Le dieci vergini
(Matteo 25,1-12)
Lidia Maggi

Racconta Gesù che il Regno dei cieli è simile a dieci ragazze che, con le loro lampade, attendono lo sposo. Cinque di queste si procurano l'olio necessario, le altre hanno solo le lanterne. Lo sposo tarda e tutte le ragazze si appisolano. Verranno svegliate dai richiami della festa.
Tutte preparano le lampade; ma cinque si accorgono di non avere olio a sufficienza. Lo chiedono alle compagne che si rifiutano di condividerlo. Le ragazze sbadate, allora, si allontanano in cerca del carburante necessario, proprio mentre arriva lo sposo, accolto dalle cinque rimaste.
E quando le ragazze sciocche si presentano al portone chiuso, non vengono fatte entrare.
Ci commuove che, tra le tante metafore per descrivere la comunità del Regno, Gesù abbia usato anche immagini femminili. Il gruppo dei discepoli è simile a dieci ragazze. Alcune sono sagge, altre no.
Nei vangeli troviamo tanti caratteri femminili positivi, insieme ad alcune figure inquietanti, come Erodiade. La differenza di genere non rende necessariamente migliori. Tuttavia, va segnalato che questo è l'unico caso, in tutti i vangeli, in cui Gesù nel suo insegnamento ricorre a figure femminili negative.
Le donne in questione non sono spietati vignaioli che uccidono il figlio, né servi ingrati che si accaniscono su poveri debitori: sono cinque ragazze sciocche.
A noi, a dire il vero, queste donne suscitano tenerezza e simpatia. Non ci piacciono, invece, le giovani sagge che non condividono l'olio con le altre; non ci piace l'immagine di una comunità che si spacca proprio mentre arriva lo sposo; e soprattutto, ci lascia perplesse il quadro di una comunità divisa dove proprio chi non condivide si salva e viene introdotto alla festa.
È forse per questo che sentiamo una certa affinità per il Gesù di Nikos Kazantzakis, che racconta questa stessa parabola modificandone il finale: lo sposo, alla fine, si commuove sentendo le vergini stolte bussare e gridare. Le fa entrare; addirittura fa loro lavare i piedi, sporchi di fango per il tanto cercare l'olio nella notte. «Entrate», dice lo sposo in questa versione, «facciamo festa tutti e rallegriamoci».
Tuttavia, la provocazione della parabola evangelica va in un'altra direzione. Non è preoccupata di mostrare il volto di un Dio che accoglie anche chi arriva in ritardo: in altre parabole Gesù lo ha fatto. Gli operai dell'ultima ora sono trattati come gli altri.
L'effetto d'urto della parabola delle dieci ragazze invitate alla festa non mira a veicolare criteri meritocratici nei territori del Regno. L'olio rappresenta la sapienza del cuore, qualità che permette alla fiamma della vita di ardere e di illuminare sui tempi lunghi. Un amore per il Signore che va ben oltre l'emozione momentanea, il sentimentalismo, e si radica in una scelta matura e consapevole.
Ecco perché le vergini sagge non posso condividere il loro olio. Ci sono cose che si possono insegnare e altre che non si possono trasmettere agli altri. Come sanno bene i genitori, quando testimoniano e insegnano ai loro figli: non avviene mediante il patrimonio genetico la trasmissione di quei valori, di quelle capacità che fanno di un adulto una persona libera e responsabile.
Ci sono qualità del cuore che si acquisiscono solo scegliendo di far propria una proposta educativa e decidendo di sperimentarla sulla propria pelle.
La parabola introduce, dunque, una riflessione sulla qualità del discepolato, ponendo una domanda estremamente attuale: «quale cristianesimo?».
Un cristianesimo emotivo, che si consuma come un fuoco senza carburante, come una lampada senza olio? La fede non è slancio irrazionale, brivido a fior di pelle.
Oppure un cristianesimo della presenza? «L'importante è esserci»: è la tentazione di una chiesa «presenzialista», preoccupata di mettersi sotto i riflettori, spettacolarizzando la fede.
In realtà, non basta nemmeno esserci. Bisogna chiedersi come siamo presenti nel mondo.
La parabola si avvale di due generi letterari, apparentemente in contrasto tra loro: da una parte il linguaggio apocalittico di chi scruta i cieli e pone le domande sui tempi ultimi; dall'altra il linguaggio sapienziale che, partendo da sé, dalla propria esperienza, mette in luce l'appello alla responsabilità personale.
Entrambi i linguaggi chiedono la verifica della fede sui tempi lunghi. Senza pretendere, tuttavia, l'invulnerabilità: il sonno di tutte e dieci le ragazze non viene demonizzato. Più tardi, Gesù sarà molto più severo con i suoi: «Non sapete vegliare nemmeno un' ora?».
Le dieci ragazze della parabola siamo tutti noi, uomini e donne, discepoli e discepole. Noi che amiamo con passione il Signore, che crediamo e attendiamo, rischiando, però, di inseguire un entusiasmo a buon mercato, incapace, nei tempi lunghi della storia, di coltivare quelle qualità interiori che ci permettano di essere luce del mondo anche nel buio delle tragedie umane.
(da: L'evangelo delle donne. Figure femminili nel Nuovo Testamento, Claudiana 2014, pp. 70-72)

