Gesù di Nazaret,
formatore deri discepoli
Motivo, metodo e meta della pedagogia di Gesù
secondo il vangelo di Marco
Juan José Bartolomé
È un fatto storico indiscutibile che Gesù di Nazaret abbia avuto dei discepoli durante il suo ministero pubblico. Si può dibattere sul motivo che lo portò ad attorniarsi di uomini mentre predicava il regno, sulla peculiarità di questa decisione nel contesto storico in cui esercitò il suo ministero, o l'inusuale radicalità delle condizioni imposte a coloro che lo seguivano. Non si può negare, invece, che il discepolato fu un'istituzione tipica della vita di Gesù di Nazaret.
Ancora di più, secondo la testimonianza unanime della tradizione evangelica, fu una delle poche cose realmente volute da Gesù, il primo risultato visibile della sua attività pubblica (Mc 1,16-20; Gv 1,35-51) e, certamente, quella più duratura (Mc 14,50; Gv 6,60-66).
L'importanza del fatto oltrepassa la sua semplice dimensione storica. La più antica tradizione evangelica – Marco, in concreto – propone il discepolato, una realtà storica durante la vita di Gesù di Nazaret, come modello universale di vita credente, molto prima che nascesse nella chiesa l'ideale della sequela Christi come forma di vita cristiana.
È vero che Marco non ci ha lasciato un trattato della pedagogia di Gesù. Ci ha fatto il dono del primo vangelo di Gesù, Cristo e Figlio di Figlio di Dio (Mc 1,1). Chi fosse interessato a scoprire che cosa pensava Gesù sui suoi discepoli, perché li scelse scelti e come li educò, non deve far altro che introdursi in quella peculiare cronaca del suo ministero pubblico e del racconto della sua passione e risurrezione che Marco, il suo autore, chiamò buona notizia. Anche se il vangelo di Marco non ci trasmette tutto quanto Gesù fece e disse (At 1,1; cf Lc 1,1-4), offre, però, un'idea sufficientemente verosimile e completa del suo rapporto con il gruppo di uomini che chiamò a seguirlo.
Orbene, prima di tentare di ricostruire le linee essenziali del discepolato di Gesù, le sue mete e il motivo, l'origine e la metodologia, il senso che aveva per Gesù i limiti con cui lo vissero i suoi seguaci, conviene non perdere di vista che il racconto di Marco in cui sono esplicitati questi elementi è, in primo luogo e soprattutto, una realtà letteraria, un mondo ricreato narrativamente dal suo autore, al servizio di un preciso progetto evangelizzatore. Per non confondere la storia con la cronaca, gli eventi e i racconti, bisogna sapere che Marco, che conosceva «la storia delle cose» (Lc 1,1) grazie alla tradizione orale e scritta che aveva a sua disposizione, inventò una biografia del maestro di Nazaret e in essa lasciò anche, appena abbozzati, alcuni tratti che definivano i discepoli storici di Gesù di Nazaret.
Prima di passare, dunque, all'analisi del rapporto di Gesù con i suoi discepoli, esempio e norma di ogni rapporto tra Cristo e i cristiani, conviene situarlo nella cornice narrativa in cui Marco l'ha esplicitato e scoprire la funzione che vi svolgeva. Solo quando sarà chiaro il ruolo che il discepolato di Gesù svolge nel mondo ricreato dall'evangelista, saremo in condizione di apprezzare l'importanza del fenomeno e, quello che più conta, di cogliere la sua ragione di essere, di elencare le mete e capire il metodo seguito da Gesù per riuscirvi.
I. UNO SGUARDO SINTETICO AL RACCONTO DI MARCO
Il mondo in cui Marco situa l'azione resta definito dai luoghi e i tempi in cui colloca i suoi personaggi (e anche i lettori), e dalle persone o gruppi di persone che vi abitano e vi intervengono; il suo modo di identificarli è ciò che dice su di loro e, non meno decisivo, ciò che omette.
Questo mondo letterario, creazione del redattore, ha una sua trama narrativa e segue un copione preciso. La trama è il modo in cui sono disposti i fatti narrati, che, diversamente da come appare ad una lettura superficiale, non si succedono in forma casuale ma in una sequenza accuratamente ordinata; il narratore si serve della sequenza degli eventi per suscitare nei suoi lettori, creando una tensione drammatica, una risposta determinata, quella che egli giudica conveniente, oppure per controbattere giudizi o atteggiamenti sbagliati che presume nei lettori.
1. Tempo e spazio
Nel mondo narrativo creato da Marco non esistono barriere tra naturale e soprannaturale: Dio, angeli, demoni, uomini appaiono sulla scena, e scompaiono, prendendo posizione sempre nei confronti del personaggio principale. Nonostante la massiccia presenza del divino, il mondo narrato rimane nell'ambito della quotidianità. L'impressione globale che produce il racconto di Marco è di un'assoluta normalità. E proprio ciò che lui pretende.
Come spazio, lo scenario predominante e quasi esclusivo del racconto è il paese dei giudei. La localizzazione principale gira attorno alla sequenza Galilea-Gerusalemme-Galilea; altri luoghi, come il deserto di Giuda (Mc 1,2-6.12-13) o il tempio di Gerusalemme (Mc 11,27-12,34), hanno una chiara importanza, come spazio di rivelazione dell'identità di Gesù o luogo di conflitto con i suoi antagonisti, ma non cambiano la disposizione fondamentale del racconto.
Come tempo, le annotazioni cronologiche che appaiono nei primi tredici capitoli sono poco precise; non riflettono il corso reale degli eventi; servono, piuttosto, come aggancio letterario tra gli episodi, ai quali conferiscono una verosimiglianza storica. Marco situa la narrazione, che comprende la fine del ministero del Battista, il ministero di Gesù e l'inizio della missione dei discepoli dopo la Pasqua, nel tempo del compimento, che è il tempo del vangelo. Infatti, il suo racconto inizia propriamente in Mc 1,14-15, quando, in modo programmatico, Gesù proclama il vangelo del regno di Dio, e finisce in Mc 16,8 annunziando la buona novella della risurrezione di Gesù.
2. Personaggi
Gli attori che, in modo abituale, popolano il mondo narrativo di Marco sono Gesù, le autorità religiose, i discepoli e il popolo. Accanto a loro appaiono altre figure secondarie che hanno un ruolo importante in un certo momento del racconto (Giovanni Battista: Mc 1,4-8; Erode Antipa: Mc 6,14-29; Pilato: Mc 15,1-15) o, sporadicamente, servono a sottolineare comportamenti che, per contrasto, definiscono il ruolo dei personaggi principali (la fede di Giairo in Gesù: Mc 5,2124.35-43; Simone di Cirene fa quello che dovrebbero fare i discepoli: Mc 15,21; cf 8,34).
Gesù è il protagonista del racconto, lo domina completamente (eccetto in Mc 1,4-6; 6,17-29) e gli conferisce unità. La sua forma di giudicare gli eventi e le persone è accettata dal narratore e da lui proposta come normativa ai suoi lettori. Attraverso ciò che Gesù dice e fa si percepisce la sua identità personale, che si radica in una relazione unica con Dio (Mc 1,11; 9,7; 12,6). Solo il narratore (Mc 1,1) e i personaggi soprannaturali (Dio: Mc 1,11; demoni: Mc 1,24.34; 3,11; 5,7) conoscono la filiazione divina di Gesù; gli uomini, sia favorevoli sia contrari, reagiscono con perplessità (Mc 1,24, cf 1,27; Mc 1,34, cf 2,7; Mc 3,11, cf 4,41; Mc 5,7, cf 6,3); di fronte a lui, l'opinione pubblica si móstra divisa (Mc 6,14-16) e unicamente potranno intuire il suo mistero personale alla fine del racconto: per sapere chi è lo si deve contemplare in croce (Mc 15,39). Il lettore, che conosce dall'inizio (Mc 1,1) il punto di vista del narratore, può valutare l'errore di tutti e la sua causa.
