Rileggere la Dei Verbum
A sessant'anni dal concilio Vaticano II
Giuseppe Betori
La Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione, autentica perla del Concilio, continua a illuminare la Chiesa con sapienza riguardo al tesoro della Scrittura: un testo nato dalla fede che solo nella fede trova l'orizzonte della sua comprensione.
Scrittura e tradizione
L'emarginazione della Bibbia nel vissuto della Chiesa cattolica fino al tempo del Concilio è un fatto reale, ma è anche un fatto da rileggere con gli occhi dello storico, che fanno scoprire come essa fosse meno assente di quanto appaia a prima vista, pur essendo innegabili i forti limiti posti all'accostamento diretto al testo ancora fino agli inizi del Novecento.
Così il cattolicesimo aveva reagito alla Riforma protestante che aveva attribuito alla Bibbia il ruolo di unico riferimento della fede. Il principio sola Scriptura toglieva dall'orizzonte della fede tanto la Tradizione quanto il Magistero della Chiesa, consegnando la nuda parola biblica all'individualità della coscienza di ciascun credente e, al tempo stesso, al pluralismo senza confini del dibattito teologico. Ciò ha generato nel protestantesimo un ruolo preponderante della dimensione carismatica nell'esperienza religiosa, con la conseguente continua frantumazione del corpo ecclesiale, ma anche, per contrasto, il piegarsi della Scrittura, e quindi della fede, alle più varie opzioni filosofiche, che fungevano da chiavi ermeneutiche a cui si cedeva il ruolo decisivo nella comprensione dei testi.
A fronte di questo, la Chiesa cattolica oppose quell'orizzonte controversista che giunse a ispirare i lavori preparatori del concilio Vaticano II. Nel nostro contesto ciò accadde in particolare in riferimento alla problematica relativa al rapporto tra Scrittura e Tradizione. Lo si vede già nel primo schema che fu inviato ai Padri conciliari nel luglio 1962 per essere discusso nella prima sessione del Concilio: De fontibus revelationis. "Le fonti della rivelazione": così recitava il titolo dello schema, con quel plurale – "fonti" – che segnalava come il testo volesse essere una risposta alla questione del rapporto tra Scrittura e Tradizione nella direzione di riconoscere in ciascuna di esse una fonte autonoma di comunicazione delle verità di fede.
Questo schema, discusso nell'Assemblea conciliare tra il 14 e il 21 novembre 1962, fu rifiutato dalla larga maggioranza dei Padri nella storica votazione del 20 novembre. Il voto negativo non raggiunse i due terzi della maggioranza richiesta dal regolamento: a rigettare lo schema furono 1368 padri conciliari su 2209 votanti. Al quorum necessario dei due terzi mancarono quindi 105 voti, ma questo bastò per indurre papa san Giovanni XXIII, a far ritirare lo schema e a chiedere la preparazione di un nuovo testo come base per la discussione.
Sul nostro tema, si consumò la svolta decisiva dell'intero Concilio. Dopo quel voto, tutti gli schemi preparatori, frutto della teologia di stampo controversista, furono accantonati e si aprì la strada a un Concilio più in linea con l'impostazione voluta da Giovanni XXIII, come egli l'aveva esplicitata nel discorso inaugurale dell'11 ottobre 1962: «Bisogna [...] che in questi nostri tempi l'intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi [...] . Occorre che questa dottrina certa e immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione. [...] Si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al Magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale» (Gaudet Mater Ecclesia, 5).
Faccio notare che, contrariamente a quel che si è soliti ripetere, il Papa non definisce "pastorale" il Concilio, ma lo stesso Magistero: l'insegnamento dei pastori non può non tener conto dei destinatari. Una caratteristica di sempre del magistero ecclesiastico, quella della pastoralità, che il dopo Concilio ha accentuato e che oggi trova forme del tutto originali nell'insegnamento di papa Francesco.
«Dio parla agli uomini come ad amici»
Per sfuggire alla contrapposizione tra chi giudicava la Scrittura materialmente sufficiente in ordine ai contenuti della rivelazione e chi invece riteneva che alcuni di questi potessero desumersi solo dalla tradizione orale della Chiesa, il Concilio scelse di porre il rapporto tra queste Scrittura e Tradizione all'interno di una visione più piena del concetto di parola di Dio.
