Il cammino di Gesù
verso la croce
(Mc 8,30-11,33)
Rinaldo Fabris
Il tema proposto nel titolo riguarda la parte centrale del vangelo di Marco, la quale inizia al cap. 8 dopo il colloquio di Cesarea di Filippo e prosegue fino al discorso di addio testamentario (cap. 13), redatto sullo stile delle rivelazioni apocalittiche e che è il saluto di Gesù alla comunità che rimane in attesa della sua venuta nella gloria come Figlio dell’uomo. Il cammino verso la croce si conclude a Gerusalemme, con l’ingresso nella città e poi nel tempio, dove Gesù compie il gesto provocatorio e simbolico di purificazione/trasformazione/annuncio del tempio come luogo di preghiera aperto a tutte le genti. Segue la contestazione da parte delle autorità templari, in particolare i sommi capi dei sacerdoti e gli anziani; scompaiono i farisei, che interverranno poi nel dibattito lungo la settimana. Il cammino verso la croce si chiude con la domanda di Gesù sulla sua identità: «Se voi mi dite da chi proviene il battesimo di Giovanni, anche io vi dirò in nome di chi e con quale potere compio queste cose», cioè il gesto simbolico di purificazione del tempio (cfr. 11,27-33).
Ci soffermeremo in modo particolare sulla parte che va dalla prima parola sul destino del Figlio dell’uomo fino all’arrivo a Gerico, prima dell’ingresso a Gerusalemme. È una sezione ben delimitata, perché con il cap. 11 Gesù entra in Gerusalemme e viene narrata la sua attività nell’area del tempio e, successivamente, nella città.
IL VIAGGIO DI GESÙ
In questa sezione il termine “cammino” non è solo metaforico o simbolico. Si tratta invece di un reale cammino di Gesù, che ha anche una valenza spirituale e metaforica. L’odos, cioè la via, il cammino di Gesù e dei suoi discepoli è il cammino verso la croce e la morte; esso ha come orizzonte la promessa dell’intervento di Dio (con la “riabilitazione”, cioè la risurrezione), ma in primo piano rimane il tema della croce. Gesù si sposta dalla zona del nord (la Galilea, poi Cesarea di Filippo, dove avviene la professione di Pietro) e arriva a Gerico; da qui poi prende inizio il cammino verso Gerusalemme.
Potremmo dire che la meta non è né il tempio, né Gerusalemme, ma si trova fuori dalla città: è la “collina del cranio”, il Gòlgota, che è situato all’esterno delle mura della città. È questo il luogo in cui Gesù termina il suo cammino. Ma forse non è del tutto esatto neppure questo: il cammino della croce si conclude nella morte, quando Gesù, nella piena solitudine e nel buio totale («Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio») urla quel grido che non trova risposta: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», e «il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: ‘Veramente quest’uomo era Figlio di Dio’» (cfr. Mc 15,33-39). È qui che si chiude il vangelo di Marco: con questa professione di fede, che richiama quella di Pietro a Cesarea di Filippo: «Tu sei il Cristo». Così è anche riassunto il programma indicato nell’incipit del vangelo: «Inizio (in greco: arché cioè “sostanza”, “fondamento”) dell’evangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio» (Mc 1,1).
Quello che avviene dopo è l’avvio della missione con l’annuncio della risurrezione presso la tomba ed il cammino che riprende in Galilea: «Vi precederà di nuovo, sarà alla vostra destra in Galilea» (cfr. 16,7). Sarà la missione della chiesa a svelare il senso di quella promessa di Gesù.
Un cammino “verso Gerusalemme”
Lasciamo ora questa visione molto ampia e concentriamo la nostra attenzione sull’inizio del cammino che va da Cesarea di Filippo a Gerico; seguirà l’ingresso a Gerusalemme. Si può chiamare questa sezione “via della croce”; essa poi avrà una parte più particolare nel cammino che Gesù fa dal luogo della condanna al luogo della esecuzione: la condanna da parte di Pilato avviene presso il pretorio e Gesù porta la croce fino al Gòlgota. Quest’ultimo è il cammino più immediato; ma c’è il cammino verso Gerusalemme nel quale i discepoli sono coinvolti. Si può dire che, rispetto alla prima parte del vangelo, la quale pure mostra un cammino di Gesù e anche uno dei discepoli alla scoperta di chi sia lui (infatti culmina con la domanda che Gesù pone loro: «Chi dite voi che io sia?», 8,29), nella seconda parte il cammino è caratterizzato dalla meta: è un viaggio “verso Gerusalemme”. Infatti più volte Marco si preoccupa di richiamare l’attenzione del lettore su tale cammino. Ad esempio si legge: «Partito di là, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano» (10,1); poco dopo: «Mentre erano in viaggio per salire verso Gerusalemme» (10,32). È un pellegrinaggio; non a caso Gesù entrerà come i pellegrini, accolti con rami verdi (cfr. 11,1ss). Entrerà come un messia, un re, proclamato discendente di Davide; si getteranno mantelli per accoglierlo; i discepoli della Galilea lo acclameranno: «Benedetto colui che viene», che è il saluto dei pellegrini.
