Padre dei poveri
Il Padre nostro
Alberto Maggi
(Prersentazione di Padre Paolo Garuti)
Una piccola difficoltà nasce da questo tipo di libro, è un libro che ho dovuto leggere a differenza delle Beatitudini, confesso il peccato l’ho presentato senza averlo letto, perché se ne era tanto parlato all’Ecole Biblique noi due innanzi tutto in tante serate e poi con i professori se ne era discusso tanto, era stato uno degli argomenti dell’anno, e non c’era quindi bisogno di leggerlo, risparmio di tempo, sapevo già quello che c’era scritto dentro. Questo è un libro che è passato più tranquillamente anche all’Ecole Biblique, dove è stato composto, non ha causato grandi dispute perché effettivamente è un libro da leggere, è un libro molto più meditato molto più scolastico vorrei dire più tornito rispetto all’altro scritto più di getto e se per certi aspetti può sembrare un pochino più freddo sotto altri aspetti si presenta come una ricerca matura in un campo che è un campo sempre molto affascinante, il frutto di una maturazione in una rimeditazione di testi che hanno una diffusione enorme, le Beatitudini, il Padre Nostro, che pongono una delle difficoltà maggiori nell’interpretazione del Nuovo Testamento. La ragione di questa profondità di meditazione, di questo dover accumulare anche delle note abbastanza ampie di raccordo con la cultura dell’epoca, nasce dalla natura stessa di questi testi e più ancora nel Padre Nostro che nelle Beatitudine e qual è questa natura? È che sono testi che l’evangelista cita in quanto testi tradizionali della comunità cristiana. Nei Vangeli abbiamo alcune preghiere, se vogliamo chiamarle cosi, che la vecchia scuola delle forme di origine tedesca ha in qualche modo enucleato, alcuni brani in cui si vede chiarissimamente se non altro per confronto fra i diversi testi che sono già patrimonio delle comunità, non è tanto interessante riportare cosa ha detto Gesù ma è interessante citare un qualcosa che è già tesoro della comunità. Sono i testi che hanno questo andare ritmico che sono preghiera, le Beatitudini stesse sono costruite in maniera così ritmata, cosi perfetta per facilitare l’apprendimento mnemonico ma ancor più un testo come il Padre Nostro e se volete anche l’altro testo parallelo il testo della istituzione dell’Eucarestia, lo troviamo non solo nei sinottici ma anche in S. Paolo nella I COR., sono testi che l’autore richiama, si direbbe in buona retorica, per creare comunione con il suo uditorio, dice al suo uditorio delle cose che l’uditorio sa già, ma le sa già e le usa, le vive, le soffre le interpreta costantemente, è come se noi fossimo un’assemblea di veci alpin del 99 e vi dicessi adesso ci alziamo tutti in piedi e cantiamo penna nera, oppure vi cito penna nera, si voi la sapete non c’è bisogno che io ve la insegni ma c’è bisogno che io crei con voi questa comunione sulla base di un tesoro che condividiamo. Questi testi del Nuovo Testamento che diventano sempre più tesoro, man mano che ci si allontana dai fatti nel tempo quindi aumentano nelle lettere di S. Paolo e soprattutto nelle cosiddette lettere deuteropaoline, della scuola di S. Paolo, piano piano si sostituiscono all’Antico Testamento come base di meditazione comune, come richiamo comune, come testo di comunione e da qui nasce la loro difficoltà e per questo bisogna lavorarli tanto, anche se sembrano così immediati, perché quando cito un testo che tutti già conosciamo io non faccio riferimento solo a quel testo, io faccio riferimento a un mondo emotivo, razionale, affettivo che è legato a quel testo. Il testo come tale, le parole messe una dietro l’altra sono la punta di un iceberg, se io vi comunico un testo nuovo, vi leggo le previsioni del tempo di domani, non c’è niente sotto, sono io che vi do un messaggio ma se io vi comunico un testo che voi conoscete già c’è sotto tutto un mondo che nelle mie parole non risulta e neppure nel testo biblico risulta, la citazione, l’allusione a un qualche cosa che ci viene trasmesso da una nostra tradizione è una poverissima parte di un tutto. Quello che Alberto ha voluto fare è di andare seriamente a cercare sotto quella punta dell’iceberg per vedere quale era quel tutto nella comunità cristiana perché può succedere spesso che proprio questi testi di preghiera o testi tipo la magna charta del cristianesimo come le Beatitudini finiscano per funzionare come un vetro trasparente prendendo i colori di ciò che sta loro dietro. Ogni secolo ha fatto sì che la punta dell’iceberg rimanesse la stessa ma si spostasse l’iceberg sotto, cambiava l’iceberg. La ricerca che Alberto ha fatto è in buona parte di andare a cercare quale era l’iceberg dell’evangelista Matteo per poi cercare di farci partecipare di quello che ci sta sotto, sotto le parole dell’evangelista, fino ad arrivare a questa preghiera che passa per essere la preghiera del Signore, in qualche misura un’altra magna charta del cristianesimo. Signore insegnaci a pregare, quando pregate non moltiplicate la vostre parole, è quasi un testamento spirituale che Gesù ci lascia esattamente come le Beatitudini. Da qui nasce abbastanza spontaneo l’accostamento non solo dei due volumi ma anche del testo delle Beatitudini e del testo del Padre Nostro che Alberto fa all’inizio di questo volume , talvolta può sembrare un pochino artificiale, come certe costruzioni di S. Tommaso d’Aquino che faceva corrispondere le virtù alle Beatitudini, le Beatitudini ad altri testi e poi andava avanti ancora, ai suoi sette nipoti etc... si poteva andare fino dove si voleva con certi paralleli dinamici, dinamici chiamiamoli così, stiracchiati, in fondo l’operazione è legittima perché sono testi che fanno da punto di riferimento costante per la trasmissione della fede. Cerchiamo di vedere quale colore o quale parte dell’iceberg Maggi ha enucleato da questa sua lettura del Padre Nostro che si vuole lettura il più possibile ancorata nella storia come tante altre. Il problema è che questi tipi di letture nei particolari, se non nell’insieme, finiscono per andare in direzioni diverse ma questo fa parte del nostro mestieraccio di interpreti della scrittura, non abbiamo tutti gli elementi, non abbiamo tutte le parti dell’iceberg. Se vogliamo usare una parola d’ordine, ma se ne possono usare più di una, per descrivere come Alberto ha interpretato il Padre Nostro, potremmo parlare di quel doppio registro che è tipico della Chiesa postpasquale e che è il registro di una escatologia, cioè di un tempo futuro finale però inserito nella nostra storia, possiamo parlare di escatologia immanentizzata se non immanente. In altri termini cosa dice Alberto? Aver mostrato, talvolta e qui è un libro più da leggere anche per andare sotto l’iceberg Alberto Maggi, aver mostrato anche se con prudenza che certe petizioni del Padre Nostro, certe domande del Padre Nostro sono solo apparentemente legate all’oggi, chiamano un oggi, un semeron, dacci oggi il nostro pane quotidiano, un oggi che è l’Oggi con la O maiuscola, che è l’oggi della eternità di Dio, gli chiedono di entrare nella storia quindi non è dacci oggi e domani va be’ si vedrà, è fai che il nostro tempo sia eterno, fai che scenda in noi il nutrimento della tua sapienza, fa che sia compiuta la tua volontà, in altri termini questo verso è un immenso appello all’eternità ma è un appello fatto a partire da gente che vive nella storia e non è un caso se la finale del Padre Nostro, in qualche misura, non condiziona. Alberto lo dice chiaro, il nostro agire non è un condizionare l’agire di Dio, se noi perdoniamo i fratelli non è che Dio rimane più libero di perdonarci o di non perdonarci, noi non possiamo influenzare Dio in nessun modo, Dio è pura gratuità, però alla fine chiama noi in causa, non ci si limita a fare la lista della spesa da dare al Signore perché esca e vada al supermercato, ci mette dentro una nostra responsabilità, ci mette dentro, a patto che noi accettiamo, una dimensione che ci toglie dal nostro oggi o minuscolo e che riusciamo a passare ad un Oggi O maiuscolo senza fame una fonte di alienazione, senza proiettare delle fantasie, in questo senso siamo molto vicini all’interpretazione che Alberto ha dato delle Beatitudini di cui parlammo l’anno scorso. Per esempio una cosa su cui avevamo discusso un po’ assieme è come Alberto mette in luce il COME IN CIELO COSÌ IN TERRA SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ: può essere interpretato in due modi, è il COME che fa problemi, come cosa vuol dire come già è realizzato in cielo così avvenga in terra? questa è l’interpretazione che noi diamo abitualmente ma non riusciamo a spiegare così perché all’inizio della preghiera si dica Padre Nostro che sei nei cieli e poi si parla di un cielo. Alberto propone una seconda possibilità, quel come non è un come di comparazione ma è un come che coordina, tu stai nei cieli, plurale che ha un che di superlativo, tu sei il padrone di tutto, eppure esistono delle zone in cui la tua volontà non si vede ancora realizzata, in cui il tuo regno sta ancora venendo e queste zone sono il cielo e la terra. Per gli antichi il cielo, singolare con la c minuscola, era proprio quella sfera che ci circonda, quella che S. Paolo chiama le tenebre, quella realtà in cui gli antichi vedevano