Il Vangelo dell'adultera
Ruggero Marchetti
Gesù andò al monte degli Ulivi.
All’alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?»
Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra.
Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo.
Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più».
Un testo strano, questo dell’adultera, per la Domenica delle Palme.
È stato bello per noi oggi – e quella è la “normalità” – contemplare Gesù che entra a Gerusalemme come il “re umile, giusto e vittorioso” presagito e annunciato da profeta Zaccaria (cfr 9, 9). Ed ecco invece un Gesù sorprendente, che si accovaccia a terra e scrive con il dito nella polvere…
È bello ed è normale per noi oggi, avere nella mente l’immagine festosa delle mani dei discepoli, che stringono agitandoli “i rami delle palme”, sentire risuonare i loro “Osanna”. E invece ecco altre mani, che stringono e trascinano una povera donna disperata… ecco dita drizzate ad accusare, e voci che non cantano la gioia, ma gridano di peccato e di legge e di morte…
Una pagina, insomma, questa dell’“adultera” in Giovanni 8, 1-11, di tutt’altro clima rispetto a quella che avevate il diritto di aspettarvi.
Ma come il racconto dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme ci introduce a quello della sua passione e morte, così questa narrazione apparentemente “non da Palme”, può essere per noi una porta che si apre sulla strada del Golgota… sulla strada perciò del discepolato (perché il discepolatoè la via della croce…) che vogliamo e dobbiamo percorrere se vogliamo camminare in questa settimana che per noi è “santa”, insieme a Gesù.
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“L’adultera”… Noi siamo qui davanti ad un incontro che non è uno dei tanti di Gesù. Non è questa una delle tante volte in cui egli riconcilia un peccatore o una peccatrice con Dio…
Tutto qui ha un senso più pesante e drammatico. Già le scene che precedono questo breve racconto ci mettono davanti i momenti di una lotta spietata, il montare di un odio viscerale. Così subito prima il nostro testo noi troviamo: “I farisei dissero: «Siete stati sedotti anche voi? Ha forse qualcuno dei capi o dei farisei creduto in lui? Ma questo popolino che non conosce la legge, è maledetto!»” (cfr Gv 7, 47 s.). Accuse e atteggiamenti sempre più rabbiosi, domande sempre più portatrici di minaccia, come dei nuvoloni via via sempre più neri, gravidi di tempesta… E Gesù tutto solo alle prese con questa ostilità che lo stringe da ogni parte, come una rete si stringe attorno a un pesce, il laccio del cacciatore a afferrare l’uccello mentre vola…
In questo panorama, la scena dell’“adultera” segna un momento-chiave: il momento preciso in cui scatta la trappola. E non è un caso che, proprio in quel momento, noi vediamo Gesù “chinato a terra”, quasi fosse schiacciato e rassegnato alla condanna che è già stata decisa dai capi del suo popolo.
Ma qual è mai la molla che fa scattare tutto il meccanismo per catturarlo? Qual è la rete, il laccio che s’avventa a impossessarsi di quella preda magnifica?
“Gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?»”. “La legge”. Ecco la trappola che scatta attorno a Gesù per catturarlo!
Sì, la stessa “legge di Mosè” che condanna a morte la donna peccatrice, si stringe come un cappio al collo di Gesù. Viene alla mente un’altra donna adultera, Erodiade, che è stata l’occasione della morte di Giovanni il Battista… qui una figura diversa eppure simile determina ed annuncia la morte di Gesù.
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È scritto nel vangelo di Matteo che ogni lettore attento della Bibbia che diventa “discepolo del regno”, “è simile a un padrone di casa che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie” (cfr Mt 13, 52). Proviamo anche noi a tirare fuori da questa pagina che è davvero “un tesoro” anche letterario, qualche cosa di “nuovo”, magari anche d’insolito… cogliamo con cura e portiamo alla luce dei piccoli dettagli, risonanze che sfuggono sovente a un ascolto frettoloso, e invece sono quelle che rendono più preziose queste righe.
Anzitutto, “la donna”. È stranamente sola. È stata sorpresa “in flagrante adulterio”, a fare cioè qualcosa per cui bisogna essere almeno in due. Ma qui non c’è l’amante a condividere la medesima accusa, e manca anche il marito… manca la parte lesa… È sorprendente questo… Come mai?
