Profonda consonanza

    di radici

    Carlo Maria Martini


    È assai utile vedere come ebrei e cristiani leggono gli stessi testi nella propria tradizione. Consideriamo un testo comune: Deuteronomio 6, 4-5, che leggerò nel Nuovo Testamento, nel Vangelo di Marco 12, 28-34. Qui tuttavia è evocato anche il passo di Levitico 19, 18, fondamentale per capire la sequenza di Marco e dei paralleli: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Altri testi andrebbero richiamati, almeno 1 Samuele 15, 22: «Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce del Signore?»; e Osea 6, 6: «Voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti».
    Nel brano di Marco sono in gioco valori fondamentali:
    – le radici e la sintesi del comportamento etico dell'uomo secondo la parola di Gesù;
    – il rapporto tra comportamento etico cristiano e legge di Mosè;
    – il rapporto tra Gesù e Torah;
    – il senso dell'amore del prossimo.
    Tutti filoni che sarebbe possibile approfondire, ma che mi limito ad accennare per sottolineare l'importanza nodale del testo di Marco.
    Vorrei invece fare una lectio del brano nei tre sinottici (Matteo, Marco, Luca) per giustificare la scelta di Marco; poi una lectio di Marco nel contesto; quindi un momento di meditatio, di ascolto delle risonanze del brano nella tradizione cristiana successiva.

    Lectio dei sinottici
    Marco 12, 28-34; Matteo 22, 34-40; Luca 10, 25-28

    Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che gli aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo» (Marco 12, 28-34).

    Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti» (Matteo 22, 34-40).

    Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova. «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli rispose: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto rettamente; fa' questo e vivrai» (Luca 10, 25-28).

    1. Anzitutto c'è una domanda posta a Gesù. Secondo Marco è fatta da uno degli scribi, un grammateús, che sa leggere la Torah. Secondo Matteo da uno dei farisei, e molte tradizioni testuali di Matteo – con alcuni codici discordanti – aggiungono nomikós, dottore della legge. Luca adopera la stessa denominazione nomikós.
    C'è qualche leggera sfumatura nel designare colui che pone la domanda; in ogni caso si tratta di qualcuno che ha relazione con la scienza biblica, diremmo noi, con la scienza legislativa, giuridica.

    2. Su che cosa verte la domanda? Notiamo una certa diversità nella formulazione: per Marco su quale sia il primo di tutti i comandamenti. Per Matteo su quale sia il comandamento più grande. Luca, invece, va per tutt'altra strada: facendo che cosa la vita eterna erediterò?

    3. La risposta è in parte simile e in parte diversa. In Marco è la citazione di Deuteronomio 4-5: «Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza».
    Così la versione della CEI, però il testo critico greco ordinariamente riporta quattro termini, non tre. Tre sono quelli del Deuteronomio – che non ha il termine "mente" –, mentre il greco parla di cuore, di anima, di mente e di forza.
    L'aggiunta della "mente", della diánoia che sembra sottolineare l'aspetto intellettuale, rappresenta una sfumatura nella rilettura dello Shemà. Sull'aspetto di assimilazione anche istintuale, personale, fisica, psicologica pone invece l'accento Marco.
    Matteo non cita l'inizio dello Shemà, limitandosi al v. 5: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Manca la forza, presente nel Deuteronomio e c'è la mente già entrata nel testo di Marco.
    Anche Luca richiama soltanto il v. 5: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente». «Mente» è posta per ultima.

    4. Possiamo ora considerare la seconda risposta, che è la novità di Marco rispetto al testo dello Shemà: «Il secondo comandamento è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso». È la citazione di Levitico 19, 18, seguita da una conclusione: «Più grande di questi altro comandamento non v'è».
    Leggermente diversa la dizione in Matteo: «Il secondo, similmente...», oppure, in altre varianti testuali: «è simile a questo...».
    Luca non parla di secondo comandamento; aggiunge semplicemente: «e il prossimo tuo come te stesso», fondendo il tutto in una formula unitaria.

