Una pastorale giovanile

    per l'Europa?

    Nodi problematici e prospettive

    Riccardo Tonelli


    P
    enso ai giovani e al loro rapporto con la comunità ecclesiale dalla prospettiva di quello che mi piacerebbe poter costatare. Di conseguenza, la lettura e la progettazione sono fortemente influenzate da una serie di ipotesi teologico-pastorali ed educative che rappresentano il mio progetto.

    Una di queste ipotesi - forse la più condizionante - è determinata dalla scelta dei referenti della mia proposta. Non mi misuro, prima di tutto, con i tanti giovani che stanno vivendo una intensa esperienza cristiana perché sono riusciti a governare i cambi culturali in atto e stanno ripensando, con coraggio e fantasia, la loro fedeltà al Vangelo. Neppure mi lascio condizionare da quei giovani nostalgici che trovano solo nel passato la soluzione dei problemi inquietanti che investono l'oggi. Mi fanno paura perché fanno nascere il sospetto di un'alternativa insanabile tra l'essere discepoli del Crocifisso risorto e il restare giovani di questo nostro tempo.
    Mi lascio invece interpellare dai tantissimi giovani che cercano con ansia qualcuno che si renda disponibile a spegnere la loro sete di vita e di felicità e, intanto, vagano tra cisterne screpolate. Essi sfidano la comunità ecclesiale nella sua responsabilità di essere segno e annuncio dell'amore di Dio e della buona notizia di Gesù.
    La mia relazione si muove in queste logiche. Riconosco che si portano dentro non pochi limiti. D'altra parte, chi vuole fare proposte serie e concrete e si rende conto di vivere in situazione di complessità, cerca, prima di tutto, un modo di organizzarla. Per questo sceglie alcune categorie interpretative che riconosce più evocatrici di altre; tenta indicazioni di massima... e poi avanza "scommesse" educative, collegate alla realtà analizzata solo nella logica dell'amore e della previsione.

    1. DALLO SCONTRO AL CONFRONTO

    Molti di noi hanno l'impressione di vivere come alla spartiacque di due mondi: uno sta tramontando e l'altro sta germinando. Siamo ormai in grado di costatare direttamente quanto, quasi trent'anni fa, la Gaudium et spes proponeva con sorprendente determinazione: "Le condizioni di vita dell'uomo moderno, sotto l'aspetto sociale e culturale, sono profondamente cambiate, così che é lecito parlare di una nuova epoca della storia umana" (GS 54).
    Quello vecchio é facilmente identificabile. Di quello nuovo percepiamo molti segnali, anche se spesso ci sfugge la trama complessiva.
    Uno di questi segnali - forse quello più diffuso e appariscente -è dato dalla larga e insistita complessità. La costatazione è sulla bocca di tutti. Rappresenta uno dei dati più inquietanti per chi, come noi, si sente depositario e testimone di un progetto educativo e pastorale. La complessità produce infatti un profondo cambio culturale: di valori, cioè, di stili di vita, di orientamenti a cui ispirare la personale visione di sé e del mondo
    Come ci collochiamo in questa situazione, profondamente nuova rispetto ai modelli in cui siamo cresciuti e che abbiamo imparato a valutare come irrinunciabili e rassicuranti?

    1.1. Superare il modello deduttivo e quello induttivo

    La linea tradizionale ha risposto spesso con sufficiente sicurezza: si tratta di far acquisire quello che le persone devono interiorizzare per il loro bene, reagendo, in modo deciso, alle crisi in atto. In fondo, questo è il compito e la responsabilità dell'educazione. Al massimo, si può concedere qualche adattamento, possibilmente provvisorio, in attesa dei tempi migliori.
    Di fronte al nuovo scatta così un atteggiamento "deduttivo": quello che è sempre stato fatto va difeso con forza e offerto con paziente fermezza e senza indebiti aggiustamenti.
    Gli ultimi trent'anni sono stati caratterizzati dalla rivincita del modello opposto: quello "induttivo" (per usare ancora espressioni di comodo). Esso fa dell'esistente il principio del bene e del male. Affida alle situazioni e i giudizi soggettivi la funzione di definire i progetti.
    Del modello induttivo conosciamo oggi tutti i limiti, dopo i grossi disastri educativi che ha scatenato. Quello deduttivo è continuamente minacciato dal rischio di non distinguere sufficientemente tra fede e cultura.