Le autorità, civili o religiose, sono gli antagonisti. Dopo Gesù sono loro gli attori più influenti del racconto. Marco li vede come gruppo in contrasto permanente con Gesù e presenta una loro immagine molto ostile e negativa (Mc 3,4.6; 7,67): non hanno vera autorità (Mc 1,22); non conoscono il punto di vista di Dio né le Scritture (Mc 2,25-26; 7,10-13; 10,2-9; 12,10-11.26-27.35-37); uccideranno Gesù con tradimento e inganno (Mc 3,6; 11,18; 12,12; 14,1.10-11.55-61; 15,1-10). Dall'inizio Marco trasmette ai suoi lettori la sensazione che il conflitto è inevitabile e che il finale sarà tragico: l'antagonismo si fa più intenso e diretto (Mc 2,1-3,6.2230; 7,1-13; 8,11-13; 11,15-18; 12,1-12; 14,56-58), i temi che si dibattono sono più decisivi (Mc 2,7.15-17.18-20.23-28; 3,1-5.22-30; 7,1-13; 8,11-13; 10,2-12; 11,15-19.27-33; 12,1-12.13-27.34.38-40; 14,64), man mano che avanza il racconto. Verso i discepoli esercitano ugualmente un'opposizione decisa (Mc 2,32-34; 7,1-5; 13,9-10); anche con la gente il loro rapporto è negativo (Mc 6,34; 11,18; 12,12.3840; 14,1-2; 15,9-13). Il redattore non permette ai suoi lettori di farsi un'idea benevola delle autorità: se in un primo momento, pur pensando di farlo fuori, discutono con Gesù, quando li farà tacere non penseranno ad altro che ad ucciderlo.
I discepoli sono presentati con minore nitidezza e scarso protagonismo. Se si eccettua Giuda, non intervengono direttamente nel corso degli eventi. Seguaci di Gesù dall'inizio, sembra che non facciano nulla per avvicinarsi a lui durante il racconto; il lettore è indotto a giudicarli sempre più negativamente man mano che li conosce meglio. Il conflitto con Gesù, inesistente all'inizio, si va facendo sempre più profondo a misura che vanno emergendo le esigenze reali della sequela; di fatto, e il dato è significativo, la sequela passa dall'essere imperativa (Mc 1,16-20; 2,14; 3,13) ad essere condizionale (Mc 8,31-35; 9,31-34; 10,35-41), quando appare il tema della croce inevitabile.
Anche se Marco distingue tra i discepoli (Mc 2,15-16.18.23; 3,7.9) e i dodici (Mc 3,16-20) - e tra di loro ne mette in evidenza quattro (Mc 3,17; 10,35.41; 13,3), tre (Mc 5,37; 9,2; 14,33) e uno (Mc 1,30.36; 8,29.32.33; 9,5; 10,28; 11,21; 14,29.37.54.66-76; 16,7) -, abitualmente li considera come un solo gruppo (Mc 6,7, cf 6,30-31.35; Mc 9,31, cf 9,33-35; Mc 11,11, cf 11,12-14; Mc 14,17, cf 14,32): sono leali verso Gesù (Mc 1,16-20; 3,13-16; 10,28), ma incapaci di comprenderlo (Mc 4,13.40-41; 6,48-50; 7,17-18; 8,17-21). Quanto più egli si avvicina alla fine, tanto più rimangono lontani da lui (Mc 8,31-35; 14,10-11.31.4346.50.66-72): la loro incomprensione li porterà al tradimento. Eppure, il racconto non si chiude con la loro condanna; egli darà loro una nuova opportunità (Mc 16,7; cf 14,28).
Neppure il popolo giudaico è ben definito. Si confronta con Gesù, ma non è il suo nemico dichiarato; anzi, Gesù gli dedica tempo e desidera guadagnarselo (Mc 2,2; 6,34); il popolo lo cerca (Mc 1,37.45; 2,13; 3,7-8.20; 6,31; 10,1), stupito dal suo potere (Mc 1,27; 6,2) che sperimenta nei malati (Mc 1,34; 3,10-12; 6,6.53-56); si raduna attorno a lui (Mc 2,2), l'ascolta volentieri (Mc 1,21-22; 6,2; 11,18; 12,37), ma non riceve i segreti del regno (Mc 4,10-11.33-34); e se forse lo segue per un tempo (Mc 3,7; 5,24; 6,32-34; 10,46), non diventa un suo seguace permanente (Mc 3,32-35; 4,10; 15,41); l'ammirazione o stupore che Gesù produce in lui non lo porta a comprendere la sua missione (Mc 6,51-52); e quando Gesù cadrà nelle mani delle autorità, si unirà ad esse nei propositi omicidi (Mc 14,43.48-49; 15,15.29-30): la folla è ben disposta verso Gesù (Mc 2,6-7.12; 11,18), ma non riesce a credere in lui. Se all'inizio mostra una certa buona disposizione verso Gesù, finirà per comportarsi come - e con - i suoi antagonisti, le autorità.
3. Trama
La narrazione suppone un'accurata disposizione degli eventi raccontati e un chiaro proposito editoriale. Niente di quanto si racconta è casuale, e tutto è narrato per suscitare una reazione determinata nel lettore. Marco spera che appunto il lettore condivida la solenne dichiarazione che apre il libro (Mc 1,1) percorrendo il cammino in esso proposto.
Nel racconto stesso, nella sua composizione, si trovano le chiavi per una sua corretta interpretazione: quello che inizia come la cronaca di una predicazione del regno di Dio termina tragicamente con il racconto della morte e la scomparsa del predicatore. Un permanente conflitto tra i personaggi e i loro progetti è il motivo, e il motore, del racconto. Gesù si trova al centro del conflitto ed è il suo unico argomento: lotta contro le autorità e per Israele e fallisce; lotta con i suoi discepoli e per loro e la battaglia rimane aperta. L'annunziata risurrezione sospende l'apparente fallimento e apre ad una seconda, non narrata, opportunità per i discepoli. Così il lettore si sente invitato a fare suo il compito che non sa se attueranno i protagonisti.
Per portare avanti questo progetto editoriale il redattore organizza con chiara consapevolezza la sua opera: dopo il titolo, da lui scelto e che rivela come egli comprende personalmente la sua opera (Mc 1,1), viene un prologo (Mc 1,2-13), che serve a presentare il personaggio centrale, il quale irrompe nel racconto predicando il vangelo di Dio (Mc 1,14-15). Il racconto non si estende a tutte le vicende personali del protagonista, ma offre alcuni dati della sua missione evangelizzatrice, prima in Galilea (Mc 1,16-8,26), poi in cammino verso Gerusalemme (Mc 8,27-10,52), per concluderla tragicamente nella città santa (Mc 11,1-15,41). Un epilogo interrompe la narrazione senza chiuderla del tutto (Mc 15,42-16,8).
Risulta significativo che il racconto cominci e si chiuda in luoghi desolati, nel deserto (Mc 1,2-13) e accanto ad un sepolcro (Mc 15,42-16,8), luoghi di morte... e di Dio. Infatti, nei due momenti estremi interviene Dio, più direttamente all'inizio (Mc 1,11) o attraverso un messaggero che parla del Signore che viene o del suo cammino (Mc 1,2-3; 16,7).
Galilea (Mc 1,16-8,26) e Gerusalemme (Mc 8,27-10,52), le due sezioni più lunghe del racconto, sono inquadrate all'interno di un grande discorso: parabolico, la prima (Mc 4,1-34) ed escatologico (Mc 13,3-37), la seconda. Non si deve considerare casuale né che ambedue si chiudano con il racconto della guarigione di un cieco (Mc 8,22-26; 10,46-52), né che tra queste due guarigioni Gesù parli spesso della sua morte imminente (Mc 8,31; 9,31; 10,32-35). Chi non accetta il piano di Dio (Mc 8,32-33; 9,33-37; 10,36-45) vive in una tenebra maggiore di quella di un cieco dalla nascita (Mc 8,18).
