Ascoltare e scrivere
Nizzabìm e Vayyèlek
(Dt 29,9-30,20 e 31,1-30)
Daniel Taub

Le due letture più brevi della Torà, Nizzabìm e Vayyèlek, si leggono spesso insieme. Quando sono collocate l'una accanto all'altra, colpisce il contrasto tra i loro nomi: Nizzabìm, che significa "stare", da una parte, e Vayyèlek che significa "egli andò", dall'altra.
Il paradosso è chiaro. In Nizzabìm il popolo di Israele, che è sul punto di entrare nella terra di Israele, sta fermo. In Vayyèlek Mosè, che non andrà con loro, corre da una tribù all'altra per condividere le sue ultime parole.
Questo contrasto tra la comunità e l'individuo, tra ciò che è statico e ciò che è dinamico, si riflette negli ultimi due dei 613 comandamenti, che impariamo nella lettura dei brani citati sopra.
Il penultimo comandamento è noto come Haqhel ovvero "Raduna". Ogni sette anni, all'epoca di Sukkòt nell'anno sabbatico, l'intera comunità di Israele («uomini, donne, bambini e il forestiero che è nelle tue città»: Dt 31,12) si doveva radunare a Gerusalemme e ascoltare una lettura pubblica della Torà.
Il libro di Neemia (capitolo 8) fornisce una vivida descrizione della cerimonia di Haqhel presieduta da Esdra dopo il ritorno degli ebrei in Israele, all'indomani
dell'esilio babilonese. Oltre che descrivere la spettacolare lettura pubblica per la quale tutto il popolo si raduna "come un sol uomo", la descrizione comprende anche un gran numero di elementi che sono diventati la base per il modo in cui oggi si legge la Torà nelle sinagoghe: leggere da una particolare bimà o piattaforma, fare una benedizione speciale sulla Torà e alzare in alto il rotolo affinché tutta la comunità possa vederla.
In uno degli ultimi anni sabbatici, si tenne effettivamente una lettura pubblica della Torà su vasta scala presso il Muro Occidentale di Gerusalemme.
Il 613esimo comandamento suggerisce un approccio diverso per garantire la continuità della tradizione. Il comandamento deriva dal versetto: «Ora scrivete questo cantico e insegnatelo ai figli d'Israele: mettilo sulla loro bocca» (Dt 31,19).
Secondo la maggioranza dei commentatori tradizionali, il cantico cui ci si riferisce qui è l'intera Torà, e il comandamento di scriverlo vale per ogni singolo
individuo. Poiché chiaramente non ci si aspetta che ciascun membro del popolo ebraico diventi uno scriba, il comandamento di scrivere una Torà può essere osservato possedendo e studiando i libri ebraici, e sostenendo in generale la loro pubblicazione e il loro studio. Negli ultimi anni ci sono state nel mondo ebraico anche numerose campagne per incoraggiare la gente a "comprare" una lettera di un rotolo della Torà e partecipare in tal modo all'effettiva scrittura di una Torà.
Questi due ultimi comandamenti nella Bibbia affrontano il problema di come si debbano preservare e tramandare di generazione in generazione la dottrina e la tradizione ebraica. Ma questi due comandamenti suggeriscono due modi molto diversi di come si possa conseguire tutto questo. In particolare, suggeriscono tre approcci contrastanti.
Comunità e individualità
La cerimonia di Haqhel si svolge davanti all'intera comunità di Israele. Scrivere una Torà, d'altro canto, è un atto privato e individuale, come sottolinea il comandamento stesso («Scrivete per voi»: così in ebraico alla lettera).
Passività e attività
La lettura pubblica della Torà è un evento passivo; l'unica cosa richiesta al popolo è che ascolti. Nello scrivere la Torà è richiesto un atto positivo: scrivere. E l'enfasi non sta tanto sull'orecchio quanto sulla bocca: il comandamento consiste nel mettere la Torà "sulla bocca" dei figli di Israele, affinché possano esporla attivamente.
Fissità e dinamicità
La lettura di Haqhel si può svolgere soltanto in un momento prefissato e in un luogo prestabilito. Segue una struttura preordinata e mira a preservare l'integrità della tradizione. Il comando di scrivere la propria Torà, per contro, si può osservare in qualunque momento e in qualsiasi luogo.
Presi insieme, questi due comandamenti suggeriscono che, cercando di garantire la continuità della tradizione ebraica, abbiamo buone probabilità di trovarci in una tensione continua tra la comunità, che cerca di conservare un'interpretazione fissa e universale della tradizione, e la ricerca individuale di conferire ad essa un'espressione più creativa e dinamica.
Forse queste tensioni non potranno mai essere adeguatamente risolte; forse in effetti non si vuole che lo siano. Ma nell'affrontarle possiamo trovare un certo conforto in un commento di Rabbi Yechiel Epstein (Lituania, XIX secolo) che, nell'introduzione al suo codice halachico `Arùk hashshulchàn chiede perché, nella lettura, ci si riferisca alla Torà come a un "cantico". Ecco la sua risposta: la tradizione ebraica è piena di divergenze di opinioni e di discussioni. Per questa ragione la Torà è chiamata "cantico": perché un cantico diventa più bello quando è scritto per molte voci che si uniscono insieme, creando una magnifica armonia.