    1.2. Un'alternativa: dal "sospetto" al "confronto"

    C'è un'alternativa a questi due modelli?
    Sotto la spinta della riscoperta dell'Incarnazione (DV 13), di fronte ai valori, ai progetti, ai contenuti che appaiono come normativi, compresi quelli della stessa fede, abbiamo imparato a distinguere tra il contenuto e le sue espressioni linguistiche.
    L'educazione e l'educazione alla fede è chiamata a misurarsi con le esigenze della verità, perché nessuna ricerca di nuovi tracciati può essere condotta a scapito della verità. Queste esigenze non si presentano però mai allo stato puro. Per essere dette a persone segnate dalla cultura in cui vivono, devono per forza assumere espressioni di tipo culturale. E' così per Gesù di Nazareth, volto e parola di Dio nella grazia della sua umanità. E' così per la parola di Dio che si fa parola per l'uomo diventando parola d'uomo. Non può che essere così anche per i valori educativi e i contenuti della fede. Quelli che possediamo e siamo chiamati a testimoniare, sono, nello stesso tempo, espressione dei modelli culturali presenti e dominanti in un certo momento della storia e indicazioni di eventi normativi, da assumere con piena disponibilità e da cui lasciarsi giudicare e inquietare.
    Questa consapevolezza sollecita ad una doppia esigenza. Da una parte, va verificato il progetto pastorale di cui siamo testimoni a partire dalla cultura attuale e dai profondi cambi in atto, per non correre il rischio di far passare come normativo ciò che invece è soltanto residuo nostalgico del passato. Dall'altra, è indispensabile rileggere la cultura attuale, in tutte le sue espressioni, a partire dalla "memoria pericolosa" della nostra tradizione ed esperienza pastorale, per inserire nel cuore dell'esistente un principio "oggettivo" di valutazione e di critica.
    L'esito del doppio confronto è la costruzione, sicura e provvisoria nello stesso tempo, di un progetto rinnovato di esistenza umana e cristiana. Esso ci permette di essere fedeli al passato e spalancati verso il futuro.
    Mi sembra questo il modo più corretto per assumere quella istanza di rispetto della verità che risuona oggi con forza nella comunità ecclesiale.

    2. IL CENTRO DEI PROBLEMI

    La comunità ecclesiale fa pastorale giovanile annunciando, con gioia e con coraggio, la morte e la resurrezione del Signore Gesù. Questo è il dato indiscutibile da cui parte ogni ricerca di rinnovamento. Non possiamo immaginare alternative, anche quando siamo premuti alle corde da mille altre preoccupazioni. L'evangelo risuona però come "buona notizia" quando incontra una sincera ricerca di senso per l'esistenza.
    Le grandi trasformazioni prodotte in questi ultimi anni hanno inciso profondamente proprio sul modo con cui ci poniamo gli interrogativi fondamentali dell'esistenza.
    I difensori del modello deduttivo cercano di correre ai ripari con tutte le risorse disponibili. Per essi i nemici sono quelli di sempre, appena più pericolosi perché hanno cambiato foggia e hanno trasformato lo scontro in un sorriso seducente.
    Altri invece sembrano diventati stranamente remissivi e rinunziatari. Non si accontentano di costatare quanto il pluralismo diffuso renda inefficace ogni tentativo di riaffermare l'esistenza di progetti normativi. Ne fanno gli elogi, come di un grande guadagno formativo.
    Chi preferisce, come faccio io, il confronto critico allo scontro o alla rassegnazione, avverte il bisogno di decifrare più nel profondo quello che sta capitando, per cogliere più adeguatamente le ragioni della crisi in atto e gli interventi che ne possono controllare gli esiti pericolosi.

    2.1. La questione di fondo: chi è Dio e chi è l'uomo?

    La diffusa crisi di senso è inedita e violenta non tanto perché è stata messa in discussione la risposta tradizionale. Lo è perché è stato contestato il modo con cui questa risposta veniva ricavata e offerta.
    L'uomo pensoso e l'uomo religioso si è costruito una sua risposta alle domande sul senso dell'esistenza. Sapeva di dover continuare a cercare, perché le risposte maturate restavano un poco provvisorie e incerte. L'incertezza era però sostenuta da alcune più grandi certezze.
    In fondo, era bello cercare così. Potevamo partire tranquillamente dalle cose certe e arrivare, progressivamente, a formulare indicazioni sul piano concreto e quotidiano, forti e precise. Persino il mistero del dolore e della morte... in questo modo risultava chiaro e dicibile.
    Questa sicurezza sul senso dell'esistenza e sulle prospettive del futuro sembra svanita all'improvviso. La responsabilità non sta nelle intuizioni di qualche spirito troppo libero o nella diffusione incontrollata di qualche pubblicazione che non riusciamo più a mettere efficacemente all'indice. Nasce invece da processi che hanno alle spalle le leggi del mercato, dell'economia, della comunicazione massiva.
    Basta pensare quella rivoluzione antropologica scatenata dalla larga diffusione dei beni di consumo, che dall'occidente sta progressivamente invadendo anche l'oriente.
    Per molto tempo siamo vissuti all'insegna di una distinzione tra prodotti funzionali e significati esistenziali. La scelta tra un prodotto o l'altro correva sul filo della funzionalità: ad ogni bisogno corrispondeva il prodotto capace di saturarlo, in proporzione diretta. Oggi le cose non vanno più così. Quando i prodotti a disposizione sono molti e tutto sommato abbastanza omogenei, la concorrenza è costretta a battere altre strade.
    La funzionalità lascia quindi il posto alla significatività. Al centro viene collocato il problema del senso dell'esistenza. Si fanno avanti le domande di sempre: chi sono io? come fanno gli altri a scoprire che ci sono anch'io e che sono importante? La risposta che respiriamo quotidianamente è pronta e sicura: le cose - quelle possedute e quelle desiderate - dicono all'uomo chi è, danno agli altri la misura della sua importanza, suggeriscono le condizioni per diventare "uomini" e "donne" autentiche.
    Tutta l'operazione è facile e a portata di mano. Quando bastano le cose a risolvere i problemi dell'esistenza, ci vuole poco ad utilizzare le tante che sono a nostra disposizione...
    In questo modo di pensare l'uomo e la vita, saltano le logiche che hanno dominato per tanto tempo la formazione e l'esperienza religiosa. Dio non ci serve più nelle questioni che riguardano la nostra esistenza quotidiana: ce la possiamo cavare da soli, o almeno sappiamo come fare.
    Ogni tanto il meccanismo si inceppa. Riaffiorano i problemi di sempre. Ritornano però solo perché l'uomo si scontra con il limite e l'imprevedibilità. E non è certo un gran bel modo di riconoscere il senso di Dio nella nostra vita.

