La preghiera

    nell'opera di Luca

    Alberto Valentini


    Innanzi tutto ricordiamo che, quando si parla dell’opera di Luca, non si intende soltanto il Vangelo, ma anche gli Atti degli Apostoli. Si parla del Vangelo come di un’opera riguardante Gesù e degli Atti come di un’opera riguardante la Chiesa. Il fatto di poter parlare della Chiesa nella seconda parte della sua opera ha permesso a Luca di concentrarsi nella prima parte esclusivamente sul mistero del Cristo, sapendo che dopo avrebbe potuto narrare lungamente dell’epoca della Chiesa e dello Spirito.

    LA PREGHIERA

    I vari tipi di preghiera

    Sotto la voce “preghiera” si mettono tanti significati: tradizionalmente, diciamo che c’è la preghiera di domanda, di adorazione, di ringraziamento, ecc. Sotto tale voce è intesa tutta un’esperienza umana e di fede. Citiamo alcune parole che la Bibbia ebraica usa per dire “preghiera”. Innanzi tutto la preghiera è detta tephillàh, che sarebbe la voce che porta a Dio; ma c’è tutta una lunga serie di atteggiamenti della preghiera. Nella preghiera ci sono la domanda, il chiedere favore, benevolenza, misericordia; c’è il chiamare, l’invocare, il sospirare, il lodare.
    Ciò che molto spesso non viene sottolineato è fondamentale: la lode di Dio è forse l’esperienza più pura della preghiera, perché lì c’è la gratuità assoluta. Come si legge nei salmi, «è bello cantare, è bello lodare» (cfr. Salmo 92,2) quando non c’è una motivazione se non la bellezza di stare davanti a Dio e di invocarlo. Allora la preghiera è più genuina: è radicalmente preghiera.
    C’è poi l’esaltare Dio, il benedire. «Benedite il Signore»; «Ti benedico, o Signore»; «Lodatelo e ringraziatelo per tutti i suoi benefici»: i salmi sono pieni di tali espressioni. Vi è poi, ad esempio, la benedizione di Zaccaria, il Benedictus; vi è la preghiera di Simeone (Lc 2,28-32) che non comincia con la parola «Benedetto», però si legge: «Allora Simeone prese il bambino tra le braccia e benedisse Dio» (Lc 2,28). Di tali preghiere di benedizione e di lode la liturgia di Israele era imbevuta; ogni mattina si apriva la giornata con le diciotto benedizioni al Signore.
    Nella preghiera c’è ancora il gioire davanti a Dio, l’esultare, il danzare davanti a Lui, addirittura tripudiare di festa. Sono tutte espressioni che a noi appaiono lontane dalla preghiera stessa: la danza, i salmi, il salterio. “Salterio” significa “pizzicare la cetra” per lodare, per cantare, per gioire.
    Vi è poi la preghiera come “meditazione”, una meditazione silenziosa davanti a Dio.
    Infine c’è la preghiera come “prostrazione”. Esiste un termine in ebraico caratteristico: histahawah, che significa proprio “prostrarsi, mettersi in ginocchio” davanti al Signore.
    Questa serie potrebbe continuare quasi all’infinito, poiché tutta la vita diventa preghiera, in ogni espressione. Se si tenesse conto che qui si è ancora in una fase in cui non vi è la rivelazione, si metterebbe in crisi tutta la nostra pietà di credenti in Cristo nel quale il Padre ha manifestato tutto sé stesso. Quando qualcuno dice dell’Antico Testamento (AT) che era ancora “promessa”, “attesa”, aggiungendo caso mai che si tratta di un libro minore o secondario, ebbene non si pensa che l’AT ha tutta la dignità del Nuovo Testamento (NT). Soltanto vi è la differenza che il NT ha l’annuncio, il compimento e la realizzazione di tutta la promessa. Quando si pensa al popolo ebraico che per lunghi secoli non ha avuto una fede nella vita futura e diceva che «solo i viventi possono lodare Dio, i morti non possono lodarlo», cioè che abbiamo solo questa vita per rendere lode (cfr. Sal 88,11-13; Isaia 38,18-19), allora il nostro modo di vedere la pietà, la liturgia, la vita cristiana dovrebbe essere ripensato radicalmente. Senza aver conosciuto direttamente il volto di Dio manifestato in Gesù Cristo, senza possedere per molti secoli la speranza nella vita futura, questo popolo non è potuto vivere staccato dal Signore, poiché farlo avrebbe significato andare nella morte. Il Signore era sempre visto come la sorgente della vita e della festa: «non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba» (cfr. Sal 6,6; 88,11-13; Is 38,18), ma noi, i viventi, noi che abbiamo solo questa vita; allora tanto più chi ha, come noi cristiani, una visione della vita senza fine.

