La proposta di fede
alle nuove generazioni:
obiettivi e
strategie formative
Antonio Napolioni
Sul tema dato, ci si chiede non tanto di scandire dimensioni e contenuti, che facilmente si possono desumere anche dalla successione dei contributi precedenti, bensì di discutere e ipotizzare il modello formativo oggi più idoneo a trasmettere la fede alle nuove generazioni, specificamente ai fanciulli e ai preadolescenti.
Parliamo ancora di corso di catechismo, viaggiando in pedissequa sovrapposizione alle vicende della scuola?
Ci muoviamo essenzialmente sul piano della socializzazione religiosa, negli spazi della vita ecclesiale, tra oratorio e liturgia domenicale?
Ribadiamo il nesso quasi esclusivo tra catechesi e preparazione ai sacramenti?
Adottiamo il linguaggio e l’esperienza del gruppo, mutuandone le intuizioni e la storia dal mondo associativo, quasi anticipando la pastorale giovanile?
E se trovassimo il modo di dire e fare correttamente l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi?
Non è certo compito facile prefigurare formule risolutive di una complessità, che è sempre falso ridurre ad unum. Stare nella vicenda pastorale oggi impone, piuttosto, l’avventura del costante discernimento comunitario, al quale offriamo dunque le affermazioni e le proposte che seguono.
Raccoglieremo le acquisizioni condivise, nel leggere “kairologicamente” luci e ombre dell’attuale momento della pastorale catechistica, per poi disegnare uno scenario capace di aggiornare la proposta di fede ai “piccoli” della comunità cristiana.
1. Acquisizioni condivise, intorno alle emergenze della pastorale catechistica attuale
1.1. Fattori di sfondo culturale ed ecclesiale
Nonostante la relativa euforia post-Giubileo, non si può non riconoscere che viviamo un tempo di frammentazione culturale ed anche pastorale. Urge far emergere una spiritualità di comunione che faccia da “principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano”[1]. Ripensiamo l’iniziazione cristiana e la catechesi dei fanciulli sapendo che il tessuto comunitario non è più quello di cristianità, sfaldato da profonde trasformazioni storiche. Oggi, “il modello a cui dobbiamo fare riferimento è una comunità cristiana in seno ad una società composta di varie comunità che convivono tra loro, come è avvenuto al tempo in cui è sorto il catecumenato”[2].
Si aggrava per tanti motivi la crisi della relazione tra le generazioni, fino agli esiti conclamati della “scomparsa dell’infanzia”, e di connesse forme di adultizzazione precoce ed infantilismo di ritorno. Con la crisi dei processi di trasmissione del patrimonio culturale ai giovani si giunge anche alla crisi dei percorsi che dovrebbero condurre alla formazione dell’identità personale[3]. Alle prese con tale continuo cambiamento, ci si interroga su come formare figure adulte di cristiani capaci di donare vita e di educare alla fede le nuove generazioni.
Operando in contesti sociali e pastorali in cui ogni giorno è chiamata in causa e messa alla prova la relazione interpersonale, si constata una grave emergenza educativa, specie in ordine all’integrazione della personalità, oggi particolarmente esposta sul versante emotivo-affettivo, e spesso carenziata quanto alla stessa costruzione dell’identità. Rispetto alle premesse psicopedagogiche che hanno illuminato nel recente passato tanta riflessione e prassi di catechesi, è necessario verificarne oggi l’organicità e l’efficacia, magari per riscoprire maggiormente l’influsso dell’inconscio e l’urgenza di approcci più accurati e rispettosi della complessità del vissuto individuale[4].
Nell’attuale trapasso culturale e linguistico, siamo invitati a non diffidare della tecnologia e delle sue applicazioni, ma ad entrare nei nuovi linguaggi “audiovisivi”[5], con una comunicazione catechistica globale e “in stereo”: alfabetica e di modulazione, di amicizia e di spirito, veritativa ed esperienziale. Recentemente, aumentano gli inviti a valorizzare le vie dell’estetica, del simbolico e del ludico, dell’ecologico e dell’artistico.
La scristianizzazione che, per varie ragioni, cresce nel nostro ambiente fa aumentare il numero delle situazioni familiari in cui bambini e ragazzi, non battezzati all’indomani della nascita, si accostano più tardi all’iniziazione cristiana. Il cap.V del RICA prevedeva già questa tipologia, che ora impone alle Chiese di attrezzarsi concretamente.
Tra le molteplici valutazioni pastorali che ultimamente sono emerse in materia, ricordiamo che, per la Commissione presbiterale lombarda, si può anche “interpretare la fine della società cristiana in senso positivo, come possibile ‘segno dei tempi’, sfida e opportunità che Dio ci affida”[6]. Lo stesso convegno ecclesiale di Palermo, d’altronde, ha avviato la Chiesa italiana sulle vie di una pastorale di missione permanente, di cui proprio le nuove attenzioni ad adulti e bambini non battezzati, o ai tanti tipi di “ricomincianti”, sono una concretizzazione.
