Dire Dio nel tempo

    del suo silenzio

    Antonio Torresin

     

    Premessa: silenzio di Dio e secolarizzazione

    Viviamo un tempo nel quale si sono perse le tracce di Dio. E Lui non sembra troppo farsi sentire, forse tace?

    Dio di volontà,
    Dio onnipotente, cerca
    (sforzati), a furia d'insistere
    - almeno - d'esistere.
    (Caproni)

    Questo silenzio di Dio sembra essere anzitutto l'effetto di una profonda secolarizzazione: se prima tutto parlava di Dio, oggi, tutto lascia spazio solo per le parole dell'uomo. Schematizzando potremmo riassumere così i passaggi di una secolarizzazione nella quale le parole di Dio sono state sostituite dalle parole dell'uomo: di fronte al cosmo parla la scienza (secolarizzazione della cosmologia; davanti alla malattia la tecnica (secolarizzazione del corpo: una nuova mistica della salute che sostituisce la salvezza dell'anima); all'anima risponde la psicologia (secolarizzazione dello spirito); la ricerca delle ragioni del vivere comune trova risposta nei "valori etici" (secolarizzazione della morale, un etica senza fede); anche la bibbia sembra trovare soprattutto le risposte dello storico (secolarizzazione della Scrittura).

    E Dio che fa? Tace. Forse sorride: i miei figli mi hanno battuto!
    C'è una disputa rabbinica di estremo interesse e particolarmente complicata che è nota come la disputa del "forno di Akhnai". In essa si oppongono due posizioni: una difesa da Rabbì Eliezer e l'altra da Rabbì jehoshua e dalla maggioranza dei rabbini che sono con lui.
    La questione ruota attorno ad un forno che era utilizzato per la purificazione. Il forno si è rotto e i rabbini si chiedono se sia possibile ricostruirlo oppure se si debba andare avanti senza. Dietro c'è la drammatica domanda di come sia possibile continuare dopo una catastrofe (la disputa nasce dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme e si è riaccesa dopo la shoà).
    Se ovvero sia possibile riprendere le tradizioni oppure se il popolo debba continuare in altro modo, privo delle istituzioni religiose che lo hanno fino ad ora guidato, con le sole proprie forze.
    Rabbì Eliezer è il rappresentante della tradizione (saremmo tentati di vedere in lui un fondamentalista) e Jehoshua con altri tre maestri della modernità (della secolarizzazione), della necessità che gli uomini si lascino guidare dalla ragione, ovvero della necessità di andare avanti senza più contare sulla presenza di Dio che sembra aver abbandonato il suo popolo.
    Eliezer, coerente al suo principio di trasmettitore fedele degli insegnamenti ricevuti, non accettò di piegarsi all'opinione contraria di una maggioranza schiacciante (quasi uno scontro tra la singolarità del fedele che vive in una maggioranza ormai secolarizzata).
    Ne nacque una terribile questione di principio; in un momento di perdita d'indipendenza politica e di dispersione si sentiva come necessità indispensabile l'unità dottrinale e disciplinaria dell'autorità rabbinica. Eliezer, con il suo veto, la metteva in dubbio. La risposta fu drastica e dolorosa. Gamliel, presidente del Sinedrio e cognato di Eliezer, comminò la scomunica, la terribile norma di isolamento sociale, che avrebbe impedito ad Eliezer ogni pubblica attività.
    Un racconto leggendario, carico di contenuti simbolici, ha trasmesso i dettagli della discussione del Sinedrio. Alla maggioranza che gli si opponeva, Eliezer portò delle prove miracolose a sostegno delle sue posizioni. Se la regola è come dico io, disse, questo albero si sposterà da solo; l'albero si spostò, ma i colleghi non si piegarono. Risposero: "va bene il carrubo si è spostato, ma questo cosa c'entra?" Se la regola è come sostengo, insistè Eliezer, questo corso d'acqua si fermi e torni indietro; la cosa si verificò ma i colleghi non accettarono la prova. E allora Eliezer fece spostare i muri della scuola; cominciarono a piegarsi, ma, spiega la leggenda con una punta d'ironia, i muri furono apostrofati duramente da un altro Maestro, Rabbì Jehoshua: "non vi dovete impicciare, che cosa c'entrate voi in una discussione di rabbini?"; e allora non finirono di crollare per rispetto a R. Jehoshua, ma non tornarono a posto per rispetto a Rabbì Eliezer. Eliezer invocò un giudizio celeste definitivo; e dal cielo uscì una voce che gli dette ragione; ma i colleghi gli risposero che la regola "non è in cielo"(Deut. 30,12). Che significa, si chiede il Talmùd che racconta questo episodio, che "la regola non è in cielo?"; significa che ormai la legge è stata data agli uomini dal monte Sinai, e che ogni norma si approva a maggioranza, come già la antica tradizione prescrive: "segui la maggioranza..." (Esodo 23,2).
    Rabbì Nathan, prosegue il Talmùd, chiese una conferma della correttezza dell'insolita procedura al profeta Elia: "Che cosa fece il Signore Benedetto in quella occasione?" "Sorrise dicendo: -I miei figli mi hanno sconfitto, i miei figli mi hanno sconfitto-".