Forse l’autore ha omesso di parlare del marito e dell’amante, pure richiesti dalla situazione, perché vuole che noi vediamo in questa donna concreta, fatta di carne e sangue e di paura, vera sorella di tante altre creature femminili che da sempre sono state e sono vittime della ferocia umana che si nasconde sotto il nome di giustizia, il simbolo di una realtà che va oltre la sua stessa persona…
Forse cioè l’“adultera”, in sé certo reale col suo dramma e il suo peccato, è figura di qualcun altro… ma di chi?
In un antico oracolo del profeta Osea, Dio rinfaccia a Israele, con le parole di un marito tradito, le sue numerose infedeltà, e a un certo punto esclama: “Le strapperò via la mia lana e il mio lino, che servivano a coprire la sua nudità. Sì, ora scoprirà la sua vergogna agli occhi dei suoi amanti, e nessuno la salverà dalla mia mano” (Osea 2, 11-12). La donna che “gli scribi e i farisei” hanno trascinato da Gesù è forse allora proprio il simbolo del popolo infedele sorpreso e “svergognato” in pieno tradimento. Questo spiegherebbe perché qui apparentemente non compare l’amante: per Osea gli amanti di Israele erano “gli idoli” dietro ai quali esso andava. Ma successivamente, dal tempo dell’esilio, Israele ha abbandonato ogni culto idolatrico… e però un “amante” lo ha ancora… va ancora “dietro” a un idolo… Quest’amante che allora qui è presente, è – indovinate un po? – la “legge di Mosè” elevata a assoluto, a un insieme di norme da rispettare ad ogni costo, fino a dimenticare Dio, che resta indietro, oscurato dall’ossessione per le minime regole della legge.
A questo punto è chiaro anche chi sia il “marito” e perché (anche lui apparentemente) non compaia: il marito tradito è proprio lui, il Dio dimenticato in favore della legge.
C’è allora in questa pagina una sottile, terribile ironia: gli accusatori, accusando la donna, accusano se stessi. E la legge che invocano contro di lei è in realtà proprio l’idolo che li inchioda alla loro infedeltà!
Tutto questo Gesù lo mette in luce col suo gesto inatteso di “chinarsi a scrivere con il dito nel terreno”. Dice un altro profeta, Geremia: “Quelli che si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, la sorgente delle acque vive” (Geremia 17, 13). Quegli uomini “pii”, che fanno un uso indebito e omicida dalla legge di Dio perché l’invocano non per fare giustizia, ma per “tendere un tranello ed accusare” l’inviato di Dio,hanno fatto esattamente quello che il profeta denunciava: “hanno abbandonato il Signore” e si sono irrimediabilmente “allontanati” da lui.
E ne sono consapevoli. Al punto che, quando Gesù lancia loro la sfida che è al tempo stesso un appello alla coscienza: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”, proprio accusati dalla loro coscienza, quegli scribi e quei farisei “uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi”.
“Fu lasciato solo”, dice a questo punto il nostro testo, parlando di Gesù. E poi subito dopo aggiunge (ed ecco un’altra stranezza!): “con la donna che stava là in mezzo”.È veramente strano… se c’è ancora la donna assieme a lui, come qui qui si dice che Gesù “fu lasciato solo”?
È perché qui davvero lui e la donna costituiscono un’unica realtà, quasi una sola persona! Hanno dovuto, tutti e due, in qualche modo “insieme”, fronteggiare i tranelli e le accuse dei loro comuni avversari. Adesso sono ancora “insieme”: senza “i Giudei”, e senza più la legge che condanna.
Sì, senza più la legge, perché… che cosa ha fatto Gesù quando, dopo essersi appellato alla coscienza degli accusatori della donna, si è di nuovo “chinato” ed ha ripreso a “scrivere nella terra”? Mentre la prima volta ha scritto – così abbiamo ipotizzato – la sentenza di condanna di Geremia contro di loro, adesso Gesù s’è forse limitato a tracciare una riga, un semplice fondamentale segno di cancellazione.
Sì, Gesù elimina la legge e la sostituisce con se stesso. Così trovano il loro compimento le parole del Prologo che apre il nostro vangelo: “La legge fu data per mezzo di Mosè; per mezzo di Gesù Cristo sono venute la grazia e la verità” (Gv 1, 17).