1.2. La prassi di pastorale catechistica: passaggi critici e punti di non ritorno
L’annosa ed evidente crisi del post-Cresima denuncia l’esigenza di ripensare complessivamente l’iniziazione cristiana di fanciulli e ragazzi, anche impostando un nuovo raccordo con la pastorale giovanile[7]. Sullo sfondo degli orientamenti che stanno venendo dalla Chiesa italiana, come trasformare la Cresima da “sacramento dell’addio” a “sacramento dell’avvio”? È possibile riaprire in termini non solo accademici la discussione sull’età della Confermazione? G.Morante, ad esempio, denuncia l’ambivalenza della situazione attuale, suggerendo di ottimizzarla attraverso una catechesi più evangelizzatrice, una maggiore conoscenza e aderenza alla realtà dei preadolescenti di oggi, che si traducano in servizio educativo personalizzato, permanente, attraverso una vita di gruppo significativa, col coinvolgimento della famiglia e rinnovando le forme della traditio fidei[8].
Non basta questa complessiva esortazione, quando gli effetti dell’ambiguità sono assai più devastanti a livello della stessa comprensione della Cresima. P.Caspani bene rimarca tali deformazioni: l’attuale collocazione della Confermazione finisce col farla intendere come il dono di un “di più di Spirito Santo”, appiattendone gli effetti quasi alla sola testimonianza (cfr. il titolo stesso del terzo volume del catechismo CEI per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi), oppure la si presenta insistentemente come sacramento della maturità[9], che invece si consegue grazie a tutta l’iniziazione cristiana culminante nell’eucaristia e sviluppata nella mistagogia; infine, il senso della confermazione non può essere neppure la sola ratifica personale della fede battesimale, in quanto ciò neppure sussisterebbe nel caso dell’iniziazione cristiana di un adulto. Non è, dunque, la confermazione che deve essere usata per offrire momenti forti in cui adolescenti e giovani possano professare la loro fede.
Alcune parole d’ordine appaiono abusate nella teoria e in affanno nella prassi: “progetto educativo-pastorale”, “itinerari differenziati”[10], forse perché non sono state adeguatamente supportate da un’adeguata formazione degli operatori (a cominciare dai parroci), dal necessario confronto con tutti i soggetti e le agenzie da coinvolgere nel territorio.
Sia i documenti che l’esperienza affermano l’esigenza di valorizzare tutti i luoghi educativi: famiglia, scuola, gruppo, liturgia domenicale, tempo libero, vita di carità, ecc.; si tratta ora di concretizzarla in modelli praticabili, con un particolare sguardo verso le forme vecchie e nuove di catechesi familiare, della cui fortuna in alcuni paesi dell’America latina non si è riusciti a fare pienamente tesoro anche in Italia. Comunque, occorre sostenere i genitori nel loro ineludibile compito educativo: dar loro fiducia e coraggio, perché la famiglia sia scuola di vita anche davanti alle crisi e ai mutamenti che segnano le diverse età attraversate dai ragazzi nell’avventura della loro crescita. Informare, sensibilizzare, coinvolgere, studiare, programmare, realizzare insieme, senza accontentarsi di qualche riunione pressoché formale a lato della catechesi presacramentale.
Dopo aver richiamato, negli anni ‘80, la permanente attualità di una pedagogia della traditio-redditio fidei, è tempo di aggiornarne le forme: ad es. con una maggiore osmosi tra i diversi linguaggi della prassi ecclesiale. La liturgia deve farsi più narrativa, ossia più capace di attivare il dialogo tra l’esperienza biblica e la vita dei credenti nella storia contemporanea, mentre la catechesi può essere molto più simbolica, evocativa, provocatoria... alla luce della stessa pedagogia di Dio[11]. Lo stesso dibattito teologico-pastorale intorno all’iniziazione cristiana soffre di una sorta di antitetici complessi “gergali”, quando liturgisti, catecheti, operatori di pastorale giovanile, ecc. muovono rigidamente le loro proposte da precomprensioni che faticano ad ospitare gli altri approcci.