    2.2. La fiducia nell'educazione

    Tutto questo riguarda direttamente la vita e la sua qualità. Investe però decisamente la possibilità stessa di una matura esperienza religiosa, se non vogliamo ridurla ad una dimensione insignificante dell'esistenza, a cui si delega al massimo qualche brandello di tempo e di spazio.
    Per questo, sono convinto che la sfida attuale non sia di natura religiosa ma antropologica. In questione cioè non c'è direttamente l'alternativa tra l'essere religioso o il non esserlo. Prima di questa decisione e come sua possibilità c'è il confronto sul tipo d'uomo e di donna che sogniamo e vogliamo diventare.
    Questa convinzione mi spinge a sollecitare con forza chi è impegnato nell'educazione alla fede, in questa Europa che sta omologandosi purtroppo su queste frontiere, a privilegiare la via dell'educazione anche nell'educazione alla fede per ricostruire uno stile diverso di esistenza.
    L'educatore credente sa che la passione evangelizzatrice non può essere ristretta ai processi di educazione. Senza l'annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l'uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l'incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita.
    Questo incontro é sempre espressione di un dialogo d'amore e di un confronto di libertà, misterioso e indecifrabile. Sfugge ad ogni tentativo di intervento dell'uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell'iniziativa di Dio.
    Tutto questo però viene servito, sostenuto, condizionato dagli interventi umani che hanno la funzione di attivare il dialogo salvifico e di predisporre l'accoglienza.
    Il rilancio dell'esperienza religiosa corre perciò sullo stesso binario della più generale preoccupazione educativa, anche se non si esaurisce in essa.

    3. UNA ESISTENZA APERTA ALL'ESPERIENZA RELIGIOSA

    Dalla prospettiva appena delineata tento qualche proposta per immaginare un tipo d'uomo e di credente in confronto critico con i modelli culturali dominanti e per progettare processi formativi, capaci di garantirne l'esito.

    3.1. Un'esistenza in esodo verso l'alterità

    Solo una matura risposta all'interrogativo "Chi sono io?" e "Chi è Dio" può assicurare la ricostruzione di una esistenza personale capace di consegnarsi al mistero santo di Dio. In che direzione convogliare la progettazione di sé e la comprensione del mistero di Dio?
    Per orientarmi nel pluralismo diffuso, mi piace pensare alla parabola del "buon samaritano", una pagina di Vangelo che sembra scritta apposta per dirci chi è Dio e chi è l'uomo nel suo progetto.
    «Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; fa' questo e vivrai".
    Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". Gesù riprese:
    "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso"» (Lc. 10 25-37).
    "Cosa devo fare per avere la vita eterna?", chiede il dottore della legge con una espressione che nelle Scritture ebraiche indica la "cosa" che conta di più: la verità della propria esistenza secondo il progetto di Dio. Gesù accoglie la domanda e risponde, rimandando alle due condizioni fondamentali suggerite dalla Legge: l'amore a Dio e l'amore verso il prossimo.
    Con questo richiamo tutto sembrava risolto. E invece qui si scatena la novità del Vangelo.
    Il dottore della legge riprende la conversazione sul tema in cui riconosce di avere dei dubbi: chi è il prossimo?
    Gesù risponde, capovolgendo le posizioni. Non si tratta di elencare "chi" è prossimo e chi non lo è, definendo la situazione oggettiva di partenza. La questione non riguarda gli altri, ma l'atteggiamento personale nei confronti di chiunque. Gesù chiede infatti di "farsi prossimo". Trasforma la situazione fisica di vicinanza o di lontananza, in una vocazione, che interpella la libertà e la responsabilità personale.
    L'invito di Gesù è molto impegnativo. L'altro è spesso senza voce: non ha nemmeno la forza di chiedere aiuto. Eppure, in questa sua situazione, egli è sempre un forte imperativo ad ogni persona. Gesù gli dà voce, invitando ad accogliere il grido silenzioso di chi soffre e ha bisogno di sostegno.
    La parabola ci ricorda perciò che costruiamo la nostra esistenza solo se accettiamo di "uscire" da noi stessi, decentrandoci verso l'altro. L'esistenza nella concezione evangelica, è quindi un esodo verso l'alterità e un superamento di ogni chiusura nel cerchio ristretto di ogni egoismo personale, di gruppo e di nazione. Esistiamo per amore e siamo impegnati a costruire vita attraverso gesti d'amore.
    Noi, come il samaritano, abbiamo la vita eterna, perché nell'atto di amore ci incontriamo con Dio, l'unica ragione della nostra salvezza.
    Dio è il fondamento supremo di questa vocazione all'amore che viene dal silenzio dell'altro. Lo manifestiamo, lo conosciamo e lo amiamo nella misura in cui accogliamo, serviamo e amiamo il povero con tutte le nostre risorse.

