Il racconto del mare

Il mare cattura molto di più il nostro intimo e diventa un oggetto sul quale i nostri occhi sostano, quasi a voler fissare quelle immagini così passeggere. Il mare, infatti, non è mai uguale a se stesso: pochi minuti dopo averlo guardato, appare diverso, perché la luce cambia, perché il suo movimento si ripete in modo differente… Accanto ai colori, ecco i suoi movimenti, che a volte sembrano un gioco, quasi a rivelare la natura giocosa dell’universo: flusso e riflusso, inspirare ed espirare, con le onde più o meno bianche le quali non rompono il silenzio neppure con il loro muggire. Altre volte, soprattutto in inverno, il mare si scatena incollerito e si scaglia contro la terra, come se cercasse di vincerla. Prima o poi giunge comunque la bonaccia e il mare diventa liscio come l’olio, l’orizzonte lontano si staglia netto, lasciando intravedere l’infinito, oltre mare. E così ritorno a contemplarlo, senza mai provare noia o stanchezza. Il mare sa raccontare il mio intimo più della terra o del cielo, perché conosce una grammatica dei sentimenti del mio cuore più precisa delle mie parole: la pace silenziosa che permette di abitare con sé nella sobria ebbrezza del vivere in salute e in relazioni di amore e di fraternità; l’ansia che a volte mi coglie in forma di turbamento serale; lo scatenarsi della protesta per il duro mestiere di vivere; l’impeto di sentimenti di guerra che occorre domare, tornando a guardare il mare.
(Il blog di Enzo Bianchi, Newsletter del 18/08/2026)