“Il tradizionale modello della classe di catechismo, che richiamava l’ambiente scolastico, è stato quasi ovunque rinnovato mediante la scelta del gruppo. Occorre tuttavia chiedersi realisticamente se di fatto la metodologia propria del gruppo abbia sostituito quella scolastica. Molti catechisti continuano a gestire l’incontro di catechesi come una lezione di scuola, quella che loro stessi hanno sperimentato a suo tempo”[12]. È una grave ambiguità da sciogliere con chiarezza e coraggio, ponendo segnali diversi da quelli dati in passato. Per giungere ad una catechesi meno statica e più “in cammino”, giustamente L.Aerens[13] elenca i seguenti fattori di transizione:
- da una catechesi per fanciulli a una catechesi per tutti,
- da una catechesi per fasce di età a una catechesi intergenerazionale, ove ad es. l’iniziazione eucaristica non si confina in una età ma avviene in permanenza e per tutti,
- da una catechesi sacramentale a una catechesi di cammino permanente,
- da una catechesi di presentazione a una catechesi mistagogica ed esperienziale,
- da una catechesi tematica a una catechesi a dimensioni o fasce,
- da una catechesi affidata a singoli catechisti a una catechesi affidata alla responsabilità della comunità e alla ricchezza delle sue molteplici risorse umane,
- da una catechesi obbligatoria e per iscrizione a una catechesi permanente e per scelta.
1.3. Risorse ed intuizioni emergenti
I ragazzi sono la prima risorsa. A far sì che queste parole non restino retoriche, condividiamo la seguente definizione di pastorale dei ragazzi, iniziatica e missionaria: “sarà iniziatica se procederà a partire dalle reali condizioni di vita dei ragazzi, se si farà attenta al mondo dei ragazzi, se si lascerà interpellare e definire dall’esistenza quotidiana dei ragazzi, dalle loro domande di senso, dai loro bisogni. Mettere in atto oggi una pastorale iniziatica, missionaria, è quindi farsi attenti ai ragazzi, al loro mondo vitale, per un annuncio di fede inculturato, significativo, rilevante, coinvolgente i destinatari”[14].
Quando la pastorale catechistica dei ragazzi ha messo al centro i processi di iniziazione rigidamente intesi ed espressi in chiave dottrinale, liturgica, morale, o anche genericamente catecumenale, ha di fatto omesso di assumere la concretezza del vissuto personale dei ragazzi stessi, perdendo efficacia educativa e pregiudicando un effettivo itinerario formativo alla maturità cristiana.
Diversamente - auspica G. Venturi - il modello di iniziazione cristiana proposto nella Nota del Consiglio permanente della CEI su L’iniziazione cristiana, 2. Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, pubblicata il 23 maggio 1999 (d’ora in poi cit. ICFR), attinge alla sua consistenza sacramentale un impianto dialogico assai fecondo sul piano pastorale e educativo[15], per cui ogni itinerario di iniziazione cristiana diviene tirocinio globale della vita cristiana, ove l’annuncio della storia della salvezza illumina e risignifica la crescita del ragazzo, e la celebrazione dei tre sacramenti non completa, ma “inizia” la vita cristiana stessa.
Per rispettare pienamente il protagonismo dei ragazzi e del loro graduale incontro con Cristo, non bastano motivazioni pedagogiche. Facendoli parlare, partecipare, agire, senza reprimere i loro bisogni fondamentali, gli adulti cristiani imparano a stimare le potenzialità spirituali di bambini e ragazzi, alla luce di una matura teologia dell’infanzia[16]. La Chiesa custodisce, infatti, gesti e parole profetiche del Signore circa “il privilegio dei bambini”[17] e l’esemplarità dei piccoli in genere e dei bambini in specie, quali tipo del credente (cfr. Lc 18,15-17 e paralleli). La maternità ecclesiale si è dunque manifestata per secoli nella prassi battesimale, educativa e liturgica, come dono della Vita, della Parola e del Pane a coloro che, più degli adulti, vivono da figli e hanno il diritto di essere pienamente figli di Dio.
Liberando battesimo, confermazione ed eucaristia da ogni tentazione di ricatto pedagogico-pastorale, a patto di veder colmate effettivamente le lacune educative di importanti snodi della crescita (l’infanzia, l’adolescenza...), i ragazzi si riappropriano della precisa missione loro affidata nella Chiesa: manifestare e ricordare a tutti l’esigenza fondamentale dell’essere figli, con tutte le dinamiche che ne conseguono. Lo sanno bene generazioni di giovani catechisti ed educatori che riconoscono sovente di aver ricevuto dai bambini e dai ragazzi molto più di quanto abbiano dato loro. Lo conferma autorevolmente tanta spiritualità e santità della “piccola via” che, lungi dall’autorizzare il disimpegno o il quietismo, impegna la Chiesa a lavorare con gli adulti per ricominciare dai bambini e dal loro pieno diritto all’incorporazione sacramentale nella vita in Cristo e nella Chiesa.