    Forse Dio sorride davanti ai suoi figli che devono andare avanti senza l'intervento diretto divino e non sembra essere loro contrario! Ma certo gli uomini non sorridono troppo vedendo dove li ha condotti la loro autonomia da Dio. È una disputa senza vincitori e vinti, ancora aperta, perché se ci fosse una risposta già predefinita non ci sarebbe futuro. L'ebraismo che sopravviverà non sarà fatto di spostamenti miracolosi né di carrubi né di cetrioli, ma di discussioni sempre aperte e interpretazioni mai definitive, perché se tutte le risposte fossero già state date, si sarebbe chiuso il futuro.

    I silenzi di Gesù

    Non sono capace di andare molto avanti su un tema così vasto come il silenzio di Dio. Preferisco percorrere un'altra strada: i silenzi di Gesù. Perché anche Gesù, l'uomo della Parola, non è possibile ascoltarlo se si saltano i suoi silenzi. Questi fanno parte del discorso come le pause sono decisive in una partitura. Mettersi in ascolto dei silenzi di Gesù potrebbe portare a alcune sorprese! I silenzi parlano per chi li sa ascoltare.

    Un bambino che parla poco

    L'inizio della vita di Gesù è in fondo un lunghissimo silenzio. Comincia come tutti i cuccioli d'uomo passando lungo tempo a dormire - e sul sonno ritorneremo - e forse ad emettere suoni, magari anche parole, ma che non ci sono riportate. Le prime parole di Gesù sono a 12 anni e non sono certo incoraggianti per i suoi: "perché mi cercavate?". Per il resto non sappiamo nulla di come abbia imparato a parlare, di quello che ha detto da piccolo, delle sue prime parole pronunciate, delle domande fatte da bambino. Quasi viene da chiedersi se questo bambino che parla poco avesse problemi con la parola. O forse ha imparato a parlare perché ha cominciato anzitutto ad ascoltare. Il suo lungo silenzio è forse un infinito ascolto. Un'interminabile immersione nella vita comune, in una esistenza in nulla diversa da quella di ogni uomo e di ogni donna. Come se il silenzio di Gesù lasciasse la parola alla vita umana nella sua normalità, e ascoltare Gesù passasse dall'ascolto della vita, dell'umano comune. Dio non ha altre parole da dire che quelle che sono le parole della vita umana. Egli stesso impara a parlare perché s'immerge nell'umano comune, imparando la grammatica della vita quotidiana, e solo dopo parlerà di Dio, del Padre suo, ma con parole che non sono mai estranee alla vita dell'uomo nella sua essenzialità. Le parole di Gesù saranno tanto divine, tanto capaci di parlare della alterità di Dio, quanto rimangono parole che non si distaccano dall'umano, dalla parola umanissima che ogni persona impara nell'alfabeto della vita comune.
    Per ascoltare il silenzio di Gesù occorre prestare un nuovo ascolto alle parole della vita umana, all'alfabeto della vita quotidiana: mangiare, dormire, lavorare, alzarsi, camminare, soffrire, ridere, parlare, tacere, correre, guardare le cose, vedere con occhi stupiti il mondo, sentire vibrare la vita... Impareremo a sentire di nuovo la voce di Gesù non distaccandoci dalla parola umana ma immergendoci in essa, in un tirocinio con la vita comune, ordinaria, banale e unica, tremenda e tenera come la vita di tutti gli uomini.