    3.2. Una identità nell'affidamento

    Il nodo educativo fondamentale per ricostruire una esistenza in esodo verso l'alterità è determinato dall'identità personale e dai valori su cui essa viene organizzata.
    Quello dell'identità è oggi uno dei problemi educativi più inquietanti. La sua soluzione pesa non poco sulla possibilità di una matura esperienza religiosa.
    Lo sanno bene gli operatori di pastorale giovanile.
    Qualcuno sogna il ritorno ai tempi in cui l'identità era forte, sicura e battagliera. Per questo molti educatori vogliono proposte forti e sicure e fanno coincidere la maturità con la robustezza delle proprie scelte, la coerenza continua e costante, l'indice alto di conoscenze che la persona possiede.
    Qualche altro, invece, preferisce parlare di un adattamento pieno alla situazione di complessità culturale in cui viviamo, attraverso la costruzione di identità fragili e deboli. Questo tipo di identità sembra l'unico vivibile in un tempo di crisi.
    Per cercare un'alternativa ai modelli forti e a quelli deboli, ho riscoperto un'esigenza che mi sembra profondamente radicata nell'esperienza evangelica e nella tradizione educativa cristiana: un'identità stabilizzata sulla capacità di affidamento. Commento la proposta, indicando anche la condizione educativa che la può consolidare.

    3.2.1. Il confronto con l'unico problema "vero": la morte
    L'identità nasce in uno scambio tra la storia personale e i contributi forniti dall'esterno, che scrivono questa stessa storia. Oggi, purtroppo, domina la seduzione della superficialità e della manipolazione culturale. La costruzione di un'identità matura richiede di verificare gli stimoli che provengono dall'esterno per lasciarsi inquietare solo dai problemi "veri".

    Il grande problema, quello che davvero provoca la vita di ogni persona, è la morte.
    La nostra tradizione educativa ha fatto largo uso del confronto con la morte. L'abbiamo fatto però cercando di mettere in crisi la vita o almeno la sua pretesa di bastare a se stessa. La cultura attuale, al contrario, esorcizza il tema della morte, con tutti i mezzi di cui dispone.
    Per reagire a questo modo di fare, senza ritornare agli schemi del passato, è importante pensare alla morte a partire dall'amore alla vita. La morte lo mette in crisi: sembra fatta apposta per sottrarci il diritto di amare la nostra vita.
    Essa infatti produce un distacco obbligato e irrevocabile dalle cose e dalle persone. Recide, in ultima analisi, la trama quotidiana della vita. Ci sono ragioni da vendere per disperarsi. Che senso ha un'esistenza che si conclude in una costrizione senza appelli ad abbandonare tutto quello che è stato amato, costruito, realizzato? Possiamo amare una vita, protesa verso un esito tanto triste e ingiusto?

    3.2.2. La capacità di affidamento
    Il confronto con la morte ci consegna intensamente alla verità. Il processo formativo ritrova l'oggettività perduta e mette a contatto con esigenze su cui davvero non si può giocare a rimpiattino.
    Non lo fa dall'alto di sicurezze fredde e impersonali. Parte della vita per tornare alla vita: da quella vita che è veramente la cosa più oggettiva che ci sia, proprio nella espressione più grande della sua soggettività.
    Un giovane che definisce la propria identità accettando questa provocazione, può finalmente riscoprire quello che la nostra cultura sta perdendo o vanificando: la capacità di affidamento. Una identità che sa affidarsi diventa "stabile" nel coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare.
    Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità. Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell'avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell'esistenza.
    Ricostruire persone capaci di affidamento significa, di conseguenza, ricostruire un tessuto di umanità. Ma significa anche radicare la condizione irrinunciabile per vivere una matura esperienza cristiana.
    Questa è infatti la vita cristiana: un abbandono nella braccia di Dio, nell'atteggiamento del bambino che si affida all'amore della madre. Sembra strano: per diventare adulti, scopriamo la necessità di diventare "bambini". Ce l'ha raccomandato Gesù: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli" (Mt. 18,3).
    Dell'adulto vogliamo conservare la lucidità, la responsabilità e la libertà, proprio mentre ci immergiamo in una speranza che sa "credere senza vedere".
    Del bambino, invece, cerchiamo il coraggio di rischiare, la libertà di guardare in avanti, la fiducia incondizionata in qualcuno di cui abbiamo sperimentato l'amore, la disponibilità esagerata a condividere: in fondo, la voglia di giocare anche con le cose più serie.

