Gli Ebrei erranti
Maththòt e Mas'è
(Nm 30,2-32,42 e 33,1-36,13)
Daniel Taub

Il libro dei Numeri, iniziato con il conteggio della popolazione, adesso si avvicina alla conclusione contando i luoghi. In molte sinagoghe si usa una musica particolare per cantare i quarantadue diversi luoghi in cui gli israeliti si accamparono durante le peregrinazioni nel deserto. Ma per quale motivo è necessario questo lungo itinerario di viaggio?
Due famosi commentatori avanzano ragioni contrastanti circa il comando di Dio a Mosè affinché registri un elenco esatto di tutti i luoghi degli accampamenti israeliti durante gli anni del deserto.
Rashì (Francia, XI-XII secolo) propone che questo diario di viaggio sia in realtà un tributo alla bontà di Dio, poiché enfatizza che il popolo dovette spostare l'accampamento meno di una volta all'anno. Indica anche come a ogni stadio del loro lungo viaggio dalla schiavitù alla libertà, gli israeliti siano stati oggetto delle amorevoli cure divine. Per sottolineare questo punto, Rashì cita un commovente midràsh.
Questo è paragonato a un re il cui figlio si ammalò ed egli lo portò in un posto lontano per essere curato. Quando tornarono, il padre cominciò a elencare tutte le tappe del viaggio. Gli disse: «Qui abbiamo dormito; qui ci siamo riposati all'ombra; qui avevi mal di testa...».
Sforno (Italia, XV-XVI secolo) adotta un approccio contrario: l'elenco dei luoghi è finalizzato non a lodare Dio ma gli israeliti, a dimostrare la loro dedizione per tutti quegli anni di difficoltà e privazioni. Alla fine del libro dei Numeri, che registra le lamentazioni e le mancanze del popolo ebraico, la Bibbia si preoccupa di equilibrare questo quadro negativo rammentando la fiducia che dimostrarono nell'affrontare le sfide del deserto per quaranta lunghi anni.
La storia del popolo ebraico è sotto molti aspetti una storia di viaggi, e quasi ogni famiglia può documentare un proprio elenco di luoghi percorsi dalle generazioni passate e presenti. Per alcuni di questi viaggi suona corretto l'approccio adottato da Rashì, e noi possiamo indicare i momenti di tregua e di bontà che hanno caratterizzato diversi stadi del viaggio. A molte di queste tappe però appare più adeguato l'approccio suggerito da Sforno, quando ricordiamo con timore reverenziale il coraggio manifestato da quelli che ci hanno preceduto di fronte a difficoltà e privazioni inimmaginabili.
Per quanto diversi siano questi due approcci, entrambi suggeriscono che è nostra responsabilità registrare e ricordare i viaggi delle generazioni precedenti che ci hanno portato dove ci troviamo oggi. Alla natura particolare di questi viaggi allude il curioso versetto che introduce l'elenco dei luoghi nella nostra lettura: «Mosè scrisse i punti di partenza dei loro itinerari (mo - za 'ehèm lemas` ehèm), per ordine del Signore: questi sono i loro itinerari verso i loro punti di partenza (mas'ehèm lemoza'ehèm)» (Nm 33,2).
Numerosi commentatori notano la curiosa formulazione di questa frase e in particolare il modo in cui, alla fine del versetto, la formulazione della prima parte è rovesciata per riferirsi agli "itinerari verso i loro punti di partenza". L'insolita formulazione sembra suggerire che, proprio mentre avanziamo, portiamo con noi il nostro passato e addirittura torniamo verso di esso. Nelle parole dello studioso contemporaneo rabbi Shlomo Riskin:
Mentre scendiamo lungo la strada del tempo dobbiamo sempre tenere davanti ai nostri occhi i luoghi della nostra origine. Stiliamo la mappa del nostro futuro riscoprendo il nostro passato... I punti della nostra partenza devono essere gli obiettivi del nostro futuro.