E la donna, “là in mezzo”, sino a questo momento figura dolorosa di Israele infedele e esposto all’ignominia, viene trasfigurata come per un incanto ad immagine del popolo graziato. È scritto ancora in Osea: “Quel giorno avverrà, dice il Signore, che tu mi chiamerai: «Marito mio» … e io ti dirò «Tu sei il mio popolo», e mi risponderai: «Mio Dio!»” (cfr Osea 2, 18 ss.).
Il breve, intenso colloquio che chiude il nostro testo è la conferma della solidarietà di Gesù con la peccatrice graziata, e della sua salvezza. Sono lì loro due, e Gesù le dice: “Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata? … Nessuno, Signore … Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più”.
In maniera istintiva, e però limpida e chiara, la donna ha fatto suo quel che è accaduto. Ha capito che in quello strano uomo che s’è chinato a terra e ha scritto con il dito, quel medesimo Dio che ha dato ad Israele la legge che la condannava a morte, “s’è chinato” fino alla nostra “terra degli umani”… al livello degli uomini e delle donne marchiati dal peccato.
Così, a nessuno è più possibile, e tanto meno ai pii, mettersi su un gradino e giudicare gli altri, ergersi a rappresentanti del Dio Altissimo per scaraventare i peccatori e le peccatrici a terra e coprirli di sassi…
Sì, ha intuito, quella donna, che colui che era stato chiamato dagli scribi e dai farisei col titolo di “maestro” della legge, la legge l’ha abolita. Ed allora lo chiama col solo vero nome che gli spetta: “Nessuno ti ha condannata? … Nessuno, Signore”: “Nessuno di tutti quelli che mi hanno trascinata fino a qui mi ha condannata. E se tu che sei “il Signore” non mi condanni, io so che neanche Dio mi condannerà”. Ed è proprio così: “Disse allora Gesù: «Neppure io ti condanno».
E dopo averle fatto dono del perdono, le fa dono di un progetto di vita: “Va’”, dice a quella donna, “e non peccare più”.
Che significa “va’”? Che la donna deve forse allontanarsi così come si sono allontanati gli altri prima di lei, e rimanere stavolta tutta sola?
No. Ed ancora una volta è il nostro evangelista che, coi particolari piccoli e luminosi di cui ingemma il suo testo, ci guida a dire “no”. All’inizio del suo racconto Giovanni aveva detto: “Gesù se ne andò sul Monte degli Ulivi”. Adesso, qui alla fine, fa riapparire il medesimo verbo “andare” applicato alla donna. Non è un caso, è un insegnamento. Gesù le dice “Va’ dove io vado”, perché da adesso in poi sarai con me. E non peccherai più, perché su questa strada che io ti apro non ci sarà più “la legge”. Io invece ci sarò, e con me e in me ci sarà presente Dio. Perché in me e con me Dio stesso s’è chinato sul peccato del mondo e se l’è caricato sulle spalle, ed io “lo porterò sul mio corpo sul legno della croce” (cfr 1 Pietro 2, 24).
“La croce”. Questo racconto lo dobbiamo leggere proprio nella prospettiva della croce di Gesù. Del resto, quel riferimento iniziale al “Monte degli Ulivi” è un chiaro invito a questo. Quella è la meta verso cui Gesù cammina e alla quale indirizza anche la donna adesso perdonata. E lì, sul “Monte degli Ulivi” – noi lo sappiamo bene – ha inizio la passione.
Dicevamo all’inizio che questo episodio segna il momento preciso in cui scatta la trappola per catturare Gesù, ed abbiamo poi visto che quella trappola è “la legge di Mosè”. Qui sta il punto centrale che dà senso e drammaticità alla pagina d’oggi: “Gesù o la legge?”.
Gesù conosce bene il laccio che lo insidia, e se ci casca dentro, se si lascia afferrare, è perché accetta lui di essere preso e subire quella condanna da cui salva la donna. Perché solo così, solo col suo sangue versato sulla croce, renderà incancellabile la riga che ha tracciato a cassare i precetti della legge… solo con quell’inchiostro “a carissimo prezzo” scriverà al loro posto l’antico e sempre nuovo precetto dell’amore.
“Ora è il giudizio di questo mondo”. Così – abbiamo ascoltato – Gesù ha detto ai “Greci” parlando del suo “innalzamento” (cfr 12,31). La croce è il supremo giudizio di Dio sul mondo, e sul suo popolo e sull’uso che ha fatto della legge. La croce è il tribunale a cui rendere conto, e i conti non vanno bene per nessuno!