correre delle forze che non potevano dominare, ineluttabili, quando si ammalava tutto il gregge mica sapevano che c’era un bacillo che girava, pensavano che nell’aria ci fossero delle potenze perché non si spiegava diversamente, ci avevano preso, solo che pensavano fossero potenze angeliche o demoniache invece era un bacillo ma anche quello gira nell’aria. Quando vedevano diffondersi una malattia ma anche quando vedevano i fenomeni atmosferici da cui per l’agricoltore dipendeva buona parte della vita e non riuscivano a spiegarseli ecco che, per loro, quel cielo era un luogo che aveva bisogno di essere ordinato come aveva bisogno di essere ordinata alla volontà di Dio anche la terra. Ma cosa vuol dire questo, l’uomo che nell’antichità si sentiva al centro dell’universo, perché la terra era il centro dell’universo, ma che era un po’ come la parte bacata di una mela, la parte imperfetta, quell’uomo che si sentiva lì schiacciato da tutte queste forze che non poteva dominare fa appello a Dio perché le domini, talvolta si gettava nella magia per influenzare in qualche modo queste forze che gli potevano essere ostili, poteva mettere il sangue dell’agnello sullo stipite della porta perché l’angelo della morte non passasse, non entrasse, passasse oltre. Per noi che abbiamo un altro tipo di immagine del cosmo può voler dire Signore vieni e facci la sorpresa di rompere il ciclo dell’ineluttabilità, le cose che noi crediamo ineluttabili, che crediamo ci dominino senza che ci sia possibilità di modificarle, ma proprio nel Cristo è avvenuta quella vittoria sulla ineluttabilità della cosa più terribile, della morte ed è quindi possibile vincere anche l’ineluttabilità di queste forze che sembrano ostili a Dio e ostili all’uomo e che senz’altro sono ostili al bene. Gli antichi mettevano in cielo anche il genio dell’imperatore, anche l’idea del potere, gli angeli delle nazioni li troviamo nella Bibbia, e allora ecco Signore ordina anche quelle cose lì o meglio già hai incominciato a farlo nella venuta del Cristo, tutto quello di fronte al quale noi ci diciamo è più forte di noi ma non può essere più forte di Dio. E deve questo essere penetrato da quella coscienza che è posta dalla prima parola, deve essere penetrato dalla presenza di quel Padre, la comunità cristiana che recita questa preghiera si sente ancora schiacciata da questo cielo e da questa terra, dove si vive l’imperfezione, la irrisolutezza, ma nello stesso tempo sa di avere in mano il segreto della soluzione di quel dramma, sa di portare in sé lo Spirito del Cristo risorto. Alberto ha cercato di commentare il Padre Nostro ma c’è qualcuno che lo ha commentato prima di lui stupendamente, solo che quello era un raccomandato accidenti! o forse il Padre Nostro è un commento a quello che diceva quel signore là, un certo Paolo di Tarso nel cap.8 della lettera ai Romani. È il miglior commento, insieme a quello di Alberto, sul Padre Nostro, sta tutto in questo Spirito che ci permette di pronunciare la parola Padre, S. Paolo nel cap.8 della lettera ai Romani parla dello Spirito che ci permette di avere coscienza di essere gli eletti di Dio, di essere i figli di Dio. VOI NON AVETE RICEVUTO UNO SPIRITO DA SCHIAVI PER RICADERE NELLA PAURA, anche la paura di questo cielo, VOI AVETE RICEVUTO LO SPIRITO DA FIGLI ADOTTIVI PER MEZZO DEL QUALE GRIDIAMO ABBÀ PADRE, ma qui S. Paolo cita, cita una cosa che fanno, questi dicevano il Padre Nostro, LO SPIRITO STESSO ATTESTA IL NOSTRO SPIRITO CHE SIAMO FIGLI DI DIO, SE SIAMO FIGLI SIAMO ANCHE EREDI, EREDI DI DIO COEREDI DI CRISTO SE VERAMENTE PARTECIPIAMO ALLE SUE SOFFERENZE NOI PARTECIPIAMO ALLA SUA GLORIA. Paolo sembra dire noi gridiamo Abbà, lo diciamo ma non possiamo dirlo da noi stessi, chiusi nel nostro tempo noi non possiamo altro che essere schiacciati ma lo Spirito di Cristo in noi può gridare quell’Abbà e liberarci dalla paura. Fin qui ha commentato la parola Abbà e la parola Nostro come la commenta S. Paolo. IO RITENGO INFATTI CHE LE SOFFERENZE DEL MOMENTO PRESENTE NON SONO PARAGONABILI ALLA GLORIA FUTURA CHE DOVRÀ ESSERE RIVELATA IN NOI, LA CREAZIONE STESSA ATTENDE CON IMPAZIENZA LA RIVELAZIONE DEI FIGLI DI DIO, ESSA INFATTI È STATA SOTTOMESSA ALLA CADUCITÀ NON PER SUO VOLERE MA PER VOLERE DI COLUI CHE L’HA SOTTOMESSA, ancora queste potenze apparenti dell’ineluttabilità del male, E NUTRE LA SPERANZA DI ESSERE LEI PURE LIBERATA DALLA SCHIAVITÙ DELLA CORRUZIONE PER ENTRARE NELLA LIBERTÀ DELLA GLORIA DEI FIGLI DI DIO. Quanto spesso abbiamo detto Padre Nostro pensando nostro di noi, di noi chi di noi cristiani, di noi chi di noi cristiani cattolici apostolici romani e avanti così, qui c’è tutta la creazione che chiede, anche il cielo e la terra chiedono di essere liberati dalla schiavitù e di entrare nella dimensione della adozione a figlio. Cosa vuol dire adozione. Noi pensiamo immediatamente al bambino brasiliano che viene adottato, nell’antichità era qualcosa di un pochino più serio, è già serio adottare i bambini brasiliani infatti lo si continua e continuate a farlo, coinvolgeva molto di più la volontà. In una situazione fluida quanto alle leggi relative all’eredità, la trasmissione del patrimonio, e soprattutto in una situazione arcifluida quanto alla trasmissione del potere, già nella tradizione dell’Israele dell’Antico Testamento nel periodo monarchico quanto nella tradizione romana c’era bisogno che il re padre adottasse come "figlio al quadrato" qualcuno e non lo adottava mica perché era un piccolo bambino che aveva bisogno, no lo adottava perché era una persona adulta e in gamba e gli trasmetteva il suo potere, se non l’avete fatto leggetevi le prime pagine del libro della Yourcenar Memorie di Adriano dove lei si immagina l’imperatore che trasmette al suo successore la sua sapienza nel momento in cui in qualche misura sceglie chi sia il suo successore. Allora coeredi di Cristo capiamo cosa vuol dire, capiamo che abbiamo un ruolo e che quel ruolo è nostro ma è anche della creazione intera, dell’umanità intera e al di là della umanità anche di tutto ciò che è sottoposto a qualcosa che nega la vita, la caducità. Responsabilità non piccola dire il Padre Nostro, giustamente S. Paolo dice ragazzi con le vostre forze o semplicemente con quello che voi siete non potete dire Padre Nostro, potete spaternostrare ma non affermare veramente quella parola, è solo per lo Spirito di Cristo, perché Cristo si è adeguato a questa creazione che geme e soffre nelle doglie del parto in attesa di una liberazione, che può farlo pronunciare in modo efficace. Lo dice S. Paolo nel suo commento, più sintetico di quello di Maggi. Se avremo partecipato alla sua sofferenza per partecipare alla sua gloria: è il chicco di grano che cade nella terra e muore ed è il chicco di grano che ha diritto di dire Padre Nostro. Adesso qui abbiamo del Padre Nostro due redazioni quella di Matteo e quella di Luca, quella di Luca è forse quella che girava nelle comunità antiochene ma il Padre Nostro è quello di Matteo a cui apparteneva anche S. Paolo e da qui ha preso questa dimensione del presente dell’Amore di Dio nella nostra storia, presente non ricattatorio ma responsabilizzatorio. Io sono convinto che Maggi l’abbia messo molto bene in luce malgrado tutta la prudenza che ha usato in questo libro rispetto al precedente. Lo ha messo in luce perché soprattutto nel finale, quando si è trattato di tirare un pochino le somme e di parlare di quel mistero del perdono e della misericordia, pur dicendo come vi dicevo che non possiamo noi condizionare l’agire di Dio, arriva a dirci che però dobbiamo compersonarci a quel Dio che ci perdona, dobbiamo fare come il cane che prima o poi finisce per assomigliare al padrone e non viceversa. Si tratta di iniziare questo nuovo regno a partire da quel mistero di misericordia, di accoglienza dell’essere per quello che l’essere è, del sapere perfettamente che esiste il tempo, sapere che esiste una giustizia, giustamente Maggi mette in luce che è un termine giuridico ce ne fa sentire tutto il peso ma ci fa sapere anche che l’occhio di Dio è un occhio di comprensione, direi di più è un occhio di ottimismo, c’è sempre la possibilità di rilanciare in avanti l’essere di ciascun essere compreso nella creazione perché trovi la liberazione e abbia la pienezza della vita. Questa parte sommersa dell’iceberg che Maggi ci mostra è la vera parte sommersa dell’iceberg?, è quello che aveva in testa la gente quando cominciava a pregare queste poche parole?, beh ci sono tanti altri elementi che sono più legati alla storia di questo testo, la tradizione di preghiera ebraica, le diciotto benedizioni, il voler pregare brevemente, il Gesù maestro "didascalos" che trova il modo di fare una preghiera veloce per della gente che non sa scrivere né leggere, molto spesso una bella formulina breve è comoda per i bambini e per gli analfabeti. Ho voluto fare questa comparazione con la catechesi di S. Paolo per far vedere che queste idee di fondo che Maggi ha tirato fiori, le ha copiate da S. Paolo !! no, sono veramente le idee che circolavano nelle comunità delle origini, almeno in parte, forse questo è più vero nel testo lucano ma è vero anche per il testo di Matteo e in genere per questa tradizione di preghiere.
