I leaders della diaspora
Vayyechì (Gn 47,28-50,26)
Daniel Taub

Il personaggio di Giuseppe ha un accento sorprendentemente moderno: con il talento e il duro lavoro, un ebreo immigrato arriva a ricoprire un'altissima carica in un paese straniero, aiutando sia il paese che la sua gente. Ma Giuseppe non è il solo personaggio della Bibbia ad assurgere a una posizione di prominenza in una società straniera. Altri due libri della Bibbia raccontano episodi analoghi di talento e promozione nella diaspora: il libro di Ester e il libro di Daniele.
Prese insieme, queste tre storie - di Giuseppe, Ester e Daniele - suggeriscono alcune interessanti prospettive bibliche circa il ruolo e la natura dei leaders ebraici della diaspora.
Queste tre storie, e in particolare la vita dei loro eroi, condividono alcune analogie considerevoli. Ne presentiamo dieci.
Sono tutti orfani, o separati dai genitori in tenera età, o entrambe le cose.
Sono tutti fisicamente attraenti. È raro che la Bibbia commenti l'aspetto fisico dei suoi personaggi. Eppure, in tutti e tre i casi la Bibbia viene meno alle proprie consuetudini per enfatizzare che erano di bell'aspetto (Gn 39,4.6; Est 2,2-7; Dn 1,4.19).
Tutti e tre sono iniziati alla cultura straniera da qualcuno che occupa una carica importante.
In quanto immigrati, ciascuno di loro trova un garante o un custode che insegna loro le usanze della società in cui si trovano.
In ciascun caso il custode adottivo è descritto come un eunuco (seris), cioè qualcuno che, secondo la tradizione giudaica, non è in grado di avere figli propri. Questo stretto rapporto tra un "genitore" senza figli e un figlio rimasto orfano aiuta a inserire il giovane ebreo nella società più vasta.
Tutti adottano nomi non ebraici (Giuseppe diventa Tsofenat-paneach, Adàssa diventa Ester, e Daniele diventa Baltazzàr).
Tutti indossano abiti e ornamenti della società che li circonda (Gn 41,42; Est 2,14; Dn 5,29).
Salgono al potere mediante una combinazione di talento e opportunità: nel caso di Giuseppe e Daniele mediante l'interpretazione dei sogni del sovrano; nel caso di Ester vincendo un concorso di bellezza.
Devono affrontare nemici che, tentando di provocarne la caduta, si concentrano sulla loro identità ebraica per cercare di scatenare il popolo contro di loro.
Anche se sopravvivono ai complotti contro di loro, la loro posizione resta vulnerabile e si trovano alla mercé di un sovrano la cui autorità è instabile.
L'immagine del leader che emerge da queste analogie è complessa. Gli ebrei che in terra straniera raggiungono posizioni di influenza, sembra suggerire la Bibbia, possono portare grandi benefici a quelle società e anche aiutare il popolo ebraico. Ma questo successo mondano ha il suo prezzo. Per raggiungere i massimi livelli della società sono costretti, in una certa misura, a scendere a compromessi. Devono cambiare i loro nomi e il modo di vestire, e trovare qualcuno che li adotti e li guidi per introdurli nei costumi della società straniera. Persino dopo aver fatto ciò, continuano a essere percepiti come ebrei, e gli avversari cercano di usare la loro diversità come uno strumento politico contro di loro.
Forse la cosa che più di tutto colpisce è, in tutte e tre le storie, la sensazione che la posizione di straniero resta una posizione di vulnerabilità. Giuseppe, Ester e Daniele sono tutti elevati ad alte cariche grazie a sovrani la cui autorità è traballante. Quando emerge un nuovo faraone, Giuseppe è dimenticato; Assuero è impotente a rovesciare l'editto di Aman che ordina la distruzione degli ebrei, e Dario non può impedire la congiura per gettare Daniele nella fossa dei leoni.
Cosa possiamo dunque concludere, riguardo all'atteggiamento della Bibbia verso questi leaders della diaspora? Da una parte, queste storie sembrano confermare che è legittimo e lodevole raggiungere posizioni elevate. Dall'altra, suggeriscono che il successo è fragile, dipende dal bell'aspetto e dai talenti individuali, e dalla buona volontà di regnanti insicuri. Proprio per questo, nonostante tutto il potere, la gloria e la ricchezza raggiunti in Egitto, Giuseppe riconosce che il suo destino è in ultima istanza con il suo popolo e nella sua terra. Il libro di Genesi termina con la sua richiesta ai fratelli di non lasciare le sue ossa in Egitto, ma di riportarle con loro quando finalmente compiranno il viaggio verso casa, fino alla terra di Israele.