Nella descrizione del ministero in Galilea il narratore interrompe tre volte il suo racconto, con un sommario (Mc 1,14-15; 3,7-12; 6,6a) che gli serve per illuminare i fatti che racconterà subito dopo, e per introdurre temi riguardanti il discepolato (Mc 1,16-20; 3,13-19; 6,6b-13). Si creano così tre sezioni narrative, che si chiudono registrando delle reazioni negative (Mc 3,6; 6,1-6a) o incomprensioni (Mc 8,29) riguardo a Gesù e alla sua missione. Nella prima, Gesù porta avanti il suo ministero tra i giudei, a Cafarnao e dintorni (Mc 1,21-3,6); nella seconda, la Galilea è lo scenario dell'incontro, o meglio, del non-incontro di Gesù con i suoi (Mc 3,7-6,6); nella terza, sale la tensione tra Gesù e i giudei e il maestro si dedica di più alla sua nuova famiglia, quella degli ascoltatori di Dio (Mc 6,6-8,30).
La seconda parte del vangelo (Mc 8,31-15,47), che inizia con il silenzio imposto da Gesù ai suoi (Mc 8,30) e il primo annunzio della morte vicina (Mc 8,31), contiene anche tre sezioni. La prima presenta la salita di Gesù a Gerusalemme (Mc 8,27-10,52); il cammino (cf Mc 8,27; 9,33-34; 10,32.52) diventa una cattedra; a quanti l'accompagnano, Gesù insegna il suo stile di vita e si sforza di guadagnarli per il suo programma: nel cammino la sequela diventerà opzionale, quando il discepolo conoscerà le conseguenze; quello che cominciò come esercizio di obbedienza fondata sulla promessa di Gesù (Mc 1,17-18) diventa poi decisione cosciente e responsabile (Mc 8,34; 9,35; 10,44-45); a chi cammina accanto a Gesù viene predetta anche la fine (Mc 8,31; 9,31; 10,33).
In Gerusalemme, la seconda sezione (Mc 11,1-13,37), Gesù conclude il suo insegnamento al popolo, e culmina il suo conflitto con le autorità (Mc 11,2712,44), nel tempio (Mc 11,12-24), e mentre si trova davanti ad esso ha il coraggio di predire la fine cruenta di Gerusalemme e del mondo (Mc 13,1-37). La cronaca, molto concisa, della passione e morte di Gesù è la terza sezione (Mc 14,1-15,47); inizia con un tempo d'intensa convivenza con i discepoli a Betania (Mc 14,3-9) e a Gerusalemme, dove si consuma il tradimento (Mc 14,12-25); si narra la solitudine di Gesù, che agonizza tra Dio e i suoi discepoli (Mc 14,32-50): abbandonato dai suoi senza che lui abbandoni Dio. E si conclude con gli attestati, quasi notarili, del duplice «processo», giudaico (Mc 14,53-65) e romano (Mc 15,1-15), e la narrazione della morte di Gesù in croce (Mc 15,24-41).
Una sobria notizia su quanto è successo attorno alla tomba (Mc 15,42-16,8) conclude il racconto evangelico: si testimonia sull'esistenza di un sepolcro vuoto ove era stata deposta la salma e sulla sorpresa che produsse l'averlo incontrato vuoto il primo giorno della settimana. Incontrare il Risorto sarà la ricompensa di chi lo seguirà, nuovamente, in Galilea (Mc 16,7).
II. PROGETTO EDITORIALE
Applicando un semplice schema narrativo alla tradizione in suo possesso, Marco riuscì ad organizzare un racconto che, essendo vangelo di Dio, si presentava come storia di Gesù. Fu questo il suo pregio. Ci riuscì tanto bene che non solo fece scuola – fu infatti un modello copiato dagli altri evangelisti –, ma anche conseguì questo risultato: fino ad oggi, la lettura del suo vangelo lascia nelle generazioni cristiane l'impressione di avere una autentica biografia di Gesù di Nazaret. In realtà il suo vangelo non è questo, e neppure l'autore volle che lo fosse. Con la sua opera Marco pretese, soprattutto, di evangelizzare i suoi lettori: per questo fece una presentazione del ministero, morte e risurrezione di Gesù finalizzata a diventare una buona novella per i suoi cristiani.
Marco è riuscito a dare alla tradizione evangelica una struttura narrativa: con sentenze isolate, collezioni di detti e fatti e una narrazione più ampia degli ultimi giorni in Gerusalemme costruì un racconto continuo della vita e morte di Gesù di Nazaret. L'organizzazione globale del vangelo risponde al progetto editoriale che guidava il suo autore: quanto Marco voleva dire, è ricavabile dalla sua forma di dirlo. Farsi un'idea del piano che inventò per organizzare quei materiali è il miglior modo per avvicinarsi alle idee basilari che desiderava inculcare con la sua opera. Se si vuole capire la predicazione di Marco, bisognerà approfondire il modo con cui ha intessuto i materiali utilizzati.
2.1. Tre chiavi
Basteranno tre constatazioni per scoprire il progetto fondamentale che ha guidato Marco nella redazione del suo scritto:
2.1.1. Da Galilea a Gerusalemme: un cammino verso la croce
Tutto quanto ha da dire su Gesù di Nazaret, lo ha inquadrato tra due spazi geografici ben definiti: Galilea, dove Gesù appare già adulto, predicando il Regno e facendo guarigioni prodigiose (Mc 1,14-9,42), e Gerusalemme, dove sale per soffrire e morire (Mc 11,1-15,47). Nel cammino dalla Galilea a Gerusalemme, Marco concentra una parte fondamentale della catechesi che Gesù dirige esclusivamente ai suoi discepoli (Mc 10,1-52).
Galilea è terra aperta di missione, inizio del ministero di Gesù (Mc 1,14) e luogo da dove ricominciare la missione cristiana (Mc 16,7), scenario dei primi successi (Mc 1,27.38; 2,12; 3,7-11; 5,42; 6,54-56; 7,37) e della grande crisi (Mc 3,20-35; 6,1-6; 8,11-15); serve da piattaforma per missioni sporadiche, dentro il mondo pagano, che saranno poi ricordate come ispirazione e modello della missione cristiana (Mc 5,1-20; 7,24-31). Gerusalemme, invece, è uno spazio chiuso, meta del cammino di Gesù e conclusione della sua vita; città di litigi continui con antagonisti (Mc 11,15-19.27-32; 12,1-40) è, ancora, luogo di ripetute negazioni e del tradimento definitivo dei suoi amici (14,10-11.17-20.26-31.66-72). La tomba aperta e vuota sarà il segno eloquente del trionfo di Gesù, ma lo si dovrà sperimentare in Galilea (Mc 16,1-7).
Anche se funziona bene come criterio per organizzare il materiale, l'opposizione tra Galilea e Gerusalemme non è altro che un artificio letterario con cui Marco riesce a dare una struttura narrativa al suo racconto. Questo non vuol dire che sia una semplice invenzione senza base storica: Gesù di Nazaret fu un galileo che incontrò una morte violenta a Gerusalemme, dove era salito per guadagnare il popolo e le autorità al regno di Dio, che credeva imminente. Ma l'elaborazione che egli fa di questo dato, facendolo diventare elemento basilare del suo racconto, gli serve per presentare tutta la missione del profeta di Nazaret, tutta la vita che ci racconta, come un cammino verso la morte in croce. Chi legge questo vangelo accompagnerà il suo protagonista, spesso senza neppure accorgersene, nella sua via crucis; e solo se la fedeltà non viene meno davanti alla prova della croce, potrà vantarsi di sapere tutta la verità su Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (Mc 1,1; 8,29; 15,39).
2.1.2. Tra la rivelazione e l'occultamento: l'enigma di Gesù
La storia di Gesù, che si muove tra Galilea e Gerusalemme, è introdotta con il titolo «vangelo di Gesù, il Messia, il Figlio di Dio» (Mc 1,1): Marco vuole che la sua comunità si senta interpellata, giudicata, salvata da fatti capitati quaranta anni prima; proclama la buona notizia che Dio sta per arrivare, dando notizie sulla vita di un uomo morto in croce per mano degli empi e risuscitato da Dio (cf At 2,22-24).
Prima di cominciare il racconto, cioè, prima che Gesù inizi il suo ministero predicando il Regno e la conversione (Mc 1,14-15), Marco concede la parola a Dio stesso, affinché sia Lui a presentare Gesù come suo «Figlio amato» (Mc 1,11). Il lettore del vangelo saprà sin dall'inizio che quanto più entra in questa «vita di Gesù» tanto più rischia la propria. Accettare Dio e il suo Regno non è ascoltare semplicemente e assumere un messaggio; ci si deve identificare con una persona concreta, Gesù, luogotenente di Dio.
