Modelli interpretativi

    Il grande Codice culturale dell’Occidente

    Gianfranco Ravasi


    Al di là dell’ormai esausta disputa sulle radici cristiane dell’Europa, è auspicabile che si comprenda che la Bibbia costituisce uno dei punti di riferimento capitali non solo per la nostra fede, ma anche per la nostra stessa civiltà.
    La Bibbia occuperà un posto centrale nel Sinodo dei vescovi, previsto per ottobre 2008. La vita e missione della Chiesa riceveranno luce e vigore dalla parola di Dio riproposta nella sua genuinità e freschezza al mondo moderno assetato di verità più di quanto di solito si creda. Riproponiamo nel dossier l’attenta rivisitazione dei temi connessi ai testi sacri.
    «Le Sacre Scritture sono l’universo entro cui la letteratura e l’arte occidentale hanno operato fino al XVIII secolo e stanno ancora in larga misura operando». Questa affermazione del noto saggio Il grande codice di Northrop Frye (1981) sul rapporto tra Bibbia e letteratura registra un dato di fatto facilmente accessibile a chi perlustri la storia culturale dell’Occidente: per secoli, infatti, la Bibbia è stata l’immenso lessico o repertorio iconografico, ideologico e letterario cui si è attinto costantemente a livello colto e a livello popolare.
    Persino il filosofo "anticristiano" tedesco Nietzsche in Aurora (1881) ugualmente confessava che «per noi Abramo è più di ogni altra persona della storia greca o tedesca. Tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e di Petrarca c’è la stessa differenza tra la patria e la terra straniera».
    Cercare di delineare questa presenza con la molteplicità delle sue forme, ora ideali ora degenerate, è un’impresa ciclopica, per non dire disperata, tanto sterminata risulterebbe ogni catalogazione. Muovendoci allora su una traiettoria puramente esemplificativa, ci accontenteremo di indicare alcuni modelli che cerchino di rappresentare in modo emblematico questo immenso influsso.

    I modelli: reinterpretativo...

    Un primo modello potrebbe essere definito come reinterpretativo o attualizzante: si assume il testo o il simbolo biblico e lo si rilegge e incarna all’interno di coordinate storico-culturali nuove e diverse. Pensiamo alla figura di Giobbe che, dopo esser divenuta per secoli un’immagine del Cristo paziente nell’arte sacra, si trasforma in un segno personale nella Ripresa di Kierkegaard: in Giobbe egli legge la sua esperienza infranta di amore e il tentativo di recuperarla dal passato ad opera di Dio. Scriveva il filosofo danese: «Io non leggo Giobbe con gli occhi come si legge un altro libro, ma lo metto sul cuore [...]. Ogni sua parola è cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima».
    E, per stare allo stesso filosofo, pensiamo al sacrificio di Isacco (Genesi 22) così come è letto da lui in Timore e Tremore: il terribile e silenzioso cammino di tre giorni affrontato da Abramo verso il monte della prova diventa il paradigma di ogni itinerario di fede, segnato dalla luce e dalla tenebra, in cui il credente deve giungere fino alla spogliazione totale di tutti gli appoggi umani, compresi gli affetti e le relazioni fondamentali.
    L’esegeta Gerhard von Rad, in una sua opera intitolata Il sacrificio di Isacco (Morcelliana 1977), raccoglierà attorno al testo biblico, oltre a quelle di Kierkegaard, le reinterpretazioni attualizzate di Lutero, di Rembrandt e di Kolakowski, ma già la tradizione giudaica nella aqedah, cioè nella "legatura" sacrificale di Isacco sull’altare del monte Moria, aveva visto il mistero della sofferenza del popolo ebraico e si era interrogata sul silenzio di Dio (in particolare in connessione con la tragica vicenda della shoah per le persecuzioni naziste).

    ... degenerativo

    C’è un altro modello da individuare: esso elabora i dati biblici in modo sconcertante e per questo lo potremmo definire come degenerativo. Nella stessa storia della teologia e dell’esegesi si sono verificate spesso deviazioni e deformazioni interpretative. Il testo sacro si trasforma in un pretesto per parlare d’altro ("allegoria") o persino per ribaltarne il senso originario. Così accade anche nella storia della cultura.
    Prendiamo ancora come emblema il libro di Giobbe. La tradizione, infatti, ignorando l’altissimo poema che costituisce la sostanza dell’opera, si è attestata quasi esclusivamente sul prologo e sull’epilogo (capp. 1-2 e 42). Qui Giobbe appare solo come l’uomo paziente che supera la prova ed è alla fine ricompensato da Dio. In realtà il corpo centrale dell’opera presenta, invece, il dramma della fede posta di fronte al mistero di Dio e del male. L’approdo di una ricerca lacerata e acre è in quella professione di fede che sigilla realmente l’intero scritto: «Io ti conoscevo per sentito dire; ora i miei occhi ti vedono» (42,5).
    L’arte cristiana, invece, sulla scia di un’interpretazione riduttiva già presente nel Nuovo Testamento (Gc 5,11) e nei Padri della Chiesa, si accontenterà di un Giobbe collocato sul letamaio, pronto a sopportare le più atroci sofferenze, l’ironia della moglie e la contestazione degli amici, in attesa della liberazione finale. Ma la "degenerazione" del significato autentico del libro biblico può essere ulteriormente illustrata all’interno dell’enorme ripresa letteraria che la storia di Giobbe ha subìto (da Goethe a Dostojevskij, da Roth a Singer, da Bloch a Camus, da Morselli a Pomilio, ecc.).
    Esemplare in questo senso è la Risposta a Giobbe di Carl G. Jung (1952) in cui il celebre sofferente biblico si erge come il simbolo della moralità e della responsabilità di fronte a un Dio del tutto libero da ogni etica, nella sua onnipotenza e onniscienza. Cristo sarà colui che, provenendo da Dio ed entrando nell’umanità, riuscirà a imparare la lezione morale di Giobbe e a ergersi contro la durezza "immorale" e l’insondabilità del Padre celeste. Come è evidente, il testo biblico è ormai solo uno spunto sul quale si intessono nuove trame e nuovi significati e questo accade per molte figure bibliche.

