano il loro spazio naturale nella comunità ecclesiale, luogo della maturazione della persona attraverso il confronto con i fratelli e dell'incontro con Dio nel Signore Gesù. Per questo, a buon diritto, la comunità dei credenti è uno dei riferimento teologici della Pastorale Giovanile, e da ciò consegue innanzitutto che è fondamentale la costituzione di relazioni umane intraecclesiali sane, stimolanti, aperte al dialogo, che fanno maturare, aiutano ad assumere un atteggiamento di responsabilità verso i fratelli e la vita. La Pastorale Giovanile inoltre si iscriverà in modo naturale nella pastorale della Chiesa locale, allacciandosi ad ogni suo settore in relazione dinamica, in dialogo con tutti gli operatori pastorali, nel quadro complessivo di una progettazione organica.[9]
Se esiste una possibilità di progettare un efficace futuro della nostra pastorale, esso passerà certamente da questa triplice via, in cui non va perduto nulla di ciò che è autenticamente umano e dove troviamo tutta la vitalità del dono soprannaturale.
Una bussola teologica per il cammino che rimane da fare
Mons. Betori a bilancio della Pastorale Giovanile in Italia scriveva, nel 2003: «[...] tutti i documenti citati [i documenti della CEI che orientano la Pastorale Giovanile nel decennio tra gli anni '90 e il 2003] guardano in avanti, verso una Pastorale Giovanile che è in (larga) parte da inventare, da migliorare, da sperimentare... I riferimenti a nuove piste di azione, a nuovi ambienti da raggiungere, a nuove attenzioni da avere, a nuovi linguaggi da parlare, a nuove figure educative da formare... trasmettono la precisa sensazione di "lavori in corso". Impressione positiva, dal punto di vista della creatività e della forza propulsiva; impressione in parte anche inquietante, quasi che non si sia ancora trovato il classico bandolo di una matassa abbastanza confusa. Perciò, penso sia legittimo ed interessante chiedersi, quasi a bilancio di questo decennale cammino, se i documenti CEI abbiano indicato una direzione ancora valida e se non sia necessaria un'ulteriore ricerca».[10] Ci sia permesso, con l'esperienza di questi ultimi dieci anni, di confermare l'impressione che l'orientamento è ben definito e sufficientemente solido.
Tuttavia un approfondimento apprezzabile potrebbe essere apportato al criterio dell'Incarnazione in merito al rapporto tra la fede cristiana e la cultura contemporanea: questo potrebbe essere uno dei compiti che ci attende nel prossimo futuro, se il linguaggio ecclesiale desidera ancora essere significativo per i giovani del tempo presente.
L'Incarnazione è in effetti un fatto puntuale, e al tempo stesso un evento che investe tutta la storia, nella sua dimensione temporale e nella sua realizzazione attraverso le civiltà dell'uomo in cui penetra. A tal proposito è ancora pienamente attuale l'intuizione di Chenu, che affermava: «[...] l'Incarnazione di Dio, di cui essa [la Cristianità nuova] è ad un tempo il segno e il mistero, non si è realizzata una volta per tutte in un angolo della Giudea; essa dura sempre, vale sempre, vale ovunque, e tutto ciò che al suo potere sfuggisse nell'uomo, e, attraverso l'uomo, in questo mondo disteso e magnifico, ricadrebbe nella sua miseria: la redenzione del mondo sarebbe pertanto mancata».[11]
L'Incarnazione è quindi un modo per leggere l'intera storia della salvezza, e per descrivere il funzionamento dinamico della comunità ecclesiale che si sviluppa lungo la storia. Si può dunque parlare di Incarnazione come criterio permanente per descrivere il modo in cui Dio agisce nella storia, comunica se stesso, dona la grazia, opera nel cuore degli uomini secondo le coordinate umane storico-culturali in cui essi si trovano.[12] La logica e i valori contenuti in questa dimensione umana così determinata sono assunti e trasfigurati nella logica di Dio e del suo modo di avvicinarsi alla creazione e all'umanità, e pertanto sono inverati nel suo tocco, che fa traboccare la creazione nella redenzione. Infatti per avvicinarsi alla creazione e all'umanità Dio non è costretto a muoversi di un passo, visto che le abita da sempre, ma questo suo abitare nella storia rende quest'ultima storia di salvezza, capace di germogliare in dimensione divina nella misura in cui l'uomo non pone ostacolo allo sviluppo dell'Incarnazione dentro la storia, e gli si offra come luogo e strumento di germinazione.
«In verità, la Buona Novella dell'Incarnazione non solamente coincide con i valori dell'uomo, individuale e collettivo, ma essa li incontra in una omogeneità segreta e tenace, la stessa in cui i grandi beni dell'uomo sono alla lettera implicati nel tessuto evangelico».[13] Il lievito del Vangelo fermenta dunque la pasta dell'umanità dal suo interno, in modo naturale, e non come un corpo estraneo che cancella la realtà precedente per sostituirle un nuovo ordine soprannaturale.