Risulta interessante il modo in cui Marco presenta il suo personaggio. In un primo momento, in coincidenza con la tappa in Galilea (Mc 1,14-8,26), Gesù preferisce far silenzio su di sé, parlare del Regno e renderlo vicino ai suoi ascoltatori. Coloro che già conoscono la sua identità, i demoni, devono tacere: Gesù non accetta la loro testimonianza (Mc 1,34; 3,11-12; 5,6-9). Intanto, né la gente né i suoi discepoli riescono a indovinare il suo mistero personale e si chiedono sempre: «chi è costui?» (Mc 1,27; 2,12; 3,23; 4,41; 5,20; 6,2.16.51-52). Fuori dalla Galilea, in terra di pagani, sarà Gesù stesso ad interessarsi di sapere cosa dicono di lui (Mc 8,27); e accetterà da Pietro la confessione pubblica del suo messianismo (Mc 8,29); ma Pietro dovrà tacerlo, perché non può capirlo ancora (Mc 8,30): Gesù è il Cristo, ma non come pensano i suoi, bensì come vuole Dio (Mc 8,31-33). È il suo Figlio, perché così Dio lo vuole (Mc 9,2-8).
Sulla strada verso Gerusalemme, Gesù, che ha fatto tacere quanti credono di sapere qualcosa su di lui (Mc 8,30; 9,9), rompe il suo silenzio annunciando ai suoi discepoli la sua prossima passione e morte (Mc 8,31; 9,31; 10,32.33; 13,26; 14,61-62). L' incomprensione della gente e il segreto imposto a quanti convivono con lui è finalmente spiegato: Gesù ha un altro compito da realizzare (Mc 8,31-32; 9,30-32; 10,32-34); e finché non lo adempirà, non potrà essere (ri)conosciuto. A Gerusalemme, quando morirà urlando la sua desolazione (Mc 15,34), un pagano riconoscerà che l'uomo punito con la morte era, in realtà, lo stesso Figlio di Dio (Mc 15,39). Sulla croce, dove nessuno potrebbe mai immaginare Dio, dove lo stesso Gesù si sentì da Lui abbandonato (Mc 15,34), proprio lì si rende palese, e senza possibili malintesi, il suo mistero personale: Messia e Figlio di Dio (Mc 1,1.11) è Gesù crocifisso.
Tale impostazione è, senz'altro, forzata, ma risponde ad una preoccupazione basilare dell'evangelista e, in fondo, riflette poi un fatto storico innegabile: durante la vita di Gesù nessuno, neanche i suoi discepoli, arrivò a presentire la sua vera natura. I credenti in Cristo Gesù, il Figlio di Dio, non sono nati dall'ascolto delle sue parole, né dalla visione dei suoi miracoli, né sono spuntati dalla lunga convivenza con lui sulla strada verso Gerusalemme. La fede cristiana autentica è professata soltanto da chi, sopportando lo scandalo, riconosce Dio nell'uomo crocifisso: la croce di Cristo è il nuovo spazio della rivelazione di Dio, l'unica culla della fede cristiana (Mc 15,39).
2.1.3. Compagni di Gesù: la tragedia di essere discepolo
Marco presenta Gesù sempre accompagnato dai discepoli; dopo aver annunciato per la prima volta il Regno (Mc 1,14-15), la prima cosa che fa è chiamare a seguirlo due coppie di fratelli (Mc 1,16-20): volendo avvicinare il mondo a Dio, vuole farlo partendo dalla fraternità ricostruita; e continuerà ad invitare altri a seguirlo, incurante della loro buona reputazione (Mc 2,13-17) o delle molte ricchezze (Mc 10,17-23).
Durante la sua attività in Galilea non si separa mai da loro, eccetto quando li manda a predicare nel suo nome e con il suo potere (Mc 6,7-30): sono essi la sua unica famiglia (Mc 3,20-35), ascoltatori assidui di un insegnamento più profondo (Mc 4,10-25.33-44) e testimoni dei suoi miracoli più stupendi (Mc 4,35-5,43). La vicinanza a Gesù, però, non assicura loro una migliore comprensione di lui (Mc 4,13; 6,52; 7,18; 8,14-21); e quando uno di loro arriverà ad immaginare il suo messianismo, lo capirà in modo contrario al piano di Dio (Mc 8,30.32-33).
Dopo la confessione di Pietro, Gesù tenta per tre volte di superare l'incapacità dei suoi discepoli preannunciando loro, sempre con più chiarezza, il senso ultimo del suo viaggio verso Gerusalemme: la tragedia di Gesù coinvolgerà i suoi compagni di viaggio. La meta è la stessa per quanti lo seguano: seguire chi cammina verso la croce richiede di accettare la propria croce (Mc 8,34-38); seguire chi si consegnerà per gli altri obbliga a proporsi il servizio del fratello come meta della vita (Mc 9,33-37); seguire chi può rinunciare alla propria vita suppone la rinuncia ad ogni potere sulla vita degli altri (Mc 10,35-44). Gli sforzi di Gesù per associare nel suo viaggio interiore quanti camminano con lui, cozzano con la loro incomprensione e resistenza: quando si avvicina la morte annunziata, i discepoli abbandonano Gesù (Mc 14,50), nonostante le loro promesse di fedeltà (Mc 14,66-72), mettono un prezzo alla sua vita (Mc 14,11) o fuggono in modo vergognoso (Mc 14,51-52).
Non c'è dubbio che la croce di Gesù fu, storicamente, la prova definitiva per la fedeltà degli uomini che lo seguivano e la tomba della loro fede prepasquale. Ma il ricordo della relazione di Gesù con i suoi discepoli, tramandatoci da Marco, non è del tutto verosimile: in Galilea e durante il viaggio a Gerusalemme, Gesù avrebbe avuto permanentemente la compagnia dei suoi; il successo della sua missione pubblica facilitava la sequela, ma essi non riuscirono a capirlo; in Gerusalemme, anche se ben avvertiti prima, tutti abbandonarono il Maestro, quando lui ne aveva più bisogno. Il contrasto non può essere più netto e non ha niente a che fare con lo spazio dove avvenne la sequela (Galilea) o l'abbandono (Gerusalemme), ma con il motivo che spiega tutti e due: fino a quando non ci fu la croce, l'entusiasmo era scontato; finché non ci fu la croce, non potevano darsi né fede né fedeltà autentiche. Per Marco non si può assistere alla passione di Gesù senza pagare un alto prezzo: la tragedia del discepolo è che, se veramente s'impegna ad esserlo, subirà la stessa fine drammatica del suo Signore (Mc 8,34; 9,35; 10,43-44).
2.2. Un racconto progettato partendo dalla fine
Marco ha ridotto la cronaca sul ministero di Gesù a un cammino verso la sua morte, dalla Galilea a Gerusalemme. Facendo così non falsò la realtà storica, ma trasformò in categoria teologica quello che era stato un semplice aneddoto: capitò così in realtà, perché così doveva capitare. Tutto quanto ha detto o fatto Gesù trova senso e spiegazione solo nella croce di Cristo: la vita di Gesù che Marco ci racconta è, in realtà, un camminare verso la sua morte. L'evangelista imposta il suo racconto come se si trattasse di una storia della passione, introdotta da un lungo prologo, che include il ministero di Gesù in Galilea; per lui, seguendo una delle prime convinzioni cristiane, un Gesù senza croce non sarebbe l'autentico Cristo (Mc 8,32-33), né il Figlio amato di Dio (Mc 15,39; cf 9,7; 1,11).
