Dio e Abramo:

    insieme un'altra storia

    è possibile

    Gregorio Battaglia


    I primi undici capitoli del libro della Genesi sono dedicati a quegli inizi, da cui tutto prende le mosse. Nella prima parte il racconto si sofferma sull’evento della creazione da parte della Parola di Dio, mentre nella seconda viene offerto uno sguardo sintetico sui primi passi della storia umana, che sin dalle prime battute sembra avvitarsi in una logica autoreferenziale, incapace di costruire relazioni veramente umane, che profumino di vita.
    L’intento teologico di questa seconda parte è quello di presentare la deriva a cui va incontro l’umanità, nel momento in cui si lascia guidare unicamente dal suo desiderio, che la porta ad impostare ogni cosa su quella volontà di potenza, che la dovrebbe portare ad “essere come Dio”, ma che di fatto la rende schiava dei propri istinti e degli idoli, a cui con passione dedica la propria vita.
    In Gen 6,5-6 ci viene data la possibilità di cogliere questa deriva della storia umana, incapace di costruire percorsi di vita ed, allo stesso tempo, di sentire la reazione addolorata di Dio: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. Ed il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”.

    Il Signore non si stanca di amare e di riprendere l’iniziativa

    Le pagine iniziali della Bibbia si preoccupano di metterci al corrente del “dolore” di Dio nel vedere che la sua creatura usa in modo maldestro la libertà ricevuta in dono, ma non mancano di farci conoscere la puntigliosità con cui il Signore interviene per dare un corso nuovo alla storia degli uomini. Il racconto del diluvio mette in primo piano l’opera di Dio, finalizzata a salvare un resto di tutta la creazione.
    La costruzione dell’arca, in cui tutta la creazione trova dimora, costituisce la prima risposta di Dio al dilagare della “malvagità” umana. Con Noè ed i suoi figli, usciti dall’arca, sembra che si possa dare avvio ad un nuovo “inizio”: “Dio benedisse Noé ed i suoi figli e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra”(Gen 9,1).
    Nonostante l’esperienza del diluvio, l’umanità non smette di obbedire alle proprie logiche, che la portano ad imbarcarsi nel progetto della torre di Babele, caratterizzato soprattutto per il venir meno della parola. In questo progetto ciò che è fondamentale non è la parola, in quanto capacità di relazione e di incontro, ma il segno del potere, come controllo assoluto di tutto e di tutti.
    Dio non smette di prendere posizione nei confronti della sua creatura. La prima risposta al progetto dell’umanità è la confusione delle lingue, che la costringe ad uscire dalla logica dell’omologazione, ma, allo stesso tempo, lo sguardo del Signore si concentra sulla famiglia di Terach ed in modo particolare sul figlio, Abram.

    Dio chiama Abramo per educarlo alla vita e alla vera libertà

    La storia raccontata dai primi undici capitoli si presenta come storia di fallimento, caratterizzata da una incapacità strutturale a saper impostare relazioni pienamente umane. Dio non si limita a prendere atto di questa fondamentale debolezza della creatura uscita dalle sue mani, ma intende intervenire per costruire con l’umanità una storia che profumi di vita e che si traduca in costruzioni di comunità rispettose e solidali.
    La chiamata di Abramo si inserisce pienamente in questo disegno di Dio, intenzionato a dare vita ad una storia di salvezza e non di morte. Con la narrazione della vicenda di Abramo si chiude per la Bibbia l’affaccio sulla storia degli uomini, che coinvolge tutti i popoli della terra e l’attenzione si concentra sull’avvio di una storia nuova, dove c’è una coppia, Abramo e Sara, che si lasciano educare da Dio, per imparare a vivere in modo veramente umano.
    Le notizie, che riguardano Abramo prima della “chiamata”, sono molto scarne. Gli ultimi versetti del c.11 ci fanno sapere che Terach ha tre figli, Abram, Nacor e Aran. Ma Aran, che ha già un figlio, Lot, muore subito. Gli altri due prendono moglie, ma la moglie che prende Abram è sterile e si chiama Sarai. Quando Terach decide di andare verso la terra di Canaan, Abramo e Lot lo seguono, mentre Nacor scompare dalla scena, preferendo possibilmente di rimanere sul posto per loro familiare.
    Il c.11 si chiude con la notizia dell’ arrivo a Carran di Terach, Abram e Lot, dove si stabiliscono, ma dove subito dopo avviene la morte di Terach. Abramo si ritrova, in tal modo, ad essere fuori dal suo ambiente, senza la presenza del padre e con una moglie sterile, che non gli può garantire un figlio, che possa costituire il suo futuro.