    3.3. Un'esigenza di interiorità

    L'identità si consolida attorno ad un quadro di valori che funzionino come riferimento normativo per le decisioni e le scelte della vita.
    I valori non sono recuperati da un deposito, terso e protetto, e neppure li ereditiamo dalla nascita. Essi sono diffusi nel mondo quotidiano, con tutte le tensioni e le difficoltà di cui esso è segnato. Li assumiamo per confronto e per educazione. Sono più oggetto di esperienza che frutto di studio e di conoscenza.
    E' difficile e poco praticabile immaginare un controllo selettivo sui valori attorno cui costruire e stabilizzare la propria identità. Il contesto di complessità minaccia proprio questa possibilità.
    L'intervento formativo possibile è un altro. Si colloca non sul piano "esterno", quello che lancia le proposte; ma su quello della loro acquisizione.
    La persona è formata quando si è costruita un "filtro" attraverso cui verificare e valutare cosa accogliere e su cosa reagire. Non cerca così mondi protetti e neppure "teme" il pluralismo delle proposte. Le sa invece accogliere o rifiutare a partire da qualcosa che riconosce come determinante nella propria struttura di personalità.
    Questo principio discriminante va ricostruito dentro la persona, ridando voce autorevole alla "coscienza". La condizione è la capacità di comprendersi e di progettarsi dal silenzio della propria interiorità.
    Interiorità dice spazio intimissimo e personale, dove tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige.
    Riconsegnando in modo serio i giovani all'interiorità, li aiutiamo a superare la soggettivizzazione sfrenata. Lo affermo sulla fiducia educativa verso i giovani. Lo rilancio, consapevole, nella fede, che il silenzio dell'interiorità è il luogo in cui lo Spirito di Gesù si fa voce per guidarci alla pienezza della verità
    Le altre strade non mi sembrano praticabili o lo diventano a costi educativi ingiustificati. Spesso poi gli eventuali risultati ottenuti ricadono contro il nostro impegno formativo. Se alle proposte la persona non impara a reagire dal silenzio dell'interiorità, i "nostri" valori oggettivi saranno infatti quotidianamente sconfitti dal fascino seducente delle tante proposte che respiriamo.

    3.4. Il "grembo materno" della comunità

    L'interiorità è la condizione per la costruzione e il consolidamento dell'identità, in un tempo di complessità.
    Il dato mi sembra irrinunciabile. Va però compreso bene, per recuperare un'esperienza che ha rappresentato un guadagno notevole nei processi formativi di questi anni: la funzione del gruppo e il sostegno della comunità ecclesiale.
    La definizione dell'identità e il suo consolidamento nella struttura di personalità richiede uno spazio esistenziale capace di funzionare come "grembo materno" per la vita in crescita.
    Un tempo, il contesto culturale e la socializzazione primaria assicuravano spontaneamente questo sostegno. L'appartenenza non aveva bisogno di cure particolari e la diffusione dei valori fluiva armonicamente dalle istituzioni ai soggetti.
    I profondi cambi attuali stanno disturbando non poco il processo. Abbiamo reagito affermando la funzione del gruppo come luogo formativo e come mediazione privilegiata per restituire alla comunità ecclesiale l'esercizio della sua responsabilità sacramentale.
    Al di là delle formule, mi sembra uno degli elementi più comuni e riconosciuti dell'attuale pastorale giovanile.
    Una lettura attenta della situazione attuale porta però a costa-tare due limiti.
    Il gruppo ha tentato spesso di sovrapporsi alla persona, bloccandone la crescita in responsabilità, oppure si è sovrapposto al tessuto sociale originario, diventando totalizzante e reattivo. Sono convinto che la stagione del gruppo e la sua funzione anche in ordine all'esperienza di Chiesa non siano affatto concluse. Al contrario, mi sembra un'esigenza più urgente che mai, proprio per la complessità in cui viviamo.
    La questione è un'altra, più impegnativa perché di prospettiva. La indico, in termini rapidi, tracciando solo delle linee di tendenza:
    - l'interiorità, sostenuta e servita dal gruppo,
    - la compagnia con tutti sulla vita, a partire da una esperienza di gruppo che sappia funzionare come riferimento per appartenze diffuse e labili,
    - l'attenzione educativa verso tutti quelli che non frequentano (né frequenteranno) i gruppi, inventando spazi e momenti di contatto,
    - la progettualità vitale nel gruppo, per mostrare dal piccolo e dal concreto che alternative profetiche sono possibili e praticabili a vantaggio di tutti.

    4. IL CORAGGIO DI DECIDERSI PER UNA CAUSA

    Un altro atteggiamento diffuso, contro cui reagire in modo accorto, è dato dalla incapacità di decidere. Siamo spinti infatti a decisioni mai decisive, verso un'attenzione esasperata a non precludersi nessuna possibilità. L'eccedenza delle opportunità giustifica appartenenze deboli, dove sembra compatibile un orientamento e il suo contrario.
    Non immagino di poter ritornare ai modelli che hanno dominato per tanto tempo i processi formativi, quando ci eravamo abituati a pensare alle nostre decisioni nella logica fredda di un calcolatore, che non deve sbagliare nessuna procedura. Mi preoccupa però quella mancanza di decisionalità forte che minaccia la qualità dell'esistenza umana e vanifica la radicalità dell'esperienza cristiana. Per questo sono convinto che oggi sia urgente sollecitare i giovani al coraggio di decisioni ferme sulle cose che contano veramente. Queste decisioni vanno vissute in modo che funzioni come determinante la qualità di vita che si persegue e, in ultima analisi, la qualità provocante della fede.
    Suggerisco alcuni elementi educativo-pastorali.