Questo suppone che lui ha scritto la vita di Gesù partendo dalla sua fine, dall'esperienza pasquale, dalla convinzione che l'uomo crocifisso vive per sempre: lui e i suoi lettori sanno molto bene che quel Gesù che stupiva le folle (Mc 1,22.27) e era incompreso dai suoi discepoli (Mc 4,13; 6,49; 8,33) è realmente il Cristo, il Figlio di Dio (Mc 1,1.11; 9,7; 15,36). Per questo non ha bisogno di raccontarne la vita per guadagnarli alla fede, ma perché la fede, che ormai possiedono, guadagni terreno nella loro vita; infatti, insistendo sull'incredulità del popolo che lo ha conosciuto e la cecità degli uomini con cui viveva ogni giorno, Marco avverte la sua comunità sui pericoli che possono correre oggi se non evitano gli errori di ieri:
– Anzitutto, l'errore di parlare di Gesù omettendo la croce. Per capire il Maestro, ai primi discepoli non bastò camminare accanto a lui, sentire il suo insegnamento, essere presenti ai suoi miracoli. Né la convivenza giornaliera né l'istruzione annessa li liberò dalla loro ignoranza. Mancava ancora a loro di essere presenti alla sua morte in croce. E quando essa arrivò, pur se avvertiti, non riuscirono ad esserne all'altezza.
La croce di Gesù, ieri e oggi, è per i suoi discepoli tomba di illusioni infondate e culla di fede autentica: chi sopporta il silenzio di Dio sulla croce non sarà fatto tacere da Gesù; potrà parlare di lui perché saprà chi è lui in realtà, il Figlio di Dio. Qualunque parola su Gesù di Nazaret che sottovaluti o dimentichi, anche se involontariamente, la croce non lo confessa come Cristo (Mc 8,30-31) e Figlio di Dio (Mc 15,39).
– In secondo-luogo, l'errore di fare silenzio quando si sa che è vivo. Il racconto di Marco s'interrompe quando, dopo la risurrezione di Gesù, i primi testimoni non osano dire quello che hanno visto e sentito; la tomba rimane vuota in Gerusalemme e il Signore aspetta i suoi in Galilea (Mc 16,7-8). Il vangelo continuerà ad essere annunziato solo se i suoi lettori non tacciono su quello che sanno: il crocifisso è risorto e precede quanti vogliano seguirlo lì dove Lui va.
Marco ha voluto fare dei suoi lettori testimoni che non restino muti come le donne (Mc 16,8); infatti, vane sarebbero state la vittoria di Dio e la risurrezione di Cristo se non fossero state raccontate e fatte conoscere; a riprova che le donne ricuperarono poi la testimonianza e persero la paura è che oggi possiamo sapere che Cristo è vivo e ci precede lungo i sentieri della vita. Se Marco non ha voluto raccontarci il reinserimento di quei primi testimoni, è perché ci invita a fare nostro il loro impegno: dire ai fratelli che Lui vive e che ci attende di nuovo là, in Galilea (Mc 16,7).
In definitiva, la storia di Gesù che Marco ha voluto raccontare è la cronaca di
un clamoroso insuccesso. Non bisogna dimenticare, però, che il fallimento dei discepoli che seguirono Gesù immediatamente dopo essere stati chiamati (Mc 1,16-20; 2,13-14; 3, 13-19), alla fine uno lo tradì (Mc 14,10-11.43-45), un altro lo negò (Mc 14,66-72) e tutti lo abbandonarono (Mc 14,50), non fu in realtà un fallimento maggiore di quello dello stesso Gesù, lui che aveva chiamato chi poi lo negherà (Mc 1,16-17), aveva scelto chi poi lo tradirà (Mc 3, 19) e aveva invitato tutti a stare con lui (Mc 3,14). Tale insuccesso con i discepoli non fu un fallimento maggiore di quello vissuto da Gesù con il suo Dio, il quale all'inizio lo aveva proclamato il suo Figlio amato (Mc 1,11; 9,7) e alla fine lo lasciò morire in croce, solo e abbandonato (Mc 15,34).
Ma l'insuccesso non chiude la storia di Gesù che Marco ha voluto raccontarci; il crocifisso è riconosciuto come Figlio di Dio da un pagano (Mc 15,39); la sua salma non rimane nel sepolcro come pensavano le donne (Mc 16,6; cf 15,47); lui, risorto, precede i suoi in Galilea (Mc 16,7). Il cammino di Gesù, iniziato un giorno a Nazaret (Mc 1,9) non finì né sulla croce del Golgota (Mc 15,22), né in un sepolcro nuovo a Gerusalemme (Mc 15,46; 16, 4-5): tutto doveva ricominciare in Galilea (Mc 16,7).
Il lettore che arriva alla fine del racconto di Marco conosce questa «buona notizia» (Mc 1,1.15; 8,35) e si chiede se potrà tacere come fecero, per paura, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome (Mc 16,1), che pur non fuggendo dalla croce (Mc 15,40), tacquero sulla risurrezione (Mc 16,8).
La semplice esistenza del vangelo di Marco prova che, nonostante questo silenzio, ebbe luogo l'incontro del Risorto con i suoi discepoli e con Pietro in Galilea. Resta da vedere se oggi i discepoli di Gesù non si lascino vincere dalla paura e annunzino che il Signore li precede, vivo (Mc 14,28; 16,7), in Galilea, per ricominciare il cammino del discepolo e vivere il vangelo.
III. ALCUNI DATI ESSENZIALI DELLA PEDAGOGIA DI GESÙ
Dal mondo ricreato da Marco nella sua «buona notizia su Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio» (Mc 1,1), si può ricavare l'immagine di un Gesù maestro e formatore dei suoi discepoli. In questa immagine emergono tre elementi essenziali che caratterizzano la pedagogia del discepolato di Gesù: il regno di Dio come unico motivo, o la ragione che portò Gesù a diventare predicatore itinerante ed educatore di uomini; la convivenza permanente come opzione metodologica fondamentale che presiede l'itinerario formativo che fece percorrere ai suoi educandi; l'accettazione del suo destino personale, come obiettivo o meta finale, che si propose di raggiungere come maestro, e che prospettò come inevitabile ai suoi accompagnatori che volessero diventare discepoli.
1. IL REGNO DI DIO COME MOTIVO PREVIO
Marco situa l'inizio del discepolato (Mc 1,16-20) immediatamente dopo aver presentato Gesù che predica il vangelo (Mc 1,14-15): il regno di Dio, il cuore di quanto ha da dire, precede la chiamata alla sequela. Non è casuale che Gesù inizi il suo ministero con la predicazione del regno e con l'invito a seguirlo: la prima messa in opera dell'evangelizzatore del regno inaugura il discepolato. Durante tutta la sua vita pubblica, Gesù non si occupò di altro che di annunziare il regno di Dio (Mc 1,21-22) che le sue opere proclamavano già incipiente (Mc 1,32-34); e sempre, a parte poche eccezioni (Mc 6,14-29; 14,53-15,40), è stato attorniato da persone che, seguendolo da vicino, trasformarono il Dio di Gesù nel Signore della loro vita, poiché volevano viverla realizzando la volontà sovrana di Dio (Mc 3,31-35).
Il discepolato di Gesù, la prima istituzione che nasce dalla predicazione, ha la sua causa e origine nel dovere che sente Gesù di proclamare la volontà di vicinanza agli uomini che Dio mantiene e sta per realizzare in un futuro immediato; la sua coscienza di apostolo del Dio prossimo gli impone la vicinanza agli uomini; a loro si rivolgerà se sono lontani e con loro convivrà, se sono il suoi eletti. Non diventa, dunque, discepolo chi lo vuole o si propone di esserlo, ma colui che Gesù vuole e a cui rivolge l'invito. Ma il volere del predicatore e la sua chiamata sono conseguenza inevitabile della sua propria vocazione: il discepolo, allo stesso modo del suo signore e attraverso di lui, sta al servizio del regno di Dio. Il Dio che verrà, la sua sovranità da stabilire, ecco la ragione di essere del discepolato, come lo sono della missione personale di Gesù (Mc 2,15-17).