Devo concludere, come concludere?, ho citato all’inizio che le Beatitudini sono una specie di magna charta fatte per essere imparate a memoria, il Padre Nostro è evidentemente una preghiera e questo è il contesto in cui il Vangelo stesso ce lo presenta, ho citato anche il brano istitutorio dell’Eucarestia dove addirittura anche lì abbiamo due redazioni Marco e Matteo che vanno da una parte, Luca e S. Paolo che vanno dall’altra con la redazione della chiesa antiochena, quindi anche questo è un messaggio, un testo della tradizione cristiana primitiva che è arrivato fino a noi, beh Maggi lànciati, puoi sempre giocare sul titolo, finora padre dei poveri, puoi passare all’Eucarestia pane dei poveri poi Padre del pane insomma uno può fare una serie di varianti sul tema, insomma continua e se vuoi venire a Gerusalemme a sfruttare la nostra biblioteca puoi venire a stare da noi.
Grazie a Paolo per questa presentazione e per gli spunti per una prossima revisione del Padre Nostro perché, almeno questo l’ho sperimentato io, è un testo di una difficoltà scoraggiante, mentre per le Beatitudini c’è tanta produzione e io non ho fatto altro che prendere le linee di J. Mateos e verificarle, approfondirle, adattarle, ma avevo già dei binari sicuri, sul Padre Nostro c’è tabula rasa, non c’è praticamente niente che non sia il bla bla ripetitivo. Uno studio serio, approfondito sul Padre Nostro, veramente in profondità, io che ho consultato la biblioteca dell’Ecole Biblique di Gerusalemme che è stracolma di libri, non lo ho trovato, ma non ce ne sono perché il direttore della tesi che ho fatto all’Ecole Biblique dopo tre mesi che non riuscivo a compicciare nulla mi disse è naturale perché solamente un pazzo poteva scegliere il testo più difficile del Nuovo Testamento. In effetti è un testo difficilissimo perché nel Padre Nostro ci sono delle parole greche che nella lingua greca non esistono, il famoso quotidiano del pane, e ci sono altre parole che possono avere significati diversi. Quindi è stato un lavoro non facile, per questo forse più meditato, più lavorato e come dice Paolo più prudente. Questo sono contento che lo abbia detto perché qui in Italia caro Paolo quando dico che all’Ecole Biblique io passavo per conservatore non ci credono, purtroppo non so perché ma io qui passo per un ultraprogressista, da voi io faccio la figura del tradizionalista conservatore, in questo libro credevo di aver dato dei fendenti e chissà cosa altro e Paolo mi dice che sono stato troppo prudente, che potevo calcare la mano. Sarà per il prossimo libro ed è un buon suggerimento l’Eucarestia. Grazie Paolo per la tua generosità, per essere venuto da Gerusalemme e grazie a tutti voi presenti con riconoscenza perché credo davvero che è l’esperienza di sentirsi tanto amati dai fratelli quello che ci fa comprendere quanto è grande l’Amore di questo Padre. Grazie e buonasera.
COMMENTO AL BRANO MT 6,9-13
Alberto Maggi
Il Padre Nostro che ho trattato nel libro è preso dal Vangelo di Matteo. Quando ci capita di leggere un Vangelo si rimane un po’ meravigliati da un aspetto; come mai un evangelista riporta certi episodi che ci sembrano tanto importanti e altri evangelisti li ignorano, il motivo è che ogni evangelista ha una sua linea teologica da seguire. Il Padre Nostro che noi abbiamo ci è arrivato in tre versioni, una in Matteo, una in Luca e una in un catechismo della Chiesa primitiva chiamato Didachè. Io ho scelto quello del Vangelo di Matteo che ha una particolare inquadratura e bisogna comprendere questa per capire tutta la ricchezza di questo testo. Anzitutto come scrive Matteo. Matteo scrive a una comunità di giudei che ha accolto e riconosciuto Gesù come Messia ma a condizione che sia nella linea tracciata da Mosè e dai Profeti, allora Matteo inizia tutta un’opera didattica e pedagogica contrapponendo Gesù a Mosè. Per fare questo struttura il suo Vangelo come sono strutturati i libri attribuiti a Mosè. Si credeva a quell’epoca che Mosè fosse l’autore dei primi cinque libri della Bibbia, quelli che vengono chiamati Pentateuco, e il Vangelo di Matteo è diviso in cinque parti come se fossero cinque libri ognuna delle quali termina con una frase che più o meno è simile alla frase finale dei libri di Mosè. Matteo quindi divide il suo Vangelo in cinque parti come i cinque libri scritti da Mosè. Inizia poi a descrivere la vita e l’attività di Gesù sulla falsariga della vita di Mosè, ecco perché c’è da chiedersi come mai solo Matteo riporta la strage dei bambini di Betlemme, un fatto che non è accennato nelle cronache storiche del tempo e che gli altri evangelisti ignorano completamente; Mosè per un intervento divino è stato salvato dalla strage dei bambini ebrei voluta dal faraone, allora ugualmente Gesù viene salvato per un intervento divino dalla strage dei bambini di Betlemme voluta da quello che rappresentava il potere cioè Erode, il faraone del tempo. Momento importante della vita di Mosè è quando sul monte Sinai da Dio riceve i comandamenti ed ecco perché Matteo pone Gesù che va sul monte e non da Dio ma lui che è Dio promulga il codice di comportamento della nuova alleanza, le Beatitudini, che sostituisce i comandamenti. Come formula di accettazione dei comandamenti Mosè elabora un testo che corrisponde al nostro credo, in Israele lo recitano ancora oggi ed è molto conosciuto dalla prima parola ebraica Shemà, Ascolta Israele, recitando questo testo l’israelita si impegna a praticare tutti i dieci comandamenti. Ugualmente l’evangelista dopo le Beatitudini elabora il Padre Nostro che non è una preghiera ma, sotto forma di preghiera, è la formula di accettazione delle Beatitudini. Dopo vediamo che Mosè libera il popolo chiedendo a Dio i famosi dieci interventi conosciuti come le dieci piaghe d’Egitto che culminano con la morte del figlio del faraone, nel capitolo ottavo di Matteo ci sono dieci guarigioni operate da Gesù e fra queste guarigioni c’è la resurrezione della figlia del capo della sinagoga; mentre Mosè ha dieci piaghe di distruzione e di morte Gesù ha dieci azioni che restituiscono vita pure ai nemici, pure alla figlia del capo della sinagoga. Mosè lo sapete tutti muore sul monte Nebo ma prima di morire indica in Giosuè il suo successore, Matteo è l’unico evangelista che situa la fine del suo Vangelo su di un monte ma non con una scena di morte come quella di Mosè ma con una scena di una vita che ha superato la morte. La manifestazione della resurrezione di Gesù si avrà sul monte. Mentre Mosè ha avuto bisogno di indicare in Giosuè il suo successore, Gesù non ha bisogno di nessun successore perché, termina così il Vangelo di Matteo, io sono con voi tutti i giorni. È importante avere chiara questa linea per comprendere il testo del Padre Nostro. Nel foglietto potete constatare che l’evangelista ha adoperato per il Padre Nostro la stessa struttura che ha usato per costruire le Beatitudini, ho detto costruire le Beatitudini perché, come forse ricordate, quando abbiamo esaminato il testo delle Beatitudini, abbiamo visto come sono un testo costruito, elaborato, l’evangelista ha presentato otto Beatitudini perché otto nella spiritualità cristiana è il numero del giorno della resurrezione di Gesù e sta ad indicare una vita indistruttibile; ecco perché, se avete pratica dell’arte cristiana primitiva, il battistero dove si battezzava aveva sempre forma ottagonale, l’otto è il numero che indica una vita indistruttibile. Il numero delle parole che compongono il testo greco delle Beatitudini è settantadue, perché l’evangelista crea questo numero artificiale?, perché settantadue corrispondeva al numero delle nazioni pagane conosciute all’epoca, l’evangelista vuol dire che la pratica di questo testo è estesa all’universo, ogni popolo lo può adottare ed è nella pratica di questo testo che si trova una vita indistruttibile. Abbiamo visto che le Beatitudini sostituiscono nella comunità dei credenti i dieci comandamenti. Gli israeliti come formula di accettazione dei comandamenti recitavano l’Ascolta Israele, ebbene l’evangelista come formula di accettazione delle Beatitudini struttura il Padre Nostro. Il Padre Nostro, ed è la prima indicazione, può essere recitato da tutti ma nella sua realtà può essere compreso soltanto da coloro che già praticano le Beatitudini. Per chi non accetta e pratica le Beatitudini il Padre Nostro è una delle tante filastrocche che vengono recitate ma che non hanno nessun influsso sull’esistenza dell’uomo. Come potete vedere dal foglietto, la struttura delle Beatitudini era che la prima riguardava il Regno di Dio, Beati i poveri per lo Spirito perché di questi è il Regno di Dio e significa che coloro che si sentono responsabili della felicità degli altri, felicità che include anche il benessere economico, questi permettono a Dio di manifestarsi nella loro esistenza, di questi è il Regno di Dio. Poi c’è una serie di tre Beatitudini che riguardano i bisogni dell’umanità con la certezza che se questo gruppo è applicato i bisogni vengono risolti; poi tre Beatitudini che riguardano le necessità all’interno della comunità e infine l’ultima che riguarda la difficoltà della persecuzione. Come potete vedere nel Padre Nostro c’è la stessa struttura. La prima invocazione riguarda Dio; poi ci sono tre richieste che riguardano l’umanità intera, quella del Nome, quella del Regno e quella della Volontà; poi si passa ai bisogni interni della comunità, il pane, i debiti e la prova; infine la richiesta di essere liberati da tutto quello che può attentare alla vita della comunità, liberaci dal maligno. Non credo che riusciremo ad esaminare tutto il Padre Nostro però alcune indicazioni per le parti più importanti potremo darle.