    Gesù che dorme mentre imperversa la tempesta

    Il secondo silenzio di Gesù lo vede dormire a poppa della barca mentre attraversa il lago con i suoi discepoli. Silenzio che non manca di lasciare esterrefatti i suoi amici: "ma come, la tempesta imperversa, noi lottiamo contro le onde e tu dormi? Come puoi restare tranquillo in questa baraonda?". La domanda torna in ogni tempo come rivolta a Dio: perché Dio sembra tacere anche oggi, in questo tempo così difficile, in queste condizioni così pericolose? In effetti, il silenzio di Gesù ci lascia smarriti. Come se ci sentissimo abbandonati nella lotta contro il male, soli a combattere venti avversi, onde più forti di noi. La traversata è dura a volte, eppure è in obbedienza alla sua Parola che ci siamo messi in mare, che abbiamo preso il largo. Per questo il silenzio di Gesù sembra ancora più incomprensibile: come il tradimento di una promessa, come il non esserci proprio nel momento del bisogno, come un abbandono.
    Gesù si desta e sgrida i discepoli, quasi a dire: "ma come non mi avete chiamato? Uomini di poca fede!". Forse il silenzio ci chiede di non pensare di dover fare tutto da soli, di non lasciarci prendere dal panico della lotta. "Invano vi alzate presto al mattino e tardi andate a riposare se il Signore non custodisce la città!" (Sal 127,1). E mentre lottiamo da soli non ci accorgiamo che Egli è a due passi, è proprio lì e dorme! Ma come si fa a dormire in queste condizioni? Dorme chi si sente a casa, chi si sente protetto, chi non ha paura. E Gesù si sente a casa in questo mondo, anche in piena burrasca, anche nel pieno delle onde. Perché confida che non ci siano forze più grandi e violenze capaci di strapparci dalle mani del Padre. La confidenza nel Padre è il segreto del sonno di Gesù e quindi anche del suo silenzio: aspetta che il mare scarichi la sua violenza, sa che tutto passa, e che più forte della morte è l'amore, più resistente della burrasca è la barca, più tenace dei nostri altalenanti umori è la fedeltà del Padre. Come se volesse insegnarci a non avere paura, a invocare e chiedere aiuto, più che agitarci inutilmente contro la forza del vento e delle onde.

    Il silenzio di Gesù che non condanna

    Anche davanti all'adultera condannata a morte per lapidazione, Gesù tace. Scarabocchia sulla sabbia - le uniche parole che abbia scritto, dicono gli esegeti -come se le parole dovessero cancellarsi prima di essere dette. Non emette condanna, non esprime giudizi, non grida una giustizia che somiglia troppo ad una vendetta. Davanti al male certo Gesù parla, difende il vero e il giusto, ma davanti al peccatore tace. E il suo silenzio senza condanna apre la strada ad un cambiamento, ad una conversione. Non è affatto complicità con il male, ma compassione e vicinanza con chi porta il peso del suo male. Per fortuna Gesù tace, e questo silenzio sembra dare tempo, aprire spazi e strade perché il male non sia l'inevitabile destino di nessuno, perché a tutti sia data una possibilità diversa.
    Gesù tace perché ci sono parole che suonano scontate anche quando si alzano a difendere verità, valori, morali e costumi. Egli non lascia che le sue parole si confondano con quelle della morale comune, del giudizio facile e scontato.
    Forse un grande monito per le nostre parole. Troppo facilmente gli uomini - e anche gli uomini di Chiesa - alzano la voce, si ergono a difesa dei valori, si mostrano paladini del vero contro qualcuno, brandiscono la verità come una spada, come un bastone che è tanto severo con gli altri quanto incapace di vedere il male dentro di sé. Ma la verità non è mai un'arma da usare contro, è sempre per la vita dell'altro. C'è un silenzio che non è certo neutro nei confronti del male, ma è capace di vedere altro, di aprire strade, di cogliere possibilità differenti, vie d'uscita dove le parole sembrano trovare solo vicoli ciechi: "pro o contro", "colpevole o innocente", "vero o falso". Ci sono sfumature di bene che si aprono solo nel silenzio, nel mettere a tacere l'istinto al giudizio dell'altro. È un silenzio, questo, pieno di compassione, come il silenzio di un abbraccio, di un bacio che lenisce le ferite, che medica e cura le piaghe.