1.1. Il simbolo e la sua realizzazione
Tutti i gruppi religiosi contemporanei di Gesù, al di là delle loro divergenze, condividevano la fede in una manifestazione finale del regno di Dio: il Signore un giorno avrebbe imposto la sua sovranità sul mondo e sulla storia; la salvezza s'identificava con l'intronizzazione reale di Dio. I fedeli bramano la sua venuta, ma non la possono accelerare né farla ritardare; se sperano in un futuro migliore è perché sono convinti di star vivendo una situazione catastrofica, a cui si è arrivati per non aver realizzato la volontà di Dio: quanto maggiore è il desiderio della sua venuta tanto più forte sarà il loro impegno nell'adempiere la legge divina. L'attesa del Regno di Dio coincide, dunque, con la sicurezza che Dio è sul punto d'intervenire, facendo giustizia a quanti si sforzarono di vivere secondo la sua volontà. Chi sa che il giudizio sovrano sta per arrivare si prepara alla conversione dal proprio peccato; non basta lamentare le colpe passate ma è necessario, soprattutto, impegnarsi a compiere con maggiore attenzione la volontà di Dio.
La radicalizzazione dell'obbedienza è conseguenza dell'attesa del Regno di Dio. In questo contesto appare il Battista, un carismatico marginale, che insistendo nell'imminenza del giudizio divino propone la conversione come forma di attesa e il battesimo come segno di conversione. Gesù di Nazaret ha conosciuto questa predicazione e inizialmente vi ha partecipato; ma finisce distanziandosi dal maestro, e per buone ragioni: mentre il Battista continua ad insistere sull'imminenza del Regno di Dio e proclama che si rischia la salvezza personale se non si danno frutti di giustizia, Gesù annunzia la presenza del Regno di Dio nella sua persona e con la sua attività. Il Battista si preoccupa più di convincere gli ascoltatori sulla drammaticità del giudizio; l'urgenza della conversione è in rapporto diretto con l'arrivo del Giudice. Gesù, senza occultare l'immediatezza e importanza del giorno del Signore, accentua più le possibilità di salvezza che offre il suo ministero. Mentre nel Battista predomina l'annunzio di un giudizio pronunziato da Dio in base alle opere di penitenze compiute, Gesù sottolinea l'universalità di una salvezza che si offre a chi accetta la pura iniziativa di Dio.
Si capisce allora l'importanza del fatto che la sua predicazione del Regno di Dio sia accompagnata da segni efficaci della sua presenza. La salvezza deve concretizzarsi, deve arrivare all'uomo, lì dove proprio manca; se arriva fino al malato o all'indemoniato, all'emarginato o rifiutato, al lontano e al peccatore, non si potrà mettere in dubbio la sua presenza, né la sua gratuità o universalismo. Non sarà l'obbedienza alla legge, ma l'amore all'uomo bisognoso, il modo per ottenere che Dio regni; tutta l'attività di Gesù, scandalosa perché inaspettata, si spiega dalla sua comprensione del Regno di Dio: nessun privilegio, sia ereditato dalle promesse oppure ottenuto dalle opere di obbedienza, prevale davanti a un Dio che fa giustizia soltanto a chi non si considera già giusto. Tutto il resto, sabato, legge, offerte, preghiera, tradizioni, famiglia, possessioni, patria, è secondario.
1.2. Un futuro che è già cominciato
Il Regno di Dio non è solo promessa di futuro, è già possibilità di agire secondo quello che si spera. Certamente, e Gesù non perde il senso della realtà, pur essendo futuro, si sta già iniziando. E gli inizi del Regno di Dio sono così piccoli da passare inosservati; le sue dimensioni possono essere modeste, ma non lo sono le sue esigenze. Le parabole della crescita nascosta ma efficace (Mc 4,3-8.26-29.3032) riflettono la convinzione di Gesù: quello che oggi è impercettibile, tentando ancora di nascere, ha il futuro assicurato; solo quello che non è stato seminato non potrà un giorno fiorire. Anche se sembra impossibile, Dio sta già agendo nella linea del suo futuro. Questa predicazione del Regno di Dio, presente ma nascosto, attivo ma ancora invisibile, esige fede e provoca speranza, impone una tranquilla certezza e una salda perseveranza: Gesù insegnerà ai suoi discepoli a pregare per la venuta di un regno che ormai è già iniziato.
Gesù fa l'opzione per un Dio a cui si può accedere dalla propria storia. Ma precisamente perché proclama la sovranità assoluta di Dio, non si lancia a riformare la società del suo tempo; non gli importa tanto che dominino i romani quanto che non domini unicamente Dio sul suo popolo. Gesù interpella tutti i luoghi dove si realizza la vita dell'uomo: la famiglia, la proprietà, il culto, i rapporti interpersonali, la politica; perché Dio irrompe in tutti gli ambiti in cui l'uomo vive.
1.3. Dono gratificante e gratuito
Il Regno di Dio è la realizzazione di un progetto divino, e non può essere confuso, e tanto meno ridotto, alla soddisfazione dell'ansia di felicità dell'uomo. Un Dio commisurato al cuore dell'uomo, un Dio immagine delle necessità umane e sintesi dei suoi desideri, non è il Dio di Gesù. D'altra parte, Gesù è convinto che il regno di Dio darà completa soddisfazione alle necessità del cuore umano; coloro che vivono adesso più insoddisfatti sono, così, più predisposti a riconoscere la sua venuta. Il Regno di Dio non è salario dovuto. Nella predicazione di Gesù non c'è posto per il merito, anche se l'obbedienza a Dio esige sforzi; per quanto possa essere atteso, e certamente necessario, Dio è sempre gratuito e sorprendente.
Il Regno di Dio non può essere concepito né desiderato partendo semplicemente da quello che l'uomo trova mancante; non è una controfigura del mondo in cui viviamo. Poiché è un progetto divino, il Regno di Dio trascenderà qualsiasi realizzazione umana, negativa o positiva, anche quella che i cristiani, in obbedienza a Dio, tentano di realizzare nella storia: la chiesa non è ancora il regno, anche se nel suo ministero dovrebbero già darsi chiari indizi della presenza di Dio nel mondo. Lo stesso che succedeva con Gesù. Il Regno di Dio è la forma con cui Dio è il nostro Dio: interessato alla nostra felicità e impegnato nel rendercela possibile. Per avere il Regno di Dio come compito bisogna avere Dio, unico Signore, nel cuore.
2. LA CONVIVENZA PERMANENTE COME METODO
Nel racconto di Marco la vita e l'opera di Gesù è definita dalla presenza/assenza dei suoi seguaci. Appare pubblicamente in Cafarnao (Mc 1,21) dopo aver chiamato i primi discepoli (Mc 1,16-20) e si dispone a morire a Gerusalemme, quando lo abbandoneranno tutti i suoi seguaci (Mc 14,50-52). Colui che è morto da solo (Mc 15,34), non può vivere senza compagni.
In ogni momento, Gesù, che per avvicinare il regno di Dio agli uomini non ebbe una dimora stabile, impose a chi lo seguiva di adattarsi a fare del cammino la propria casa. L'occupazione abituale del gruppo era quella di spostarsi da un posto all'altro; e la sua logica conseguenza, la emarginazione sociale e lo sradica-mento familiare. Nonostante i continui spostamenti, si possono segnalare tre tappe, in cui si apprezzano cambiamenti nelle mete della sua missione e negli sviluppi che incoraggiava per l'educazione dei suoi. Nonostante il finale tragico di Gesù e del suo fallimento come educatore, niente finisce con la sua morte: in Galilea, nuovamente, potrà reiniziare il suo sforzo.
2.1. Galilea, luogo per stare con lui
In Galilea (Mc 1,21-8,26), i discepoli di Gesù sono invitati, anzitutto, a stare con lui (Mc 1,17a; 3,14a) e, in un secondo momento, saranno inviati a predicare al suo posto (Mc 1,17b; 3,14b; 6,7). I seguaci di Gesù, sia i primi che i dodici, si delineano come suoi compagni di vita e, solo dopo, come suoi rappresentanti in compiti apostolici.