Il Concilio invita a individuare l'identità piena della parola di Dio anzitutto nella sua sorgente, nel dono che la rivelazione divina fa all'uomo di accedere al mistero di Dio e della sua volontà di salvezza verso il genere umano. È una Parola che accompagna l'umanità lungo tutto il suo cammino: trova una prima manifestazione nella creazione e poi si svela in vari accadimenti storici, fino a giungere a pienezza nella persona del Verbo di Dio fatto uomo. Parola di Dio è il Figlio, comunicazione del Padre, la cui manifestazione agli uomini procede lungo la storia fino alla sua presenza personale in essa. Parola di Dio sono quindi tutti i momenti e le modalità di questa comunicazione.
Ascoltiamo il testo conciliare: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare sé stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2Pt 1,4). Con questa rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1Tm 1,17) per il suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole proclamano le opere e illuminano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione» (Dei Verbum, 2).
Tra i molti elementi significativi di questo testo così ricco, ne sottolineo due, utili per la nostra riflessione e decisivi per quanto hanno suscitato nella vita ecclesiale. Il primo è la presentazione della rivelazione divina non come trasmissione di nozioni attorno al mistero di Dio, ma come incontro tra Dio e l'uomo. Un incontro amicale, la cui connotazione peculiare è dunque quella della comunicazione di sé, con cui i due interlocutori si aprono reciprocamente, in un atto che è sì di conoscenza, ma di una conoscenza d'amore, in quanto ha come fine la comunione. In questo orizzonte vengono meno le contrapposizioni tra dono della fede e risposta della fede, contenuti della fede e atto di fede, non negati nella loro specificità, ma percepiti come dimensioni dell'unico evento dell'incontro personale in cui la rivelazione consiste, un incontro che ha il suo vertice nell'unità della persona di Cristo, in cui Dio e uomo sono una sola realtà.
Troviamo qui le radici di espressioni che ci stanno diventando care nel parlare di fede, come le parole con cui papa Benedetto XVI aprì la sua prima enciclica: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus Caritas est, 1). Gli fa eco il Messaggio al popolo di Dio che nell'ottobre 2012 concluse la XIII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi: «La fede si decide tutta nel rapporto che instauriamo con la persona di Gesù, che per primo ci viene incontro. L'opera della nuova evangelizzazione consiste nel riproporre al cuore e alla mente, non poche volte distratti e confusi, degli uomini e delle donne del nostro tempo, anzitutto a noi stessi, la bellezza e la novità perenne dell'incontro con Cristo» (Messaggio, 3).
Su questa stessa linea si pone la predicazione di papa Francesco, di cui voglio richiamare alcune parole pronunciate all'inizio del suo ministero petrino, precisamente nell'ottobre 2013 ad Assisi per la festa di san Francesco: «Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? [...] La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui. Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui» (Omelia nella festa di san Francesco, Assisi, 4 ottobre 2013). Cogliere l'identità della rivelazione come evento di incontro è essenziale per sfuggire alla riduzione razionalistica della fede, ma anche alle fughe emotive e spiritualistiche. Ne va della pertinenza della fede alla storia dell'uomo e della sua capacità di illuminarla nella verità.
Il secondo elemento che va posto in evidenza è che il Concilio parla della rivelazione divina come di una vicenda storica, in cui parole ed eventi si intrecciano e si illuminano a vicenda. Anche la creazione è parte di questo processo rivelativo: «Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (cfr. Gv 1,3), offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé» (Dei Verbum, 3). A partire dalla creazione si sviluppa dunque un processo storico in cui il mistero di Dio è proclamato sì con parole, ma al tempo stesso si manifesta attraverso accadimenti. Non quindi un arido elenco di verità astratte e un'altrettanto fredda lista di precetti, ma un vissuto concreto in cui Dio si fa attore della storia insieme agli uomini, fino al vertice della sua manifestazione nella persona di Cristo: Dio «mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come "uomo agli uomini" (A Diogneto, 7,4), "proferisce le parole di Dio" (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4)» (Dei Verbum, 4). La storia, che nella polemica antimodernista dell'inizio del secolo scorso era stata percepita come il nemico della verità, perché poteva condurre alla sua relativizzazione, viene ora invece riconosciuta come il grembo in cui la verità si rivela e come lo spazio in cui essa genera i suoi frutti.