E in questo tribunale nel quale Cristo è il giudice sovrano, non avremo da un lato i pii e i giusti di Israele e dall’altro i pubblicani e le prostitute e le adultere. No. Tutti si troveranno dalla parte dei colpevoli, e tutti dovrebbero essere condannati alla pena suprema.
Ma, per fortuna, “dovrebbero”, e non ”dovranno”! Perché il giudice Gesù scenderà dal suo scranno e andrà a mettersi nel banco degli imputati. E là dirà a ciascuno ciò che ha detto alla donna: “ Io non ti condanno”. Adesso tu sei libero, perché io ho preso il tuo posto, e la condanna che avresti meritato. “Va’”, allora, e non peccare più”, rispondi col tuo amore al mio amore, e all’amore di Dio…”
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La chiesa vive solo di questo meraviglioso impensabile scambio… vive solo del dono della croce.
Vive di questo non per scelta sua, ma perché non può vivere altrimenti, perché senza la croce siamo tutti perduti.
Il guaio è che noi questo lo sappiamo, è nel nostro DNA di protestanti, che sanno bene d’essere peccatori salvati per pura grazia. E quando tu sai bene chi sei e come sei fatto, presto ti abitui ad essere così, lo dai come scontato. E allora, a furia di ripeterci che “Siamo solo dei poveri peccatori e peccatrici”, abbiamo smarrito la consapevolezza di cosa veramente voglia dire essere peccatori e peccatori graziati!
Insomma, se il Signore ci perdona sempre ( e noi siamo convinti che questo sia il suo mestiere, che “deve” perdonarci), il suo perdono non è alla fine così fondamentale. E allora fatalmente se il perdono è sbiadito, si sbiadisce anche l’esigenza di perdonarci fra noi… A volte penso che sarebbe bello avere fra di noi qualcuno di quegli “scribi e farisei” che quando Gesù ha detto: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”, sono “usciti a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi”. Fossimo stati noi, un bel sasso sarebbe partito… e dietro a quello gli altri…
Però per fortuna, le prime parole del racconto di oggi valgono anche per noi: “Tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva”. Ogni volta che noi veniamo qui, qui troviamo Gesù, e Gesù “ci istruisce”. L’ha appena fatto, lo sta facendo adesso…
Sì, Gesù è qui, in mezzo a noi. Ma non è solo qui. Noi non lo possediamo, nessuno lo possiede. Gesù sta qui, “seduto”, ed insieme cammina: “Va al Monte degli Ulivi”… perché da lì comincia l’evento della Pasqua, l’evento della croce e del sepolcro vuoto, l’evento del giudizio che incombeva su di noi e di cui si è fatto carico, l’evento del perdono che continua a donarci. Ci rivolge anche oggi quell’invito dolcissimo e che però ha la forza del più forte dei comandi: “Va’ e non peccare più”.
Ma ritorniamo alla donna della storia di oggi, all’“adultera perdonata”. A questa che è una delle tante bellissime figure femminili dei vangeli che poi la chiesa ha implacabilmente soffocato. Torniamo a lei, e proviamo a pensare… pensiamo al mare tempestoso di sollievo, stupore, meraviglia, gratitudine, amore, che le colmava e le agitava il cuore… e pensiamo al suo sguardo: quante volte, mentre obbedendo alla parola di Gesù, “andava” allontanandosi da lui… quante volte si sarà voltata indietro, a guardare quell’uomo che aveva visto solo in quell’occasione ma già era diventato “l’uomo” della sua nuova vita… della sua risurrezione dalla morte quasi certa a una nuova esistenza… E quella parola che le aveva donato: “Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più”, certol’ha conservata nel suo cuore come la cosa più bella della vita, la “perla più preziosa”, il “tesoro” dei tesori, da custodire come un fiore prezioso e profumato…
Impariamo da lei, da quella donna. Custodiamo anche noi nel nostro cuore il perdono che Gesù ci ha donato… camminiamo con lui in questa settimana così particolare che oggi inizia dal Monte degli Ulivi fino al Golgota e poi fino alla tomba e all’alba della Pasqua.
“Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più”. È la parola che ci unisce tutti nella stessa avventura e nella stessa stupita riconoscenza.
Predicazione tenuta a Scala dei Giganti la Domenica delle Palme 24 marzo 2013