Diventare discepolo di Gesù consiste fondamentalmente nel vivere con lui e seguirlo in modo stabile (Mc 1,18.20; 2,14; 8,34; 10,21.28; 15,41); quindi, non chiunque lo segue può considerarsi tale (Mc 3,7; 5,24; 10,52; 11,9). La compagnia di Gesù non è sempre la migliore, ma è sempre frutto di una sua elezione (Mc 2,17). Durante un lungo periodo, impareranno da Gesù, mentre lui esercita il suo potere di guarire e predica il vangelo alle folle (Mc 1,21-3,7). Saranno eventualmente difesi dalle critiche dei nemici (Mc 2,18-27) o presentati pubblicamente come famiglia propria (Mc 3,31-35). Accanto alla gente ascolteranno le parabole del regno (Mc 4,1-19) e riceveranno in privato un approfondimento (Mc 4,1034): i segreti del regno si aprono a loro. Dopo aver contemplato una serie di prodigi (Mc 4,35-5,43) e assistito al rifiuto di Gesù da parte dei suoi concittadini (Mc 6,1-6a), saranno inviati da lui nel suo nome e con i suoi poteri (Mc 6,6b13.30), moltiplicando l'attività messianica del maestro.
Una volta esercitati nella missione, tornano alla convivenza con Gesù; contemplano miracoli incredibili (Mc 6,30-53) e sono, di nuovo, difesi pubblicamente (Mc 7,1-15) e istruiti in privato (Mc 7,16-23). La ripetizione di prodigi (Mc 7,24-8,10) prepara il serio avvertimento di Gesù contro il desiderio di ricevere segni e caratterizza un punto culminante nel cumulo di malintesi che è stata finora la sequela di Gesù (Mc 8,11-21).
Il periodo in Galilea, si chiuderà significativamente con la guarigione di un cieco che non diventò discepolo (Mc 8,22-26): vedere non basta per credere, essere guarito non è preambolo per diventare seguace.
– In Galilea i discepoli sono compagni stabili di Gesù, e dipendono sempre dalla sua decisione: sono scelti (Mc 1,16-20) e selezionati (Mc 3,13-14), inviati (Mc 6,7) e accolti (Mc 6,30-32), istruiti (Mc 4,10-11.34) e mandati (Mc 6,8-11). Stando con Gesù permanentemente, vedono i suoi prodigi e ascoltano i suoi insegnamenti, diventano i suoi rappresentanti legali che vanno in missione nel suo nome e con la sua autorità (Mc 3,14-16; 6,7.12-13), cacciano i demoni (Mc 6,13, cf 1,34.39), chiamano alla conversione (Mc 6,12, cf 1,14-15), ripetono gli insegnamenti (Mc 3,15; 6,30, cf 1,21-22) e i miracoli (Mc 3,15; 6,7.13, cf 1,34; 3,10), e finalmente, come apostoli, ritornano alla convivenza (Mc 6,30).
– In Galilea la vicinanza al loro maestro li distingue dalle autorità, mentre la permanenza con lui li distacca dalla folla; ma nella mancanza di fede sono molto simili (Mc 4,13.41; 6,51-52; 7,18; 8,21); da Galilea verranno fuori i discepoli quando usciranno dalla loro incredulità (Mc 8,29). Il tempo di stare con Gesù coincide, dunque, con il tempo dell'incomprensione: eletti personalmente e provvisti del suo potere (Mc 1,16-20; 3,13-15), testimoni diretti di quanto Gesù fa e dice (Mc 1,21-22.23-28.32-34.38-39; 2,8-12; 3,10-12), non riescono a capire quello che predica (Mc 4,13; 7,18) né tutto quello che vedono (Mc 4,41; 6,51-52; 8,14-21). Non comprendono le parabole di Gesù, quale sia l'origine della sua autorità, né la sua identità personale. Gesù, pur aspettandosi da loro un'altra reazione, continua a contare su di loro (Mc 6,7-12); si adopera perché l'incapacità dei suoi a capire non distrugga la loro lealtà né strappi la vita comune.
2.2. Cammino di Gerusalemme, tempo di formazione
Il cammino verso Gerusalemme (Mc 8,27-10,52) è incorniciato da un doppio atto di fede: è un viaggio che si apre con la confessione di fede del discepolo Pietro (Mc 8,29) e si chiude con quella del cieco Bartimeo, che vede e segue Gesù (Mc 10,52).
La fede dei suoi discepoli, comunque, non sarà quella fede completa (cf Mc 1,1; 8,27) che Gesù avrebbe desiderato (Mc 8,32-33). Logicamente, lo sforzo educativo di Gesù si concentra nei suoi discepoli; il viaggio si trasforma in una scuola e si prefigge come compito di guadagnare i suoi per la sequela. Il problema adesso non gira più attorno al mistero della sua persona, ma si incentra sulla comprensione del destino del maestro e sulla necessaria solidarietà dei discepoli. Credenti a metà, Gesù vuole condurre i suoi all'accettazione del piano di Dio, che si realizzerà nella sua passione, morte e risurrezione. Per tre volte, e ogni volta con più chiarezza, annuncia la sua fine cruenta e la sua immediata risurrezione (Mc 8,31; 9,31; 10,33-34); invariabilmente, i discepoli reagiscono opponendosi frontalmente (Mc 8,32), proteggendosi nel silenzio (Mc 9,32), o, cosa più grave ancora, sognando dignità future (Mc 10,35-40). Per arrivare alla vera identità di Gesù bisogna accettare senza tentennamenti il suo destino personale.
Gesù approfitta dell'incapacità dei suoi discepoli per una catechesi basata quasi monotematicamente sull'insistenza nella consegna della propria vita e nel servizio agli altri (Mc 8,34-38; 9,33-37; 10,41-45): questo è il progetto di Dio. La sequela è adesso opzionale e universale (Mc 8,34); ma la resistenza cresce e il conflitto con i suoi discepoli si radicalizza. Il primo credente diventa tentatore demoniaco (Mc 8,33), perché non pensa a Gesù come Dio lo voleva.
Il tatto pedagogico di Gesù, comunque, appare ovunque. Dopo il primo annunzio della sua morte e la prima istruzione sulle condizioni della sequela (Mc 8,34-9,1), si lascia vedere, come è in realtà, in tutto il suo fascino; appare divino (Mc 9,2-13) e vincitore del male lì dove il discepolo è vinto (Mc 9,14-29); ma scendendo dal monte comanda a coloro che l'hanno visto di tacere su questa esperienza (Mc 9,9), il che rivela la convinzione del narratore che solo dopo la risurrezione si comprende il destino e l'identità di Gesù.
Unita alla seconda predizione (Mc 9,30-32), c'è una lunga istruzione sulla vita del discepolo: il servizio (Mc 9,33-37), la tolleranza (Mc 9,38-41), la vita esemplare (Mc 9,42-50), l'indissolubilità del matrimonio (Mc 10,1-12) e il valore dei beni (Mc 10,17-31). Lo sforzo di Gesù è inutile; ha appena parlato annunciando la sua consegna e i suoi seguaci litigano su chi sia il primo fra tutti; continuano a pensare con categorie umane e non secondo il progetto divino (Mc 9,35.37.39; 10,26). Il terzo annunzio della sua morte (Mc 10,32-34), anche se il più chiaro e esteso, suscita, di nuovo, una disputa interna tra i discepoli e provoca l'ultima catechesi sull'autorità cristiana e il modo di esercitarla (Mc 10,35-41): la ricerca del potere non appartiene al cammino di Gesù; la sua meta, e il cammino, è quello di servire tutti senza servirsi di nessuno.
Per quanto durante il cammino a Gerusalemme, Gesù si sia impegnato nell'educazione dei suoi discepoli, in qualche misura già credenti, non riuscirà a guadagnarli per il progetto di Dio, che soltanto lui serve. Affinché essi si consegnino in corpo e anima alla sua attuazione, egli dovrà per primo consegnarsi in corpo e anima a loro. La fede del discepolo lascerà di essere una vaga intuizione o semplice entusiasmo soltanto quando si consumerà la morte del suo Signore.
2.3. Gerusalemme, tomba del maestro... e della fede del discepolato
Gerusalemme (Mc 11,1-15,47), città di Dio, sarà tomba di Gesù e sepolcro della fedeltà dei suoi. Gesù dedica questi giorni all'insegnamento pubblico del popolo (Mc 11,27-12,12.35-40), a mantenere maggiori distanze con le autorità (Mc 12,13-34), che riesce a ridurre al silenzio (Mc 12,34), e ad aprire la sua intimità con i suoi discepoli e annunciare loro il futuro immediato (Mc 11,20-23; 12,41-13,37). Tutto risulta inutile.