Quindi è un cammino di pellegrinaggio verso Gerusalemme. In qualche modo con tale cammino Gesù inaugura il suo progetto di accogliere nella casa di preghiera non solo i figli di Israele, ma tutti i popoli. Non bisogna dimenticare che, al momento della sua morte, «il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso» (15,38): è l’accesso aperto a tutti. È dopo questa annotazione che Marco mette in bocca al centurione la professione di fede: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio». Dunque quello di Gesù è un cammino verso la città; ma quale? Forse la città storica? È piuttosto il tempio, che egli annuncia come santuario nuovo, aperto ai popoli e che inaugura con la sua morte. C’è una parola che viene ripresa durante l’istruttoria e poi nel momento della crocifissione: «Tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!» (15,29-30). È la parola provocatoria dei passanti ed, in particolare, delle autorità del tempio. Durante l’istruttoria ebraica notturna, davanti al sinedrio, l’accusa è concorde: Gesù ha minacciato di distruggere il tempio, dicendo di ricostruirne un altro non fatto da mano di uomo (cfr. 14,58). Così Marco spiega l’accusa ebraica nei confronti della minaccia di Gesù, che si ricollega al grande discorso di addio della storia della città, il quale si apre con la seguente parola profetica riguardante il tempio: «Non resterà pietra su pietra» (cfr. 13,2). Per questo, pure se il viaggio è “verso la città”, tuttavia al centro sta il tempio, ormai aperto grazie alla morte di Gesù e che diviene il santuario e il luogo di accoglienza dei popoli.
Il “mistero della croce”
Il secondo aspetto di questa via è quello della sofferenza, della morte e della risurrezione. Noi siamo abituati ad usare il termine tradizionale e stereotipo “il mistero della croce”. Cosa si intende? Quando sentiamo “croce” pensiamo alla morte di Gesù, cioè alla terribile forma di esecuzione, di degrado fisico, morale, spirituale di una persona. È una tortura, a cui si aggiunge l’aspetto di ludibrio pubblico: l’esposizione del crocifisso agli sguardi e alla curiosità morbosa di coloro che accorrono alle esecuzioni capitali. Bisogna tenere conto di tale aspetto vergognoso della morte di croce. In quale senso è “mistero”? Dentro a questa esperienza tragica c’è il dolore umano; però non un dolore qualsiasi: è quello incomprensibile, assurdo, che tocca tutti gli esseri umani, ma che assume forme scandalose per chi crede in Dio. La domanda, fortissima, è: perché un Dio buono e onnipotente lascia soffrire in modo terribile quelli che diciamo essere “i suoi figli”? Spesso noi diciamo che i prediletti sono quelli che soffrono di più, utilizzando l’immagine di Gesù, “il Figlio amato”; ma questa è una cosa orribile! In questo senso dobbiamo dire che è un mistero, che è incomprensibile oppure che è una realtà che soltanto Dio può svelare. Ma più che un comprendere mentale, in termini filosofici o psicologici, è un lasciarsi coinvolgere in una realtà che ci supera. Sonderemo qualche pagina di questa parte del vangelo al fine di non entrare in tale mistero in maniera intellettuale o razionale, ma lasciandoci condurre per mano dal racconto di Marco, per vivere senza farci schiacciare dall’esperienza traumatica e terribile del male. Alla fine dobbiamo dire che il mistero del male come sofferenza, annientamento, fallimento è ciò che aspetta tutti, prima o dopo; è l’esperienza del finire, per cui tutte le nostre aspirazioni di progetti e realizzazioni terminano in una catastrofe: la morte. Il tentativo di uscirne fuori, rifugiandosi in Dio oppure impegnandosi nell’attività umana per modificare le strutture e rendere più felice la vita, alla fine si scontra con questa barriera. Nonostante tutti gli impegni per trasformarsi e purificarsi o per realizzare progetti umani, la vita viene annientata dall’esperienza traumatica della morte.
Cosa significa “credere in Dio”? È solo un fidarsi, un abbandonarsi? Marco propone un itinerario che è la metafora della vita. Non è soltanto un pellegrinaggio, ma è il viaggio che è iniziato con la nascita, che è la prima esperienza di morte e di separazione. L’ultima nascita sarà la nostra morte, che noi temiamo e di cui abbiamo angoscia. È qualcosa che ci opprime ed è una realtà che ci minaccia, come il momento del parto.