I Vescovi italiani indicano da tempo il RICA come “forma tipica per la formazione cristiana”, nella sua articolazione organica e progressiva di tempi e tappe per l’evangelizzazione, l’iniziazione, la catechesi, la mistagogia. È così che “il credente è accolto dalla Chiesa in maniera fondamentale, decisiva e definitiva”[18], attraverso i sacramenti e l’itinerario catecumenale che li prepara, accompagna e sviluppa. Se “cristiani non si nasce, ma si diventa”, ciò non accade solo per scelta umana, ma per accoglienza libera di un evento di grazia, al punto da poter dire che “cristiani non si nasce, ma si è fatti”. Come non disattendere oltre tale indicazione?
L’esperienza pratica insegna che i ragazzi che hanno vissuto la loro alfabetizzazione cristiana in una significativa forma aggregativa, in un gruppo educativo, spesso diverso da quello catechistico, sono quelli che hanno più probabilità di continuare anche in età giovanile il loro cammino di crescita nella fede. Come aggiornare senza disperdere questo valore del gruppo? I nn.26-27 della Nota ICFR puntualizzano le caratteristiche essenziali che devono appartenere a tale gruppo perché possa assolvere anche la funzione di grembo per l’itinerario catecumenale: deve essere capace di vera accoglienza, ben caratterizzato ecclesialmente anche per la presenza di alcuni cristiani adulti, effettivamente iniziatico ossia capace di portare alla scoperta di Cristo e della Chiesa con una catechesi più kerigmatica che sistematica, attento alla maturazione effettiva dei singoli e non legato a scadenze o date prefissate, attento alla dinamica unitaria dei sacramenti dell’iniziazione e all’indispensabile metodo esperienziale.
Ciò suggerisce la necessità e la possibilità di ripensare i ritmi dell’esperienza di educazione alla fede, valorizzando tutti i mesi dell’anno (comprese le vacanze), scandito in periodi esistenzialmente riconoscibili e non astrattamente demarcati, con diversi momenti di incontro nella settimana, con incontri non limitati all’oretta di lezione, ma sviluppati in esperienze formative e ludiche che provochino alla ricerca, mirino all’essenziale e abbiano un’impronta di bellezza[19].
Infine, è a tutti evidente che ogni progetto innovativo impone di sostenere il servizio educativo del catechista, anzi del gruppo dei catechisti, con l’acquisizione di competenze non solo dottrinali e didattiche, ma anche relazionali e di accompagnamento spirituale personale, tenendo conto che questo può già di fatto iniziare positivamente nel gruppo dei ragazzi[20]. Sensa escludere l’interessante possibilità che siano delle famiglie mature ad accompagnare il cammino di fede ed iniziazione dei ragazzi, come suggerito da A.Fontana[21], anche a partire dai primi dialoghi con le famiglie dei candidati. In molti contesti, occorre anche ridurre il turn-over degli educatori, per favorire l’instaurarsi di relazioni significative e durature nel confronto con figure adulte stabili e positive.
2. Lo scenario di una proposta
2.1. Orientamenti strategici
L’esperienza positiva di chi ha lavorato per anni in fecondi contesti di pastorale catechistica anche extraparrocchiale suggerisce di attivare itinerari di evangelizzazione/educazione dei fanciulli e dei ragazzi che, partendo da concrete situazioni emozionali, sollecitate da esperienze a forte valenza simbolica, portino al risveglio di archetipi religiosi e ad esperienze di apertura all’incontro cordiale con il Signore[22]. Si parla, in tal senso, di “catechesi esperienziale”, non per ritagliare piccole regioni applicative o di approccio funzionale al momento dottrinale, ma per accogliere tutto l’uomo e sollecitare la sua maturazione in Cristo, nella logica della duplice fedeltà (RdC 160).
Nel dibattito sulla possibilità o meno di concepire la futura pastorale dei ragazzi in chiave di iniziazione cristiana, affinché ciò non comporti alcun ritorno al passato, la scelta per l’educazione e l’animazione non va certamente sconfessata o abbandonata. Piuttosto, l’iniziazione costituisce una sfida per il modello educativo[23], introducendovi una dialettica di continuità/discontinuità, di identità/differenziazione, data dall’interrogativo esplicito sul se e come diventare cristiani, e dal nuovo mondo vitale cui si propone ai ragazzi di aderire con tutto se stessi.
Si richiedono, perciò, comunità capaci di porsi come soggetto educativo, testimoniante, luogo dove la Parola è accolta da tutti, fedeli e catecumeni, grandi e piccoli, per operare la conversione iniziale e permanente. Si tratta della Chiesa evangelizzata ed evangelizzatrice, discepola e maestra, tratteggiata dall’EN 15 di Paolo VI, e articolata in una pluralità di forme comunitarie intermedie, di gruppi, di itinerari di fede, che confluiscono nell’unica assemblea liturgica, anch’essa luogo di accoglienza e comunione. Come profeticamente indicava negli anni ‘70 J.Gelineau[24], non può che trattarsi oggi di un’assemblea a più entrate e più uscite, per i diversi livelli di incorporazione ed appartenenza, per i diversi percorsi di avvicinamento, per le molteplici situazioni “irregolari”, per le nuove forme di catecumenato.
