Sacrificare

    il proprio io

    Vayyiqrà (Lv 1,1 - 5,26)

    Daniel Taub

    levitico


    Per tradizione, il primo libro della Bibbia che si insegna ai bambini ebrei è il libro di Vayyiqrà (o Levitico). Una strana scelta: invece delle colorite personalità di Genesi, o dei drammatici eventi di Esodo, cominciamo con i dettagliati resoconti dei sacrifici offerti dagli israeliti. Perché cominciare la nostra educazione ebraica in modo così inconsueto?

    Un indizio per la risposta a questa domanda forse risiede in un'unica lettera, l'ultima della prima parola di Vayyiqrà. Secondo una tradizione masoretica, la lettera alef alla fine di Vayyqrà (Il Signore "chiamò") è scritta particolarmente in piccolo. Anzi, ancor oggi, nei rotoli della Torà di tutto il mondo, l'alef di Vayyiqrà è di dimensioni piccolissime.
    Il Baal Haturim (Germania, XIII-XIV secolo) cita un midràsh che spiega come il piccolo aleph venne fuori come risultato della modestia di Mosè. Mosè era imbarazzato nello scrivere il termine vayyiqrà («Ed Egli chiamò lui»), poiché questo implicava che Dio lo aveva scelto in modo speciale. Mosè preferì invece tralasciare la lettera alef e scrivere vayyiqqàr, a significare che Dio "gli si fece incontro", adottando lo stesso linguaggio usato nella Bibbia in relazione ad altri profeti. Quando Dio insisté perché Mosè scrivesse l'intera parola, costui la scrisse con un alef più piccolo. Dio voleva esprimere in quale onore tenesse Mosè; Mosè a sua volta voleva rinunciare a tale onore.
    Ben si addice che questa sottolineatura dell'umiltà di Mosè e della sua disponibilità a sacrificare il proprio onore personale debba aprire il libro di Vayyiqrà. Qualunque sacrificio, sembra dirci, deve iniziare con il sacrificio di sé.
    In effetti questo è un messaggio reiterato in seguito nello stesso passo. Di tutti i sacrifici descritti nella lettura di Lv 1,1-5,26, soltanto il qorbàn minchà - l'offerta più semplice e umile di farina comune - è descritto come presentato da una nèfesh - "un'anima". Perché questo individuo dovrebbe essere tenuto in così alta considerazione, quando ciò non accade per sacrifici molto più sontuosi? Spiega il Talmùd:

    Perché il qorbàn minchà si distingue in quanto chi lo presenta è definito una nèfesh (anima)? Dio dichiara: Chi porta, di solito, un qorbàn minchà? Il povero. Io considererò questo atto come se egli sacrificasse la sua anima tutta intera.

    Sia la cancellazione di sé con cui Mosè riduce la lettera alef, sia la semplice offerta di farina del povero, trasmettono un messaggio importante all'inizio del libro del Levitico: il cuore di un'offerta è l'offerta del cuore.
    L'idea che qualunque sacrificio sia, alla radice, un'offerta di sé è trasmessa magnificamente nel canto Bilbabì («Nel mio cuore») da Sefer Charedim (R. Eliezer Azkari, c. 1550):

    Nel mio cuore costruirò un tabernacolo
    per la gloria di Dio vi costruirò un altare
    perché la sua gloria risplenda
    come luce perpetua mi prenderò il fuoco
    del sacrificio di Isacco
    come sacrificio offrirò la mia anima,
    soltanto la mia anima.

    Una commovente eco della stessa idea, che noi stessi possiamo diventare un sacrificio per un fine più alto, fu espressa splendidamente da Hannah Senesh, la giovane poetessa e paracadutista che morì cercando di salvare gli ebrei d'Ungheria per condurli in Israele:

    Benedetto il fiammifero che ardendo si consuma per accendere la fiamma
    Benedetta la fiamma che divampa nelle stanze segrete del cuore
    Benedetti i cuori che sanno quando partirsene con onore
    Benedetto il fiammifero che ardendo si consuma per accendere la fiamma.