Leggiamo allora l’inizio di tale cammino: «E cominciò ad insegnare loro («cominciò» richiama la frase «Cominciò a sentire paura e angoscia», che si legge al Getsèmani) che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente» (8,31ss).
Questa prima parola verrà ripresa una seconda volta: «Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse (è presente ancora questo ambiente pieno di mistero, che solo in parte verrà risolto e il cui sopravvento verrà annunciato nel proseguo del cammino). Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: ‘Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni risusciterà’. (Segue una reazione emotiva molto accentuata:) Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore a chiedergli spiegazioni» (9,30ss).
La terza parola dà l’impressione di un programma già stilato che Gesù deve soltanto recitare: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore (la “paura” non è solo il “timore” biblico!). Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dire loro quello che gli sarebbe accaduto» (10,32-34).
Come sicuramente si sarà notato, uso il vocabolo “parola” ed evito accuratamente termini quali “annuncio della passione” oppure “predizione della passione”, poiché creano una falsa mentalità; quasi che Gesù avesse già in testa un programma e dunque non farebbe altro che eseguirlo. Se così fosse, ci si dovrebbe domandare quali «angoscia e paura» prova Gesù nel momento dell’arresto. Forse recita o fa finta? Come tutti noi, neanche Gesù sa quale sia il destino oltre la morte. Si potrebbe ribattere: che ne è della fede che Gesù ha in Dio? Egli non è forse Figlio di Dio? Non ha forse la coscienza di essere tutt’uno con Dio? Ecco, il dramma della morte è proprio qui: l’immagine di Dio entra in crisi. C’è oppure no un Dio buono, onnipotente, creatore, se la morte annienta i nostri desideri e i nostri progetti? Perché è questa l’esperienza che l’uomo ha della morte! A chi sostiene che, però, la fede in Dio consente di fare un “viaggio tranquillo”, si deve rispondere che questo è il modo di intendere di Socrate. Ma Gesù non è Socrate: Gesù muore in modo terribile, con un grido che è quello dei perseguitati, dei morenti della tradizione biblica.
Dunque sono tre “parole” o “istruzioni”, che sono “profetiche”. Uso questo aggettivo sapendo che “profezia” non è “predizione”: la profezia è la promessa, l’impegno di Dio che sfida il futuro e fa appello alla fede. Per la predizione non occorre fede; basta controllare e verificare. Al contrario la profezia richiede la fede, cioè affidarsi ad un futuro che dipende dalla libertà di Dio e che non è programmato. Gesù sta parlando davanti a Dio della sua scelta di fedeltà, in cui coinvolge i discepoli; è una scelta ed un cammino di fede.
«Cominciò a dire loro quello che gli sarebbe accaduto: ‘Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno, lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà» (10,33-34). Questa è chiaramente una predizione! Tutto ciò è stato ripreso dal racconto della Passione, mettendo in bocca a Gesù quello che gli sarebbe capitato. È un resoconto puntuale, forse il più antico, della Passione, prima ancora della stesura della narrazione attuale, secondo uno schema narrativo qui anticipato in questa parola profetica.
Con le tre “istruzioni profetiche” Gesù scosta il velo e lascia intravedere, introducendovi i discepoli, il suo cammino, che è anche spirituale oltre che il progressivo avvicinarsi a Gerusalemme, al tempio e poi alla croce, nella quale il tempio viene spalancato.
La risposta del discepolo alla morte
Accanto alle tre “parole” c’è sempre la reazione sconcertata, impaurita, sconvolta dei discepoli. Lo schema è: parola di Gesù, reazione dei discepoli, istruzione di Gesù. Cosa comporta la parola di Gesù, il suo destino di ucciso da morte di croce per la vita quotidiana dei discepoli, per le loro relazioni e le loro scelte? Come può essere un “criterio di valutazione” della vita della comunità? Bisogna tenere presente tale schema, che è il vero cammino. Non è il cammino solitario di Gesù, ma è il cammino di Gesù seguito dai discepoli, dietro i quali sta la comunità di Marco che è invitata ad entrare in questo alone di luce. È però un alone che in un primo momento abbaglia e che è oscurità: in principio è incomprensibile. Ma in termini di razionalizzazione, qual è il senso di un Dio che sembra aggiustare tutto? Sembrerebbe di poter leggere nel seguente modo: Gesù vive un momento di passione e di sofferenza, ma poi c’è la gloria, con un bel finale in cui tutto viene aggiustato. In realtà non è così. La morte rimane un grande punto interrogativo; vi sono sempre sconcerto e paura di fronte all’esperienza della morte. Bisogna domandarsi quello che il cammino di Gesù comporta per la vita terrena, non per l’aldilà. Sull’agire di Dio c’è una parola ripetuta in modo meccanico, fisso: «Dopo tre giorni risusciterà». Non viene spiegato niente di ciò che accade dopo la morte. Quello che interessa è “qui ed ora”, cioè come vivere i rapporti fra di noi, come usare dei beni: possono i beni liberarti dall’angoscia della morte? Il lavoro, le amicizie, la famiglia possono sostituire il desiderio di vita infinita che l’uomo porta dentro e che la morte elimina per sempre? Che senso ha la nostra vita nell’orizzonte della catastrofe finale?