Raccogliendo i rilievi già citati, proviamo a scandire le fasi di un auspicabile rinnovamento della pastorale catechistica:
1. prendere effettivamente coscienza della gravità e provvidenzialità della situazione attuale, analizzata con franchezza nelle sue coordinate spaziotemporali, ai vari livelli di discernimento comunitario che è possibile attivare;
2. elaborare un unico progetto educativo-pastorale col contributo di tutti i soggetti educativi presenti nel territorio in cui opera la comunità cristiana (parrocchia, unità pastorale, piccola diocesi), interessando gli organismi di partecipazione, le famiglie, le altre realtà educative;
3. promuovere una formazione sistematica unitaria, aggiornata in forma di laboratorio, qualificata nei contenuti e nella competenza dei formatori, per tutti i catechisti-educatori (anche delle realtà associative);
4. sostenere, in concreto e con perseveranza, la sperimentazione di itinerari differenziati di educazione alla fede di fanciulli e ragazzi;
5. programmare un calendario comune di eventi e celebrazioni per tutti i bambini e ragazzi della comunità cristiana, ove dare matura dimensione ecclesiale ai diversi itinerari.
2.2. La novità specifica: il catecumenato dei ragazzi
All’interno di questo iter di progettazione pastorale, un risalto particolare potrebbe esser dato alla proposta del catecumenato dei ragazzi, precisando da subito che l’uso del linguaggio “catecumenale” non deve portarci ad una concentrazione affrettata sulla dinamica iniziatica intraecclesiale e liturgica, ma va sempre sostanziato dalle istanze pedagogiche e pastorali globali finora richiamate. La Nota ICFR contiene finalmente delle aperture reali, specie al n.54: “L’itinerario di iniziazione cristiana, della durata di circa quattro anni, può opportunamente attuarsi insieme con un gruppo di coetanei già battezzati che, d’accordo con i loro genitori, accettano di celebrare al termine di esso il completamento della propria iniziazione cristiana. Intorno agli undici anni, possibilmente nella Veglia pasquale, i catecumeni celebrano i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana, mentre i coetanei già battezzati celebrano la Confermazione e la prima Eucaristia (RICA, 310)”.
Evidentemente, la proposta è mossa a partire dalla presenza contingente di fanciulli da battezzare, ma la previsione di affiancarli a coetanei che, così, riceverebbero contemporaneamente Prima Comunione e Cresima, apre veramente degli scenari nuovi e stimolanti. E se questo diventasse, pian piano, il nuovo normale modo di completare l’iniziazione cristiana? Lo augura esplicitamente il documento della Commissione Presbiterale Lombarda. Si risolverebbero anche i dibattiti sull’età della Cresima e sull’ordine più corretto dei sacramenti di iniziazione... ma in ciò non possiamo essere semplicisti. Intanto, continuiamo a immaginare e cominciamo a sperimentare.
Il n.55 della medesima Nota prevede anche una forma intermedia, di compromesso, ma si tratta - come rilevato da molti - di una specie di prudenziale ripensamento rispetto alle aperture del numero precedente, capace di vanificarle in un pericoloso quanto facile “gioco al ribasso”[25].
Il successivo sussidio predisposto dall’UCN[26] ha iniziato a concretizzare tale interessante proposta sperimentale di itinerario catecumenale, senza fare un riferimento rigido all’età in cui conferire i sacramenti, per rispettare piuttosto la maturazione personale effettivamente raggiunta da ciascun ragazzo. Risaltano positivamente molteplici nessi con la pastorale familiare, con il cammino liturgico e pastorale della comunità parrocchiale, l’esigenza di concreto adattamento delle indicazioni offerte alle diverse situazioni locali, la duttilità metodologica di una proposta articolata essenzialmente intorno alle esperienze dell’ascoltare - riflettere - pregare e celebrare - fare, che possono variamente combinarsi nella concreta prassi catechistica.
L’articolazione in tempi e tappe, evidente nel quadro sinottico riportato nel sussidio, è volutamente elastica, per non irrigidire la formazione cristiana sulle età, anche se dilata di fatto l’itinerario su 5 anni, che si dovrebbero distendere tra i 7/8 e gli 11/12 anni. Si cerca, così, di collegare espressamente il tempo formativo della mistagogia con l’inserimento in ulteriori cammini di crescita per adolescenti e giovani, resi più accessibili e coerenti dall’impostazione metodologica che verrebbe già adottata nell’iniziazione cristiana. Ricordiamo ancora l’opportunità di non fissare preventivamente date standard per l’ammissione di tutti i ragazzi ai sacramenti dell’iniziazione, ma di educare famiglie e comunità ad una nuova mentalità, più rispettosa del cammino di ciascuno.