Ermeneutica biblica e fede ecclesiale
Comunicazione di sé in parole e in eventi e, infine, nella persona del Verbo incarnato, la rivelazione di Dio continua il suo cammino nella storia grazie alla parola degli uomini, che la trasmette di generazione in generazione. È il grande alveo della tradizione del popolo di Dio, Israele, cui è rivolta la prima alleanza, e poi la Chiesa, con cui è stipulata l'alleanza nuova. Il processo di trasmissione si compie sotto la guida dello Spirito di Dio e ha un momento qualificato quando la memoria della rivelazione divina assume la forma di un testo scritto: sono i testi raccolti da Israele e che la Chiesa eredita e poi completa fino alla pienezza. È la Bibbia, un nome che in lingua greca suona come un plurale, "libri", ma che viene usato come fosse un singolare, perché la molteplicità dei libri della Scrittura, scritti lungo un ampio arco temporale e in forme letterarie assai diverse, forma un unico libro, il libro della fede che racchiude il tesoro della rivelazione di Dio all'uomo. Percepire la natura storica del processo di formazione della Bibbia permette di superare la contrapposizione tra Scrittura e Tradizione. Il testo scritto nasce, infatti, anzitutto come sedimentazione di parole prima trasmesse oralmente; lo stesso testo scritto non smette poi di restare in rapporto con questa oralità, in quanto viene consegnato alla comunità credente all'interno di una Tradizione che lo riconosce come normativo e che si propone come orizzonte della sua interpretazione autentica. La Tradizione è l'alveo in cui scorre la Scrittura: in essa questa ha le sue radici e da essa trova alimento per produrre frutti. Sta qui il fondamento della lettura della Bibbia nella fede della Chiesa, secondo la luce che su di essa proietta la viva Tradizione ecclesiale: «La viva Tradizione è essenziale affinché la Chiesa possa crescere nel tempo nella comprensione della verità rivelata nelle Scritture» (Verbum Domini, 17), ha affermato Benedetto XVI nell'esortazione apostolica Verbum Domini (30 settembre 2010); e ancora: «Il legame intrinseco tra Parola e fede mette in evidenza che l'autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale» (Verbum Domini, 29). Sono parole che esprimono la consapevolezza di come la rinnovata comprensione del rapporto tra Scrittura e Tradizione voluta dal Concilio abbia portato frutti di coerente orientamento nel modo di leggere il testo biblico, una lettura che dalla sua collocazione nella Chiesa trae fondamento e luce, e non, come da taluni si vorrebbe far credere, un ostacolo che ne distorce la comprensione. Al contrario sono le letture razionaliste o ideologiche della Bibbia che ne tradiscono il significato, perché si distaccano dal contesto della sua origine e quindi dalla sua intelligenza. Un libro nato dalla fede, solo nella fede trova l'orizzonte pieno della propria comprensione.
E se la Scrittura costituisce un tesoro sempre pronto a rivelare nuove ricchezze con il progredire della sua lettura – «La Scrittura cresce con il suo lettore», affermava san Gregorio Magno (Omelie su Ezechiele, 1,8) –, la stessa Tradizione non è un corpus cristallizzato, che dai tempi antichi viene sempre ripetuto identico, ma, come chiarisce lo stesso Concilio, «questa Tradizione, che trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo [...]. La Chiesa, cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio» (Dei Verbum, 8). Anche questa concezione dinamica del rapporto tra Scrittura e Tradizione e della vita della Parola nella fede della Chiesa appartiene ai doni che il Concilio ha fatto ai credenti, sollecitando una sete più ardente di incontro con la Parola e un forte impulso alla sua viva testimonianza. Ci aiuta anche a capire che la fedeltà alla Tradizione non sta nella sua stanca ripetizione, ma nel mostrarne la vitalità e la capacità di rispondere alle novità dei tempi. Non si tratta di inventare cose nuove, ma di aprire al presente la verità di sempre. Anche questo aspetto viene costantemente ribadito da papa Francesco in fedeltà al Concilio.
Ispirazione e verità della Scrittura
Posta al centro della Tradizione, la Scrittura ne è il riferimento ultimo e il cuore pulsante. Il Concilio lascia aperta, come peraltro aveva fatto il concilio di Trento, la questione circa la sufficienza materiale della Scrittura a riguardo dei contenuti della fede, se cioè questi siano tutti direttamente desumibili dal testo sacro o se invece ve ne siano alcuni che ci giungono solo dalla Tradizione. La Dei Verbum si limita ad affermare che Scrittura e Tradizione provengono da un'unica sorgente, e non vanno intese come due fonti separate della fede: «La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine» (Dei Verbum, 9).
La Scrittura è poi parola di Dio in pienezza, perché frutto dell'azione dello Spirito che ha presieduto alla sua realizzazione. Su questo si fonda la venerazione con cui i libri della Scrittura vengono circondati nell'azione liturgica, fino a riservare a essi un luogo speciale di proclamazione, l'ambone; e a circondarli – in specie il libro dei santi Vangeli – di segni e gesti con cui si esprime la fede che in quei libri si ha una presenza particolare del Verbo di Dio. La venerazione verso i libri sacri scaturisce dalla convinzione di fede che essi, pur essendo opera di uomini che ne sono stati gli autori, sono al tempo stesso opera di Dio che ne è quindi parimenti autore (cfr. Dei Verbum, 11).