    All’inizio di tutto: la Parola del Signore

    Con la morte del padre Terach Abramo si ritrova a dover affrontare da solo le grandi scelte della vita. In questa situazione di pensosa attesa, Abramo avverte dentro di sé una voce imperiosa, che gli comanda di partire senza che gli venga indicata la meta del viaggio. Nel suo animo una cosa è chiara: bisogna partire in obbedienza a quella voce, che gli ha detto: “Lek leka –Vai, Vai via per te, dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese, che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno, maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”(Gen 12,1-3).
    L’ascolto obbediente della Voce che chiama, fa di Abramo un uomo che accetta di essere interlocutore di quel Dio che gli sta rivolgendo la parola. Così in Abramo l’umanità inizia a scoprire la propria vera identità di creatura “chiamata” a dialogare con il suo Dio. Rispetto al passato, qui si gioca una cosa totalmente nuova: Dio parla ed Abramo si affida alla parola che ascolta. La Voce, che gli continua a risuonare nell’intimo, gli ordina di farsi pellegrino ed allo stesso tempo apre per lui scenari nuovi, perché le parole di Dio sono “promesse”, che possono essere ricapitolate in tre grandi prospettive:
    - una discendenza numerosa, così da formare un grande popolo;
    - una benedizione, che è anche fecondità e che dice un rapporto di vicinanza e di comunione con il Dio della vita;
    - una terra, dove abitare.
    Abramo è chiamato ad una conversione radicale, perché Dio gli chiede di abbandonare tutti i suoi punti di riferimento, per andare verso un futuro, la cui unica garanzia è la stessa Parola di Dio. Abramo porta con sé quelle promesse misteriose, che lo chiamano ad incamminarsi e a orientarsi verso un avvenire da lui non posseduto. Si apre così una tensione che attraverserà per intero tutta la storia della salvezza. Le promesse troveranno momentanei compimenti, ma sempre parziali e ad ogni tappa, poi, nel momento del provvisorio compimento, quella tensione verrà rilanciata sempre più lontana.
    Intanto Abramo riceve solo le promesse, perché di fatto non ha nulla nelle mani, ma tutto questo non gli impedisce di dare credito a quella Voce. Il libro della Genesi ci dice che egli non frappone nessun tentennamento, non esita, né pone domande: “Allora Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore e con lui partì Lot” (Gen 12,4). L’autore della lettera agli Ebrei così commenta questa partenza di Abramo: “Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo, che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8).
    La storia di Abramo è la storia di un uomo che prende sul serio queste proposte divine, che aprono davanti a lui uno scenario vasto come il mondo, di cui impara a farsi responsabile. Il seguito del racconto mostrerà con ancora più forza quanto sia totale la fiducia di Abramo, che impara man mano cosa voglia dire aver fede in Dio. Egli parte con la moglie Sarai, con il nipote Lot e con tutti i suoi beni. Non si preoccupa di accantonare un deposito per garantirsi da qualsiasi disavventura, ma consegna tutto e si mette in viaggio.

    “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rm 4,18)