A questo scenario vengono mosse alcune obiezioni di fondo, come quelle espresse da L. Meddi che, argomentando innanzitutto in chiave di storia dei modelli formativi e catechistici, sottolinea l’esigenza di una comunità adulta capace di effettiva generazione nella fede e, collegandosi ad argomenti psicopedagogici, giunge ad affermare che “l’iniziazione cristiana come descritta suppone una capacità di vita e di progettualità che non avviene prima della età giovanile e adulta”[27]. Per lui e per altri catecheti, è meglio parlare di sostegno alla crescita cristiana e di servizio al bisogno educativo, come aree di formazione della personalità umana e cristiana, individuando per l’iniziazione sacramentale l’ipotesi di battezzare ed ammettere all’eucaristia verso i 10 anni, per poi mirare la formazione dei ragazzi alla confermazione, intesa come ingresso nella vita e nella comunità adulta.
A mio avviso, non basta giudicare fallimentare l’attuale prassi catechistica (più che iniziatica), per scartare l’opportunità di sperimentare con coraggio una nuova via che valorizzi la stima ecclesiale per il dinamismo della grazia e per la sua più corretta esplicitazione nella sequenza sacramentale, per il diritto dei piccoli ad una piena esperienza di Cristo nella Chiesa, per una prassi pastorale più unitaria ed organica, quale quella che l’impianto catecumenale diffuso può rivitalizzare. In ciò, è positivo che tutti concordino nel considerare il cap.V del RICA come la chance del momento, da attrezzare di percorsi effettivamente praticabili sul campo.
Rispetto alla tradizionale prassi catechistica, il modello proposto attraverso l’auspicata estensione del dettato del n.54 della Nota ICFR mostra diversi vantaggi: circa l’essenzialità e la chiarezza del percorso contenutistico, il riferimento elastico e creativo ai diversi catechismi (ai quali non si affida scolasticamente la funzione predominante, e di cui anzi si suggerisce una revisione per renderli compatibili con l’eventuale nuova forma di iniziazione), la previsione esplicita di celebrazioni e consegne che così non vengono lasciate all’improvvisazione dei catechisti, la costante attenzione al coinvolgimento effettivo della famiglia e della comunità, che testimoniano così la maternità della Chiesa, posta quasi in stato di catecumenato permanente.
Emergono, ad una prima lettura della Guida (che finora contiene l’esplicitazione della sola fase di prima evangelizzazione, in attesa della pubblicazione delle parti successive), alcune questioni su cui la sperimentazione consentirà di tornare con i necessari chiarimenti: in particolare, all’impianto generale che evidenzia per ogni tappa obiettivo, contenuti, attività e celebrazioni, andrebbe aggiunta l’esposizione delle dinamiche pedagogiche da tenere più in considerazione per i vari momenti del percorso, in modo da non smarrire nella prassi l’indispensabile taglio educativo.
E poi: come passare dalle attuali tipologie di gruppo catechistico e/o educativo (anche in ambito oratoriano e/o associativo, come ACR, scout...) al modulo di “gruppo catecumenale” dei ragazzi da integrare prima e dopo nella pastorale della prima infanzia (ammesso che esista) e nell’accompagnamento degli adolescenti e dei giovani?
Una diffusione crescente di tale modello di iniziazione cristiana non solo per i non battezzati, ma per tutti i ragazzi, potrebbe creare qualche problema per il ruolo e la presenza del Vescovo? e dei padrini e dei garanti? Siamo pronti ad attrezzare le nostre celebrazioni eucaristiche domenicali per accogliere la presenza dei piccoli catecumeni alla sola liturgia della Parola? È augurabile che queste e analoghe obiezioni non rallentino ma anzi entusiasmino la ricerca degli operatori pastorali. Il tempo si è fatto più che breve...
2.3. In prospettiva di ulteriori sviluppi
È interessante immaginare le conseguenze di tale proposta sulla prassi preparatoria e celebrativa del sacramento della Riconciliazione, che verrebbe finalmente inquadrata in maniera dignitosa sia nell’itinerario di formazione morale e spirituale all’evento della rigenerazione pasquale, sia nel consistente e significativo tempo della mistagogia, in cui è prevista espressamente l’introduzione solenne a questa “seconda tavola di salvezza”. Ciò avverrebbe, così, in un’età psicologicamente più idonea alla verifica dei comportamenti e della loro intenzionalità, nello spirito della sequela del Signore.