La contemporanea attribuzione degli scritti sacri all'azione di Dio e a quella degli uomini, ambedue riconosciuti come veri autori, da una parte esige che per la piena comprensione di questi testi non si possa prescindere dalla fede, altrimenti si negherebbe che Dio ne sia vero autore, ma d'altra parte chiede di guardare a essi come a scritti umani e di indagarne il significato con l'ausilio delle scienze umane, altrimenti si negherebbe che gli uomini che li hanno composti siano anch'essi veri autori e che abbiano agito nel pieno delle loro facoltà.
Connesso al problema dell'ispirazione dei libri sacri è quello della loro verità, anch'esso oggetto nei secoli di molte discussioni, da Galileo a oggi nel confronto con le scienze naturali, ma altrettanto vivo sul fronte delle scienze storiche. Quando manca la dovuta attenzione alla specifica natura divino-umana del testo sacro, scaturiscono da una parte i fondamentalismi, che portano ad attribuire alla fede chiusure in ordine alla conoscenza, dall'altra i riduzionismi razionalistici, che ne vorrebbero negare ogni rilevanza per l'uomo e la comprensione che egli deve avere di sé e del mondo. Il Concilio indica la via maestra delimitando la verità della Scrittura non in maniera materiale – come se si potesse dividere tra affermazioni garantite dalla verità, quelle concernenti la fede, e altre che non godrebbero di questa garanzia –, bensì nella prospettiva con cui essa è stata scritta e va quindi letta: «Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati, cioè gli agiografi, asseriscono, è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, si deve professare, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio in vista della nostra salvezza volle fosse messa per iscritto nelle sacre lettere» (Dei Verbum, 11). La finalità per cui Dio ha voluto le sacre Scritture è anche l'orizzonte della sua verità e quindi della sua corretta interpretazione: «in vista della nostra salvezza».
La natura divino-umana dei testi biblici richiede poi che per la loro interpretazione si tengano presenti le modalità umane della scrittura dei testi, i condizionamenti culturali del tempo, ma anche l'unità dei libri sacri, la connessione e la reciproca illuminazione tra le diverse verità di fede, la viva tradizione della Chiesa. Sono i principi che lo stesso Concilio applica nei capitoli quarto e quinto della Dei Verbum, riservati alla presentazione rispettivamente dell'Antico e del Nuovo Testamento. Su questo non mi soffermo, se non per ricordare come la fede della Chiesa si fondi sulla stretta connessione tra i due Testamenti, così che il Nuovo si lascia illuminare dall'Antico e questo trova nel Nuovo il suo compimento. Sta qui anche la ragione del perenne legame della Chiesa con Israele: Legge, Profeti e Scritti non smettono di essere Parola della fede di Israele nel momento in cui diventano parte della fede della Chiesa.
In continuo contatto con la Scrittura
Nella nostra rilettura della Dei Verbum siamo giunti al capitolo finale, il sesto, dedicato a La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Dall'evento della rivelazione, ora, in chi l'accoglie, la parola di Dio torna a farsi evento, come principio costitutivo della vita di fede personale e della storia comunitaria.