    4.1. Decidersi per il regno di Dio

    In che direzione sollecitare il coraggio di decisioni forti e impegnative? Questa è, secondo me, la questione pregiudiziale. Per fortuna, abbiamo oggi una risposta, sicura e solenne.
    La Chiesa del Concilio ha riscoperto che il centro della vita nuova del cristiano sta nella condivisione appassionata della causa di Gesù. Da questa prospettiva possiamo riformulare i vecchi modelli moralistici e chiedere, nello stesso tempo, una conversione radicale di vita, grande come quella che ha costruito i santi.
    La decisione è per il regno di Dio. Questa è la "perla preziosa" per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto.
    A confronto con Gesù di Nazareth scopriamo l'oggetto della nostra decisione, la sua qualità e le condizioni che la rendono autentica
    Il regno di Dio è la pienezza di vita per ogni uomo. Questa pienezza è tutto frutto della passione operosa di Dio per far nascere vita dove c'è morte. E' dono suo, gratuito e imprevedibile. Ma è un dono speciale: sollecita e sostiene la collaborazione responsabile di ogni uomo di buona volontà, esigendo che ogni impegno per la vita sia realizzato "secondo il suo progetto".
    Gesù ha dato la sua vita, come sommo gesto di amore, accettando le conseguenze di una esistenza tutta protesa nell'impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, a tutti gli uomini. "Dare la vita" è la condizione fondamentale perché essa sia piena e abbondante per tutti. E chi si impegna in questo riconosce che l'esito della sua fatica è sempre "oltre" ogni progetto umano ed ogni realizzazione. Viene dal futuro di Dio, dove ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.
    Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, nel nome di Dio, pianta perciò la croce nel centro della sua vita. Riconosce la passione di Dio per la vita di tutti e si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo di impegno, concreto e storico, per la vita.
    La decisione diventa così vocazione: cammino personale per mille e diversi sentieri per esprimere totalmente la personale sequela del Signore.
    Questa esperienza di fede si consolida poi in progressiva esperienza etica: conformati a Cristo (Rom. 8, 29) per dono, ci impegniamo a diventarlo, giorno dopo giorno, nella responsabilità.

    4.2. Testimoni di speranza

    Il giovane cristiano, impegnato per la causa di Gesù, diventa un testimone di speranza, in un tempo in cui la speranza non è di certo abbondante
    Questa è un'altra dimensione di quel coraggio di decisioni ferme, di cui sto ricordando l'urgenza. Introduce la capacità di leggere nel profondo. Ricorda cioè la necessità di vivere di fede.

    4.2.1. Disperazione e coraggio della verità
    Non sono minacciate di disperazione le persone distratte e superficiali. Ad esse bastano le cose o i sogni su di esse da cui accettano di lasciarci sedurre. La disperazione si annida più intensamente in coloro che hanno il coraggio di camminare verso la verità della propria esistenza.
    Sono crollate le ideologie e quel pessimo uso dell'esperienza religiosa che radicavano la speranza sulla illusione. Misurati con la morte e il limite, abbiamo scoperto che i progetti politici non possono risolvere in modo esauriente i problemi personali e sociali, le conquiste tecnologiche non bastano ad assicurare una convivenza più fraterna e il benessere sociale ci lascia scoperti gli interrogativi più inquietanti.

    4.2.2. E se quello che non si vede fosse più importante di quello che si vede?
    Possiamo vivere di speranza solo se siamo aiutati ad andare oltre, verso il mistero che la realtà si porta dentro.
    Ce lo ricorda una pagina del Vangelo.
    "Quando arrivarono in mezzo alla gente, un uomo si avvicinò a Gesù, si mise in ginocchio davanti a lui e disse: Signore, abbi pietà di mio figlio. E' epilettico e quando ha una crisi spesso cade nel fuoco e nell'acqua. L'ho fatto vedere ai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo. Allora Gesù rispose: Gente malvagia e senza fede! Fino a quando dovrò restare con voi? Per quanto tempo dovrò sopportarvi? Portatemi qui il ragazzo. Gesù minacciò lo spirito maligno: quello uscì dal ragazzo, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
    Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, lo presero in disparte e gli domandarono: Perché noi non siamo stati capaci di cacciare quello spirito maligno?
    Gesù rispose: Perché non avete fede. Se avrete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, e il monte si sposterà. Niente sarà impossibile per voi" (Mt. 17, 14-20).
    Ai discepoli delusi Gesù non suggerisce un rimedio più astuto, qualche medicina magica che solo gli iniziati sono in grado di possedere. Chiama in causa invece quel poco di fede che può spostare le montagne. Sembra dire: non ci sono rimedi più raffinati da progettare; si richiede invece un salto di qualità, passando da quello che si vede e si constata al mistero che sta dentro. Solo a questo livello, in modo definitivo e sicuro, la vittoria impossibile contro la morte diventa possibile.
    Siamo abituati a considerare vero e reale solo quello che possiamo manipolare. Per questo siamo diventati tanto presuntuosi e saccenti da essere continuamente sotto la minaccia della disperazione. Il cristiano riconosce invece che la stessa realtà ha due facce: una si vede, si può manipolare, può essere letta e interpretata attraverso le categorie della nostra scienza e sapienza; l'altra, invece, si sprofonda nel mistero di Dio. Di esso Gesù ci ha squarciato qualche frammento, senza però darci parole e strumenti capaci di spiegare tutto a puntino.
    Il giovane cristiano scopre la condizione irrinunciabile per vivere fino in fondo la decisione per Gesù e per la sua causa: imparare a vivere di fede per essere testimone di speranza.