E dopo? Pensiamo ad una pastorale catechistica degli adolescenti che, accogliendo fiduciosamente la sfida della controdipendenza tipica dell’età, proponga loro un tempo di nuove decisioni, di nuove partenze, ad alta quota, verso un mondo giovanile che oggi fa finalmente meno paura alla Chiesa e in cui è più che legittimo pensare alla preparazione di significativi momenti di aggiornata redditio fidei: la professione di fede a 18 anni? tempi e luoghi di orientamento vocazionale? A tal fine si esige che i bisogni reali dei ragazzi siano riconosciuti e orientati alla valorizzazione delle risorse della loro umanità e della fede, senza impazienze catechistiche. Se sono smarriti, occorre che innanzitutto siano ritrovati e accolti, a prescindere dalle nostre pretese, che si riattivi l’ascolto e il dialogo, offrendo al loro diffuso disorientamento relazionale e affettivo educatori capaci di accompagnamento paziente e autorevole, non solo di amicalità e animazione[28]. Il laboratorio della fede che si addice a questa età non sopporta simulazioni esperienziali cartacee (“la sagra dei cartelloni!”) né esortazioni didascaliche, ma richiede un impatto vero sull’umano, sul vissuto e nel linguaggio degli adolescenti e dei giovani.
Anche al di fuori dei nostri confini si ricercano le vie di una catechesi nuova, intergenerazionale, comunitaria ma non ridotta alla socializzazione, nel rispetto della tradizione rivelata per cui anche i piccoli sono destinatari della grazia di Dio. H.Derroitte propone un’iniziazione nella logica del “venite e vedrete”[29], per cui dal vivere e celebrare, si passa a spiegare e comprendere, all’interno di gruppi intergenerazionali, ossia di comunità che hanno riscoperto la propria missione e capacità generativa, senza deleghe a specialisti e con maggiore stima verso le famiglie.
Confermando la validità della parrocchia come luogo sacramentale e quotidiano in cui sperimentare la prossimità della Chiesa alla vita degli uomini, si auspica il passaggio “dalla catechesi parrocchiale alla parrocchia-catechesi”[30], dove tutta la prassi manifesta la fede e diviene una catechesi visibile, nelle diverse esperienze di gruppo, di movimento, di CEB, che convergono nel celebrare ciò che hanno vissuto e interpretato alla luce della Parola. Una diversa proposta per educare alla fede le giovani generazioni può esigere ma anche favorire questo processo di globale di ecclesiogenesi.
NOTE
[1] Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte 43.
[2] Venturi G., L’incontro del gruppo catecumenale secondo un modello di iniziazione, intervento al seminario di studio sull’itinerario catecumenale dei ragazzi, 27 settembre 2000, pro manuscripto, 7.
[3] Cfr. Lucarini V., Iniziazione: crisi di un processo sociale e ripercussione sulle problematiche dei soggetti in fase di ‘passaggio’, in Note di pastorale giovanile 1/2001, 23-29.
[4] Contributi autorevoli vengono in materia dagli studiosi che si rifanno all’antropologia cristiana interdisciplinare di p.Rulla e dei suoi collaboratori.
[5] Nel senso non semplicemente tecnico in cui ne parla Babin P., La catechesi nell'era della comunicazione, LDC, Torino-Leumann 1989.
[6] Commissione Presbiterale Lombarda, L’iniziazione cristiana, in Rivista di pastorale liturgica 6/2000, 7.
[7] Cfr. CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali per gli anni ‘90, 44-45. Il citato documento della Commissione Presbiterale Lombarda ne è un segno chiarissimo ed aggiornato, nella direzione di una nuova capacità generativa della comunità ecclesiale, attraverso i suoi servizi e ministeri, mediante un’offerta organica di itinerari differenziati.
[8] Cfr. Morante G., L’iniziazione alla confermazione dei preadolescenti, in Note di pastorale giovanile 3/2001, 19-27.
[9] “Accantonare una volta per tutte questa definizione consentirebbe inoltre di evitare un rischio purtroppo molto frequente: quello di ritenere che la confermazione esiga dal candidato una particolare maturità fisica e psicologica e, quindi, un’età anagrafica che lasci presumere la presenza di tale maturità. Questa esigenza non ha radici nella tradizione ecclesiastica: per sé chi ha ricevuto il battesimo può subito dopo ricevere la confermazione e l’eucaristia, qualunque sia la sua età. Così si è fatto in tutta la chiesa fino al XII/XIII secolo; così continuano a fare oggi le chiese dell’Oriente”: Caspani P., Unità e specificità dei sacramenti dell’iniziazione, in Rivista di pastorale liturgica 6/2000, 31.