    Il silenzio davanti a Pilato

    C'è un luogo dove il silenzio di Gesù risuona potentemente: è davanti a Pilato. Marco ad esempio lo evidenzia con forza: "Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito". (Mc 15,4-5). Davanti al potere Gesù tace. Non certo perché lo teme, ma ci sono momenti nei quali parlare e alzare la voce, altri nei quali il silenzio è più forte di ogni parola. Perché le parole si perdono negli intrighi del potere che non cerca la Verità - che cos'è la Verità? Dice Pilato nel resoconto di Giovanni - ma solo il proprio interesse. Gesù non si difende. Crede che la Verità è capace di imporsi da sé, e che una difesa di sé in un processo già deciso, non farebbe che aumentare la babele delle lingue, l'aggressività del conflitto. Le parole per farsi strada hanno bisogno di un clima diverso, di un ascolto capace di fiducia. Dove invece ci si scontra per aggredirsi allora il silenzio è una parola che si sottrae allo scontro. Il Giusto accusato non può difendersi davanti ad un tribunale che non cerca la Verità ma solo la propria vittoria. Anche Giuseppe, nella storia di Genesi, davanti alle accuse della moglie di Potifar tace, evita di entrare nel conflitto e nella aggressività dello scontro. Rimette la sua causa all'unico giudice che può salvare, e in questo silenzio di fatto fa ricadere le accuse su chi le pronuncia. Accetta di subire l'accusa, come chi porta il male su di sé per non incrementare la spirale della violenza. Rompe con il silenzio la congiura delle parole.

    Il silenzio di Gesù sulla croce

    C'è poi il silenzio di Gesù sulla croce. Certo i Vangeli ci riportano anche le sue parole sul legno della croce, parole intense di abbandono fiducioso e d'impressionante perdono, parole toccanti di affidamento della madre e del discepolo, parole come lasciti testamentali di un'eredità che non si perde. Ma forse queste parole esprimono soprattutto quello che la comunità ha saputo ascoltare rileggendo lo spettacolo della croce.
    Sotto la scena crudele e lancinante della croce c'è innanzitutto il silenzio di Gesù, tanto più forte quanto provocato dalle parole che lo sfidano: "facci vedere se sei davvero il figlio di Dio, mostraci la tua forza, scendi dalla croce!". Gli uomini si aspettavano il miracolo, volevano un segno inconfutabile della sua divinità e Gesù si sottrae e resta in un silenzio disarmante e disarmato.
    Così commenta F. M. Dostoevskij, in I fratelli Karamazov nella famosa pagina chiamata del "Grande Inquisitore":

    Ma Tu sapevi che, non appena l'uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l'uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l'uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, così si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss'egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: "Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu". Tu non scendesti, perché una volta di più non volesti asservire l'uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l'ha per sempre riempito di terrore.

    Un difficile silenzio di Gesù di fronte al male che lo colpisce. Un silenzio disarmato, che abbraccia tutta la fragilità e il dolore del mondo, lo prende su di sé, se ne fa carico, perché nessuno sia più solo nell'affrontare la morte. Tace e semplicemente lascia che il male scarichi su di lui la sua forza e non colpisca noi povere creature. Disarmato e disarmante: perché un Dio debole e fragile è un silenzio che lascia la parola agli uomini. Dove eravamo noi mentre il giusto veniva condannato? Dove mentre gli innocenti subivano la violenza? Chi ha alzato la voce, chi ha preso le difese del giusto? Dove eravamo mentre i bambini subivano la violenza degli adulti? Dove eravamo quando occorreva aiutare Dio?
    Silenzio tremendo che noi non reggiamo, che parla della nostra colpa, del nostro peccato. Ma anche silenzio che non giudica ma perdona, che non condanna ma salva, che non chiude le porte della vita ma le apre a chi si pente e si mette dalla parte dell'innocente che muore riconoscendo di essere noi peccatori che non accampano scuse.