Gesù si rivolge a Dio con PADRE NOSTRO evitando, all’interno della comunità cristiana, i vari nomi con i quali Dio era nominato e che sono appunto Dio, Creatore o Signore. Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Padre, questo è il nuovo nome di Dio all’interno della comunità dei credenti. Gesù nei Vangeli si rivolge al Padre tre volte usando l’espressione aramaica, Abbà, che significa padre ma non, e lo dico perché c’era una teoria circa trenta anni fa che pensava fosse l’espressione infantile di rivolgersi al padre e quindi a Dio, chiamandolo papà o paparino no, padre significa la rivendicazione della paternità, il padre per eccellenza e questo termine va calato nella cultura dell’epoca dove il padre è l’unica fonte della vita. Abbiamo già visto altre volte come nella cultura ebraica la madre non mette niente di suo nella procreazione del bambino, la madre è una specie di incubatrice, la vita si riceve unicamente dal padre e allora Gesù rivolgendosi a Dio e chiamandolo Padre lo indica come l’unica fonte della vita. All’epoca di Gesù naturalmente Dio era conosciuto come Padre ma sotto l’aspetto della cultura dell’epoca del padre padrone, il padre rappresentava l’autorità, il padre era un despota che aveva un potere infinito sui figli, ebbene Gesù si ricollega a questo nome ma lo svuota di ogni contenuto di potere e di dominio per sostituirli con contenuti di tenerezza addirittura materna. Voi sapete che c’è un dibattito se Dio sia padre o madre; possiamo dire che in Dio sono presenti entrambi questi aspetti; per la cultura dell’epoca Gesù lo chiama Padre ma sia la paternità che la maternità sono aspetti presenti in Dio. Cosa significa questo: il Padre normalmente è colui che si attende che il figlio gli assomigli, chiamare Dio Padre esprime la tensione alla somiglianza a questo Dio; la madre è colei che accetta il figlio così come è; in Dio sono presenti questi due aspetti in perfetto equilibro, da una parte come padre tende e chiede che gli assomigliamo ma dall’altra come madre ci accetta così come siamo. Questi due aspetti devono essere messi in equilibrio perché se sopravvale la paternità, la tensione ad imitare questo padre, ci sentiamo inadeguati; se sopravvale la maternità, il così come è, può prevalere un senso di rilassatezza: questi due aspetti, di paternità e di maternità, sono strettamente legati nell’invocazione Padre. Rivolgersi a Dio chiamandolo Padre significa riconoscerlo come fonte della vita e questo Padre Gesù lo descrive come nostro. Ecco che il Padre Nostro non è una preghiera individuale ma una preghiera collettiva, riguarda una comunità o le comunità dei credenti; naturalmente può e deve essere recitata anche a livello individuale ma il Padre Nostro nella sua struttura è tutto al plurale; questo è molto importante e vedremo come certe espressioni si chiariranno isolandole dal contesto singolare, della persona, e inserendole in un contesto plurale, della comunità. Il Padre è chiamato nostro perché solo comportandoci tra noi come fratelli possiamo essere figli di Dio, è la condizione, chi si comporta verso l’altro come fratello è figlio di Dio e soltanto vivendo da figli di Dio che ci si può comportare come fratelli. I termini sono uno legato all’altro, Padre, figlio e fratello sono termini in relazione e in dipendenza l’uno con l’altro: io posso essere fratello dell’altro soltanto se mi comporto da figlio del Padre e sono figlio, colui che assomiglia al padre, soltanto se mi comporto da fratello dell’altro.
Un particolare molto importante in questa preghiera è l’espressione CHE SEI NEI CIELI. Normalmente non è che questa espressione ci dica più di tanto anzi, tu stai lassù, noi siamo quaggiù, è una espressione che sembra indicare l’habitat, la residenza di Dio. Ma ormai sappiamo che gli evangelisti non sprecano neanche una virgola e che ogni espressione adoperata ha una rilevanza teologica importantissima. Allora perché l’evangelista dice che questo Padre sta nei cieli? Non per indicare l’habitat di Dio ma la qualità dell’azione divina. Essere nei cieli nella cultura dell’epoca significava avere condizione divina, anche l’imperatore romano, il faraone e comunque ogni persona che esercitava potere si considerava una divinità, cioè risiedeva nei cieli. Allora essere nei cieli non indica uno spazio dove si abita ma una qualità della persona, l’imperatore è nei cieli cioè ha qualità e condizione divina, il faraone ugualmente e così tutti coloro che esercitano il potere di vita o di morte e possono dominare altre persone. Ebbene già la prima indicazione della comunità cristiana è tremenda perché dice: l’unico al quale noi riconosciamo autorità su di noi è il Padre, la comunità cristiana non riconosce a nessuno il diritto di dominarla ne tantomeno di condizionarla o guidarla, l’unico al quale riconosciamo autorità su di noi è il Padre, nessun altro al suo posto. Questa espressione CHE SEI NEI CIELI, che faremmo meglio a tradurre con Padre del cielo, ha un significato molto importante per la vita di tutti noi: l’unico che ci guida e ci dirige è il Padre e il Padre non dirige gli uomini emanando delle leggi che gli uomini devono osservare ma comunicando ai suoi figli la sua stessa linfa vitale, la capacità d’Amore; non un Padre che dirige gli uomini dall’alto ma dal basso, comunicando la sua stessa capacità d’Amore. Ecco perché Gesù nello stesso Vangelo di Matteo dirà E NON CHIAMATE NESSUNO PADRE, chiamare significa riconoscere, non riconoscete nessuno padre sulla terra perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo, più avanti dirà NON RICONOSCETE NESSUNO MAESTRO. Ora voi sapete che noi frati chiamiamo la figura del formatore nelle comunità dei novizi "padre maestro" e abbiamo capito tutto!!! Gesù è molto chiaro, non riconoscete nessuna autorità su di voi che non sia quella di Dio, l’unico che va chiamato Padre, l’unico che è del cielo. Ma nel Vangelo di Matteo nel cielo ci stanno il Padre, il Figlio, gli angeli e poi gli astri e le potenze; cosa sono questi?? Anche qui bisogna calarsi nella cultura dell’epoca. A quell’epoca c’era la terra, poi c’erano i cieli in diversi strati che erano dominati da delle potenze, quelle potenze che a volte in passato, quando non c’era la comprensione dei testi perché non c’erano gli strumenti esegetici di oggi, sembravano delle categorie angeliche, ve li ricordate i troni, le dominazioni, i principati, le potestà che non sono categorie angeliche o meglio sono categorie angeliche ma nemiche di Dio, sono le forze che governano gli astri ma governando gli astri governano l’universo, sono al servizio di satana, sono nemiche di Dio. Gesù con la sua azione dice quando vedrete l’Uomo venire con potenza vedrete che le potenze che stanno nei cieli cadranno l’una contro l’altra. Questa è la grande speranza che ha la comunità cristiana e a mano a mano che si allarga il messaggio di Dio tutti coloro che pretendono dominare, comandare gli altri cadranno uno dopo l’altro come birilli non con una azione cruenta, violenta ma, come abbiamo visto nel prologo del Vangelo di Giovanni, è la luce che si espande e le tenebre si assottigliano sempre di più. Quindi la scelta di questo unico Padre Santo neutralizza la pretesa dei tanti aspiranti santi padri che la storia sempre ci ripresenta. Nessuno ci può né dominare né comandare e avere autorità su di noi, l’unico al quale permettiamo di farlo è il Padre, l’unico che è del cielo, l’unico che sta nei cieli, chi pretende di entrare nella nostra coscienza in nome di Dio, quelli che pretendono, e a volte succede, di avere il responso della Volontà di Dio su di noi, o di poter dire, e purtroppo succede, se siamo in grazia o se siamo in peccato, ebbene Gesù ci avvisa fuggiteli come lupi feroci perché l’unico Padre, l’unico che ha autorità, è quello del cielo.