    5. Nei tre sinottici leggiamo un ulteriore dialogo. In Marco è lo scriba a riprendere la parola, con una lode che manca in Matteo e in Luca: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui. Amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso, val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
    Viene quindi ripreso lo Shemà, di nuovo con una variante: gli strumenti con cui amare sono cuore, mente e forza, mentre nella prima dizione erano: cuore, anima, mente, forza.
    Udite le parole dello scriba, Gesù interviene: «Vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: "Non sei lontano dal regno di Dio"» (v. 34).
    Sono queste aggiunte che danno il tono specifico della pericope. Vedremo infatti come quello di Marco sia un brano di consonanza, a differenza dei brani paralleli che risultano di controversia; consonanza tra Gesù e l'insegnamento rabbinico corrente, come almeno appariva alla comunità cristiana. In tal senso, la pericope marciana è molto attenta alla relazione fra tradizione ebraica e interpretazione cristiana.
    Aggiunte non presenti in Matteo che semplicemente ha una frase interessante: «Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti». Interessante perché richiama da vicino la sintesi della Legge e dei Profeti già proposta da Matteo nel Discorso della montagna: «Fa' agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te» (7, 12).
    Aggiunte non presenti in Luca che conclude con la parola di Gesù: «Hai risposto rettamente; fa' questo e vivrai».

    6. L'esegesi contemporanea si domanda: quale dei tre sinottici è il più antico?
    Per rispondere occorrerebbe esaminare i testi più a lungo chiedendoci per esempio: chi dei sinottici cita più esattamente Deuteronomio 6, 4-5?
    Deuteronomio 6, 4 – l'inizio dello Shemà – è riportato solo da Marco, con citazione identica alla LXX che è qui un calco dell'ebraico; non è perciò possibile arrivare a una conclusione.
    Deuteronomio 6, 5 è citato da tutti e tre, ma con varianti, non allo stesso modo. Una variante interessante soprattutto rispetto alla Bibbia greca che usa il vocabolo dúnamis dove noi traduciamo "forza", è l'uso da parte dei testi neotestamentari del vocabolo ischúos. Ponendo mente alle riflessioni sulla tradizione ebraica, pensavo che dúnamis rende certamente meglio il concetto di potere-possesso (anche di denaro, quanto possiedi), mentre ischúos si riferisce alla forza, all'impegno con cui un'azione viene compiuta, alla totalità delle energie.
    Si vede quindi come, pur nella identità e somiglianza dei testi, si verifichino elaborazioni e approfondimenti, ín particolare quell'aggiunta del termine "mente" che conferisce all'insieme un aspetto più intellettuale. Comunque, nessuno dei tre sinottici riproduce pari pari la formula della LXX (che è appunto un calco di quella ebraica). Chiaramente c'è di mezzo una tradizione orale, un ripensamento; sono già in azione tenui dialettiche di diversificazione.
    Marco poi, nella seconda rilettura del testo dello Shemà, cambia il vocabolario, non soltanto l'ordine delle parole; la diánoia del v. 30 diventa, al v. 33, súnesis che è più pregnante in senso intellettuale. Ciò mostra come esista, rispetto all'originale «cuore, anima, potenza» una rilettura che elabora e varia i diversi modi con i quali l'uomo compie con amore la legge di Dio.
    Anche per il testo di Levitico 19, 18, citato da tutti e tre i sinottici, possiamo chiederci chi lo citi più esattamente, chi sia più vicino alla Bibbia ebraica e alla Bibbia greca.
    Tranne Luca, che semplifica il testo, la riproduzione è identica all'originale che i sinottici conoscevano sia nella forma scritta sia per tradizione mnemonica.
    Sarebbe tuttavia utile ricordare quale significato ha l'apparire del passo del Levitico in questa sintesi etica. Non ha precedenti cui rifarsi facilmente, se non l'indicazione che il passo è ripreso come sintesi della Legge altre volte nella letteratura paolina, ma senza l'inizio dello Shemà. In Romani 13, 8 ss e Galati 5, 14, la Legge viene semplicemente ricondotta all'amare il prossimo come se stessi, sintesi appunto di tutta la Legge. Così come nella Lettera di Giacomo 2, 8 e, ancora in Matteo 19, 19, dopo l'elenco dei comandamenti presentati al giovane ricco: «Amerai il prossimo tuo come te stesso».
    Il Nuovo Testamento ha tralasciato i versetti seguenti a Deuteronomio 6, 4-5 e ha preferito sintetizzare con la formula del Levitico di cui non è tanto semplice cogliere l'insorgenza. Era comunque già presente nella letteratura rabbinica del tempo di Gesù e quindi è in collegamento con le interpretazioni dell'epoca, anche se non faceva parte dello Shemà tradizionale.
    Concludendo, la considerazione rigorosamente testuale non ci permette di affermare quale dei tre sinottici sia il più antico, quale presenti la Vorlage più vicina alle parole di Gesù. Forse, e così pensano parecchi esegeti, ci permette di dirlo il contesto, l'insieme, che è chiaramente favorevole all'antichità del testo di Marco.