    Il silenzio di un Signore che deve ancora venire

    C'è poi un ultimo silenzio di cui vorrei parlare. Sono le parole che ancora non sono state dette, sono le parole di un Signore che deve ancora venire, di un Messia che attendiamo come "colui che ci manca". Perché il Signore non è solo colui che è venuto e che è presente ma anche colui che ci manca e che attendiamo. La sua non è solo una parola detta una volta, o che giace nascosta nelle pieghe del presente, ma anche la parola che ci viene incontro inaspettata e non ancora pronunciata. Non perché Dio abbia da dire altre parole da quelle che hanno preso carne in Gesù, ma perché quella parola è sempre davanti a noi, ancora non pronunciata in un "oggi" che deve ancora venire.
    Il silenzio ci parla allora del Dio che ci manca, atteso con nostalgia infinita, cercato con fatica e con tenacia. Egli viene, viene sempre da capo, viene da dove non l'aspettiamo, come una sorpresa, come un ladro, come lampo. Solo dopo un lungo silenzio pieno di attesa, egli può venire a noi come il dolce sposo, come l'atteso, come il risorto che sembrava prigioniero della morte e invece è vivo. Come una sorpresa che non finisce mai, come l'inaspettato, colui che disturba le nostre facili quieti e tiene viva la nostra fragile speranza.

    Reggere il silenzio e continuare a credere

    Credo che oggi credere significhi anche reggere il silenzio di Dio, l'esperienza non facile della sua apparente assenza. In un tempo nel quale gli uomini sembrano vivere nella alternativa secca tra una negazione di Dio, a partire dal silenzio della sua voce, dalla estraneità di ogni parola religiosa, e una enfasi della presenza, una mistica della fusione e dell'abbandono in Dio, dobbiamo ritrovare il coraggio di non perdere la fede nel tempo del silenzio di Dio, e imparare ad ascoltare nel silenzio la sua voce nascosta.
    Allora i temi del silenzio, della paura, della assenza di Dio, non sono per nulla estranei all'esperienza del credere. Vorrei concludere proponendo tre testimonianze, tre testi brevi e lancinanti dove sembra che il Signore non parli più:

    «(Dio) ha permesso che la mia anima fosse invasa dalle più spesse tenebre e che il pensiero del Cielo, così dolce per me, non fosse altro che soggetto di lotta e di tormento [...] L'immagine che ho voluto dare delle tenebre che oscuravano la mia anima è così imperfetta come una brutta copia al modello; tuttavia non voglio scriverne oltre, avrei paura di bestemmiare... Ho già paura di aver detto troppo» (Teresa di Lisieux)

    «Mio Dio, io non vi amo, non lo desidero, con voi mi annoio. Forse non credo nemmeno in voi [...] Se volete che io creda in voi, datemi la fede. Se volete che vi ami, datemi l'amore. Io non ne ho e non ci posso far nulla» (Maria-Noél)

    «Molti pensano che la mia fede, la mia speranza e il mio amore mi colmino profondamente e che l'intimità con Dio e l'unione con la sua volontà impregnino il mio cuore. Se solo potessero sapere... io assaggio la non esistenza di Dio, il fatto che Dio non sia Dio. Questo in me è una terribile prova. Come se in me tutto fosse morto, tutto di ghiaccio» (Madre Teresa di Calcutta)

    «Ho conosciuto ore di dubbio, mezze giornate di dubbio. Non c'era più nulla. Non c'era nulla e nulla irradiava, di tutto ciò che avevo creduto e che mi era stato dato. Io continuavo. Mi vedevo avvicinarsi il giorno in cui non avrei più avuto fede» (Card. Congar).