    5. RIDIVENTARE PROPOSITIVI

    Sono arrivato quasi alla fine della mia proposta. Ho indicato l'esito del cammino di maturazione e ho suggerito qualche preoccupazione per il suo rinnovamento. Tutto questo è nelle mani dell'educatore religioso.
    Questo mi sembra il punto cruciale di tutta la ricerca. Le situazioni nuove e i compiti nuovi che ne scaturiscono mettono in questione colui che ha la gioiosa responsabilità di esserne lo stimolo continuo e l'anima.
    Non posso chiudere la mia riflessione senza, di conseguenza, dedicare una parola a chi, come noi e come tanti nostri amici, crede intensamente alla vocazione di educatore della fede dei giovani e si interroga sul modo nuovo di realizzarla.
    Lo faccio con gioia perché so di poter dar voce a quello che tanti stanno vivendo, soffrendo e realizzando nel nome della vita e del suo Signore.

    5.1. "Guai a me se non predicassi il vangelo" (1 Cor. 9, 17)

    Parto da una esigenza. La stiamo riscoprendo come irrinunciabile, anche per la testimonianza infaticabile del Papa.
    L'educatore della fede, in una situazione di complessità e di pluralismo, ha la responsabilità di diventare "propositivo". In questo nostro tempo gridano tutti: lo fanno con una foga maggiore soprattutto coloro che sarebbe invece molto meglio tacessero. Eppure sembra che il diritto alla parola sia consegnato solo a chi accetta di dire cose che non contano. Appena la parola tocca le corde del senso della vita, il diritto viene ritirato... e può essere riacquistato solo a suon di moneta sonante (come fanno i gestori dei sistemi di comunicazione mass-mediale).
    Non mi mette in crisi la riduzione al silenzio o all'inefficacia. Mi inquieta e mi provoca la costatazione che in questa logica è la vita a scapitarne, quella dei giovani, i più fragili ed esposti, e quella dei più poveri, deprivati violentemente di ogni diritto alla parola.
    Ancora una volta, una ragione culturale ci fa riscoprire quello che sta alla radice della nostra esistenza credente: "Guai a me se non predicassi il vangelo" (1 Cor. 9, 17). Gesù non può risuonare come la ragione fondamentale della vita e della speranza, se qualcuno non lo annuncia con la passione contagiosa dei suoi primi discepoli. Per questo, l'educatore della fede è sollecitato a ridiventare intensamente propositivo e a ritrovare l'autorevolezza necessaria per penetrare, con le sue proposte, nell'intimo dell'esistenza di una persona.
    Ciò che rende "nuova" la gioia e la responsabilità di evangelizzare è la costatazione di questa esigenza, reattiva rispetto ai modelli rassegnati e permissivi di un passato appena trascorso. Ed è, nello stesso tempo e con la stessa intensità, la ricerca di uno stile rinnovato per realizzare questo compito.
    Diventare propositivi secondo il vecchio modello... sarebbe pericoloso: anche perché risulterebbe davvero inefficace, nella logica della cultura in cui ci muoviamo. Ci lasciano parlare, anche se lo facciamo con foga: tanto le nostre parole sono... parole che non contano rispetto alle cose che contano, quelle che ciascuno decide personalmente (o, al massimo, nel respiro rassicurante del piccolo gruppo di riferimento).