    La preghiera come relazione con Dio

    Allora la preghiera che abbraccia tutta la vita deve essere il contesto nel quale si colloca la nostra riflessione. La preghiera non è un atto, ma una dimensione dell’intera esistenza. Parlando di preghiera bisogna dire che non siamo mai noi ad iniziare il dialogo: la preghiera è sempre una risposta. Un autore tedesco, Klaus Westermann, ha sintetizzato tutto sotto due parole: das Wort e die Antwort. Das Wort è la parola di Dio che crea, che salva, che interviene nella storia; è una parola che fa irruzione nella nostra storia e la plasma da dentro. Tutto quello che Dio ha fatto e rivelato è “parola”. Invece tutto quello che dice l’uomo è “risposta” (Antwort) a Colui che parla. A Dio che parla è necessaria l’obbedienza della fede, come scrive Paolo (cfr. Romani 1,5); a Dio che parla bisogna rispondere. Westermann afferma che possiamo rispondere soltanto in due modi, poiché la risposta è fatta soltanto da due espressioni. La prima è la lode a Dio, la quale contiene non solo il giubilo, ma anche il lamento e il pianto. Sia nella gioia come nel lamento, bisogna rivolgersi al Signore; se Egli è per noi il benvenuto, è impossibile non rispondere, se si ha ascoltato. La seconda risposta è la vita concreta, morale, di fede, impegnata.
    Quindi a Dio che parla e si rivolge a noi con parole ed opere, con azioni, si risponde con parole e azioni, si risponde con la lode tramite la preghiera e si risponde con la vita morale. Ma sia la prima parola, cioè quella che scegliamo noi, sia quella che risale a Dio, cioè la nostra preghiera, sono sempre suscitate dallo Spirito del Signore. La preghiera non è mai opera nostra: è sempre partecipazione nostra e dello Spirito che, come si dice più volte nel NT, è presente ed agisce in noi.
    Dunque: “parola” e “risposta”, Wort e Antwort. Per esplicitare, bisogna mettere “rivelazione”, “storia della salvezza” e “preghiera”. Non sarebbe possibile pregare se non ci fosse stata la rivelazione, se non ci fosse stata una storia, se non ci fosse stato un intervento, un’irruzione nella nostra vita che ha cambiato la nostra stessa esistenza. Quindi rivelazione e storia sono alla base della preghiera.
    I salmi sono imbevuti della storia della salvezza; essi sono la storia della salvezza che diventa preghiera (per la maggior parte, poiché non sono unicamente questo). Quindi ciò che si trova nei libri storici e narrativi, lo si trova fatto preghiera. Noi sappiamo che i salmi, come tutta la preghiera, non soltanto sono ispirati, ma sono proprio suscitati direttamente dallo Spirito: tutti i salmi sono particolarmente spirituali.
    La preghiera suppone un’esperienza e un “tu”. Paul Guilluy ha detto: «Chi dice di Dio “Lui” senza mai dirgli “Tu”, sta per dimenticare i tratti del volto di Dio». Se si continua a parlare di Dio senza parlare a Lui, a poco a poco non si parlerà più. Continua Guilluy: «Chi evangelizza senza pregare, presto o tardi non evangelizzerà più». L’evangelizzazione e l’annuncio suppongono sempre un rapporto “io-tu”, un rapporto dialogico.
    Tale rapporto dialogico si nutre di alcune esperienze fondamentali. Secondo Luca ci sono due aspetti; il primo è vedere e ascoltare (da notare che sono entrambi sensi del contatto). In Atti si afferma chiaramente che, mentre sono minacciati e si vieta loro di parlare, Pietro e Giovanni rispondono: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,19-20). Quindi il vedere, l’ascoltare, il toccare, come anche secondo la Prima lettera di Giovanni, con la quale si apre il prologo della Dei Verbum («Quello che abbiamo visto e udito, quello che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, perché la vita si è resa visibile, e noi l’abbiamo contemplata, noi l’annunciamo anche a voi perché siate in comunione con noi», cfr. 1 Gv 1,1-3) permettono di fare esperienza del Tu di Dio. Allora si capisce il credere e dunque il pregare. A rigor di tempo, si potrebbe dire che la preghiera non si può comandare, perché se uno non ha fatto esperienza di Dio non può pregare. Nessuno può comandare di lodare, di cantare o di reagire con tutta la propria vita se non c’è stata un’esperienza. D’altra parte si può dire che, se la preghiera non si può comandare, non la si può neppure impedire, poiché chi ha visto Dio non può tacere, chi ha avuto un’esperienza forte non può non parlare oppure non reagire. La preghiera è la reazione ad una forte esperienza di Dio. Essa dunque viene e sale dall’interno della storia personale e comunitaria, in quella costellazione così ampia che abbiamo detto della preghiera. Per semplificare: la preghiera deve sorgere sempre dall’esistenza, dall’esperienza della vita e dall’esperienza non solo personale, ma comunitaria. In sé stessa la preghiera è comunitaria, è la voce di un popolo che sale a Dio, di un popolo che ha fatto l’esperienza di Dio e che ne avverte costantemente la presenza.