Marco dà tutte le volte la stessa risposta; c’è il cammino di Gesù, il destino del Figlio dell’uomo, lo sgomento e la paura dei discepoli e della comunità: come si può vivere in tale orizzonte in cui la morte è un cammino? Certamente fidandosi di Dio, scegliendo la fedeltà assoluta a Lui, nella solidarietà umana.
IL “FIGLIO DELL’UOMO” ALLA SEQUELA DI DIO
I protagonisti di questo cammino sono:
- Gesù, che si presenta come “Figlio dell’uomo”;
- i discepoli, da cui emergeranno alcune figure, quali Pietro che comparirà assieme ai due amici Giovanni e Giacomo nell’orto del Getsèmani; essi sono anche i tre che seguiranno Gesù nel momento della preghiera sul monte della Trasfigurazione. Inoltre sono Giovanni e Giacomo che interverranno per domandare i primi posti in questo cammino, pensando che sia un pellegrinaggio verso Gerusalemme per la conquista del regno; essi chiedono: «Concedici nella tua gloria di sedere uno a destra e uno a sinistra» (10,37). È il sogno dei due discepoli, ma anche degli altri dieci che desiderano il successo;
- c’è poi la folla;
- infine ci sono singoli protagonisti, come il cieco di Gerico, che è un modello di sequela, in quanto guarito per poter seguire Gesù. Dunque il viaggio presuppone una “terapia” e il dover essere liberati dalla cecità, dalla impossibilità di seguire Gesù, come era impossibile riconoscerlo in quanto Messia (anche se un Messia con caratteristiche sconvolgenti per Pietro) senza la guarigione degli occhi. Due sono le guarigioni di uomini ciechi: una alla fine della prima parte del vangelo e una al termine della seconda. Indicano il cammino spirituale dei discepoli, la “terapia” per poter guardare e riconoscere Gesù.
Gesù “Figlio dell’uomo”
Partiamo dal titolo “Figlio dell’uomo”. È un’espressione talmente enigmatica e misteriosa che Paolo nelle sue lettere l’ha cancellata. Infatti egli usa Kyrios, cioè “Signore” (ad esempio: «Figlio di Dio, il mio Signore»), Sotèr ovvero “Salvatore”; Kristòs cioè “Messia”, “inviato di Dio”. Mai invece usa “Figlio dell’uomo”: Paolo lo ha cancellato.
Lo si troverà nell’Apocalisse, ma ormai trasfigurato in un titolo che risente dell’influsso di Daniele 7, capitolo che narra la relazione sul sogno notturno, nel quale il profeta Daniele vede salire dal mare Mediterraneo, sconvolto da venti cosmici, i quattro mostri distruttivi, che sono gli imperi. Sullo sfondo di questa storia umana, distruttiva e sconvolgente, sorge la regalità del Dio-giudice: vengono portati i troni e siede la corte, circondata da miriadi di angeli; poi vengono aperti i libri.
Segue una seconda parte della visione: mentre Daniele continua a vedere le visioni notturne, ecco uno come un “figlio di uomo” venire sulle nubi del cielo; viene presentato all’“Antico di giorni”, che è Colui con i capelli bianchi che siede sul trono, il quale dà a questo “figlio di uomo” potere e gloria e il suo regno non avrà fine. Poi c’è una spiegazione, in cui l’angelo è interprete, come avviene in molte pagine apocalittiche della letteratura “nascosta”, “segreta”, in greco “apocrifa”. L’angelo dice che il “figlio di uomo” rappresenta i santi dell’Altissimo, cioè i membri di Israele, che sono i perseguitati e gli uccisi. Essi saranno consegnati (bisogna ricordare la parola “consegnato”, usata varie volte nei vangeli per Gesù: lo abbiamo appena visto in 9,31 e in 10,33) all’empio per un certo tempo; poi il regno sarà affidato ai santi dell’Altissimo (cioè Israele). Perciò in questo caso il “figlio di uomo” coincide con Israele, i cui santi perseguitati, finalmente, avranno il regno e saranno riabilitati dall’intervento di Dio.
