Dio nelle

    Scritture ebraiche

    Carmine Di Sante

    Parlo come un teologo cristiano che parla delle scritture ebraiche dal punto di vista ebraico ma nella consapevolezza e nell'impegno che formulo di fronte a voi che quello che le scritture ebraiche dicono è fondamentale ed è costitutivo per noi cristiani in quanto l'ebraismo è la radice della identità cristiana, come è stato ribadito anche ultimamente dal Papa nel discorso che ha fatto alla Commissione Teologica responsabile della preparazione del Giubileo.
    Io lavoro in un centro ebraico cristiano a Roma, il Sidic, che ha sede a Piazza Venezia. Prima di entrare nel discorso, poiché parliamo dell'esperienza di Dio nelle scritture ebraiche, una osservazione linguistica perché questa categoria, l'esperienza di Dio, se noi dovessimo andare a sfogliare la Bibbia ebraica e dovessimo individuare questa voce, avremmo una sorpresa amara, non troveremmo la categoria esperienza di Dio. Perché tutto si gioca su questo genitivo, "di Dio"; se "esperienza di Dio" dovesse significare l'esperienza che l'uomo (soggetto) fa di Dio (che è complemento oggetto), la Bibbia ebraica direbbe che una cosa simile sarebbe atto idolatrico, perché trasformerebbe Dio in oggetto. Se invece si intendesse quel "di Dio" come un genitivo soggettivo, cioè l'esperienza che consiste in ciò che Dio fa per l'uomo, allora forse potremmo trovare qualche cosa. Voglio dirvi che tutto si gioca su questo genitivo. E' un po' come quando noi troviamo nella Bibbia "amore di Dio". Che cosa vuol dire quel "di Dio"? E' l'amore che io (soggetto) ho di Dio (che è complemento oggetto), oppure è l'amore che Dio (soggetto) istituisce nei confronti dell'uomo e di cui la Bibbia è narrazione? Se questo è chiaro, la Bibbia più che "esperienza di Dio" ha un'altra categoria, la categoria della "irruzione di Dio" nella esperienza dell'uomo, dell'introdursi di Dio, come l'evento, ciò che non è programmato, l'incidente, al di là di ogni tuo disegno. La Bibbia ha questa categoria dell'introdursi di Dio nella storia di Israele, che è il paradigma della storia dell'uomo.
    Questa precisazione terminologica sposta il discorso, produce un duplice slittamento per quanto riguarda il tema su cui dobbiamo confrontarci; il primo slittamento è che dal protagonismo dell'uomo si approda al protagonismo di Dio; ciò che è importante nel racconto ebraico non è quello che l'uomo fa, le sue strategie che mette in azione, ma è invece quello che Dio fa. L'io è depotenziato, messo da parte, limitato, da che emerge quello che Dio fa. L'altro slittamento è che dal fare esperienza l'accento si sposta al racconto di quello che Dio fa, di cui la Bibbia è la testimonianza. Di fronte a un racconto l'atteggiamento è quello del disporsi, è quello della curiosità, dell'ascolto, nella possibilità che quel racconto contagi il lettore e trasmetta al lettore quella esperienza.
    Questa impostazione è diversa, e impostare il problema diversamente è già aprire piste di riflessione diverse. Se la Bibbia è il racconto di quello che Dio fa, in che cosa consiste questo racconto? Tutta la Bibbia è racconto, ma la Bibbia è composta di tanti libri. Quale è il libro che per Israele rappresenta il testo fondamentale, l'abc dove sappiamo come Dio entra nella storia, che cosa produce e quando Dio entra nella storia? Tra tutti i libri nella tradizione ebraica l'insieme dei libri sono quelli che raccontano l'Esodo. L'Esodo non è soltanto il secondo libro del Pentateuco, chiamato solitamente Esodo, ma sono tutti gli altri fino a Giosuè, che si conclude con l'ingresso nella Terra Promessa. Il racconto esodico è l'introdursi di Dio che libera Israele dalla schiavitù, lo fa passare per il deserto, lo conduce sul monte Sinai dove gli consegna la legge, per introdurlo nella Terra Promessa che è il simbolo della felicità, dell'abbondanza dei beni per tutti e condizionata dal cammino precedente, che è il monte Sinai e l'aver camminato nel deserto; la felicità condizionata dal principio "deserto" e dal principio "Sinai".
    Qui abbiamo il rivelarsi di Dio, il dirsi di Dio ad Israele e attraverso Israele al mondo. Leggere l'Esodo è disporsi all'ascolto di questo racconto perché questo racconto contagi il lettore. Come si dice Dio attraverso il racconto esodico, quali sono i tratti sorprendenti di questo Dio che irrompe?