    LUCA EVANGELISTA DELLA PREGHIERA

    Importanza e frequenza della preghiera in Luca

    Con queste premesse iniziamo la riflessione sulla preghiera in Luca. Ovviamente la preghiera è presente in tutta la Scrittura, è presente nel NT e si trova in maniera dettagliata negli evangelisti. Perché affermiamo che Luca si presenta come “l’evangelista della preghiera” se anche gli altri evangelisti ne parlano, così come tutta la Sacra Scrittura? La preghiera non solo è un elemento frequente ed accentuato nel vangelo secondo Luca, ma fa parte del suo tessuto narrativo: è una componente fondamentale della teologia lucana e riveste un valore tematico specifico. Ciò significa che gli altri evangelisti parlano sì della preghiera, ma lo fanno come parlano di altre cose. Luca ne fa un oggetto specifico della sua riflessione. La preghiera appare una dimensione qualificante della teologia del suo vangelo. Né in Marco né in Matteo essa costituisce parte della visione teologica dell’evangelista.
    La frequenza stessa del vocabolario della preghiera in Luca è già molto eloquente. Infatti quando si sente che una persona ripete sempre la stessa parola e lo stesso motivo, fermandosi di preferenza a parlare di qualcosa, significa che fa parte dei suoi interessi particolari. Già la frequenza del vocabolario è eloquente: il verbo greco specifico che Luca usa di più (proseukomai) ricorre in Luca ben 35 volte, (19 volte nel Vangelo e 16 volte negli Atti): più di tutti gli scritti nel NT. Il sostantivo proseuké ricorre 12 volte, con una frequenza inferiore solo agli scritti paolini (e sappiamo quanto questi siano vasti e quanto la preghiera sia importante all’interno di tale corpus!)
    Ma in Luca ricorrono frequentemente anche altri termini del medesimo gruppo semantico della preghiera; ne citiamo alcuni, ma la lista potrebbe essere molto estesa: lodare, benedire, esaltare, rendere grazie, gioire, celebrare. Anche qui tutta la vita viene messa sotto il segno della preghiera in diverse manifestazioni. La preghiera in Luca non solo costituisce il tema di un insegnamento esplicito; ad esempio, come Matteo ha un discorso sulla legge nuova, il “discorso della montagna”, un discorso missionario e un discorso sulle parabole, allo stesso modo Luca potrebbe avere un capitolo solo sulla preghiera.
    Ma nel terzo vangelo non è solo un capitolo oppure un tema soltanto: la preghiera diviene un’esigenza fondamentale del suo messaggio che Luca esprime con le seguenti parole: «La necessità di pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18,1). Questo è detto, ripetuto e condensato da parabole che poi vedremo. Il cammino verso il ritorno del Figlio dell’uomo, cioè il cammino nella Chiesa, è lungo. Luca non sa quando tornerà il Figlio dell’uomo, ma afferma che intanto bisogna rendere testimonianza nella storia. C’è un lungo periodo prima del ritorno del Signore: tale tempo deve esser costellato di suppliche incessanti. L’attesa del Signore deve essere un’attesa dominata dalla preghiera; quando si parla di “vegliare”, anche se non c’è scritto esplicitamente, si intende “vegliare in preghiera”, come faceva Gesù del resto. E quando Luca parla di testimonianza, intende una testimonianza sostenuta dalla preghiera. Mentre, ad esempio, Mc 13 annuncia l’imminenza della fine dei tempi, Lc 21 non dà nessuna speranza di una fine dei tempi vicina. Ai discepoli che domandano: «Quando sarà la fine? Cosa dobbiamo fare?», la risposta è: «Questo tempo vi è dato per rendere testimonianza» (cfr. 21,13). Quindi è un tempo lungo, un tempo dell’attesa in cui i discepoli devono rendere testimonianza e vigilare in preghiera. Dunque tutto il tempo di attesa del ritorno del Figlio dell’uomo deve essere costellato di suppliche incessanti.
    Quanto alla preghiera abbiamo dato prima diversi termini, ma senza menzionare la liturgia. È ovvio che la liturgia è fondamentale; anzi il contesto della preghiera, che in essa attinge la sua pienezza, per Luca inizia a Gerusalemme, con una liturgia solenne nel tempio: tutto il popolo è in preghiera all’ora solenne mentre Zaccaria ha la visione sull’annunciazione (cfr. Lc 1,5-22). Il vangelo inizia proprio con tale grande visione a Gerusalemme, nel Tempio.
    Ancora: il vangelo dell’infanzia finisce con Gesù ritrovato nel Tempio; Gesù prima viene presentato al Tempio (2,22-38) e poi lì viene ritrovato (2,41-50).
    Inoltre il vangelo termina nel seguente modo: «Gli apostoli tornarono a Gerusalemme e stavano ogni giorno nel Tempio lodando e glorificando Dio» (cfr. 24,52-53).
    Verso dove cammina Gesù nel lungo viaggio di dieci capitoli (9,51-19,28) che caratterizza il terzo vangelo (il cosiddetto “grande viaggio verso Gerusalemme”)? È un viaggio che ha come meta il Tempio.
    Quando Gesù viene trovato dai genitori e si sente domandare: «Perché ci hai fatto questo?», risponde: «Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?», cioè deve stare nel Tempio presso Dio, il luogo dove il Padre regna (cfr. 2,48-49). Il Tempio è il punto di riferimento dell’intera opera lucana, sia nel Vangelo che negli Atti. Allora se tutto il movimento dell’opera di Luca termina presso il Tempio, luogo della grazia, della preghiera e della presenza di Dio, bisogna riconoscere che la preghiera nel senso più alto è un motivo fondamentale di Luca.

