Un modo diverso
di parlare
Debarìm (Dt 1,1-3,22)
Daniel Taub

Il nome ebraico del quinto libro della Torà (Debarìm), che significa "parole", sottolinea come il libro sia esattamente questo: la registrazione degli ultimi discorsi rivolti da Mosè al popolo. E forse c'è un'ironia speciale nel fatto che Mosè, costretto a rinunciare al sogno di tutta la vita di entrare nella terra di Israele perché si è rifiutato di parlare quando gli era stato ordinato, adesso si fermi ai confini di Israele e non faccia altro che parlare, per un libro intero.
Così la Bibbia introduce il lungo discorso di Mosè: «Al di là del Giordano, nella terra di Moab, Mosè iniziò ad esporre (be 'èr) questa legge» (Dt 1,5).
Mosè ha parlato già molte altre volte al popolo, e ogni volta la Bibbia ha usato lo stesso verbo (dibbèr) per descrivere il suo discorso. Adesso, invece, nei suoi ultimi momenti, la Bibbia usa un nuovo verbo che non era mai stato usato prima nella Bibbia (be'èr), che significa "esporre, spiegare". In che modo il discorso di Mosè è ora diverso da tutti quelli che ha tenuto in precedenza?
Tre commentatori suggeriscono tre diversi motivi per cui il discorso ai figli di Israele in procinto di lasciare il deserto e di entrare nella terra di Israele richiede che Mosè ricorra a una forma nuova e diversa di espressione.
Abraham Ibn Ezra (Spagna, XII secolo) ipotizza che si imponga un nuovo verbo, perché ora Mosè parla ad altre persone. In passato Mosè parlava alla generazione degli israeliti che avevano lasciato personalmente l'Egitto. Ora che quella generazione è morta nel deserto, Mosè si rivolge a una generazione nuova, che non ha un'esperienza di prima mano dell'esodo. Non è più sufficiente che Mosè "dica loro"; adesso deve "spiegare loro". Come commenta Ibn Ezra: Mosè inizia a spiegare ai figli nati nel deserto gli eventi accaduti ai loro genitori, e a ripetere loro i comandamenti che i loro padri avevano udito dalla bocca del Signore.
Lo studioso di Gerusalemme rabbi Shlomo Fisher suggerisce che il cambiamento nel modo di parlare di Mosè è il risultato della sua percezione della morte imminente. Non sarà più lì a garantire la continuità della tradizione, adesso deve insegnare non semplicemente perché il popolo possa comprendere da solo, ma perché gli israeliti possano da soli tramandare la tradizione. Osservando che la parola "esporre" è pressoché identica alla parola ebraica per "pozzo" (be'èr ), spiega: «Finora Mosè si è rapportato al popolo come a un bôr, una cisterna, che riceve e trattiene; adesso li tratta come un be'èr , un pozzo, che non soltanto riceve ma anche elargisce».
Lo studioso tedesco Shimshon Raphael Hirsch (Germania, XIX secolo) propone che l'uso del nuovo verbo indichi come Mosè stia ora trasmettendo un messaggio rilevante non soltanto per il popolo ebraico, ma per il mondo in generale. Non più gruppo di nomadi erranti nel deserto, gli israeliti erano sul punto di entrare nella loro terra e diventare protagonisti sulla scena internazionale. In quanto tali, dovevano essere consapevoli delle lezioni per l'umanità di cui erano portatori. Hirsch cita un midràsh sul termine be'èr in cui si spiega che il termine significa che la Torà fu tradotta nelle settanta lingue del mondo. Osserva Hirsch: «Israele fin dall'inizio dovette comprendere la propria missione per la salvezza spirituale e morale dell'intera umanità».
Ogni ebreo è, a modo suo, un Mosè, con la responsabilità di narrare l'intera storia e di tramandarla alle generazioni future. La lettura di questo testo suggerisce che, nel farlo, dovremmo accertarci che non stiamo semplicemente raccontando la nostra storia (dibbèr), ma la stiamo esponendo e spiegando (be'èr). Come suggeriscono questi tre commentatori, se lo facciamo aiuteremo una nuova generazione a condividere l'esperienza del passato, li renderemo a loro volta maestri per le nuove generazioni e comunicheremo la consapevolezza delle lezioni della nostra storia non soltanto per un popolo, ma per l'umanità intera.

