Con la Bibbia
nelle scuole
Rosa Castellaro
Tra gli obiettivi specifici di apprendimento per l’Italiano della nuova scuola secondaria di secondo grado è indicata la conoscenza delle basi delle tradizioni letterarie europee, da acquisire anche attraverso lo studio delle letterature del vicino Oriente e della Bibbia.
La collocazione della Bibbia tra le grandi opere che gli studenti devono leggere per formarsi una cultura letteraria è senz’altro lodevole, anche perché confuta la convinzione, presente in molti insegnanti, dell’inopportunità di far leggere quel libro a scuola, in quanto ritenuto espressione di uno specifico pensiero religioso, mentre la scuola dovrebbe guidare i giovani a libere scelte, specialmente in un settore così delicato.
Si deve tuttavia osservare che questo atteggiamento di molti docenti ha ottenuto come risultato proprio la compromissione della libertà di scelta da parte dei giovani, in quanto li ha lasciati nell’ignoranza di uno dei più importanti strumenti interpretativi della nostra cultura. Un esito che appare deprecabile soprattutto oggi, quando è più che mai viva l’esigenza di trovare nelle proprie radici culturali gli strumenti adatti a dialogare con le culture che si affacciano al nostro mondo, in un processo ininterrotto di arricchimento reciproco.
Figure e temi biblici, come sappiamo, sono comuni alla tradizione israelitica, a quella cristiana, a quella islamica: perché privare dunque i nostri giovani della loro conoscenza approfondita, che vada al di là dei vaghi ricordi del catechismo appreso nell’infanzia? Ai giovani verrà dalla conoscenza, e non dall’ignoranza nutrita di pregiudizi, la possibilità di fare della Bibbia uno strumento per aprirsi alla trascendenza, o per giungere alla comprensione critica del passato o degli stessi nostri giorni. D’altra parte, come ben sappiamo, la Bibbia è stata definita il «Grande Codice della letteratura occidentale» (N. Frye, «Il Grande Codice. La Bibbia come letteratura », Einaudi, Torino), e certamente costituisce un “codice” non solo nel versante artistico-letterario, ma anche in quello etico e sociale.
I nostri giovani mostrano una ferma volontà di conoscere il mondo. E anche per questo viaggiano moltissimo, attraversano centri storici millenari, vedono statue e cattedrali: ma quale può essere la loro effettiva comprensione di questi documenti dell’ingegno umano se non sanno nulla dello spirito che li ha animati? È molto interessante, a questo proposito, fare riferimento all’esperienza citata dalla scrittrice francese Anne Marie Pellettier nel suo libro «La Bibbia e l’Occidente» (Edb, Bologna): una studentessa liceale, in visita d’istruzione a un museo nel quale erano esposte numerose Madonne col Bambino, aveva chiesto stupita alla sua insegnante perché mai in quel museo si trovassero raffigurate tante baby-sitter.
Tocca ora agli insegnanti cogliere l’occasione della riforma per introdurre i giovani alla lettura della Bibbia, cercando il modo di coinvolgerli e di mostrare loro tutta la ricchezza del grande libro. La vastità e la difficoltà di lettura dell’Antico Testamento ne sconsigliano una lettura “ingenua”, cioè affidata unicamente alle capacità di comprensione degli studenti di 15-16 anni; il rischio che si presenterebbe è che ben presto gli studenti si stancherebbero di una lettura che richiede troppa pazienza e continui rimandi a note esplicative. Appare opportuno, piuttosto, un approccio selettivo, attraverso una scelta di episodi e di passi che permettano un primo inserimento nel mondo biblico.
Questo modalità di lettura aiuta anche ad evitare il pericolo di cadere nell’erudizione; in questa fase di studio il discorso sulla struttura e sulla storia interpretativa della Bibbia può essere appena accennato, a favore di temi che stimolino la curiosità e la partecipazione emotiva ed intellettuale dei ragazzi.
Se il problema delle scelte didattiche vede coinvolti tutti gli insegnanti, quelli che hanno una visione cristiana della vita si potranno confrontare con chi ha altre opinioni: è consigliabile ed esauriente considerare la Bibbia semplicemente un classico, da collocare in libreria accanto ai poemi di Gilgamesh, all’Iliade, all’Odissea? Quali opportunità di ordine spirituale e religioso è possibile cogliere da questo primo approccio con il grande libro? Quali accostamenti operare tra Antico e Nuovo Testamento? Per tentare di dare una risposta, necessariamente approssimativa, a questi insegnanti, si propone qui, tra i molti possibili (le grandi figure bibliche: Mosè, Giuseppe, Esther; il tema della sapienza e della ricerca della verità; il tema del dolore e dell’obbedienza a Dio; il “sistema religioso” del popolo israelitico), un percorso che parte dalla Bibbia, si collega ad altre dimensioni della cultura e dell’agire umano, e si conclude di nuovo con la Bibbia.