A questo Padre la prima petizione è SIA SANTIFICATO IL TUO NOME. Anche su questa petizione, interrogando un po’ le persone, a livello popolare non si capisce molto cosa significhi "sia santificato il tuo nome", per i più viene visto in maniera negativa, non bestemmiare, alcuni dicono che bisogna glorificare il nome di Gesù e ricordo proprio il giorno che sono entrato in noviziato come venni gelato, ghiacciato, perché percorrendo questi lunghi corridoi del noviziato vidi un novizio che andava su e giù per il corridoio battendo le mani e dicendo viva il nome di Gesù!! e dissi: Dio mio se mi riduco così!! eppure lui voleva appunto santificare il nome del Signore. Anche questa petizione vedremo che è molto importante e coinvolge il nostro comportamento. Anzitutto il nome, sia santificato il tuo nome, il nome nella cultura ebraica non indica tanto come è chiamato un individuo ma chi è l’individuo, non indica tanto l’identità dell’individuo ma l’attività dell’individuo; conoscete tutti l’episodio di Mosè nel roveto ardente che chiede a Dio dimmi il tuo nome, Dio non gli dice il nome ma gli dice quello che fa: IO SONO QUELLO CHE SONO CON VOI. Quindi Dio non si manifesta attraverso l’identità, è impossibile conoscere l’identità di Dio, ma attraverso una attività.
Il nome con cui va santificato è il nome con il quale Dio è conosciuto e all’interno della comunità è Padre. Il termine Padre non indica l’identità di Dio ma l’attività, il Padre è colui che comunica vita e nella cultura orientale questa vita non si limita alla generazione ma continua per tutta l’esistenza, per questo nel mondo ebraico ed arabo il figlio maschio porta sempre il nome del padre, figlio di, lo si vede anche nelle genealogie bibliche, si è figlio per tutta la vita, perché il padre per tutta la vita comunica vita. Ma cosa significa santificare, in ebraico il verbo significa separare. Viene usato nell’ambito religioso per indicare un particolare uso di qualcosa, se io prendo un vaso, un bicchiere e lo separo da quello che è l’uso normale, quotidiano, casalingo e lo uso soltanto per le preghiere e le devozioni, ecco che viene separato, usato per il sacro, santificato. Il verbo separare ha pure in questo caso il significato di consacrare. Cosa significa questo verbo rivolto agli uomini, gli uomini vengono santificati da Dio, la sua azione li separa dalla sfera del male. Ecco perché i primi credenti, i primi cristiani, si chiamavano fra di sé i santi. Chi sono i santi, sono coloro che hanno fatto una scelta di vita che li ha separati dalla sfera del male, tutti i cristiani fra di sé all’inizio si chiamavano i santi cioè coloro che si erano separati dalla sfera del male o consacrati nella sfera del bene. Ma se questo verbo applicato agli uomini significa separarli, consacrarli, rivolto a Dio cosa può significare. Conoscete la famosa visione di Isaia che quando vede Dio esclama, come diciamo anche nella messa, santo santo santo per tre volte, il numero tre nella simbologia ebraica significa la totalità, completamente. Quando Isaia vede Dio gli dice tre volte santo, cioè tu sei completamente santo, separato, ma da chi, non certo dagli uomini. Dio è colui che vive nella sfera dell’amore ed è totalmente separato dal male. Dire santificato il tuo nome ha il valore di riconoscere questa tua realtà, allora sia santificato il tuo nome significa venga riconosciuto questo tuo nome, e il nome di Dio conosciuto nella comunità dei credenti è Padre. Indica sì azione da parte di Dio ma coinvolgimento da parte degli uomini, la comunità dei credenti si rivolge a Dio e prima di pensare alle proprie necessità pensa per l’umanità, noi siamo qui abbiamo visto cosa ha significato per la nostra esistenza conoscere questo volto di Dio, un Dio che ci ama in maniera incondizionata, che ci ha liberato dalle angosce, dalle paure, dai sensi di colpa e abbiamo il desiderio che anche gli altri lo conoscano. Tutto questo lo esprimiamo attraverso questa petizione. Questa tua paternità che noi abbiamo sperimentato venga riconosciuta anche dagli altri, riconoscere il tuo nome vale riconoscere la tua paternità, ripeto azione di Dio ma con coinvolgimento degli uomini. Gesù poco prima aveva detto RISPLENDA COSÌ LA VOSTRA LUCE DAVANTI AGLI UOMINI AFFINCHÉ, VEDENDO LE VOSTRE BUONE OPERE, GLORIFICHINO IL PADRE VOSTRO CHE È NEI CIELI, opere buone è un temine che l’evangelista usa per indicare le beatitudini che ormai conosciamo e che si possono riassumere in un unico atteggiamento vivere per il bene e la felicità degli altri, chi mette in pratica questo atteggiamento fa conoscere il volto del Padre.
La richiesta successiva è VENGA IL TUO REGNO. Anche in questo caso se chiediamo a livello popolare cosa significa le risposte sono confuse, ho sentito diversi dire la fine del mondo, e ti ci metti pure a chiederla!, la fine dei tempi, comunque è sempre qualcosa che riguarda esclusivamente Dio, venga il tuo regno, ma più ritardi meglio è, questo mondo sarà una valle di lacrime ma non è che proprio ci si stia in maniera malvagia. L’ho messa in modo comico per far vedere come talvolta certe preghiere, usurate dal tempo, hanno perso il loro significato, le diciamo blablando come filastrocche. Se ci chiediamo venga il tuo Regno è bene saperne il significato. Questa petizione è posta al centro delle prime tre, viene fra la santificazione del nome e il sia fatta la tua volontà, nella struttura ebraico greca quando qualcosa è messa al centro significa che è la più importante. Nella manifestazione di questo Regno si avrà la santificazione del nome, Dio verrà riconosciuto come Padre, e si realizzerà la sua Volontà, questo Regno è importante. Ma cosa è questo Regno, è quell’ambito dove si permette a Dio di essere finalmente Padre dei suoi figli, il regno di Dio sono le comunità dei credenti che non accettano altra autorità che non sia quella del Padre. Quindi comunità dove si permette finalmente agli uomini di sperimentare cosa significa essere diretti e governati dal Padre. Questo Regno, la regalità del Padre non si esercita attraverso il dominio ma attraverso il servizio, non è una regalità secondo quello che si intende con il termine re oggi, la richiesta che fa l’evangelista non è venga, non usa esattamente il verbo venire, questo Regno c’è già. Gesù dice che dove c’è un gruppo di persone che accoglie la prima Beatitudine, beati i poveri per lo spirito, di questi è il Regno di Dio. Quindi il Regno c’è già e non si chiede la sua venuta ma se ne chiede l’allargamento, l’estensione. È la comunità che chiede al Padre, ma nello stesso tempo si impegna nella pratica delle Beatitudini e soprattutto nell’accettazione della prima Beatitudine, che il Regno si allarghi. Ma come si allarga il Regno, quando Gesù annuncia il Regno di Dio lo fa sempre precedere dalla conversione, convertitevi perché arriva il Regno di Dio, conversione significa un cambiamento radicale nella propria esistenza dove si mette il bene degli altri al primo posto. Inoltre dice se non diventerete come bambini non entrerete nel Regno di Dio il che non significa, a volte in passato è stato interpretato così, rincretinire diventare degli infantili che hanno sempre bisogno di un papà che li guida e a cui obbedire, i bambini all’epoca erano gli ultimi nella scala sociale. Gesù si ricollega alla prima Beatitudine, se non rinunciate all’ambizione di dominio, di sopraffare gli altri, non entrate nel Regno. Il Regno si ha con l’accettazione e con la pratica della prima Beatitudine se non c’è questo è inutile chiedere al Padre che venga il Regno. Questo Regno c’è già, San Paolo nelle sue lettere dirà che noi siamo già nel Regno di Dio.
SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ. Ecco un’altra petizione che ha causato drammi, traumi e difficoltà nelle persone. Ho conosciuto tante persone incapaci di recitare il Padre Nostro perché arrivati a questa petizione si bloccavano raccontando di lutti tremendi e come, succede sempre in questi casi, persone pie e devote, le più pericolose da incontrare in certe situazioni, hanno detto loro che quella era stata la volontà di Dio; uno l’accetta perché non può far altro ma rimane bloccato dal perché Dio ha deciso che quella persona che ti era tanto cara doveva morire così, in quel giorno; allora è quella volontà di Dio che ci viene presentata in maniera strana. Noi che lavoriamo nel campo della traduzione, e non si finisce mai, sappiamo che una errata traduzione può portare dei danni tremendi. Qui l’evangelista non adopera il verbo fare, sia fatta la tua volontà, il verbo fare indica una azione degli uomini e questa frase non riguarda una azione degli uomini anche se non la esclude, ma usa il verbo che potremmo tradurre con si compia, si realizzi, che riguarda una azione di Dio. È Dio che fa o meglio realizza, compie la sua volontà non gli uomini. Già sarebbe bastata questa sottigliezza nella traduzione per poter rasserenare gli animi, non siamo invitati a fare questa volontà di Dio ma a permettere che questa volontà, che Dio ha sull’umanità, si realizzi e si compia. Cosa significa la volontà, perché in passato abbiamo fatto di tutto quanto succede nell’esistenza segno della volontà di Dio? Uno dei proverbi più osceni che c’è dice "non cade foglia che Dio non voglia" quindi se non cade una foglia senza che Dio lo voglia se cado io è segno che il Padreterno ha fatto su di me proprio un preciso progetto chiaro, oggi a quell’ora Alberto deve cadere. Anche qui sapete che questo proverbio nasce da una traduzione inesatta di un testo di Matteo. Matteo dice parlando dell’Amore del Padre E VI ASSICURO CHE NEANCHE UN PASSERO CADE, i passeri sono gli elementi della natura più insignificanti, gli ebrei benedicevano su tutto ma per i passeri non benedicevano perché sono gli elementi più insignificanti, Gesù dice non cade un passero SENZA CHE IL PADRE VOSTRO, e qui la traduzione infelice della CEI, la cosiddetta Bibbia di Gerusalemme, senza che il Padre vostro LO VOGLIA. Uno che legge dice beh se non cade un uccelletto senza che il Padre lo abbia deciso se a me capita qualcosa è lui che lo ha deciso. Ma il testo non dice così, la traduzione italiana della CEI è l’unica che ha messo "lo voglia", il testo è ALL’INSAPUTA DEL PADRE VOSTRO che è ben diverso. Non è che Dio decide che il passerotto deve cadere, Gesù dice questo Padre è talmente innamorato di voi, è un Padre al quale neanche gli elementi più insignificanti della natura sono assenti, quando cade un passerotto il Padre lo sa, lo vede, tanto più allora si prenderà cura di voi. Ma in passato ripeto questa idea della volontà di Dio è stata ampliata per cui tutto quello che capita nell’esistenza delle persone è volontà di Dio. Ma quale è la volontà di Dio?? Nella lettera agli Efesini San Paolo dà questa perfetta, esatta definizione della volontà di Dio: PRIMA DELLA CREAZIONE DEL MONDO DIO CI HA SCELTI, se siete stati qui quando si spiegava il Vangelo di Giovanni vedete che troviamo la stessa linea teologica del prologo, ricordate quando dicevamo in principio c’era un progetto di Dio, prima ancora di creare il mondo Dio aveva questa idea, quindi dice San Paolo prima della creazione del mondo Dio ci ha scelti PER ESSERE SANTI, ecco la santità cioè separati dal male, E INECCEPIBILI DI FRONTE A LUI ATTRAVERSO L’AMORE, la garanzia di essere a posto con Dio non viene dall’osservanza o no di regole religiose morali o etiche ma dalla pratica di un amore simile al suo, decidendo di farci diventare suoi figli adottivi. Chi è stato qui alla presentazione del libro ha sentito come padre Garuti ha spiegato il criterio di adozione. Quando nel Nuovo Testamento si dice che siamo stati adottati da Dio non è il senso di tenerezza che comporta l’adozione ma il senso di stima, all’epoca quando l’imperatore vedeva prossima la sua fine non trasmetteva il potere al figlio, non accadeva che il figlio dell’imperatore prendesse la carica, ma l’imperatore tra i sui generali inquadrava quello che secondo lui era il più adatto, il più valoroso, il più capace a tirare avanti la sua azione e lo adottava a figlio; il criterio di adozione dell’antichità non era come il nostro criterio di adozione che riguarda un sentimento di amore e di misericordia, il criterio di adozione riguardava la stima. Allora San Paolo scrive un qualcosa che se solo comprendiamo questa espressione c’è da andare fuori di testa dalla contentezza, dice che Dio ci ha scelti, non è venuto a caso, per adottarci come suoi figli, non un Dio pessimista, un Dio tetro, un Dio scontento degli uomini, ma un Dio talmente innamorato degli uomini che dice voi siete gli unici adatti a continuare, a portare avanti questo mio progetto sull’umanità. C’è da perderci la testa dalla gioia, fa venire veramente le vertigini perché non è che Dio non ci conosca, saprà bene come siamo fatti, vedrà le nostre incongruenze, le nostre infedeltà, ebbene non importa; Dio dice ho tanta stima di te che ti chiedo di continuare la mia azione sull’umanità. ESSERE SUOI FIGLI ADOTTIVI PER MEZZO DI GESÙ CRISTO, questa è la decisione della sua volontà, basta non esiste altra volontà da parte di Dio, l’abbiamo già visto altre volte, c’è una volontà del Padre, che ognuno di noi riesca a realizzare nella propria esistenza questo progetto al quale Dio lo chiama, essere suo figlio adottivo, continuare con la nostra azione quella azione creativa che Dio ha iniziato con la creazione. Questa è la volontà del Padre e lui ce ne dà tutti i mezzi per realizzarla. Questa volontà è da accogliere e non da cercare, ricordate quando abbiamo esaminato il prologo di Giovanni dicevamo che Dio non è da cercare, chi cerca Dio non lo trova mai, se io cerco Dio significa che ho già una mia idea di Dio e lo vado in cerca chissà per quali sentieri e non lo trovo mai, Dio non è da cercare ma da accogliere, lo dice lui che è qui con noi, che è soltanto da accogliere e con lui e come lui andare agli altri. Lo stesso con la volontà, la volontà di Dio non è da cercare ma da accogliere, sottolineo questo perché molte persone pensano alla volontà di Dio come una specie di oroscopo divino; qual è la volontà di Dio su di me?, cosa vuole che io faccia?, non c’è risposta, sei tu che devi avere la maturità necessaria per decidere cosa fare, la volontà di Dio è che noi diventiamo suoi figli adottivi mediante la pratica dell’amore e stop, le modalità di vivere e praticare questa volontà ognuno di noi se le sceglie. Ci sono cascato anch’io quando pensavo di farmi frate, leggevo i libri di spiritualità, leggevo che c’era la chiamata da parte di Dio ed io perdevo tempo aspettando questa chiamata, immaginavo un angelo con il violino, un fascio di luce, qualcosa perché la volontà di Dio mi doveva venire dall’alto. No la volontà di Dio è che io mi realizzi come suo figlio mediante la pratica dell’amore, poi le modalità di realizzare questa volontà le scelgo io non lui, sceglierò se farmi frate, sposarmi, restare zitello o che so io, ma sono io e non lui. Dico questo perché molti perdono tempo nelle proprie decisioni perché vedono questa volontà di Dio come una specie di oroscopo futuro.
Terminiamo con il codicillo COME IN CIELO COSÌ IN TERRA. Questa espressione non va legata alla volontà ma riguarda tutte e tre le petizioni. Come proposta di traduzione io la metto subito dopo PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI COME IN CIELO COSÌ IN TERRA SIA SANTIFICATO IL TUO NOME, VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ. Abbiamo visto che all’epoca si pensava che i cieli fossero dominati da potenze ostili a Dio e all’uomo. La comunità chiede e si impegna affinché, oggi potremo tradurre cielo e terra con l’umanità, in tutta l’umanità si realizzi questo progetto d’amore. Non è un’accettazione della volontà passiva da parte di Dio sulla umanità ma un impegno dinamico e costruttivo della comunità dei credenti che con il Padre permette che questo Padre venga riconosciuto da tutta l’umanità. La prima parte del Padre Nostro, salvo approfondire verificare o modificare certi verbi e certe traduzioni, non presenta particolari difficoltà, riguarda la comunità che si impegna a rendere presente nell’umanità questa esperienza che sta vivendo.
Ora la comunità passa a chiedere e a impegnarsi per se stessa e qui ci sono dei versetti difficili, ma così difficili che fanno del Padre Nostro, ed è stato riconosciuto tale, il testo più difficile del nuovo testamento.