    In ascolto di quella Voce, che Abramo sperimenta come presenza interiore, egli si è messo in viaggio, fidandosi pienamente e dirigendosi verso quella terra di Canaan, che una serie di indizi gli facevano presupporre che doveva trattarsi proprio della terra promessa. Il testo non accenna ad alcuna difficoltà incontrata lungo il viaggio, ma si premura di farci sapere dell’arrivo in terra di Cannan, ma anche della sorpresa, che provoca delusione e sconcerto nell’animo di Abramo: “Arrivarono al paese di Canaan e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei” (Gen 12, 5-6).
    Il disappunto è quanto mai evidente nella stessa constatazione che la terra, che ti è stata promessa, di fatto non è disponibile, perché è già occupata da altri. Abramo non dice una parola, ma si limita ad osservarla a distanza, imparando a fare i conti con i ritardi con cui Dio dona compimento alle sue promesse.
    Intanto la Voce non smette di farsi sentire: “Il Signore apparve ad Abram e gli disse: ‘Alla tua discendenza io darò questo paese’” (Gen 12,7). Egli avverte questa presenza interiore, che lo conferma nella scelta compiuta, anche se i termini del compimento sono spostati in avanti, perché il destinatario della promessa non è lui, ma la sua discendenza. La risposta di Abramo è tutta racchiusa nel suo atto di costruire un altare e nell’invocare il nome del Signore. E come se volesse custodire con questo gesto un segreto, che possiede solo lui e che attualmente non ha alcun riscontro nella realtà.
    Abramo sta proprio imparando a lasciarsi sorreggere dal dinamismo della speranza, che gli permette di guardare in avanti fidandosi delle parole del suo Dio. Più avanza lungo l’itinerario aperto dinanzi a lui dalle promesse e più egli deve fare i conti con la povertà dei suoi programmi o delle sue soluzioni, perché i tempi di Dio si presentano ben diversi dai tempi degli uomini.