    Lectio di Marco nel contesto

    Cerchiamo allora di entrare nel senso globale del testo di Marco dopo averlo letto nella sua espressione verbale.
    Il contesto è semplice: siamo al terzo giorno dell'ultima settimana di vita di Gesù a Gerusalemme, giorno segnato da quattro controversie (che richiamano le prime cinque di Marco 2, 1-3, 6): la domanda sul tributo a Cesare; la controversia sulla risurrezione; la domanda sul primo comandamento, ossia il brano che abbiamo preso in considerazione; la domanda sul Messia come figlio di Davide.
    A differenza delle altre tre dispute gerosolimitane che ho richiamato (Marco 2, 28-34) e a differenza dei sinottici (in particolare di Matteo, perché Luca pone il brano nel contesto del buon samaritano), Marco non ha nessuno dei toni polemici che caratterizzano i dibattiti del terzo giorno di Gesù a Gerusalemme. Il suo testo comporta, così come l'abbiamo letto, un sostanziale accordo di Gesù con l'anonimo scriba interlocutore e, dietro tale accordo e attraverso la parola di lode dello scriba, l'accordo con una larga corrente di tradizione giudaica di quel tempo, che lo scriba appunto rappresenta. Lo scriba quindi sembra voler confermare che l'interpretazione di una sintesi della Legge data da Gesù è perfettamente conforme con la linea del giudaismo palestinese, nello spirito di Hillel e di R. Jochannan ben Zakkay.
    Forse nel testo di Marco, così come è letto nella comunità cristiana, con il riferimento a Osea 6, 6 e non solo a 1 Samuele 15, 22, è già presente l'idea del superamento dell'obbligatorietà degli olocausti e dei sacrifici, ma si tratta probabilmente di una posizione successiva al livello storico in cui si situano le parole di Gesù.

    Leggiamo dunque nel suo insieme il contesto storico-letterario del brano.
    Uno scriba interroga Gesù sull'opportunità e sul modo di compendiare la Torah.
    La domanda si pone nell'ottica di un dibattito sulla legittimità e di sintetizzare le leggi e su come farlo: è possibile trovare una regola d'oro che le compendi oppure è meglio astenersi per non mettere in pericolo le singole leggi ed esporle a essere in qualche maniera trascurate?
    Per Hillel e la sua scuola era possibile esprimere un compendio delle leggi comprensibile anche a un pagano in questo modo: «Ciò che non desideri per te, non fare al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah e il resto è solo commento. Va', imparalo» (Talmud Babilonese, Shabbàt 31a). E il Targum di Jochannan così rendeva Levitico 19, 18b: «E amerai il tuo compagno: quel che tu odi per te non lo farai a lui, Io sono il Signore». Riferendo quindi l'inizio dello Shemà al testo del Levitico, possiamo pensare che esistesse già la possibilità di unire i due testi.
    Si tratta, è evidente, di ipotesi che andrebbero verificate più profondamente.
    In ogni caso, la risposta di Gesù sembra legare la confessione di fede fondamentale – «Ascolta Israele, il Signore Dio nostro è l'unico Signore» – con la tendenza a compendiare la Torah scritta e orale in una norma, suggerita anche dalla tradizione della liturgia sinagogale. Da una parte Gesù accetta la possibilità di sintetizzare (che esprime poi con l'«Amerai il prossimo tuo come te stesso»), dall'altra non aderisce alla linea che rifiutava la sintesi né tanto meno a correnti di interpretazione puramente allegorica della Legge, quali vigevano per esempio ad Alessandria, sotto la spinta dell'ellenismo.
    Comprendiamo, dalla brevissima rilettura, che l'episodio è stato sentito come assai significativo nella comunità primitiva per indicare l'autentico spirito dell'insegnamento di Gesù relativo alla Torah e, in generale, l'atteggiamento di Gesù verso la più alta confessione di fede del giudaismo.