Adesso dovremmo passare al versetto DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO. Anche questa è una espressione che solitamente diciamo a pappagallo, cosa può significare? Normalmente si intende che Dio ci deve dare gli alimenti ma già il bambino dell’asilo si chiede perché quelli poverini che muoiono di fame e sono cristiani, pregano anche loro il Padre Nostro e il Padre non gli dà da mangiare?, vedete che non sono sottigliezze da poco, possono incidere sulla nostra fede. È chiaro normalmente si pensa che Dio deve provvedere all’umanità, la provvidenza, però c’è tanta parte dell’umanità cristiana, cattolica, battezzata che prega dacci oggi il nostro pane quotidiano e non solo fa la fame ma addirittura muore. Allora questa preghiera? C’è una parte dell’emisfero occidentale dove funziona e nel terzo mondo questa preghiera non funziona tanto? Tra l’altro nella Bibbia e nei Vangeli si vede che il pane, inteso come alimento, non va richiesto a Dio. Dio non si mette a fare il fornaio dell’umanità. Il pane è compito degli uomini produrlo e condividerlo generosamente con chi non ne ha. Quindi non è compito del Padreterno procurare pane all’umanità. Questo versetto presenta, è un versetto molto importante, una parola greca che nella lingua greca non esiste almeno salvo future auspicabili scoperte, il termine greco che è stato tradotto in varie maniere non c’è nella lingua greca. Eppure doveva essere importante, dicevo all’inizio che del Padre Nostro ci sono arrivate tre versioni Matteo, Luca, diverso e più breve, e l’altra in quel catechismo della chiesa primitiva che si chiama Didachè; tre versioni differenti l’una dall’altra ma questa parola strana, che nella lingua greca non esiste, in tutte e tre le versioni c’è. Quindi doveva essere una parola importante ma noi a tutt’oggi non sappiamo come poterla tradurre. Quando San Girolamo ha tradotto dal greco al latino i Vangeli ha cercato una soluzione salomonica; nel Vangelo di Matteo questo temine lo ha tradotto con la parola latina SUPERSUPERSTANTIALEM cioè che va al di là della sostanza, lo stesso termine nel Vangelo di Luca lo ha tradotto con COTIDIANUM da cui quotidiano. La versione liturgica che recitiamo abitualmente è stato presa dal Vangelo di Matteo ma questo SUPERSUBSTANTIALEM che intralciava le persone, troppo difficile e complicato, è stato tolto e sostituito con il COTIDIANUM preso dalla traduzione di Luca per cui abbiamo dacci oggi il nostro pane quotidiano. Ma cosa significa questo termine non si sa. Non si sa e anche cercando di approfondire il testo è difficile trovare una soluzione, eppure doveva essere una parola importante, pensate che questo è l’unico versetto che non comincia con un verbo, gli altri lo abbiamo visto, sia santificato, venga si realizzi, questo invece comincia con il pane poi c’è di nuovo l’articolo il, poi questa parola misteriosa e infine donacelo oggi; quindi è un pane particolare che sta particolarmente a cuore alla comunità. Cosa può essere, non certo il pane alimento perché, come abbiamo visto, spetta all’uomo procurarselo. Ci sono tre ipotesi e vedremo che non si ostacolano fra di loro. Può significare il pane del domani, questo termine greco secondo come viene diviso può significare il pane del domani, non inteso nel senso di alimento. Gesù lo dice chiaro, proprio nel discorso della montagna, e non siate come i pagani, i non credenti, che si preoccupano del domani, cosa mangeremo, cosa berremo, voi preoccupatevi del benessere degli altri e il Padre si preoccuperà del vostro, quindi non può essere che Gesù dica alla comunità di chiedere oggi la garanzia alimentare per il futuro. Questo pane del domani è un pane che va al di là del significato materiale, lo stesso termine che abbiamo visto supersupersustantialem , un pane che va al di là della stessa sostanza o significato, può essere il pane necessario, il pane necessario alla vita. Comunque l’analisi di questa parola non conclude niente per cui l’interpretazione probabile di questo termine va vista soltanto all’interno della preghiera del Padre Nostro. Nelle prime tre richieste al Padre abbiamo visto che l’esaudimento delle richieste, pur esigendo la collaborazione dell’uomo, dipende unicamente da Dio, Padre santifica il tuo nome, realizza la tua volontà, estendi il tuo regno. Quindi è un pane che non è possibile agli uomini procurarsi ma che può venire solamente da Dio. All’epoca di Gesù si credeva che quando il Messia si sarebbe manifestato avrebbe realizzato tutti i prodigi di Mosè nell’Esodo. Siamo di nuovo a Gesù visto come il nuovo Mosè ma più forte. Mosè cosa ha fatto, ha richiesto a Dio la manna dal cielo, cioè un pane di origine celeste che alimentasse il popolo; ebbene, si diceva, quando verrà il Messia anche lui farà piovere il pane dal cielo; ma Gesù dirà, nel Vangelo di Giovanni, che non c’è da attendersi un pane che scenda dal cielo perché lui è quest’alimento divino. Gesù dice io sono il pane venuto da Dio, venuto dal cielo significa venuto da Dio, quindi un pane efficace, duraturo, non il pane alimento che si perde. In effetti che l’espressione che c’è scritta nel Vangelo di Giovanni DACCI SEMPRE QUESTO PANE assomiglia molto alla richiesta del Padre Nostro DACCI OGGI IL PANE QUELLO. Allora la richiesta, io adesso lo abbrevio perché come detto il versetto è talmente irto di difficoltà che do soltanto alcune indicazioni, è la richiesta che la comunità fa a Dio che la presenza sua, di Gesù, sia sempre costante all’interno della comunità. Gesù, siamo nel vangelo di Matteo, termina dicendo IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI FINO ALLA FINE DEL MONDO e la comunità chiede che questa presenza di Gesù che alimenta la comunità come un pane, Gesù ha assimilato se stesso al pane, IO SONO IL PANE CHE DÀ LA VITA, anche nella cena Gesù prende il pane lo spezza lo dà ai discepoli dicendo questo sono io, Gesù si identifica con il pane, chiede che la presenza di Gesù venga garantita all’interno della stessa. Ma come, quando Gesù dice io sono con voi tutti i giorni mette prima una condizione, la pratica di tutto quanto vi ho insegnato, è nella pratica, vedete di nuovo come ritornano le Beatitudini, nella pratica costante delle Beatitudini che si realizza il regno di Dio e al centro del regno di Dio c’è la presenza di Gesù. Allora DACCI OGGI IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO lo potremmo tradurre in varie maniere, io ho proposto una traduzione ma è soltanto una proposta suscettibile di modifiche, dacci il pane di vita, o il pane del regno, in molte traduzioni oggi si dice il pane del domani. Comunque questo pane non è il pane alimento che sta a noi procurare e condividere con chi non ne ha ma è la presenza di Gesù all’interno della comunità, presenza che viene garantita unicamente dalla pratica dell’insegnamento di Gesù.
Un’altra richiesta che presenta non particolari difficoltà ma difficoltà interpretative è RIMETTI A NOI I NOSTRI DEBITI COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI. A parte il fatto dell’uso nella traduzione italiana di quel "rimetti" che nel linguaggio corrente significa mettere ancora, il significato del versetto, nell’interpretazione corrente, sta per chiedere il perdono dei peccati; perdona i nostri peccati come noi perdoniamo le colpe degli altri. Ma alla fine del Padre Nostro dopo LIBERACI DAL MALIGNO c’è un’aggiunta SE AVRETE RIMESSO AGLI UOMINI LE LORO MANCANZE, RIMETTERÀ ANCHE A VOI IL PADRE VOSTRO CHE È NEI CIELI. Come mai c’è un doppione, come mai ci ha invitato prima a perdonare e poi lo riaggiunge? Ebbene questa è stata un po’ la sorpresa di questo lavoro anche per me, quando si parte per un lavoro si comincia ad esaminare il testo ma non si sa dove si finisce, io pensavo e se c’è qualcuno che è venuto negli anni precedenti ad altri incontri sul Padre Nostro mi ha sentito spiegare che era il perdono delle colpe, l’approfondimento del testo usato dall’evangelista mi ha aperto spiragli nuovi. Anzitutto i termini, quello tradotto barbaramente con rimettere significa cancella condona, l’evangelista evita intanto il termine peccato che è un termine religioso ed usa il termine debito, non usa il termine perdonare ma usa cancellare o condonare. Quale è la differenza? mentre il perdono esige una azione di riparazione fatta dall’uomo, io vengo perdonato perché ho chiesto perdono, perché ho fatto penitenza, perché mi sono pentito, quindi il perdono implica una azione di riparazione da parte dell’uomo e Dio dopo concede il perdono, il condono viene concesso da Dio unicamente in base alla sua misericordia e indipendentemente dai meriti dell’uomo. C’è una parabola in Matteo dove ritorna questa espressione, la parabola del re che aveva un credito enorme e il suo funzionario non poteva restituirglielo ebbene il re mosso a pietà lasciò andare il funzionario e gli condonò il debito, non cancella il debito per una promessa di pagamento da parte dell’individuo ma a causa della sua compassione. Allora il verbo condonare significa che questa azione non è una conseguenza di meriti o dell’impegno dell’uomo ma parte esclusivamente da Dio come il debitore della parabola non ottiene il condono dei suoi debiti per le promesse di pagamento che ha fatto ma per la generosità del creditore. Qui Gesù tocca un tasto dolente talmente forte che già la primitiva comunità cristiana attenuò questa espressione di Gesù perché Gesù parla, e adesso lo vedremo, di debiti economici. Può comprendere questo testo soltanto quella comunità, ripeto non si tratta di azioni individuali del singolo qui si tratta di una comunità, che ha già accettato e praticato le Beatitudini. La prima Beatitudine è l’impegno a non arricchirsi per poter generosamente condividere con gli altri quello che si ha, chi è il ricco è la persona che non è generosa, se fosse generosa non potrebbe essere ricca anche se, almeno questa è la mia esperienza, non si trova mai nessun ricco. Ho parlato con miliardari e dicono sempre io non posso certo dirmi una persona ricca, ma caspita se non lo sei