Il settimo libro
di Mosè
Beha'alotkà (Nm 8,1-12,16)
Daniel Taub

Quando partiva l'arca, Mosè diceva: «Sorgi, Signore, siano dispersi i tuoi nemici, fuggano davanti a te quelli che ti odiano». Quando si fermava, diceva: «Ritorna, Signore, alla moltitudine delle migliaia d'Israele» (Nm 10,35-36).
Questi due versetti si impongono, nel bel mezzo della lettura di Nm 8,1-12,16, separati all'inizio e alla fine da un simbolo inusuale che in tutta la Torà compare soltanto qui: la forma rovesciata della lettera ebraica nun.
Perché questi versetti sono separati in modo tanto inconsueto?
Il Talmùd (trattato Shabbàt 116a) suggerisce che questi due versetti comprendono in sé un intero libro della Bibbia. Se è così, calcolano i rabbi, questo significa che il libro di Numeri comprende tre libri distinti: uno prima di questa sezione, questi due versetti, e poi quello che segue, il che significa che esistono non cinque ma sette libri di Mosè (in effetti questa osservazione ha anche delle implicazioni halachiche: un libro ebraico ha come requisito quello di contenere 85 lettere, come questi due versetti, per poter avere lo status di testo sacro).
Ma perché il libro di Numeri dovrebbe essere suddiviso in questo modo? I due versetti rappresentano una divisione tra due diverse parti di Numeri, che sono di tono molto diverso. Fino a questo punto, il libro di Numeri ha descritto la condizione ideale dei figli di Israele: il santo tabernacolo è stato completato e gli israeliti sono sul punto di iniziare il loro viaggio verso la terra promessa di Israele.
Ma da questo punto in poi il libro di Numeri assume una direzione molto diversa.
È contrassegnato da mormorazioni e lagnane da parte del popolo, da divisioni tra diverse fazioni e, alla fine, dal peccato delle spie, che porta come conseguenza un ritardo di quarant'anni prima che gli israeliti possano entrare nella terra di Israele.
Queste due parti di Numeri rappresentano dunque il razùy e il mazùy, l'ideale e quella realtà che tanto spesso non è all'altezza delle nostre speranze e aspettative. E quei due versetti, il "libro in più" nella nostra lettura, vengono a suggerire che, nella loro diversità, potrebbero essere un modo per gettare un ponte tra i due.
E perché questi due versetti in particolare? I due versetti evidenziano le due principali sfide che affrontiamo quando i nostri sistemi di valori sono messi alla prova di fronte alla dura realtà. Il primo parla dei tempi di crisi e di battaglia, il secondo dei periodi di calma e prosperità. Nel primo caso, i tempi di crisi e di battaglia, la sfida è che "quando parte l'arca" i valori che amiamo non siano lasciati indietro nell'agitazione del momento. Anzi, era legge che l'arca santa che portava i dieci comandamenti accompagnasse i figli di Israele in battaglia, per ricordare che, se i nostri valori devono significare qualcosa per noi, devono anche guidarci nei momenti di estrema difficoltà.
Ma anche i momenti di agiatezza e di prosperità presentano delle sfide. Come suggerisce il secondo versetto, quando l'arca "si ferma", il rischio è che le tradizioni e la fede non siano più viste come una forza che alimenta l'unità, ma diventino strumenti di frizione e divisione. È a questa difficoltà che si rivolge il secondo versetto. Nei momenti di tranquillità, quando l'arca "è ferma" dobbiamo ricordare che essa non è proprietà di pochi prescelti, ma l'eredità comune di tutto il popolo; invochiamo Dio non soltanto per una élite religiosa, ma per la "moltitudine delle migliaia in Israele".
Questi due brevi versetti, il settimo libro di Mosè, ci ricordano che agendo con convinzione, anche in tempo di crisi, e preservando l'unità, anche in tempo di agiatezza, è possibile gettare un ponte sopra il divario che separa l'ideale dalla realtà.