Allora in tale metafora, rispetto alle bestie che vengono dal mare del potere (rappresentato dal mare Mediterraneo), il figlio di uomo è il protagonista del giudizio, in quanto è lo strumento, il rappresentante di Dio per realizzare la giustizia. Farà un giudizio a favore dei perseguitati, quindi realizzerà il regno di Dio a favore di Israele. Dunque questo personaggio è chiamato “come un figlio di uomo”, contrapposto alle bestie distruttive. Tale espressione di Daniele viene citata da Marco al momento dell’istruttoria ebraica: «Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza venire con le nubi del cielo» (14,62).
È però necessario capire se questo è un frutto della elaborazione della comunità di Marco, che ha cercato di comprendere il senso della morte e passione di Gesù, oppure risale realmente alla coscienza di Gesù, cioè a come lui ha affrontato la sua Passione (quindi se la comunità di Marco è rimasta fedele nel leggere così il destino di Gesù). Incuriosisce un verbo ripetuto più volte nella narrazione della Passione e anche in questa parola profetica: «Cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire». A noi questo «doveva» fa problema e continuiamo a dire che, per realizzare qualcosa di buono, “bisogna soffrire”. Perché? Davvero Dio non ha immaginato un mondo differente? Oppure è un Dio sadico, che cioè si compiace della sofferenza e non può farne a meno? Perché il bene deve essere realizzato attraverso la sofferenza? C’è chi risponde che l’uomo ha sbagliato all’inizio ed allora bisogna pagare e dare soddisfazione, continuando a ripetere che Dio ha bisogno della espiazione. Questo va bene per chi ha immagina un Dio terribile, spaventoso, che necessita di essere placato e rabbonito tramite offerte; ma non ha nulla a che fare con il Dio che Gesù fa intuire chiamandolo “Abbà”. Da dove viene l’idea di un Dio terribile, che ha bisogno della sofferenza, spesso la più estrema, per far tornare i conti e trovare la riconciliazione? Anche Giobbe lo dice: «Non sarebbe meglio per te perdonare senza infierire su questa povera foglia? Lasciami respirare, i miei giorni sono pochi» (cfr. 13,25; 10,20). Da dove viene la parola «doveva»? C’è un disegno di Dio nel dolore?
La sofferenza fa parte della condizione delle creature: soffrono gli animali così come soffrono gli esseri umani. E’ ben evidente: muoiono le bestie così come le persone; la morte fa parte della condizione dei viventi. Qualcuno sostiene che è il peccato a stravolgere e rovinare tutto; certamente, ma la morte è al di fuori anche del peccato: gli animali, che non hanno il peccato originale, muoiono comunque. Il problema della morte di Gesù è legato a questa storia di sofferenza e di morte che si può collegare col peccato. Infatti la prima esperienza di morte biblica non è per vecchiaia o per malattia, ma è la morte violenta di Abele, ed è l’effetto del peccato. Il peccato è alla porta dell’uomo, che lo può controllare. Invece Caino si lascia sopraffare: questo è il peccato, che diventa violenza. Allora si può collegare la morte con il peccato, ma inteso come violenza, la quale domina la storia umana e nella quale i santi dell’Altissimo sono chiamati a fidarsi di Dio.
Nei momenti di crisi e di massima persecuzione il profeta dice ai perseguitati di stare certi che Dio ha stabilito il suo tempo per liberarli dall’oppressore, poiché Dio ha un piano che il profeta ha visto (questa è l’esperienza apocalittica) e quindi lo può annunciare loro; perciò il progetto di Dio “deve” realizzarsi. Quella del “dovere” è una formula utilizzata dagli apocalittici per confortare i perseguitati; non ha nulla a che vedere con un destino deterministico. È la parola di speranza certa che rincuora coloro che vivono in uno stato di grave persecuzione, angoscia, paura, di fronte ad un destino che non ha sbocchi. Dio interverrà come giudice e li libererà poiché questo corrisponde al suo piano. Per affermare che l’intervento è certo, si dice: “è necessario”, “doveva”; dunque è la formula di un genere letterario, un modo di dire apocalittico per esprimere la certezza dell’intervento di Dio, anche se non dice né “come” né, soprattutto, “quando”. Ma per chi sta soffrendo bisogna dire che il “quando” è “domani”; non si può dire che Dio salverà tutti “alla fine”. Invece Dio interverrà presto, perché l’attesa della venuta di colui che realizza la giustizia di Dio è “subito”: “verrà presto”, “non passerà questa generazione”, “non passerà questo tempo” e il tempo è quello in cui il profeta sta parlando.