    5.2. Cosa evangelizzare?

    Cosa evangelizzare?
    Non ho nessuna intenzioni di affrontare gli enormi problemi teologici che può suscitare una domanda come questa. Possediamo, per fortuna, molte indicazioni autorevoli per affrontarli e risolverli
    Voglio solo sottolineare una preoccupazione.
    Il nostro è un tempo tutto piegato verso la vita e la sua qualità. L'ascolto e l'attenzione dei giovani sono condizionati alla capacità di dire qualcosa dentro questa attesa di vita e di felicità. Eppure, come non mai, la vita è stretta in situazione di emergenza, circondata da minacce che ne svuotano, con una progressione diabolica, la possibilità, la qualità e il senso.
    Come annunciare Gesù a chi ha imparato ad amare la sua vita, non è più disposto a rinunciarci, e a chi, in termini più o meno riflessi, si scopre inquietato da tutto quello che la minaccia? Non so rispondere con espressioni sicure ed elaborate. E non pretendo di certo di tentarlo nel poco tempo di cui ancora posso disporre.
    Ricordo solo una esigenza che potrebbe funzionare come filtro delle tante preoccupazioni che investono oggi chi è impegnato nell'evangelizzazione.
    La comunità ecclesiale ha un punto di riferimento normativo per dire l'evento dell'amore di Dio per la salvezza dell'uomo: Gesù di Nazareth. La costatazione è ovvia e comune. Purtroppo spesso altre considerazioni tendono a sovrapporsi.
    La comunità ecclesiale annuncia Gesù di Nazareth con forza e con coraggio, facendo camminare gli zoppi e restituendo la vista ai ciechi (Mt. 11, 2-6). Dice che Gesù è il Signore e non c'è altro nome in cui essere pieni di vita, restituendo la possibilità di essere nella vita a tutti coloro che ne sono stati deprivati.
    Così ha fatto Gesù di Nazareth. Nell'annuncio i fatti sono la prima e più eloquente parola; le parole della verità interpretano i fatti.
    Le provocazioni con cui misurarci sono quelle che riguardano la vita e la sua qualità: quei problemi, gli unici autenticamente veri, su cui confrontiamo le nostre decisioni. Per questo, annunciamo Gesù di Nazareth e il suo progetto, che è salvezza per tutti: per coloro che sono inquietati sul senso, dopo aver raggiunto la possibilità di una vita a misura d'uomo, e per coloro che invece annaspano ancora tra le onde della morte. E operiamo con competenza e serietà, perché ci riconosciamo "servi" di esigenze impegnative come sono quelle della vita, tanto da essere sollecitati a qualificare il nostro servizio nella direzione della verità e della continuità con la storia della fede ecclesiale.

    5.3. Come evangelizzare?

    L'evangelizzatore dice cose impegnative con la pretesa di penetrare in quello spazio intimissimo in cui una persona decide il senso della vita e il fondamento della speranza. Per fare questo, ha bisogno di una dose molto alta di autorevolezza.
    Lo schema tradizionale affidava l'autorevolezza alla verità delle cose proclamate. Quando un'affermazione era vera, poteva essere gridata a voce alta. Al diritto della verità corrispondeva il dovere di accoglierla. Questo fatto è in crisi, oggi, perché in una situazione di complessità ognuno pensa di avere il suo pezzo di verità.
    E' in crisi anche la seconda fonte tradizionale di autorevolezza. Un tempo l'autorevolezza era fondata sul ruolo, sul fatto cioè di avere determinati incarichi. Ad un ruolo socialmente riconosciuto competeva l'autorevolezza di dire determinate cose, con conseguente dovere di accoglienza da parte del destinatario.
    L'autorevolezza va riconquistata, con fatica e competenza. Su quali radici?
    Dando voce al vissuto di tanti amici, ridisegno la figura dell'educatore religioso nella proposta di diventare persone che sanno "fare proposte", raccontando storie che aiutano a vivere. L'ipotesi riporta, nella sua prassi quotidiana di testimone delle esigenze più radicali della vita, lo stile con cui sono stati costruiti i vangeli dalla fede della comunità apostolica, sotto l'ispirazione dello Spirito di Gesù.
    La parola dell'educatore è sempre un racconto: una storia di vita, raccontata per aiutare altri a vivere, nella gioia, nella speranza, nella libertà di ritrovarsi protagonisti.
    Nel suo racconto si intrecciano tre storie: quella narrata, quella del narratore e quella degli ascoltatori.
    Racconta i testi della sua fede ecclesiale: le pagine della Scrittura, le storie dei grandi credenti, i documenti della vita della Chiesa, la coscienza attuale della comunità ecclesiale attorno ai problemi di fondo dell'esistenza quotidiana. In questo primo elemento, propone, con coraggio e fermezza, le esigenze oggettive della vita, ricompresa dalla parte della verità donata. Credere alla vita, servirla perché nasca contro ogni situazione di morte, non può certo significare stemperare le esigenze più radicali e nemmeno lasciare campo allo sbando della ricerca senza orizzonti e della pura soggettività.
    Ripetere questo racconto non significa però riprodurre un evento sempre con le stesse parole. Comporta invece la capacità di esprimere la storia raccontata dentro la propria esperienza e la propria fede.
    Per questo l'educatore ritrova nella sua esperienza e nella sua passione le parole e i contenuti per ridare vitalità e contemporaneità al suo racconto. La sua esperienza è parte integrante della storia che narra: non può parlare correttamente della vita e del suo Signore, senza dire tutto questo con le parole, povere e concrete, della sua vita.
    Anche questa esigenza ricostruisce un frammento della verità della storia narrata. La sottrae al silenzio freddo dei principi e la immergere nella passione calda della salvezza.
    Dalla parte della salvezza, anche i destinatari diventano protagonisti del racconto stesso. La loro esistenza dà parola al racconto: fornisce la terza delle tre storie, su cui si intreccia l'unica storia.
    In forza del coinvolgimento personale l'educatore non fa proposte rassegnate. Chi narra per la vita, vuole una scelta di vita. Per questo l'indifferenza tormenta sempre l'educatore religioso. Egli anticipa nel piccolo le cose meravigliose di cui narra, per interpellare più radicalmente e per coinvolgere più intensamente.

    (date incerta: presumibilmente - per il tipo di dattiloscritto - anni 90))