«Ecco ora il fatto cristiano. Dio si è fatto uomo, e, a partire da questa Incarnazione, l'uomo vive divinamente. Mistero ineffabile e sconcertante; non una teoria, una spiegazione del mondo o una aspirazione dell'uomo: un fatto in cui la storia del mondo trova il suo centro».[14] Dio nutre il desiderio di vivere con l'uomo, di intrattenersi in intimità con lui (cfr. Gen 3,8): questo desiderio trova realizzazione fin dal progetto eterno nell'Incarnazione del Figlio, nel quale Dio viene ad abitare nella creazione, al cuore di essa, nella nuova umanità. Questo fatto rende ragione del senso del tutto, spiega perché esiste il mondo e perché esiste in questo modo; e toglie il velo dal mistero dell'uomo, che non è più un semplice enigma biologico, ma una persona chiamata a realizzarsi nella relazione di amore, innanzitutto con il Creatore, e quindi con i fratelli e l'intero universo creato.
Esiste in definitiva una pluralità dei modi di evangelizzazione non solo per esigenza pratica di adattamento ai tanti contesti culturali in cui si sviluppa e opera la Chiesa, ma come germinazione naturale che nasce dall'incontro del Vangelo con le culture dell'uomo: quando il Vangelo incontra l'uomo dà vita ad una incarnazione storica della Parola eterna, che è significativa per l'uomo di quelle coordinate storico-culturali.[15] Analogamente si può affermare che il principio dell'Incarnazione determina una Pastorale Giovanile sempre nuova, che entra in dialogo con i giovani di quel contesto: per questo è un controsenso pensare di raggiungere un modello di Pastorale Giovanile che valga per ogni luogo e ogni tempo. Essa, come tutta la pastorale, è in continua verifica e ripensamento, sotto la luce del Vangelo, ed in questo sta tutta la sua bellezza e la sua carica di giovinezza, che traduce in altri termini la giovinezza stessa del Vangelo di Cristo, sempre uguale a se stesso, e sempre nuovo.
Il progetto di Dio apre così lo spazio ai progetti degli uomini: l'Incarnazione porta a compimento il piano creativo-redentivo che implica una collaborazione attiva, un protagonismo creativo da parte dell'uomo. Le logiche da accantonare non sono quelle "umane" tout court, ma quelle logiche mondane che l'uomo assume facendosi portavoce di un piano satanico che vorrebbe sovvertire il progetto di Dio, deturpando l'identità autenticamente umana, e rifiutando la signoria del Signore Gesù sulla storia umana (cfr. Gv 1,10-11).[16]
(La Pastorale Giovanile dal Concilio a oggi. Uno sguardo teologico sugli Orientamenti della Chiesa italiana, Elledici 2013, pp. 75-86)
NOTE
I CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes. Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 7 dicembre 1965, 1-11
2 Ibidem, 22.
3 A. Bozzolo, Sull'idea di evangelizzazione, in A. BOZZOLO - R. CARELLI (edd.), Evangelizzazione e educazione, "Nuova Biblioteca di Scienze Religiose" 32, LAS, Roma 2011, 343-344.
4 Cfr. G. BETORI, Dieci anni di cammino della Chiesa italiana con i giovani, 15-17.
5 Cfr. R. TONELLI, Pastorale Giovanile, voce in Dizionario di pastorale giovanile, Elledici 1989, 670-671.
6 M. CROCIATA, Prefazione, in P. TRIANI, Educare, impegno di tutti. Per rileggere insieme gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana 2010-2012, "Educare oggi" [s.n.], Roma 2010, 11-12.
7 Ibidem, 11.
8 Ibidem, 10.
9 Cfr. G. RUTA, Progettare la pastorale giovanile oggi, Elledici 2002, 32-33.
10 G. BETORI, Dieci anni di cammino della Chiesa italiana con i giovani, 17.
11 M.-D.CHENU , La Parole de Dieu. L'Évangile dans le temps, "Cogitatio Fidei" 11, Cerf, Paris 1964, 89.
12 Cfr. C. GEFFRÉ, Teologia dell'Incarnazione e teologia dei Segni dei tempi nell'opera del Padre M.-D. Chenu, in D. MIETH - E. SCHILLEBEECKX - H. SNIJDEWIND (edd.), Cammino e visione. Universalità e regionalità della teologia del XX secolo, "Biblioteca di Teologia Contemporanea" 88, Queriniana, Brescia 1996, 38-43.
13 M.-D. CHENU, La Parole de Dieu, 643.
14 Ibidem, 91.
15 Cfr. P. GRACH, La nuova evangelizzazione. L'emergere di una categoria pastorale, in A. BOZZOLO - R. CARELLI (edd.), Evangelizzazione e educazione, "Nuova Biblioteca di Scienze Religiose" 32, LAS, Roma 2011, 66-67; L. Sartori, Un solo vangelo, molte vie di evangelizzazione, in "Credere Oggi" 67 (1992) 59-70.
16 Cfr. G. RUTA, Progettare la pastorale giovanile oggi, 27-28.















