Al centro del percorso c’è il tema della convivenza tra i popoli alla luce dell’insegnamento biblico.
La storia del popolo d’Israele è, come sappiamo, segnata più dalla guerra che dalla pace, più dall’oppressione che dalla libertà, ed è quindi ovvio che nella Bibbia siano numerosi i riferimenti alle lotte che questo popolo ha dovuto sostenere per difendere il suo stesso diritto ad esistere. Nella presentazione del percorso agli studenti, potremmo partire quindi da una sintetica presentazione della storia di Israele, quale è proposta dalla Bibbia, fermandoci a leggere gli episodi più densi di significato: l’esodo, o uscita dall’Egitto, la conquista della terra di Canaan, la deportazione a Babilonia, la conquista di Gerusalemme da parte di Antioco IV Epifane, ecc.
Alla luce di questi eventi, ci si potrà fermare ad analizzare con attenzione lo splendido Salmo 17, il canto di trionfo di Davide, del quale citiamo alcuni versetti: 29. «Tu, O Signore, sei luce alla mia lampada; / il mio Dio rischiara le mie tenebre».
30. «Con te mi lancerò contro le schiere, / con il mio Dio scavalcherò le mura». 31 «La via di Dio è diritta, / la parola del Signore è provata al fuoco; / egli è scudo per chi vi si rifugia....» 38. «Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti, / non sono tornato senza averli annientati.
39. «Li ho colpiti e non si sono rialzati, / sono caduti sotto i miei piedi». («La Sacra Bibbia», Edizione ufficiale della Cei). Questa lettura si presta a considerazioni centrali nel rapporto uomo– Dio, ma induce anche a domandarci se la fede può accettare la logica della guerra, se è davvero impossibile pregare per ottenere non la vittoria, ma la pace. L’”altro” che si scontra con noi, è solo e sempre il “nemico” da abbattere? Questa domanda aprirà ovviamente un dibattito sull’influenza della religione nella storia dell’umanità; e adesso dovremo dare una risposta serena, ma non imprudentemente ottimistica, dolorosa ma non disperata.
Per allargare il discorso a una dimensione più ampia rispetto a quella della realtà contingente, potremmo portarci in ambito letterario, e prendere in considerazione alcune opere che si collocano alle origini della cultura occidentale, quali la Chanson de Roland o il «Cantar de mio Cid», per arrivare ai grandi capolavori della letteratura italiana, come la «Gerusalemme Liberata» di Torquato Tasso. Il tema centrale di queste opere è appunto la guerra contro chi è ritenuto infedele, e minaccia le nostre terre o la nostra fede. Lo spirito eroico e la forza poetica che le animano non possono tuttavia far dimenticare la realtà tragica che è alla loro base storica.
Ma tutta la letteratura è grondante del sangue di innumerevoli battaglie; non è certo difficile per i docenti scegliere pagine lontane o vicine rispetto al nostro tempo che parlino di guerre, di battaglie, di duelli. Se volessimo poi focalizzare il nostro sguardo sul XX secolo, potremmo far leggere ai nostri ragazzi due opere esemplari: «Nulla di nuovo sul fronte occidentale » di Erich Maria Remarque e «Se questo è un uomo» di Primo Levi. Dalla trasfigurazione letteraria dei fatti storici si potrà poi riportare i giovani all’analisi degli eventi dei nostri giorni, analizzando alcuni dei conflitti che tormentano oggi la nostra umanità, e che cercano una loro giustificazione in motivazioni religiose.
La fede in Dio, da sola, non può dunque salvare gli uomini dall’annientamento reciproco? Questo doloroso interrogativo potrà introdurre l’ultima parte del percorso, che non vede la sua conclusione nello sconforto, ma nella Parola chiarificatrice di Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Non come il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Giov. 14,27).
Dunque quella pace che sulla scena del mondo appare un’impossibile meta, è disponibile invece nella coscienza di chi agisce con giustizia e cerca la verità, rigettando la prevaricazione e l’odio. Se l’Antico Testamento racconta la storia di un popolo in cammino verso la pace, il Nuovo Testamento dà l’annuncio di questa pace, ma richiede la nostra partecipazione per realizzarla concretamente nel mondo.
Il rifiuto della violenza come mezzo per la risoluzione dei conflitti è d’altra parte indicato esplicitamente da Gesù al momento della sua Passione: «Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture secondo le quali così deve avvenire?» (Mt. 26, 53,54). È bene chiarire che la lettura della Bibbia non può essere utilizzata per spingere i giovani a illusioni troppo facili; dobbiamo piuttosto sviluppare in loro la consapevolezza che nel mondo è certo presente il male, ma è anche avvenuto il suo riscatto, ad opera di Cristo.