    Il primo tratto è che qui si rivela un Dio che dà un amore gratuito. Già dire amore in qualche modo è un termine ambiguo. Diremmo che è un Tu, Dio si istituisce come un Tu; la percezione di Israele è che Dio si rivela come un Tu, come un Tu che istituisce una relazione che è personale, ma che è una relazione asimmetrica, questo è il punto su cui richiamare la vostra attenzione. E' un Dio che si rivela come amore gratuito, dove Dio è Tu e dove la relazione che Dio istituisce è totalmente gratuita. Che cosa vuol dire che Israele scopre un Dio che è Tu gratuito? Gratuito vuol dire due cose: è un amore incondizionato, che non pone condizioni, che abolisce il "se" e il "perché"; Israele percepisce che il Tu di fronte a cui si trova è un Tu che lo ama abolendo il "perché" e il "se". Quando noi amiamo, amiamo perché c'è una ragione, perché è bello, perché è buono, perché è intelligente, perché c'è un qualche cosa che ci attrae. Voi pensate all'esperienza che fa Israele di un Tu che nel suo porsi di fronte ad Israele abolisce questa categoria. Utilizzando una immagine a cui ricorre la Cavarero, è un amore immorale, nel senso che nel suo porsi di fronte all'altro non agisce in base al "mos" dell'altro, al costume dell'altro, ma agisce in base alla sua volontà di bene, alla sua decisione. Immorale non perché istituisce ciò che è immorale, ma perché non considera il comportamento dell'altro. E' un po' il mistero. C'è un secondo tratto ancora più sconvolgente nel racconto dell'Esodo. Questo Dio ama senza ritorno. Dio per Israele, quando ama l'uomo, amando l'uomo non realizza se stesso. Ogni nostro amore è sempre un amore di compimento: io amando l'arte mi sento poi più ricco di cultura; amando una madre il proprio figlio, realizza se stessa come bisogno di maternità. L'intuizione che avviene con l'Esodo è che Dio amando non realizza se stesso, ma mette da parte se stesso per fare essere l'altro. Questa idea che amare non vuol dire compiere se stesso, realizzare se stesso, ma vuol dire mettersi da parte perché soltanto così il mondo può essere. Anche qui mi pare il mistero della paternità e della maternità; perché un figlio possa esserci un genitore deve mettersi da parte, perché altrimenti il figlio sarebbe soltanto l'esecutore della volontà di progetto o desiderativa dei genitori. E Dio crea per l'ebraismo, dice Hölderlin, "come gli oceani, che creano le terre ferme ritirandosi". Nella Bibbia l'amore di Dio è concepito come messa da parte di se stesso, come svuotamento, come "kenosis", per riprendere una categoria del Nuovo Testamento, come aggiungere un posto all'altro ma perché questo avvenga io devo dargli il posto. E per questo si dice che la storia nasce con l'Ebraismo; non è che i popoli non avessero una storia, ma per i popoli antichi la storia era la messa in esecuzione della volontà degli dèi. Questo amore gratuito con cui Dio entra nella storia di Israele è autolimitativo e si dà nella modalità del comandamento. Legge e amore, comandamento e amore. Il mondo cristiano coglie sempre come contraddizione comandamento e amore, per la semplice ragione che il mondo cristiano vede l'espressione dell'amore nella spontaneità. Laddove l'amore non è spontaneità, ma chinarsi sull'altro con quel movimento incondizionato e senza ritorno, l'amore può essere comandato. Dio appare ad Israele dicendogli: "quello che io ho fatto per te è quell'amore che tu devi dare all'altro, a quello che ti sta accanto, al tu prossimo, devi amare come tu sei stato amato", questo è il Sinai, che è una montagna ed è il vertice di tutta la rivelazione di Dio. Dove quell'amore è comandamento. Lo devi assumere come principio del tuo stesso agire. Dio chiede ad Israele e"non tanto tu devi amare me, ma tu devi amare come me", questo famoso "katos", "come", che racconta come Dio si rivela ad Israele.
    Termino con una storia casidica. La tradizione ebraica non concettualizza, non ama le categorie astratte, si ama dire che se si chiedesse a un ebreo chi è Dio risponderebbe con una storia e non con una definizione. Allora termino con questa storia di Martin Buber, che è una storia chassidica, nella sua raccolta del chassidismo, di questa corrente di spiritualità ebraica del Centro-Europa che è stata sterminata dal nazismo. Una storia chassidica insegna che quando uno viene a te e ti chiede aiuto allora tu non devi piamente raccomandargli "abbi fiducia e rivolgi la tua pena a Dio", ma devi agire come se Dio non ci fosse, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell'uomo, tu solo. A me sembra che qui abbiamo la definizione più alta a livello narrativo di che cosa è Dio nel racconto dell'Esodo per l'ebraismo, Dio è l'irruzione che fa nella coscienza di un uomo, di una donna, di un ragazzo, di una ragazza, per costituirlo come Tu che lo ama, costituendolo suo vice, suo luogotenente, perché ogni volta che tu incontri un altro, Dio si ritira, e ha messo te perché tu sia il suo vice di fronte all'altro.