    La preghiera di Gesù

    Secondo la tradizione sinottica Gesù prega in diverse circostanze: nella moltiplicazione dei pani, durante l’Ultima Cena, al Monte degli ulivi. Sono dei momenti fondamentali. Luca non menziona la recita di quel salmo solenne, di quella preghiera che si chiama Hallèl, il salmo pasquale durante l’ultima cena (cfr. Mt 26,30). Luca scrive per un ambiente non giudaico; perciò tutto quello che non può essere compreso dai propri lettori, viene riveduto o trasformato, a volte eliminato. Quindi Luca non menziona la recita dello Hallèl durante l’Ultima Cena, né la preghiera di Gesù dopo la moltiplicazione dei pani.
    Soltanto lui, però, mostra Gesù in preghiera in tutti i momenti sopra accennati, mentre gli altri evangelisti non scrivono di tale atteggiamento. Quando Gesù riceve il battesimo, si dice: «Mentre era in preghiera, lo Spirito scese su di lui» (cfr. Lc 3,21). Dunque Gesù prega nel battesimo, mentre annuncia, prima della scelta dei Dodici. Infatti Luca è l’unico a riportare che Gesù, prima di scegliere i Dodici passò tutta la notte in preghiera (cfr. 6,12-13). Gesù prega prima della professione di fede di Pietro, quando domanda: «Ma chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» (cfr. 9,18-22). Sia Mc che Mt non accennano per niente alla preghiera!
    Ancora: Gesù prega immediatamente prima della trasfigurazione (Lc 9,28-36). Secondo i sinottici, Gesù prese Pietro, Giacomo e Giovanni e si ritirò sul monte; Luca aggiunge «a pregare».
    Quando i discepoli tornano esultanti dal ministero, di nuovo Gesù prega (10,21-22); lo fa anche prima di insegnare il “Padre Nostro” (cfr. 11,1ss.). Perché insegna il “Padre Nostro”? Luca lo presenta così: i discepoli sono stati colpiti dall’atteggiamento di orante di Gesù; vedendolo in preghiera rimangono a distanza e, appena smette, chiedono: «Insegna anche a noi a pregare come Giovanni ha insegnato ai suoi». Luca è l’unico evangelista a sottolineare che Giovanni Battista non soltanto pregava, ma insegnava la preghiera ai discepoli.
    Fra parentesi, ricordiamo che Luca non è “grande” soltanto nella preghiera, ma che la sua teologia ha grande varietà e ricchezza di simboli: vi si trovano lo Spirito, la povertà, le donne, Maria, la gioia, i pagani, i poveri. È impressionante la ricchezza di questo evangelista che si occupa specificamente di tali persone.
    Nel primo sommario (cioè le sintesi che si trovano soprattutto negli Atti degli Apostoli) si mostra il primo nucleo, il germe originario della Chiesa a Gerusalemme in preghiera costante e univoca. La preghiera viene messa proprio come input dell’esperienza dell’attività delle origini. In tali sommari si trovano anche la carità, la condivisione, ma viene sottolineata sempre la lode di Dio, il culto nel Tempio, lo spezzare il pane nelle case (cfr. Atti 2,42). I discepoli di Gesù sono rimasti colpiti dalla preghiera al Signore, che è il colloquio intimo col Padre: la riflessione di comunione diventa con Lui.
    Addirittura Luca fa pregare Gesù per sostenere la fede di Pietro prima della passione: «Io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (22,32).
    Durante la crocifissione Gesù prega per i crocifissori (23,24); prega al momento della morte, quando loda il Padre nei termini che, secondo Luca, Gesù usa nella preghiera: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46).
    Prega ancora con i discepoli di Emmaus mentre spezzano il pane (24,30). Cosa intende Luca quando scrive: «Lo benedisse, lo spezzò»? La benedizione è rivolta sempre al Padre: alzando gli occhi al cielo, si benedice il Padre datore di doni, non tanto per le cose materiali.
    Di solito viene segnalata la preghiera di Gesù senza indicarne i contenuti; si dice che Gesù prega, ma non si esplicita cosa esprimesse nella preghiera globalmente. Tuttavia ci sono cinque passi nel terzo vangelo nei quali viene specificato il contenuto della preghiera di Gesù:
    1. il cosiddetto “Inno di giubilo”: Gesù si rallegra nello spirito e proclama: «Ti rendo lode, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose agli intelligenti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli e ai poveri» (10,21-22).
