Il benedicente,
la benedizione,
i benedetti
Nasò (Nm 4,21-7,89)
Daniel Taub

«Il Signore ti benedica e ti protegga / il Signore faccia risplendere il suo volto su di te / e ti faccia grazia / il Signore rivolga il suo volto su di te / e ti conceda pace» (Nm 6,24-27).
La lettura di Nm 4,21-7,89 contiene la benedizione più famosa della tradizione ebraica. Si tratta della benedizione recitata dai sacerdoti nel tempio, e che ancora oggi è recitata dai kohanìm quando benedicono il resto della comunità nella sinagoga e dai genitori per benedire i figli il venerdì sera.
Per molti aspetti questa breve benedizione - appena quindici parole - è sorprendente. In particolare suggerisce alcuni spunti insoliti circa colui che benedice, la benedizione e i benedetti.
In genere il giudaismo insiste sul fatto che non c'è necessità di un intermediario tra l'uomo e Dio. Quindi è sorprendente che questa benedizione sia fatta non direttamente da Dio, ma dai sacerdoti. Anzi, si potrebbe immaginare che attribuire a un solo gruppo all'interno del- I a comunità il ruolo di benedire gli altri potrebbe portare a un sentimento di superiorità e di condiscendenza. Forse è per tale ragione che questo è l'unico atto nella vita degli ebrei che ci viene ordinato di eseguire be'ahabà (con amore). E in effetti sembra appropriato che questa benedizione, con il suo richiamo alla pace, possa essere impartita soltanto da una persona sopra un'altra. Come osserva il trattato mistico Zohàr: «Qualunque sacerdote che non ami il popolo o che il popolo non ami, non può imporre le mani per impartire la benedizione sacerdotale».
Nell'interpretazione dei commentatori, la benedizione in tre parti presenta una progressione: la prima parte si concentra sulle nostre necessità fisiche, la seconda sul nostro benessere spirituale e la terza sulla benedizione ultima (la pace). Come osserva il commentario midrashico Sifrà: «Senza pace non c'è nulla». Benché la benedizione debba essere impartita all'intera nazione, colpisce che sia formulata al singolare. Un commentario chassidico (Itturèi Torà) suggerisce che questo serve a comunicare il messaggio che la benedizione più importante di cui ha bisogno Israele è l'unità.
Dopo aver ordinato ad Aronne e ai suoi figli, i sacerdoti, di impartire questa benedizione, Dio aggiunge un ripensamento: «Così porranno il mio nome sui figli d'Israele, e io li benedirò» (Nm 6,27). Come notano Rashì e altri commentatori, il linguaggio è ambiguo. Il termine "essi" si può riferire ai figli di Israele che ricevono la benedizione o ai sacerdoti che la impartiscono. Nel primo caso è un promemoria del fatto che la fonte della vera benedizione non è l'uomo ma il divino; nel secondo suggerisce che, nel benedire gli altri, troviamo la nostra vera benedizione.