    Chi sono? Sono uomini e donne lontane da Dio che non sanno credere? No. Sono la testimonianza di cosa accade nel cuore profondo di un'esperienza credente che attraversa la regione del silenzio di Dio e della sua assenza. Sono Teresa di Lisieux, santa e dottore della chiesa; Maria-Noél, grande potesssa cristiana; Madre Teresa di Calcutta, beatificata; il cardinal Congar, pilastro del Concilio Vaticano II.
    Ecco cosa può significare dire Dio nel tempo del suo silenzio. Ascoltare questo silenzio, trovare le tracce di parole nascoste, imparare a credere oltre le paure e l'oscurità della vita.
    Concluderei con un'ultima poesia (o con due testi poetici), per cercare di dare uno spessore credente e umano al tempo dove si fanno rare le parole di Dio, nel tempo del suo silenzio.

    Silenzio del Silenzio

    Non nel tacere Dio parla
    ma nel silenzio del silenzio, quando non sbatte l'ali l'anima ma plana abbandonata nel suo indicibile spazio
    Ogni luce raccogli alla Sua ombra, fatti attesa continua finché un passo giunga dal vuoto dell'inevidenza.
    E prega senza più parole: prega
    respirando soltanto, come il fiore,
    senza vederlo, il sole. Offri l'inquieta
    necessità d'essere amato amando
    alla tenebra ardente del Suo Amore.
    Renzo Barsacchi (Marinaio di Dio, pag. 85)

    L'anima che crede non "sbatte le ali" non gli è dato di svettare in voli pindarici, ma "plana abbandonata nel suo indicibile spazio": è la vita umana, è sulla terra che dobbiamo vivere e sperare. E Dio, anche quando non pare più una presenza luminosa, resta sempre come "ombra" sotto la quale raccogliere ogni piccola luce, dove farsi "attesa continua" di un passo che giunga dal "vuoto dell'inevidenza". Una preghiera "senza più parole" un semplice respiro, amando "alla tenebra ardente del Suo Amore". È una fede che non viene meno, che si erge umile e tenace.

    Ancora un'ultima citazione poetica di Carlo Betocchi:

    Lui che mi dette con la vita il corpo,
    questo campo robusto che assicura l'anima,
    in cui alligna e matura la grazia,
    Lui non ha avuto paura che mi guastassi,
    che perdessi la fede: ed ha lasciato
    che il nemico infierisse.
    Che cos'è che voleva, allora,
    se non che alla fine mi ricordassi
    che non si vive di solo pane,
    e nemmeno di sola grazia,
    ma anche di buio coraggio di quando

    Lui può mancarci: e occorre rifarlo in noi,
    e riconoscersi vivi nei gemiti

    delle montagne squassate dai terremoti,
    perché l'evenienze del mondo sono infinite,
    le catastrofi miserevoli e senza alcuna spiegazione plausibile
    alla nostra esigenza d'amore.
    Lèvati allora, e datti da fare col tuo

    coraggio. Dio ti riconoscerà per suo.
    Carlo Betocchi

    Credo che oggi la fede debba attraversare la regione del silenzio di Dio, della paura, non come esperienza estranea alla fede stessa, non come un indice della negazione di Dio, bensì come il coraggio di credere nel tempo del silenzio di Dio, della non immediatezza della sua presenza. Passaggio delicato. Come dice il salmo: Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque, ma le tue orme rimasero invisibili.
    Se esiste una peculiarità della fede che attraversa l'esperienza della modernità e post-modernità credo sia proprio quella che entra in questa soglia e in questa prova. Credo che si possa leggere in questo passaggio il compito della generazione nostra, delle chiese che vivono nella cultura europea: ricostruire una relazione con Dio dentro il tempo della sua assenza, "rifarlo in noi" dice il poeta, con il coraggio di credere e amare anche nel deserto di un cuore che non ha risposte. "Dio ti riconoscerà per suo", dice il poeta. Perché anche Dio in Cristo ha attraversato questa regione di silenzio e deserto dell'anima.