    2. in 22,32 è riferito il contenuto della preghiera per Pietro: «Pietro, io ho pregato per te perché non venga meno la tua fede».
    3. il contenuto della preghiera nel Getsemani: «Padre, se è possibile allontana da me questo calice» (22,42).
    4. in 23,34 è riferita la preghiera per i crocefissori: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».
    5. in 23,46 si trova l’ultima preghiera di affidamento al Padre: «Padre, nelle tue mani rimetto la mia vita». Notiamo che l’ultima preghiera di Gesù è «Padre», così come la sua prima parola («Non sapevate che devo stare nella casa del Padre mio?», cfr. 2,49). Anche qui si vede come ritorna questo racconto filiale di cui la preghiera è l’espressione privilegiata.
    Di queste cinque preghiere elencate, tre sono proprie di Luca. Sono la preghiera per Pietro, quella per i crocefissori e la preghiera di affidamento del Padre; esse non si trovano negli altri evangelisti. È da sottolineare nella preghiera di Gesù l’uso del titolo o l’attributo di «Padre», col quale egli inizia costantemente la sua preghiera.
    Addirittura durante la crocifissione, negli altri sinottici, Gesù grida: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». In realtà non si tratta di abbandono: il Salmo 22/21 è di grande confidenza e finisce con la sicurezza che l’orante vivrà e loderà il Signore nella terra dei viventi. Ma i salmi si citavano con le prime parole, intendendo però l’intero salmo. Quindi non è un salmo di rottura, ma di fiducia.
    Dunque gli altri sinottici non parlano del Padre. Differentemente, Luca non cita il Salmo 22/21, ma il Salmo 31,6, inserendovi la parola «Padre», termine che nel testo originale naturalmente non c’è. Il salmo recita: «Nelle tue mani affido il mio spirito, la mia vita»; Luca introduce la parola «Padre» per sottolineare l’intimità di questo rapporto. È cosa del tutto insolita per un ebreo rivolgersi a Dio col nome di “Padre”; tutt’al più può chiamarlo Dio, cioè “Padre Nostro”. Questa è una novità assoluta di Cristo, il Figlio. Qui si potrebbe aprire una piccola parentesi circa la preghiera del “Padre Nostro” che recitiamo durante la celebrazione liturgica. È necessario sapere che tale preghiera mai avremmo potuto recitarla (e difatti si dice “osiamo dire”), se il Cristo non ci avesse incorporati a Lui, se noi non fossimo una persona sola con Lui attraverso i sacramenti, se in noi non ci fosse la Sua vita, se non avessimo il suo Spirito (difatti diciamo: “Animati dal tuo Spirito”). È la parola che Egli rivolge a suo Padre; è una parola tipica ed unica di Cristo, che ha partecipato a noi e soltanto perché siamo di Cristo possiamo accettarla. Quindi qui sta veramente il paradosso di noi che possiamo chiamare Dio col nome di “Padre” nel suo Spirito, lo Spirito di Cristo risorto e presente in noi.
    In connessione con l’uso personalissimo che Gesù fa del termine “Padre” colpisce un altro fatto: secondo Luca, Gesù prega da solo. Ad esempio, in 9,18 si legge: «Gesù stava da solo a pregare». Egli non associa a sé nessuno, neppure i discepoli; bisogna tenere conto che comanda di pregare comunitariamente, e la preghiera comunitaria è fondamentale. Eppure, durante la vita pubblica, Gesù non prega mai assieme agli altri, la sua preghiera è sempre solitaria. Soltanto dopo Pasqua, cioè dopo aver donato il suo Spirito, Egli fa di noi membra del suo corpo e ci rende figli, come Lui è Figlio, per partecipazione. Unicamente dopo Pasqua Egli unirà la sua preghiera ai credenti nel cui cuore lo Spirito grida «Abbà» (cfr. Rm 8,15; Gal 4,6). Ecco allora che si comprendono i testi di Romani e di Galati, ecco che è possibile gridare chiamando Dio “Padre” nello Spirito del Signore risorto. Dunque durante la vita pubblica è questa la differenza tra Gesù e noi: Lui prega da solo il Padre perché il Figlio è solo Lui; dopo la Pasqua si è acquistato una moltitudine di fratelli e siamo il suo popolo. Allora possiamo gridare insieme con Lui, anzi Lui diventa il grande orante nel cuore, nel centro della Chiesa, diventa l’intercessore per noi.