Eventi così clamorosi come l'ingresso in Gerusalemme (Mc 11,1-11), la maledizione del fico (Mc 11,12-14) o la purificazione del tempio (Mc 11,15-19) non riescono a motivare la fede di quanti lo seguono (Mc 11,22-25), già avvertiti di quanto sta per succedere (Mc 13,1-37). L'elogio della vedova che offre a Dio tutto quanto aveva per vivere è l'ultimo insegnamento ai suoi (Mc 12,41-44); in netto contrasto con gli scribi, che si servono di Dio per vivere (Mc 12,38-40), e con i discepoli, che per salvarsi perderanno il loro maestro, questa donna si è messa nelle mani di Dio, consegnando quanto aveva per vivere.
Quanto più si avvicina la Pasqua, tanto più difficile si presenta la fedeltà al discepolo e più inevitabile la morte al maestro. Con la morte, vertice del conflitto di Gesù con le autorità di Israele (Mc 3,6; 11,18; 12,12; 14,1-2), s'interrompe violentemente il suo ministero pubblico e la possibilità che si comprenda il suo mistero personale; ma, allo stesso tempo, essa è l'evento che risolve definitivamente l'enigma di Gesù, provocando la condanna dei colpevoli da parte di Dio e la rivelazione della sua identità.
Durante una cena, l'ultima (Mc 14,12-16.22-24), Gesù annuncia la sua consegna, l'interpreta come alleanza e predice il tradimento – ormai pianificato – di un discepolo (Mc 14,10-17.21.43-49), la ripetuta negazione di un altro (Mc 14,26-31) e la fuga di tutti (Mc 14,27.50-52): la sua volontà di donarsi non ha tolto la debolezza del gruppo; nel chiedersi l'un l'altro chi sarà il traditore, appare chiara la loro insicurezza: tutti sono capaci di farlo, anche se solo uno lo consuma (Mc 14,31.43-46).
Abbandonato dai suoi, lotta per non vedersi abbandonato dal suo Dio (Mc 14,32-42). La lealtà dei discepoli si spezza e la solitudine di Gesù non può essere più drammatica. La notte della consegna è la notte del tradimento (Mc 14,43-46) e della fuga dei suoi discepoli (Mc 14,50) e dell'abbandono da Dio. Per motivi diversi, Dio e i suoi coincidono nell'abbandono; e mentre Gesù rende testimonianza della sua missione messianica (Mc 14,53-65; 15,1-15), Pietro lo sta rinnegando, com'era previsto (Mc 14,66-72). Condannato e oltraggiato, morirà gridando il suo abbandono (Mc 15,29-32.35-36). Solo allora, davanti alla croce, potrà nascere la fede vera: quella che non trovò in un discepolo, spuntò in un pagano (Mc 15,39; cf 1,1). Per la prima e ultima volta qualcuno che non è Gesù (14,63, cf 12,6) rivela senza riserve chi è lui. Quello che non riuscirono a fare i suoi seguaci né accettarono i suoi nemici, l'ha raggiunto il centurione romano. Non si poteva immaginare un fallimento maggiore per un programma di educazione alla fede!
La fedeltà del discepolo, pur così incoraggiata durante il periodo di convivenza e di istruzione privata, non fu possibile fino a quando Gesù non si mostrò fedele a Dio e ai suoi imo all'estremo. Provare la fede o promettere fedeltà, senza accettare nell'uomo crocifisso il Figlio di Dio, è uno sforzo inutile; è cattiva pedagogia cristiana quella che educa per una vita di discepolato che non tiene in conto Cristo e Cristo crocifisso (cf 1 Cor 2,2).
2.4. Di nuovo, Galilea...: la risurrezione del discepolato
Il racconto di Marco culmina nella croce ma non termina qui; in realtà, rimane non concluso, ed è questo un tratto sorprendente e caratteristico. Il fallimento di Gesù, e insieme dei suoi discepoli, non durò neppure tre giorni. La tomba vuota svuotò il contenuto tragico della sua morte in croce e della morte della fede dei suoi discepoli.
Quel giorno Dio si alzò presto, più delle donne che correvano al sepolcro (Mc 16,1-6); queste frenetiche donne non trovarono l'uomo crocifisso, perché si trovava vivo in Galilea (Mc 16,7), come lo aveva predetto (Mc 10,33-34; 14,28). Galilea, di nuovo, è il focolare del discepolo ricuperato per la sequela, perché lì, precedendolo, sta il Signore...
Marco omette l'incontro del Risorto con i suoi discepoli in Galilea, incontro sottinteso dall'esistenza stessa del vangelo (e della comunità che lo legge). Non descrive, dunque, la soluzione finale del conflitto tra Gesù e i suoi. Il lettore è così invitato a inventare questa finale non raccontata. Fintanto che Gesù vivrà – e vive ormai per sempre – e ci aspetterà, sempre sarà offerta al discepolo l'opportunità di rifare il cammino e tornare alla sequela. Il discepolato scomparirà come istituzione del regno quando il Figlio dell'uomo ritornerà per stabilirlo (Mc 8,38; 13,26-27; 14,62).
La storia dei primi discepoli, le loro scarse luci e la loro provata incapacità, è avvertimento e promessa, avviso e stimolo, mentre ognuno fa la prova con la sua propria storia da discepolo, ormai un po' prudente e molto più responsabile. Perché, a differenza dei primi, lui certamente conosce che la fine della storia non è una tomba vuota in Gerusalemme ma le strade aperte di Galilea. Se è vero che Lui ci precede là, possiamo avventurarci a seguire i suoi passi.
3. ASSUMERE IL DESTINO DI GESÙ COME META
Se il regno di Dio fu il motivo dell'attività pubblica di Gesù e, quindi, la ragione dello sforzo per educare i suoi seguaci, tutto il suo lavoro pedagogico aveva come obiettivo guadagnare a questo progetto di Dio quanti l'accompagnavano mentre lo proponeva al popolo. Il compito sembrò forse facile all'inizio, sia a lui come ai suoi discepoli; ma appena questi si resero conto che il piano di Dio non coincideva con i loro piani, né i suoi cammini con la via crucis che lo attuava, si dissociarono dal maestro e abbandonarono la convivenza. Il fallimento dei discepoli fu un insuccesso per il loro educatore, tanto clamoroso quanto la morte.
Gesù strappò alcuni uomini dal loro lavoro e dalla loro casa affinché, condividendo vita e missione, riuscissero ad assumere il loro destino personale. A questo fine, egli li fece suoi compagni di viaggio e testimoni della sua evangelizzazione; i discepoli che seguirono Gesù furono testimoni della sua azione taumaturgica, conobbero il suo impegno nel liberare l'uomo dal male, ascoltarono le sue parabole del regno e lo osservarono mentre pregava Dio; gli furono compagni, ma questo non bastò per essergli fedeli.
La croce di Cristo, solo presentata a chi ormai credeva in lui, anche se solo parzialmente, fu allora – ed è ancora oggi – la verifica del discepolo. Ma, a differenza dei primi, quanti veniamo dietro a loro sappiamo che, a chi accetta la croce di Cristo come destino personale, Dio lo attende per mostrargli – prima che spunti il terzo giorno – che la morte è stata vinta ed inviarlo a Galilea dov'è in attesa il Risorto. Nella croce di Gesù si trovano gli uomini con Dio e nel suo sepolcro aperto si riprendono dai loro fallimenti, recuperando come missione la testimonianza davanti ai loro fratelli. Andare dai fratelli e annunciare loro che Egli vive è il compito di chi conosce la croce e ha trovato la tomba vuota.
In fin dei conti la risurrezione di Gesù «salvò» Gesù dal suo fallimento come educatore, poiché, attendendo in Galilea i suoi discepoli falliti, concesse a se stesso – e a loro – una seconda opportunità. Con il libro di Marco come manuale e Gesù risorto che li precede, questa seconda opportunità conta con maggiori possibilità di successo. Basterà che ritornino in Galilea «e là lo vedano» (Mc 16,7), e poi escano da lì «a predicare dappertutto» (Mc 16,20).