    Risonanze del testo di Marco nella tradizione cristiana successiva

    Vorrei, a mo' di meditazione, ascoltare le risonanze del brano di Marco anzitutto nella primissima tradizione cristiana. Fin dai primi secoli del cristianesimo, infatti, il comandamento espresso in questo testo, che unisce amore di Dio e amore del prossimo, Deuteronomio e Levitico, ha rivestito un ruolo dominante nell'etica. Anche se non appare altrove nel Nuovo Testamento in questa formula precisa, lo ritroviamo nelle trascrizioni successive dell'insegnamento antico. La Didaché, per esempio, comincia la sua descrizione della via della vita con la citazione di Marco 12, eletta a trasmettere il senso dell'etica cristiana. Anche Giustino inizia l' Apologeticon così, per indicare l'etica cristiana fondamentale; e la menzione di Levitico 19, 8 è presente, quale sintesi della Legge, oltre che nelle lettere di Paolo, in altri scritti dell'antico cristianesimo, come nella Lettera di Barnaba (19, 3). È pure interessante la citazione dell'Evangelo copto di Tommaso, che riporta la parola di Gesù: «Gesù dice: ama il tuo fratello come la tua anima, custodiscilo come la pupilla del tuo occhio»; è già una variazione sul tema e tuttavia i termini usati si trovano nel contesto neotestamentario generale.
    La riflessione successiva, in particolare moderna, si è attardata sul modo con cui i due comandamenti sono collegati: sono davvero due oppure è un solo comandamento? Vanno insieme? L'uno deriva dall'altro o l'uno è nell'altro?
    Ancora: che cosa vuol dire amare il prossimo «come se stesso»? C'è dunque un comandamento di amare se stessi? Quale senso ha amare se stessi? Questo amore è più importante di quello di amare l'altro? I cavilli sono andati crescendo: esiste un amore autentico di sé che rappresenta addirittura il metro dell'amore del prossimo? Alcuni autori – penso a Kierkegaard – derivavano il vero amore di sé dal comandamento dell'amore del prossimo. Temevano, insomma, che l'amore di sé fosse collocato quasi a origine dell'amore del prossimo, con tutte le paure che alla mentalità moderna crea tale possibilità.
    Sintetizzando, il testo di Marco tocca un grande problema della Chiesa primitiva nel suo rapporto con la tradizione giudaica, da cui si evince il profondo rispetto per quella tradizione e la volontà di sentirsi collegata con essa; nel testo e nel suo uso si notano insieme i primi fermenti dell'interpretazione più larga del complesso legislativo tradizionale che si affermerà poi nelle comunità greche del Mediterraneo.
    Di qui cogliamo già l'inizio di una dialettica nella quale è utile ascoltarsi e confrontarsi, per cercare di capire meglio il disegno di Dio.

    Vorrei trarre qualche breve conclusione, anzitutto a riguardo del dialogo ebraico-cristiano:
    – nei testi leggiamo una profonda consonanza di radici, perché tutti facciamo riferimento ai grandi testi della Torah;
    – l'inizio di una dialettica, dunque di una differenziazione nell'approfondimento, se vissuta in trasparenza e tematizzata, può aiutare molto ciascuno di noi a situarsi bene nella propria tradizione e in rapporto alla tradizione altrui, a essere specchio per l'altro e non solo a cercare nell'altro se stessi.
    Più in generale, per quanto riguarda me personalmente e il cammino che cerchiamo di compiere nella Chiesa di Milano, io leggo nel testo del Deuteronomio, sia in sé sía come letto da Gesù, il ripartire da Dio, il primato di Dio.
    A questo primato ci richiamiamo tutti, questo è il primato che continua a generare ogni altro precetto. In proposito mi piace richiamare un commento della tradizione ebraica antica a Esodo 20, 3, l'inizio del Decalogo, che è poi il testo sotteso a Deuteronomio 6, 4-5. Un passo della Mishnah Berakhot 2.2 si domanda: «Perché è detto del primo comandamento: "Non avrai altri dèi davanti a me?". Perché è stabilito questo?». Risposta: «Perché la Scrittura dice: "Io sono il Signore Dio tuo"» (Esodo 20, 2a). E spiega: «La questione può essere paragonata a un re umano che entrò in una provincia. Gli dissero i suoi ministri: "Imponi decreti sul popolo". Egli rispose: "No. Quando accolgono la mia signoria, io imporrò loro decreti perché, se non accolgono la mia signoria, non accoglieranno neppure i miei decreti"».
    Tutto viene ricapitolato nell'accoglienza del primato di Dio.

    Il testo del cardinale Carlo Maria Martini qui riportato è tratto dall'intervento alla giornata di studio biblico ebraico-cristiano promosso a Milano nel gennaio 1996 dal gruppo interconfessionale Teshuvà. Esso si muove per intero nello "spirito" degli incontri che sono all'origine di questo libro e per questa ragione abbiamo deciso di ripubblicarlo, con qualche modifica rispetto alla versione contenuta nel volume Parlare al cuore. Lettere, discorsi e interventi 1996 (Centro ambrosiano, Milano 1997, pp. 23-32).
    Negli anni precedenti il cardinale Martini era intervenuto anche sull'Islam, in particolare con il Discorso alla città del dicembre 1990 "Noi e l'Islam". Il testo, che conserva una straordinaria attualità, è disponibile nel sito della Diocesi di Milano www.diocesi.milano.it

    (AA.VV. Il libro sacro, Bruno Mondadori 2002, pp.XI-XXIII)