    La preghiera dei discepoli

    Dunque i discepoli sono stati colpiti innanzi tutto dall’esempio di Gesù che prega; l’esemplarità di Gesù e la sua imitazione sono all’origine della preghiera dei discepoli. Prima ancora di domandare la preghiera, Gesù ne ha dato un senso così forte che i suoi sono stati colpiti dalla sua testimonianza e hanno chiesto di fare altrettanto: «Insegnaci a pregare come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (cfr. Lc 11,1); la preghiera dei discepoli comincia subito dopo. Allora quella che comincia col “Padre Nostro” è una preghiera ad imitazione di quella di Gesù: i discepoli cercano di fare quello che hanno visto compiere dal maestro, mentre è il maestro che gli insegna quello che i discepoli devono fare. Però Gesù non soltanto dà la testimonianza, ma comanda la preghiera. Allora adesso poniamo in evidenza la necessità, l’insistenza e l’efficacia della preghiera.
    Immediatamente dopo aver insegnato il “Padre Nostro”, mediante la parabola dell’amico notturno, Gesù sottolinea l’insistenza confidente, persino importuna con la quale bisogna pregare. Il “Padre Nostro” si trova in 11,2-4; in 11,5-8 si parla di un uomo che di notte riceve un amico che lo va a svegliare chiedendogli di aiutarlo. La parabola viene proclamata per inculcare la necessità, l’insistenza e l’efficacia della preghiera, tanto che questo brano viene seguito da un altro breve testo in cui si legge: «Chiedete ed otterrete, bussate e vi sarà aperto perché a chi bussa si aprirà, chi cerca trova» (cfr. 11,9-10). Poi si porta un esempio: «Se voi, che siete cattivi, date cose buone ai vostri figli, tanto più il Padre vostro che è nei cieli darà lo Spirito Santo» (qui Luca cambia rispetto a Matteo, il quale scrive «darà cose buone», cfr. Mt 7,11). Chiaramente Luca ha ritoccato il testo della fonte comune a Lc e Mt. In tal modo si sottolinea la necessità, l’insistenza e l’efficacia della preghiera; ma Luca non ne parla solo qui.
    Ci troviamo nel cap. 11, all’interno della lunga sezione del vangelo di Lc chiamata “il grande viaggio verso Gerusalemme” (9,51-19,28). Tutti questi insegnamenti sulla preghiera si trovano in tale arco di tempo; ma non solo quelli sulla preghiera. Il viaggio è come un “grande contenitore di catechesi”. Mentre percorre il cammino verso Gerusalemme (procedendo quindi come maestro che dice: «Adesso andiamo a Gerusalemme dove il Figlio dell’uomo sarà consegnato», cfr. 18,31-33; che va per immolare se stesso; che va a Gerusalemme dove c’è il Tempio e dove ci sono i sacrifici, poiché non è permesso che un profeta muoia fuori di Gerusalemme; che quindi si presenta come testimone fino a dare la propria vita), Gesù fa tutta una serie di catechesi sulle riflessioni fondamentali della vita dei discepoli, e uno degli aspetti particolari è quello della preghiera. Dunque ritroviamo tutto ciò in questo spazio enorme. Gli altri evangelisti Matteo e Marco hanno un breve spazio per dire che Gesù sale a Gerusalemme: il primo utilizza poco più di un capitolo, Marco ha pochi tratti. Luca sfrutta tutto questo spazio per fare una lunga catechesi sulla morte del maestro che va ad offrire la sua vita.
    Quando poi giunge a Gerusalemme, soprattutto durante l’Ultima Cena, Gesù dà un insegnamento fondamentale affinché i discepoli compiano quello che fa Lui: «Voi sapete che i capi della terra sono quelli che si mettono ai primi posti, che vogliono comandare; non così sarà tra voi» (cfr. 22,24-27). Gesù si presenta come modello di tali atteggiamenti che inculca durante il viaggio.
    In 18,1-8 non solo si insiste sulla preghiera, ma all’inizio si legge: «Questo disse sulla necessità di pregare senza stancarsi mai», e si cita la parabola della povera vedova che andava sempre a lamentarsi per avere giustizia da un giudice iniquo, il quale, benché iniquo, alla fine, stanco delle rimostranze, senz’altro ascolterà la donna. «E voi – continua Gesù – pensate che il Signore faccia attendere molti suoi figli che gridano a Lui, gridano verso il Padre?». Ecco allora che il discorso sulla necessità, sull’insistenza e sull’efficacia della preghiera è rivolto anche a Dio.