    Le due grandi tentazioni di Abramo: la rinuncia e la fretta

    In questa fatica, che spinge Abramo a fidarsi di Dio e delle sue promesse, egli si ritrova a dover sperimentare una modalità di vita, che non trova possibilità di confronto con altri. Egli non ha alle spalle una tradizione a cui rifarsi e non ci sono altri che vivendo la sua stessa avventura possano costituire una buona occasione di confronto.
    E’ inevitabile, allora, che egli possa vivere momenti di spaesamento o di vero e proprio cedimento, credendo che tutto quello che ha finora sperimentato possa essere stato il semplice frutto di una vera autosuggestione. Nel libro dell’Esodo una situazione analoga capiterà al popolo uscito dall’Egitto, ma che si ritrova a fare i conti con la durezza del deserto e della stessa libertà conquistata. Dice il testo che gli Israeliti accampati a Refidim misero alla prova il Signore, perché proprio in quel luogo si chiesero: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7).
    La prima tentazione che si presenta ad Abramo è quella della rinuncia. Egli ha preso contatto con la terra della promessa, che ha trovato posseduta già da altri, ma subito dopo si mette di mezzo anche la carestia, che lo costringe ad uscire da questa terra per discendere in Egitto. Abramo è portato a leggere questa “discesa” come uno svincolamento dai legami della promessa, per cui ritiene che per salvare la propria vita possa fare a meno della stessa moglie: “Vedi io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno:Costei è sua moglie e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di’ dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua ed io via per riguardo a te” (Gen 12, 13).
    Per la nostra sensibilità ci può sorprendere la leggerezza con cui Abramo affronta il problema della sua sopravvivenza, per cui egli è pronto a consegnare Sarai a chi gliela dovesse chiedere, ma nella logica del testo il fatto grave consiste proprio nel fatto che Abramo con questa decisione stia sconfessando la stessa promessa di Dio, che prevede da Sarai una discendenza.
    La stessa tentazione tornerà ancora più avanti, nonostante che Abramo abbia avuto già l’incontro con i “Tre” alle querce di Mamre. L’episodio trova posto subito dopo la distruzione delle città della valle, di Sodoma e Gomorra e la relativa salvezza del nipote Lot e della sua famiglia. Anche qui Abramo, che si trova come forestiero a Gerar, è tentato di far passare la moglie Sarai come sua sorella “Siccome Abramo aveva detto della moglie: ‘E’ mia sorella’, Abimelech, re di Gerar, mandò a prendere Sara” (Gen 20,2).
    Come nella vicenda dell’Egitto, dove Sarai viene presa in moglie dal faraone, così anche qui a Gerar dove è Abimelek a prendersi Sara, si verifica in modo puntuale l’intervento del Signore. E in tutti e due gli episodi Abramo viene costretto a ritornare sulla strada disegnata dalle promesse, perché Abimelech come anche il faraone gli riconsegnano Sara.
    E così la promessa gli è confermata, ma non gli viene mostrato come tutto questo si possa realizzare, senza dimenticare che Sara è una donna sterile! E’ come se il Signore gli dicesse: Impara a vivere nell’obbedienza alla promessa; impara a vivere di speranza, allargando sempre più il tuo spazio interiore tanto da poter accogliere tutte le contraddizioni di cui la tua vita possa essere punteggiata.
    La seconda tentazione si colloca sul versante opposto rispetto a quella della rinuncia. La questione della discendenza strettamente legata a Sara, che comunque continua ad essere una donna sterile, costituisce per Abramo un bel rompicapo. Egli aveva la bella età di 75 anni, quando in obbedienza alla Voce si decise a mettersi in viaggio e questo significa che non può aspettare molto a lungo per realizzare il sogno di una propria discendenza.
    Inizialmente Abramo aveva pensato che poteva essere il nipote Lot il suo erede naturale, ma al capitolo 13 veniamo a sapere che tra i due sorge un problema di pascolo, per cui è consigliabile la separazione. Perduta la speranza in Lot, egli pensa di poter contare sul servo Eliezer, ma sarà Dio stesso a dirgli: “Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede” (Gen 15, 4). Nello stesso contesto viene detto che Dio non manca di ratificare le sue promesse ponendo un segno quanto mai eloquente.
    Si tratta della stipulazione di un patto dove ad impegnarsi è soltanto il Signore, che passa in mezzo agli animali divisi in due e collocati in modo tale che ogni metà stia di fronte all’altra: “Quando tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. Il quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: ‘Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume di Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate’” (Gen 15,17-18).
    Nella stipulazione di questo patto unilaterale il Signore parla esplicitamente di “tua discendenza”, ma non dice ancora come tutto questo possa realizzarsi. A togliere Abramo da un certo disorientamento è proprio la moglie Sarai, che facendo ricorso alle usanze del tempo si sente di avanzare una proposta: “Ecco il Signore mi ha impedito di avere prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli” (Gen 16,2). E’ vero che si tratta di una scorciatoia, ma ad Abramo sembra un modo ragionevole per accelerare il compimento della promessa, tanto che il testo si limita a dire che “Abram ascoltò la voce di Sarai” (Gen 16,2).
    La schiava di cui parla Sarai si chiama Agar, un’egiziana, che potrebbe rientrare tra i donativi che Abramo ricevette dal faraone come risarcimento per avere preso per sé Sarai. Secondo il piano elaborato da Sarai il figlio pur nascendo da Agar sarà considerato figlio suo, essendo Agar una sua schiava. Ma non tutto fila liscio come nelle previsioni, anzi la situazione diventa così insostenibile che Agar si sente costretta ad allontanarsi nel deserto, dove sarà visitata da un angelo di Dio, che così la interpella: “Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?”. Lo stesso angelo la invita a ritornare, ma il figlio, che ella partorirà non è il figlio della promessa. Intanto il testo ci fa sapere che “Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele” (Gen 16,16).
    La notizia dell’età di Abramo ci permette di cogliere il senso di povertà che egli va provando sempre più: da una parte deve constatare il passare degli anni e dall’altra il dover continuare a sperare in un dono, che per quanto egli cerchi di accelerare non dipende dai suoi sforzi. Il paradosso della storia di Abramo è tutto racchiuso in questo dilemma: il compimento della promessa sembra dipendere dalla sua libera scelta, ma ogni volta che prende l’iniziativa sembra che tutto si complichi, come se non avesse compreso nulla del disegno di Dio. Attraverso ritardi e fallimenti il Signore si sta preoccupando di educare Abramo alla sapienza della vita, facendo di lui un uomo che impara a “sperare contro ogni speranza”.
    All’età di novantanove anni Abramo si lascia coinvolgere in un patto di Alleanza con Dio e per questo accetta di sottomettersi al segno della circoncisione insieme al figlio Ismaele. Subito dopo riceverà la visita dei “Tre”, che gli annunciano la nascita di Isacco, che vuol dire “sorriso di Dio”. Nonostante tutto questo ci sarà lo sbandamento di ‘Gerar’, prontamente rimediato dall’intervento di Dio. Il Signore a sua volta “visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato” (Gen 21,1-2).
    La promessa della discendenza si compie quando meno uno se lo aspetta e così Abramo e Sara possono aprirsi al sorriso e alla lode, per le meraviglie che solo Dio sa compiere: “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà, sorriderà” (Gen 21,6).