te. Una volta una principessa Visconti mi faceva vedere la sua megavilla e diceva padre lo vede come sono ridotta? Mia nonna aveva tre castelli, mia madre un castello e guardi io come sono ridotta a vivere, poveretta faremo la colletta!! Quindi i ricchi, essendo avari e non essendo generosi, non sanno di essere ricchi e in effetti non lo sono. In effetti la provocazione tremenda che ci fa il Signore è che mentre è possibile perdonare le colpe degli altri e restare in possesso saldo dei propri averi, il condono dei debiti degli altri esige la rinuncia a questi. Gesù invita la comunità a cancellare i crediti che ha nei confronti degli altri, questo ripeto non riguarda il singolo ma lo stile della comunità. Da cosa si evince questo, si evince dal termine debiti. L’espressione che adopera l’evangelista la riprende alla lettera dal libro del Deuteronomio cap 15 dove si parla della legge del settimo anno e che dice così ogni creditore condonerà il debito per il prestito fatto al suo prossimo quando sarà proclamata la remissione, ecco il termine condono, per JHWH. Dio aveva dato una legge per la quale ogni sette anni tutti i creditori dovevano cancellare i debiti che gli altri avevano nei loro confronti, era una legge fatta per favorire i più deboli della società ma fatta la legge trovato l’inganno. Venne creata l’istituzione detta del proshbull (?) che significa documento certificato che era un certificato nel quale il debitore scriveva io mi impegno a restituire il mio debito anche dopo la scadenza del settimo anno. Era successo che questa legge fatta per favorire gli elementi più deboli della società in realtà aveva finito per discriminarli. Chi poteva prestare ad un individuo che non dava garanzia per la restituzione? Se non sono sicuro che tu mi puoi restituire io non ti presto neanche cento lire e così fu creato questo escamotage. L’evangelista, come farà sempre anche Gesù, prende le distanze da questa alterazione dell’insegnamento di Dio che era buono, Dio diceva la caratteristica del mio popolo sarà che nessuno al suo interno sarà bisognoso per cui ogni sette anni si cancella tutto quanto e si ricomincia da capo. Gesù prende le distanze da questa alterazione del disegno di Dio e lo ristabilisce nella sua purezza rifacendosi a questa legge del condono dei debiti ogni sette anni con la differenza che nella comunità dei credenti questo non avviene ogni sette anni ma continuamente. La comunità delle Beatitudini, una comunità di gente generosa, è una comunità che non condona i debiti agli altri perché mai contrae crediti con altri, perché generosamente condivide quello che ha e quello che è con gli altri. È un invito alla pratica della prima Beatitudine e alla generosità piena, i debiti, ripeto che non è azione individuale ma collettiva, i debiti che altri hanno nei nostri confronti noi li cancelliamo e l’espressione che usa l’evangelista indica che non si tratta di un pio proposito per il futuro ma di una pratica abituale della comunità. Noi abitualmente cancelliamo i debiti che altri hanno nei nostri confronti e tu cancella i nostri con te. Secondo la mentalità dell’epoca infatti si pensava che l’uomo fosse debitore verso Dio di tutto quello che gli aveva donato ma nella comunità cristiana questo verbo, essere debitore, indicherà il servizio d’amore che gli uni sono tenuti a fare agli altri. Quando Gesù lava i piedi ai suoi discepoli e chiede CAPITE CHE COSA VI HO FATTO?... ANCHE VOI DOVETE LAVARVI I PIEDI GLI UNI GLI ALTRI, quel "dovete" letteralmente in greco significa siete debitori agli altri per cui servire gli altri non è uno sfoggio della propria santità ma un servizio richiesto nella comunità. San Paolo dirà non abbiate alcun debito con nessuno se non quello di un amore vicendevole, mentre il servizio arricchisce la comunità, l’egoismo la impoverisce e una comunità impoverita è una comunità debitrice nei confronti di Dio. L’impoverisce innescando un processo devastante di dissoluzione della stessa che rischia di distruggerla. Ogni ritardo nella manifestazione dell’amore e del servizio rende più grave il debito della comunità nei confronti di Dio quindi una comunità che non pratica il servizio ma l’egoismo diventa debitrice nei confronti di Dio. Questa espressione è talmente forte e siccome il Padre Nostro non può portare al perdono dei peccati l’ultimo redattore del testo ci aggiunge la postilla finale che abbiamo visto SE NON PERDONATE AGLI ALRI LE LORO COLPE NEANCHE IL PADRE VOSTRO PERDONERÀ LE VOSTRE, ma l’espressione del Padre Nostro implica e sottintende il perdono delle colpe perché se sono capace di condonare il debito economico a una persona tanto più sarò capace di perdonargli colpe che eventualmente ha nei miei confronti, ma la petizione riguarda i debiti economici. È una espressione molto dura che può comprendere soltanto chi ha fatto la pratica delle Beatitudini.
Altra espressione difficilissima è NON CI INDURRE IN TENTAZIONE, è difficile il testo, è difficile la traduzione e darò soltanto alcune indicazioni. Qui c’è un termine greco che può significare sia prova che tentazione. Come si fa ha sapere quale è il giusto significato, dipende da chi è l’autore dell’azione. In tutto l’Antico Testamento si vede che quando è usato per una azione fatta da Dio è una prova, quando è fatta dagli uomini è una tentazione. Siccome qui si richiede al Padre non può essere il termine tentazione ma il termine prova. Sentendo il parere della gente le cose che vengono fuori potrebbero servire per scrivere il nuovo kamasutra. Chi sa perché la tentazione riguarda sempre il rapporto uomo donna. Ma quello che Gesù ci sta dicendo è qualcosa di molto più serio e soprattutto non si tratta di tentazione ma di prova. L’espressione non ci indurre è meglio tradotta con non metterci alla prova. È la comunità che non chiede di essere esentata dalle prove della vita, avrebbe usato il termine plurale, non metterci nelle prove, le prove della vita sono quelle difficoltà che la vita presenta, ma la comunità dice non metterci alla prova. La prova è ben definita e precisa. Questi testi sono stati scritti dopo la morte e la resurrezione di Gesù, la comunità è reduce da un gran fallimento, Gesù aveva chiesto vigilate e pregate per essere con me nel momento della prova, il suo arresto, e invece la comunità su questo è fallita, fuggirono tutti quanti, avevano detto siamo pronti a morire per te a dare la vita ma appena hanno arrestato Gesù se la sono squagliata tutti. La prova, la prova della persecuzione, la prova della tribolazione per la comunità è stata devastante e la comunità in quel momento è distrutta, annientata tanto che Gesù li ha dovuti recuperare. La comunità che è conscia delle proprie debolezze, sa di non essere composta da eroi e da forti, dice non metterci alla prova, non fare che rimaniamo intrappolati al momento della persecuzione che inevitabilmente si scatenerà sulla comunità. Richiamo solo il brano di Luca nella parabola del seminatore dove dice che UNA PARTE ANDÒ A FINIRE SULLA PIETRA E APPENA GERMOGLIATA INARIDÌ, non hanno radici, crescono per un certo tempo ma nell’ora della prova vengono meno. La prova è la persecuzione, è la tribolazione a cui è sottoposta la comunità dei credenti, persecuzione che vedremo non essere solo esterna al gruppo ma anche interna.
Questo è anche l’oggetto dell’ultima petizione MA LIBERACI DAL MALE. Il termine può significare sia male che maligno, grammaticalmente senz’altro maligno, purtroppo nella traduzione latina non c’era questa sottigliezza e allora tutti i traduttori latini della chiesa occidentale tradussero con male. Ma in questo caso non può essere male perché il termine tecnico usato nei Vangeli quando si chiede di essere liberati dal male è liberaci da ogni male. Qui la comunità chiede di essere liberata dal maligno. Chi è questo maligno, è il satana, è il diavolo o sono elementi interni ed esterni alla comunità che manifestano le azioni di questo satana e di questo diavolo. Nel Vangelo di Matteo l’unico individuo al quale Gesù si rivolge chiamandolo satana è Simone, quando Gesù dice io vado a Gerusalemme a dare la vita Simone risponde non sia mai, questo non viene da Dio per cui Gesù gli dice sei un satana torna a metterti dietro di me. Il satana o il maligno è colui che pretende guidare la comunità contrapponendosi al Padre. Notate come la preghiera inizia con Padre e termina con maligno, sono due termini che si contrastano, si contrappongono tra di loro, se si da adesione al Padre non c’è paura della presenza del maligno. Questa presenza del maligno è interna alla comunità dei credenti fino dalla comunità dei discepoli, l’azione del maligno la fanno pure i due discepoli Giacomo e Giovanni che causano la disgregazione, la divisione del gruppo per la loro ambizione (MT 20,20 e seg.) ma è esterna. Esterni sono i farisei che svolgono azione del satana chiedendo segni straordinari e spettacolari per manifestare la presenza di Dio dalla parte di Gesù. Questo maligno dal quale la comunità chiede di essere liberata è la presenza all’interno della stessa di situazioni e di personaggi che pongono ostacolo al programma delle Beatitudini. Liberaci da chi? Da chi fra di noi pretende di dominare gli altri anziché mettere al servizio la propria vita, da chi si serve degli altri, da chi pretende di essere il luminare della volontà di Dio. Anche in questa petizione la richiesta non viene formulata da un singolo individuo che prega per la sua protezione ma da una comunità che teme per la propria esistenza. Questo è molto importante, l’ho detto fin dall’inizio, per comprendere il Padre Nostro bisogna pensare sempre al plurale, non sono io che ho bisogno di essere liberato da chi sa quali tentazioni ma è una comunità che accettando la pratica delle Beatitudini chiede al Padre di essere protetta da tutto quello che può attentare alla sua esistenza.
Abbiamo fatto una galoppata generale su questo testo che ricordo non è soltanto una preghiera ma, sotto forma di preghiera, è l’accettazione e la pratica delle Beatitudini di Gesù.

