Affrontare la crisi

    Miqqèz (Gn 41,1-44,17)

    Daniel Taub

    giacobbeefigli
    Mentre Giuseppe sale ad alte vette in Egitto, la famiglia che ha lasciato dietro di sé a Canaan sta sprofondando nella carestia e nella disperazione. I fratelli di Giuseppe, che erano stati allevati nel benessere, non hanno idea di come affrontare i tempi duri. Così tocca a Giacobbe, che ha trascorso gran parte della sua vita da pastore povero e affamato, stimolarli ad agire. Lo fa con un'espressione insolita, che ricorre una volta sola nella Bibbia: «Lammah titra'ù» (Gn 42,1).
    Questa espressione, che sprona i figli ad agire, è chiaramente cruciale per la storia. Ma che cosa significa?

    La domanda che Giacobbe rivolge ai suoi figli è misteriosa. La parola titra'ù sembra essere la forma riflessiva del verbo "vedere", il che suggerisce che, forse, significa "guardare se stessi", o "fare in modo di apparire" in un certo modo. L'ambiguità di tale espressione lascia ai commentatori ampio spazio di interpretazione quanto al messaggio di Giacobbe ai suoi figli in questo momento di crisi. Ecco le opinioni di quattro commentatori classici.
    Rashì, il grande commentatore francese che scrive nell'XI secolo, legge titra'ù come "farvi apparire", dando alla frase il significato di "perché fingete con gli altri di avere cibo in abbondanza?". In altri termini, suggerisce, Giacobbe sta dicendo ai suoi figli di non preoccuparsi di mantenere le apparenze e affrontare invece la realtà della crisi cui si trovano di fronte.
    Radaq (R. David Qimchi, Francia, XI secolo) segue una linea analoga, ma legge le parole come "illudervi" o "fantasticare". Per il Radaq, il problema che Giacobbe sta affrontando non è che i figli cercano di ingannare gli altri, quanto piuttosto che stanno ingannando se stessi.
    Abraham Ibn Ezra, che scrive in Spagna nel XII secolo, trova un'espressione analoga nel Libro delle Cronache, dove significa "litigare" e ne conclude che l'ammonizione di Giacobbe è: «Non litigate tra di voi».
    Ovadia Sforno, che scrive tra il XV e il XVI secolo in Italia, fornisce la spiegazione più semplice e più pertinente. Prendendo il verbo titra'ù come forma riflessiva del verbo "vedere", traduce l'espressione Lammah titra'ù?, abbastanza alla lettera, con: «Perché state a guardarvi l'un l'altro?». In altre parole, perché nessuno di voi prende l'iniziativa, perché state ad aspettare che qualcun altro risolva il problema?
    Quattro commentatori, che scrivono in luoghi diversi e in epoche diverse, suggeriscono spiegazioni molto diverse dell'intenzione di Giacobbe nello sgridare i figli. Ma ciascuno dei quattro riflette una reazione psicologica comune ai momenti di crisi: negazione, biasimo e rifiuto della responsabilità. Per Rashì e Qimchi, la domanda si collega alla tendenza a negare la crisi - o davanti agli altri o con se stessi: «Perché non affrontate la realtà della situazione?»; Sforno fa emergere la tendenza a cercare fuori di noi la soluzione dei nostri problemi: «Perché state a guardarvi l'un l'altro?».
    Così com'è interpretato da quattro commentatori classici, il messaggio di Giacobbe per affrontare situazioni di crisi è chiaro: affrontate la realtà della situazione; non distruggete la vostra unità incolpandovi a vicenda o litigando tra voi; assumetevi la responsabilità personale per trovare una soluzione al problema.