La battaglia più dura

    Vayyishlàch (Gn 32,4-36,43)

    Daniel Taub

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    Vent'anni dopo esser fuggito da suo fratello Esaù, che ha giurato di ucciderlo, Giacobbe si prepara a incontrarlo di nuovo. Per i rabbi questo incontro diventa lo scontro prototipico tra Israele e le nazioni. Prima dell'incontro con Esaù, sottolineano i rabbi, Giacobbe si prepara in tre modi: divide il campo in due, prega Dio e invia a Esaù doni e messaggi concilianti. Queste tre tattiche rispecchiano le strategie da adottare nell'affrontare situazioni potenzialmente ostili nel corso dei secoli: preparazione al - la battaglia, preghiera e diplomazia.
    Ma prima che possa aver luogo lo scontro con Esaù, oc - corre combattere un'altra battaglia...

    La notte prima del fatale appuntamento, ha luogo un altro strano incontro.
    Dopo aver aiutato la famiglia ad attraversare il fiume Iabbok, Giacobbe si ritrova da solo sull'altra sponda. Qui, nel mezzo della notte, uno straniero lotta con lui fino al mattino. Allo spuntare dell'alba l'avversario implora Giacobbe di lasciarlo e, quando lo fa, lo benedice con il nome di «Israele».
    E un incontro inquietante e misterioso. Chi era lo sconosciuto avversario? All'inizio della storia, è descritto come «un uomo», alla fine come «Penuel», un angelo. Ma la cosa più strana di tutte è che la Bibbia ci tiene a sottolineare che la lotta si svolge quando Giacobbe è solo («Giacobbe rimase solo»: Gn 32,23). Sembra che, almeno a un certo livello, si tratti di un conflitto interno; Giacobbe sta lottando con se stesso.
    È una lotta dalla quale Giacobbe non emerge illeso. Prima di rilasciare il suo avversario, è ferito alla coscia. La ferita alla gamba di Giacobbe chiude un cerchio nei suoi rapporti con il fratello Esaù.
    Quando nacque, Giacobbe uscì dal ventre tenendosi al calcagno di suo fratello, suggerendo il nome Giacobbe (in ebraico Ya` àqob deriva da 'akèb, «calcagno») e stabilendo uno schema di sopraffazione sul fratello che ricorrerà in tutta la sua vita. Lo stesso Esaù riconosce questo schema e, dopo aver scoperto che con un trucco Giacobbe lo ha derubato tanto della primogenitura come della benedizione sul primogenito, sbotta: «Certo, a ragione si chiama Giacobbe, perché mi ha soppiantato (vayya'ke - bèni) già due volte» (Gn 27,36).
    Ora, prima di poter affrontare Esaù, Giacobbe deve affrontare se stesso e la giustizia della sua causa. Soltanto quando questa lotta mora le interna avrà avuto luogo, Giacobbe potrà procedere al confronto esterno.
    Il messaggio della Bibbia sembra essere che la convinzione interiore è una chiave del successo, quale che sia la competizione che dobbiamo affrontare. Prima di ingaggiare una battaglia, dobbiamo combattere dentro di noi per essere convinti della giustizia della nostra causa.