Perché quest'ultimo passo avvenga e ne sia assicurata l'autenticità, è necessario che la Chiesa tutta e il singolo credente si pongano all'ascolto della parola di Dio, partendo da quella sua forma scritta che ne è il parametro di riferimento nella verità. La prospettiva in cui si pone la Dei Verbum per dirci tutto questo è quanto mai ardita, ma profondamente vera, nel momento in cui accosta la presenza del Verbo nella Scrittura alla sua presenza nella santa Eucaristia: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, la Chiesa le ha sempre considerate e le considera come la regola suprema della propria fede» (Dei Verbum, 21). Un'unica mensa è posta di fronte al credente, da cui riceve la Parola e il Sacramento. Da qui scaturiscono varie esigenze. L'invito a che «i fedeli cristiani abbiano largo accesso alla sacra Scrittura», comporta anzitutto «che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, preferibilmente dai testi originali dei sacri libri» (Dei Verbum, 22). Tutte le Chiese nel mondo hanno onorato questa sollecitazione; alcune, come la Chiesa italiana, lo hanno rinnovato anche di recente, con una traduzione, che si presenta non solo come pagina sacra da leggere nella liturgia, ma anche come riferimento per la lettura personale spirituale e di studio. Segue l'invito ad accompagnare la comprensione del testo biblico con la conoscenza dell'insegnamento dei Padri e dei libri liturgici, come pure promuovendo una ricerca teologica che ponga al centro le sacre Scritture e lo sviluppo degli studi biblici. Lo scopo è quello di formare ministri della Chiesa che sappiano spezzare il pane della Parola, così che questa «illumini la mente, corrobori le volontà, accenda i cuori degli uomini all'amore di Dio» (Dei Verbum, 23). Altrettanto importanti sono le conseguenze che dalla centralità della Scrittura derivano per la vita ecclesiale: «Anche il ministero della Parola, cioè la predicazione pastorale, la catechesi e tutta l'istruzione cristiana, nella quale l'omelia liturgica deve avere un posto privilegiato, si nutre con profitto e santamente vigoreggia con la parola della Scrittura» (Dei Verbum, 24). Sono indicazioni che hanno uno sviluppo specifico quanto alla liturgia nel documento che il Concilio le riserva: «Nella celebrazione liturgica la sacra Scrittura ha una importanza estrema. Da essa infatti si attingono le letture che vengono poi spiegate nell'omelia e i salmi che si cantano; del suo affiato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e i carmi liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici» (Sacrosanctum Concilium, 24). Di qui un preciso invito: «Nelle sacre celebrazioni si restaurerà una lettura della sacra Scrittura più abbondante, più varia e meglio scelta» (Sacrosanctum Concilium, 35). È questo uno dei grandi doni del Concilio, da cui trae alimento la possibilità di un'accentuata consapevolezza di fede per il popolo di Dio e un'accresciuta responsabilità dei pastori nell'insegnamento della fede. Detto questo delle azioni ecclesiali, la Dei Verbum ne prende poi in considerazione i soggetti: sacerdoti, diaconi e catechisti, a cui è chiesto di «conservare un contatto continuo con le Scritture, mediante una
lettura spirituale assidua e lo studio accurato, affinché non diventi "vano predicatore della parola di Dio all'esterno, colui che non l'ascolta di dentro" (sant'Agostino, Serm. 179, 1)» (Dei Verbum, 25). Ma tutti i fedeli sono esortati «a imparare "la sublime scienza di Gesù Cristo" (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. "L'ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo" (san Girolamo, Comm. in Is., Prol.)» (Dei Verbum, 25). Ed è compito dei vescovi, «"depositari della dottrina apostolica" (sant'Ireneo, Adv. Haer., IV,32,1), istruire opportunamente i fedeli loro affidati circa il retto uso dei libri divini» (Dei Verbum, 25).
Le esortazioni sono a vasto raggio e coinvolgono tutti, sono pressanti e ne fanno fede aggettivi e avverbi scelti con cura. Al centro si staglia la citazione dal Commentario su Isaia di san Girolamo: «L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», che svela come si tratti non di una questione di inclinazione spirituale, ma dell'essenza stessa della fede. Sono anche parole che danno la direzione per la riscoperta di quella lettura orante della Scrittura, che il testo conciliare propone ricordando che «la lettura della sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo; poiché "gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini" (sant'Ambrogio, De officiis ministrorum, I, 20, 88)» (Dei Verbum, 25).
Da qui ha tratto grande impulso una lettura della Bibbia, che è sempre più diffusa, che riprende moduli tipici dell'epoca patristica e medievale, la lectio divina: una modalità di accostamento al testo che unisce insieme il momento della comprensione del significato in sé della parola scritta (lectio), quello del suo collegamento con l'insieme della Scrittura e della fede della Chiesa (meditano), la risposta della preghiera (oratio), la capacità di illuminare la vita e la storia (contemplatio). Ben intesa, la lectio divina può diventare lo strumento più diretto per dare compimento al tragitto della Parola: da tesoro segreto del mistero stesso di Dio a comunicazione all'uomo, divenuta testo scritto che invoca la lettura e infine risposta in una vita che si fa Parola per i fratelli. È quanto dobbiamo auspicare per il cammino personale ed ecclesiale, ed è quanto chiede l'epilogo della costituzione conciliare, in cui ritorna quell'accostamento tra Parola ed Eucaristia con cui si era aperto l'ultimo capitolo della Dei Verbum: «Con la lettura e lo studio dei sacri libri "la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata" (2Ts 3,1) e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall'assidua frequenza al mistero eucaristico prende vigore la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall'accresciuta venerazione per la parola di Dio, che "permane in eterno" (Is 40,8; cfr. 1Pt 1,23-25)» (Dei Verbum, 26).
FEERIA, 2025/1 - n. 65 46-52