Fatta questa premessa sul “Figlio dell’uomo” che è il rappresentante dei perseguitati e degli uccisi e che è anche il portavoce dell’impegno e della fedeltà di Dio, adesso si capisce il senso del «soffrire molto ed essere riprovato dai capi, dalle autorità del tempio; essere ucciso e Dio lo riabiliterà dopo tre giorni» (cfr. 8,31).
La reazione dei discepoli e la proposta di Gesù
Delle reazioni dei discepoli leggiamo soltanto la prima. Vedremo le conseguenze della sequela di Gesù, il Figlio dell’uomo, rappresentante del mondo umano davanti a Dio. Questa è la formula più adatta: Gesù non è semplicemente un uomo, né è solo una figura trascendente che viene dal mondo di Dio sulle nubi del cielo; è invece il rappresentante di uomini sottoposti alla precarietà e ad un destino fallimentare di impotenza e di morte. Questo è il senso del titolo “Figlio dell’uomo”: non basta dire che Gesù è solidale col destino umano. Gran parte delle religioni e delle filosofie risolvono il problema dell’ingiustizia, del dolore assurdo e della morte dicendo che è sufficiente estirpare i desideri per non avere più sofferenze: basta fare una buona cura di meditazione profonda e, non avendo più desideri, scompariranno anche le sofferenze; oppure si deve lottare contro tutte le forme di sofferenza umana, circoscrivendola e limitandola; oppure si esorta a rifugiarsi in Dio e così non si avranno più preoccupazioni per i problemi umani. In realtà non sono soluzioni: quello che il vangelo di Marco propone è stare dentro alla sofferenza, nella fedeltà a Dio e nella solidarietà con gli esseri umani.
Pietro reagisce in modo duro ed esacerbato: «Cominciò a rimproverarlo (verbo molto forte nel secondo vangelo). Ma Gesù voltatosi e guardando i discepoli (dunque non è soltanto un problema di Pietro!) rimproverò Pietro e disse: ‘Vai dietro a me, Satana!’» (8,32-33). La traduzione della CEI («Lungi da me») è probabilmente meno corretta. Gesù dice a Pietro: «Vai dietro, non intralciarmi la strada, non bloccarmi il cammino; ma fai strada con me e diventa discepolo: vai dietro, Pietro!».
C’è poi un’altra parola: «Satana». Nel quarto vangelo Giuda è chiamato “diavolo”; in Matteo e Luca “Satana” è l’ultima parola con la quale Gesù supera le tre tentazioni: «Vattene, Satana!». Qui Satana è Pietro; si potrebbe dire che questo è l’esorcismo su Pietro. Pietro ha bisogno di essere “esorcizzato”. Il Satan, cioè l’avversario, colui che combatte contro i disegni di Dio è una figura di carattere apocalittico: Satan è l’avversario nel mondo apocalittico, dove ci sono la popolazione dei demoni e lo scontro tra il mondo divino e quello angelico. Gli esseri umani sono coinvolti in questo grande scontro. Con tale esorcismo Pietro è liberato dalla mentalità satanica, che è quella che proponeva a Gesù il successo messianico tramite i miracoli, al fine della presa del potere.
Poi Gesù continua così: «Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». È il vero grande problema: cosa pensa Dio? Qual è la via di Dio? L’espressione è ripresa dalla fine del “libro della consolazione” di Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (55,8-9). Qual è il pensiero di Dio? È forse la morte di croce? C’è il rischio di attribuire la morte di croce a Dio; è come attribuirgli la morte di milioni di persone uccise nelle camere a gas! La croce è una tortura, è il peccato umano: Dio non c’entra con la croce! La croce è la tortura inventata dai Romani per scoraggiare i movimenti terroristici di ribellione delle province occupate. Dunque Dio non c’entra; ma cosa pensa Dio?
Il versetto continua: «Convocata la folla assieme ai suoi discepoli, disse loro: ‘Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso (cioè: sia disposto a perdere la sicurezza), prenda la sua croce (che non è solo la sofferenza, patita anche da coloro che non seguono Gesù. La croce è, invece, affrontare il rischio di perdere se stessi per restare fedeli a Dio; è la scelta di aderire a Dio restando solidali con il cammino umano, nonostante la persecuzione) e mi segua».