    ... trasfigurativo, o dell’arte

    Tuttavia dobbiamo riconoscere che, se è già segno di fecondità e di forza dell’originale biblico anche la lettura deviata, una grandiosa testimonianza di potenza spirituale e culturale la Bibbia la offre quando è fatta trasparire in tutta la sua ricchezza simbolica e teologica. È per questo che vorremmo parlare di un terzo modello di tipo trasfigurativo. L’arte riesce spesso a rendere visibili risonanze segrete del testo sacro, a ritrascriverlo in tutta la sua purezza, a far germogliare potenzialità che l’esegesi scientifica solo a fatica conquista e talora del tutto ignora. G. Bachelard, ad esempio, diceva del famoso pittore Marc Chagall che nei suoi quadri «egli legge la Bibbia e subito i passi biblici diventano luce».
    In questo senso ci sembra particolarmente indicativa la grande musica che nel periodo storico che va dal ’600 agli inizi dell’’800 ha spesso superato le arti figurative nel divenire interprete della Bibbia (Carissimi, Monteverdi, Schütz, Pachelbel, Bach, Vivaldi, Buxtehude, Telemann, Coupe-rin, Charpentier, Haendel, Haydn, Mozart, Bruckner, ecc.). Si immagini solo cosa possa significare un oratorio come Jefte di Carissimi o il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi o una Passione secondo Matteo di Bach o, per venire ai nostri giorni, la Passione secondo Luca di Penderecki o i Chichester Psalms di Bernstein.
    Per avere un esempio specifico ed essenziale, basterebbe seguire la suprema rilettura che Mozart fa di un salmo letterariamente modesto, il brevissimo 117 (116), caro però a Israele perché proclamava le due virtù fondamentali dell’alleanza che lega Dio al suo popolo, cioè la veritas et misericordia, come dice la versione latina della Volgata usata dal musicista, ovvero l’"amore e fedeltà", in una traduzione più vicina all’originale ebraico. Ebbene, il Laudate Dominum in fa minore dei Vespri solenni di un Confessore (K 339) di Mozart riesce a ricreare la carica teologica e spirituale, ebraica e cristiana del salmo come non saprebbe mai fare nessuna esegesi testuale diretta.
    Proprio perché la Bibbia è il "grande codice" della civiltà occidentale, acquista particolare significato ai nostri giorni l’appello che diecimila firmatari (coi più bei nomi della cultura e della società civile italiana, anche "laici" e agnostici) hanno rivolto al ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni per far entrare nelle scuole, all’interno del normale curriculum di studio, la conoscenza delle Scritture come strumento indispensabile per comprendere quel «vasto, millenario influsso di temi e di simboli che hanno la loro ragione nella Bibbia». L’idea era stata avanzata già da una ventina d’anni ad opera di Biblia, un’associazione laica di cultura biblica. La matrice della nostra civiltà – prescindendo dalle opzioni confessionali o dallo stesso ateismo – è profondamente legata alla Bibbia, al punto tale che il citato Marc Chagall ribadiva che «le Scritture sono l’alfabeto colorato in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello».
    Il ministro Tullio De Mauro nel 2001 aveva accolto la proposta, ma il successore, Letizia Moratti, l’aveva accantonata. Ora Fioroni ha già individuato alcune aree di approfondimento, nella convinzione che il passaggio alla fase operativa sarà tutt’altro che facile: Bibbia ed ellenismo, Bibbia e scienza, Bibbia ed Europa, Bibbia e America. Ma il rapporto con l’arte, la letteratura e la società in genere rimane ugualmente decisivo, se non primario.
    L’auspicio è che si comprenda – al di là dell’ormai esausta disputa sulle radici dell’Europa – che la Bibbia è uno dei punti di riferimento capitali non solo per la fede ma anche per la nostra stessa civiltà. Non per nulla, Goethe dichiarava che il cristianesimo è «la lingua materna dell’Europa».