[10] Cfr. Ufficio Catechistico Nazionale, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, nota del 15 giugno 1991, 24-26.
[11] È sempre bello ricordare in materia l’illuminante lettera pastorale del card. Martini C.M., Dio educa il suo popolo, Centro ambrosiano, Milano 1987.
[12] UCN, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, cit. 25.
[13] Cfr. Aerens L., Mener la transition vers la catéchèse de cheminement, in Lumen Vitae 2/2000, 149-169.
[14] Giusti S., Una pastorale per l’iniziazione cristiana dei ragazzi dai 6 ai 14 anni, Paoline, Roma 1997, 68.
[15] “Essa (l’I.C.) non è da concepirsi come un processo educativo che, servendosi di metodologie pedagogiche, cerca di far maturare nel fanciullo e nel ragazzo gli atteggiamenti fondamentali del cristiano; e nemmeno come ‘una semplice esposizione di verità dogmatiche e di norme morali’; oppure come una successione di riti. Certamente è anche questo insieme di realtà; ma ciò che la qualifica è di essere il compiersi per gradi - nella vita del fanciullo e del ragazzo - di un ‘mistero’, quello pasquale, mistero che trova la sua piena realizzazione nella celebrazione dei tre sacramenti dell’Iniziazione. Al termine di questo particolare itinerario il fanciullo e il ragazzo risultano “iniziati” alla vita cristiana e possono portare a compimento nel tempo la loro conformazione a Cristo morto e risorto”: Venturi G., L’itinerario per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi catecumeni, in Informazioni sul Catecumenato in Italia 2/2000, pro manuscripto 3.
[16] Il tema è trattato sistematicamente da Napolioni A., Grandi come bambini. Per una teologia pastorale dell’infanzia, LDC, Torino-Leumann 1998.
[17] L’espressione è usata da Dupont J., Le Beatitudini, vol.1, Paoline, Roma 1976, 722.
[18] Caspani P., cit. 20.
[19] Cfr. la testimonianza di don Mario Carminati, intervistato da Damu P., Qualcosa di nuovo nella catechesi dei fanciulli e ragazzi?, in Catechesi LXVIII/1998, n.5, 70-74, che rimanda ai sussidi della collana I gradini della fede, LDC, Torino-Leumann.
[20] Per una nuova formazione dei catechisti, cfr. Biemmi E., La formazione dei catechisti in Italia: dalle “scuole” ai “laboratori”, in Catechesi LXIX/1999, n.3, 4-11. Interessante anche l’esperienza avviata dall’AGESCI con la pubblicazione del Sentiero fede, Fiordaliso, Roma 1997-2000, che offre agli educatori una molteplicità di schede tematiche costruite come concreto laboratorio di progettazione catechistica in relazione al metodo scout.
[21] Cfr. Fontana A., La ministerialità della Chiesa nell’iniziazione dei ragazzi, in Rivista di pastorale liturgica 6/2000, 46-47.
[22] Cfr. Giusti S., cit. 41.
[23] Cfr. Delpiano M., Sfide, problemi, provocazioni dell’IC alla pastorale dei preadolescenti, in Note di pastorale giovanile 1/2001, 30-45.
[24] Cfr. Gelineau J., La liturgia, domani, Queriniana, Brescia s.d. (or. fr. 1976).
[25] Venturi G., L’itinerario, cit. 9.
[26] Servizio nazionale per il catecumenato, Guida per l’itinerario catecumenale dei ragazzi (7-14 anni), in Notiziario UCN-Quaderni CEI, IV/2000, n.21. Per un primo commento, cfr. Fontana A., Il percorso educativo catechistico del sussidio “Guida per l’itinerario catecumenale dei ragazzi (7-14 anni)”, intervento al seminario di studio sull’itinerario catecumenale dei ragazzi, 27 settembre 2000, pro manuscripto, 1-5.
[27] Meddi L., Iniziazione cristiana dei ragazzi: verso nuove proposte?, in Note di pastorale giovanile 3/2001, 15. Tira conclusioni analoghe anche L. Mazzoglio, Catechismo, catechesi, catecumenato. Tre modi diversi per dire la stessa cosa?, in Rivista di pastorale liturgica 6/2000, 55-60, pur avendo sperimentato per anni in una parrocchia milanese gli itinerari catecumenali per il battesimo di ragazzi in età scolare.
[28] Cfr. il dibattito in Adolescenti: il momento di azzerare, in Catechesi LXX/2001, n.1, 46.
[29] Cfr. Derroitte H., Les conditions d’un renouveau de la catéchèse paroissiale, Lumen Vitae 2/2000, 149-169-138.
[30] Cfr. Mette N., La communauté chrétienne comme catéchèse vivante, in Lumen Vitae 2/2000, 139-148.