La proposta che Gesù ha fatto a Pietro, invitandolo a non lasciarsi coinvolgere dai progetti satanici contrastanti col progetto di Dio, è estesa a tutti. Fuori metafora, la croce significa perdere la propria vita, rischiando tutte le sicurezze: «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria vita?» (v. 36). Il testo greco non parla di “anima” (come invece traduce la Bibbia CEI), ma dice: «perde la propria vita». Non è l’anima in gioco, ma la vita, tutta la realtà. «E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria vita (non “anima”)?»: è l’eco di una parola che si trova nel Salmo 49 (cfr. 8-11): cosa può dare l’uomo per riscattare se stesso? Per salvare la vita non servono i soldi, la carriera, le raccomandazioni: il problema è la morte! Ma Dio può riscattare la vita ed è quello che Gesù qui propone ai discepoli, invitandoli a prendere posizione a suo favore, perché il destino dell’essere umano dipende dalla scelta fatta nella sequela. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole…» (v. 38), cioè della sequela e dell’annuncio del vangelo: il Figlio dell’uomo, come giudice glorioso, alla fine si vergognerà di lui.
Gesù fedele a Dio e solidale con gli uomini
Con un altro brano mostriamo come il cammino non sia solo il problema del destino dell’aldilà, del dove andremo a finire e del cosa accadrà dopo la nostra morte, se vale la pena di soffrire e tribolare per salvare la vita. Marco propone il cammino del Figlio dell’uomo solidale con le persone, rappresentante dei perseguitati, che si appellano alla fedeltà di Dio. Perciò il suo cammino è necessario per la rivelazione del progetto di Dio che è sicuro, non in termini di determinismo, ma perché Dio è impegnato e fedele: è il Dio della creazione e della scelta storica a favore dei perseguitati, di cui Israele è rappresentante. Gesù rappresenta non solo Israele, ma tutti i perseguitati; dunque come Figlio dell’uomo si presenta davanti a Dio. Le conseguenze si manifestano non solo nelle scelte della propria vita (ad esempio: l’economia, la carriera, il potere), ma anche nell’uso dei beni, che può essere inteso quale alternativa, soprattutto in una società di grandi possibilità economiche come la nostra, per placare la paura della morte. Ci riempiamo infatti di cose e di tutto quello che ci è consentito al fine di dimenticare e attutire l’angoscia dell’impotenza che ci prende di fronte alla catastrofe finale.
Questo è raccontato da Marco tra la seconda e la terza parola profetica sul destino del Figlio dell’uomo e riguarda la chiamata di un giovane (10,17-22). Subito prima Marco parla del rapporto di coppia (dunque la sequela comporta un modo nuovo di vivere la relazione di amore); poi mostra il ruolo dei bambini i quali, nel piano di Dio, sono i candidati al regno, perché non oppongono resistenza: ad essi il regno è dato gratuitamente. Sullo sfondo della relazione di coppia e del ruolo dei bambini e prima di parlare del potere (cioè del ruolo nella comunità), è narrata questa scena, molto importante per la storia della spiritualità cristiana e anche per il progetto evangelico di Marco.
«Mentre usciva per mettersi in viaggio (Gesù è sempre sulla via che lo porta a Gerusalemme, luogo della tortura, della morte infame, ma anche della rivelazione e della fedeltà di Dio che inaugura il tempio; è il luogo dove Gesù viene riconosciuto come “Figlio di Dio” e come colui che rimane fedele a Dio nella morte), un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: ‘Maestro buono, cosa devo fare per avere la vita eterna (questo è il vero problema: superare l’angoscia della morte; è la vita intesa non come conquista, ma come dono per i figli, come eredità)?’. Gesù gli disse: ‘Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo’». Nel vangelo di Marco è importante questa dichiarazione di Gesù, che Matteo ha cercato di aggiustare poiché fa problema. Dio è “l’unico buono” e Gesù rivela nella sua vita la bontà dell’“unico buono”; non prende il posto di Dio poiché è il Figlio che rende presente la fedeltà di Dio, la quale diventa visibile nel suo cammino di condannato all’infamia della croce. Ora vediamo le conseguenze di questa parola, che sembra annunciata senza sortire alcun effetto nel senso del dialogo.
Subito dopo Gesù propone al giovane la via della fedeltà a Dio nella fedeltà agli altri: «Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». Tutto ciò riguarda le relazioni nell’ambito della comunità e del rapporto con gli altri; “l’unico buono” rimane come cornice.
Quello risponde: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia infanzia»: è dunque uno che ha iniziato il cammino verso la vita, che coincide proprio con la fedeltà nei rapporti. Ma come entra la frase sull’“unico buono”? «Gesù, fissatolo, lo amò (non perché è il migliore, ma perché Dio ha amato lui; per questo lo ha scelto. È l’elezione: nella via si entra per una scelta di amore) e gli disse: ‘Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai». Fino a qui sarebbe normale filosofia: per essere liberi bisogna essere poveri o diventarlo. Anche Seneca sostenne princìpi simili; ma alla fine gli rimase come unica via di fuga il suicidio. Cosa manca nella sua prospettiva? Il problema è: quale volto di Dio, “l’unico buono”? Dio è buono anche quando lascia morire in un letto senza dare la possibilità di vivere con dignità le ultime fasi dell’esistenza? È buono anche in quei momenti?
«Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri»: il regno è per i piccoli e per i poveri, è per il Figlio dell’uomo. Dunque “l’unico buono” viene reso presente dai gesti di Gesù, che non solo dona i beni (prima ha detto: «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria vita?», cioè l’integrità della persona nel rapporto con Dio, in cui anche i beni acquistano un significato diverso); Dio si rivela buono nel dono che fa di tutte le cose e Gesù rivela la bontà di Dio nel dono della sua vita. Quindi: «Dallo ai poveri, poi vieni e seguimi». Soltanto chi è disposto a dare la vita (i beni non sono altro che un prolungamento del dono della vita) può seguire Gesù. «Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni». Gesù gli ha presentato “l’unico buono” rispetto ai beni; ma questo tale aveva troppi beni per seguire il bene!
I discepoli rimangono sconcertati e impauriti, perché Gesù li guarda e dice loro: «Quanto difficilmente quelli che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio! (…) Figlioli, come è difficile entrare nel regno di Dio!». Sono ancora più sbigottiti e si domandano chi possa salvarsi. «Ma Gesù, guardandoli, disse: ‘Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio’». Tutto è grazia e dono: il regno dato ai piccoli, la chiamata per amore, la sequela del dono della fraternità, la piena realizzazione della propria vita nel dono.
CONCLUSIONE
Tralasciamo la questione dei ruoli della comunità: «Chi è il primo diventi l’ultimo, come il Figlio dell’uomo che non è venuto per essere il padrone e dominare, ma per donare la propria vita come pegno di riscatto» (cfr. 10,42-45). Dio potrà riscattare la vita dell’uomo, ma il riscatto deve essere il dono dell’amore, creando una comunità di persone libere.
Possiamo raccogliere le riflessioni fatte sul cammino di Gesù verso la croce: si può dire che la meta è la croce? No, non può essere la croce, se intesa come tortura e come fine. Invece, se si intende la croce come fedeltà estrema, nonostante la tortura inflitta dalla cattiveria umana, allora sì; così come la croce è il luogo dell’epifania, cioè della manifestazione della fedeltà di Dio nella fedeltà del Figlio dell’uomo. Intendere per croce semplicemente le sofferenze, le tribolazioni, le miserie umane, la morte, è inaccettabile. Quando si parla di “mistero della croce” si intende la fedeltà, nonostante l’assurdità della sofferenza che resta enigmatica, incomprensibile, “antidivina”, “antiumana” e che va combattuta. Qualcuno domanderà: ma allora l’accettazione e la sopportazione? Se sono una maggiore risorsa di amore, vanno bene; ma sono sbagliatissime la rassegnazione passiva e la sopportazione pensando: “Questa è volontà di Dio”. Non è volontà di Dio che una persona soffra, né che muoia; è invece sua volontà che l’uomo viva, nonostante la tribolazione e la catastrofe.
Ecco allora la conclusione di questo cammino verso l’epifania dell’amore di Dio. Innanzi tutto Gesù rivela il volto di Dio fedele; lo rivela nel cammino di Figlio dell’uomo, cioè di solidale con il destino umano segnato dalla sofferenza assurda, frutto della cattiveria, e non soltanto del limite umano. Gesù rivela il volto del Dio fedele nella solidarietà con gli esseri umani, facendosi carico della condizione umana.
Inoltre la risposta umana alla parola di Dio, quella che Gesù rivela e comunica ai discepoli, è la sequela: è andare dietro, è fare strada con lui, è condividere il suo destino di fedeltà a Dio nella solidarietà fraterna. Insistiamo su queste due parole che possono diventare astratte e retoriche, ma che sono la chiave di tutto: fedeltà a Dio nella solidarietà alle persone. “Fedeltà” sottolinea il rapporto, più che l’attuazione di un destino che non comprendiamo; è la fedeltà a Dio come figli, in termini di relazione nella solidarietà. È il modo per entrare nella vita e nel regno, un regno promesso, inaugurato, che va compiendosi. La via del suo compimento è quella. In tale cammino è possibile intrecciare relazioni libere dall’angoscia, dalla paura, che genera aggressività e violenza, e perciò relazioni giuste e, per quanto possibile, umanamente felici (“solidarietà alle persone”). Questo è il progetto di Marco: una comunità di fratelli e di sorelle liberati dall’angoscia della morte, che possono scambiarsi i beni come segno della fedeltà di Dio nella loro reciproca solidarietà.