    Alcuni atteggiamenti della preghiera

    La preghiera richiede atteggiamenti di povertà di fronte a Dio e al prossimo. Chi prega è un povero non soltanto in quanto tale, ma proprio perché prega è in un atteggiamento di focalità davanti a Dio. Sono molto importanti i poveri, non soltanto i poveri materiali, ma coloro che hanno fatto della povertà l’atteggiamento di tutta la loro vita, e che quindi hanno imparato la lode vera sulla necessità di pregare sempre.
    Subito dopo segue un’altra parabola che parla di un fariseo e di un pubblicano (18,9-14). I farisei sono visti in chiave profetica nel NT. Essi sono il gruppo migliore; ma nel “discorso della montagna” si asserisce: «Se la vostra giustizia non sarà superiore a quella di scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (cfr. Mt 5,20). Se fossero stati della figure secondarie, Gesù non avrebbe portato questo paragone. Una giustizia superiore a quella di scribi e farisei è una giustizia quasi perfetta! La parabola di Luca presenta il fariseo come il giusto che possa presumere la sua giustizia. Tra gli altri aspetti, Luca ha l’attenzione ai poveri, ai peccatori, agli emarginati; allora il pubblicano è colui che non ha giustizia e da sempre viene giustificato, perché sia l’uno che l’altro, sia il fariseo che il pubblicano non sono giusti. Secondo la Scrittura nessuno è giusto, ma tutti siamo giustificati per grazia. Questa è la povertà di fronte a Dio e di fronte al prossimo.
    Una persona che prega ed è in rapporto con Dio è sempre una persona che non giudica il prossimo e che non si sente superiore a nessuno, perché noi siamo il frutto della gratuità di Dio e della sua misericordia. Abbiamo ottenuto per primi misericordia.
    Un altro aspetto è quello della confidenza. La preghiera deve essere confidente. Dicevamo prima che la preghiera è sempre una risposta a qualcuno che ci ha preceduti con amore, che si è presentato come Padre in Cristo, che ha perdonato tutti i nostri peccati, che ha trasformato la nostra vita, ecc. Allora la confidenza deriva dal fatto innanzi tutto di poter chiamare Dio “Padre”, il quale «darà cose buone» (oppure «darà lo Spirito Santo», come dice Luca) a coloro che lo invocano con insistenza e fiducia fino ad importunarlo, come si farebbe con un amico.
    La preghiera tormentata e tormentosa anche nella prova definisce il nostro atteggiamento. Riprendiamo proprio la preghiera di Gesù nella prova suprema; chiama il Padre e grida: «Nelle tue mani consegno il mio spirito»: è sempre una preghiera di confidenza. La preghiera deve essere permeata di gioia spirituale perché è un inno al Signore. Tutta l’opera lucana è permeata di profonda gioia, a motivo della presenza della salvezza. Ricordiamo la parola dell’angelo ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia, oggi» (cfr. 2,10-1). L’«oggi» di Luca suona nella chiesa fino all’ultimo giorno: quante volte c’è questo «oggi» liturgico: si trova all’inizio; nella sinagoga di Nazaret: «Oggi si è compiuta questa scrittura» (cfr. 4,21); in casa di Zaccheo: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (cfr. 19,9). La gioia è legata tutta alla presenza della salvezza; allora essa si esprime in molteplici atteggiamenti: la lode, la glorificazione, la benedizione, l’esaltazione.

    LO SPIRITO E LA PREGHIERA

    Vediamo ora lo Spirito come origine della preghiera e come oggetto della preghiera cristiana. Lo Spirito che, secondo Paolo, grida «Abbà» e che intercede per noi con gemiti inesprimibili (cfr Rom 8,15.26), è all’origine della preghiera di Gesù e dei fratelli: nessuno può pregare se non nello Spirito. Esso viene donato come fonte di preghiera; Gesù agisce sempre mosso dallo Spirito e durante la sua stessa vita di Figlio è animato dal medesimo Spirito, in particolare nella preghiera, nella quale si manifesta in maniera privilegiata la sua relazione filiale. La preghiera è lo Spirito del Padre presente in noi. Lo Spirito dunque è all’origine della preghiera dei credenti, ma è anche l’oggetto da chiedere, cioè il dono da domandare è proprio lo Spirito. Su ciò si trova tutta una serie di testi, non soltanto quelli citati di Luca, ma anche altri, ad esempio, nelle lettere paoline. Pure in Giovanni lo Spirito è chiamato “il dono”; noi che domandiamo tante cose al Signore nella preghiera, dovremmo anzitutto chiedere “il dono”. Dono del Padre al Figlio sono le parole con cui Gesù qualifica lo Spirito in Gv 14,16 quando annuncia: «Lo Spirito che io vi manderò dal Padre», come dono testamentario di Cristo.

    LA PREGHIERA A GESÙ, IL SIGNORE

    La grande novità degli Atti degli apostoli è la preghiera rivolta a Gesù. Nel vangelo non si prega mai Gesù; ci sono invocazioni, ad esempio di malati i quali gridano, ma è un grido rivolto a un taumaturgo, ad un messia.
    La preghiera suppone che Gesù sia il Signore, presume un Gesù glorificato: «Nessuno può dire ‘Gesù è il Signore’ se non nello Spirito» (cfr. 1 Cor 12,3). Proclamare «Gesù è il Signore» significa piegare le ginocchia davanti a Lui; Gesù diventa oggetto di adorazione, di culto e di preghiera nella Chiesa. Allora la grande novità negli Atti è la preghiera rivolta a Gesù ed espressa nel suo Nome. Prima della Pasqua ciò non era mai avvenuto; dopo la Resurrezione Gesù, costituito e proclamato Signore, diventa oggetto di culto.
    Ad esempio, la narrazione del martirio di Stefano, ma anche della sua testimonianza e del suo processo, sono fatte sulla falsa riga di quello di Gesù. Gli stessi motivi vengono addotti per condannare Stefano, il quale muore pregando, come Gesù, per i suoi debitori, i suoi nemici, per coloro che lo lapidano. Ma mentre prima di morire Gesù afferma: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», Stefano chiede: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Ormai la preghiera e l’affidamento sono fatti a Gesù. È la stessa formula ripresa, ma trasformata.
    Vediamo infine la preghiera degli apostoli nella persecuzione, in quella che è chiamata la seconda Pentecoste (At 4,24-30). Nella persecuzione gli apostoli invocano il Signore che li liberi dalle prove affinché possano annunciare con libertà. C’è una discesa dello Spirito, il luogo in cui essi sono trema. Alla fine della preghiera rivolta a Dio creatore, lo si invoca affinché i discepoli compiano prodigi «nel nome del tuo santo servo Gesù» (v. 30)
    Quindi il culto cristiano sorge dal mistero pasquale e si fonda sulla certezza della presenza del Signore Gesù glorificato presso il Padre.