Un piccolo passo
Vayyiggàsh (Gn 44,18-47,27)
Daniel Taub

La storia di Giuseppe raggiunge il culmine. Finalmente in grado di restituire pan per focaccia ai fratelli che l'avevano venduto in schiavitù, Giuseppe incastra Beniamino mettendo una coppa nel suo sacco, e poi pretende che resti come suo schiavo. È Giuda a perorare misericordia a nome dei fratelli. E mentre lo fa, noi leggiamo: «Vayyiggàsh Yehudà - E Giuda si avvicinò». È un semplice gesto, un solo passo. Ma questo movimento fatto per avvicinarsi rappresenta un punto di svolta non soltanto nella storia di Giuseppe, ma in tutta la storia del popolo ebraico.
In tutte le storie della Genesi esiste un chiaro schema di odio e ostilità tra fratelli. A cominciare da Caino e Abele, ogni generazione è caratterizzata dalla rivalità e separazione tra fratelli. Caino litiga con suo fratello Abele e lo uccide. Ismaele schernisce Isacco ed è cacciato da Abramo. Giacobbe imbroglia Esaù e poi fugge da lui.
Sembra che i dodici figli di Giacobbe siano destinati a seguire lo stesso schema. Irrisi dai sogni di Giuseppe, tramano per ucciderlo e poi lo vendono come schiavo in Egitto.
Ma in un solo istante lo schema di ostilità cambia. Giuda spezza la catena della separazione e dell'allontanamento, e risponde avvicinandosi. Proprio in quell'istante si altera l'intera dinamica del libro della Genesi.
Questo semplice gesto rappresenta qualcosa di cruciale, che è mancato in tutti i rapporti tra fratelli fin dall'inizio della Bibbia: il senso di responsabilità.
«Siccome il tuo servo si è reso garante del giovinetto presso mio padre», dice Giuda a Giuseppe (Gn 44,32). È Giuda, proprio lui che tra i fratelli aveva preso l'iniziativa di vendere Giuseppe come schiavo, a riconoscere alla fine che fraternità significa responsabilità.
Questa accettazione di responsabilità è una reazione alla primissima domanda posta dall'uomo nella Bibbia. Accusato da Dio di aver ucciso suo fratello Abele, Caino nega qualunque responsabilità nei suoi riguardi: «Son forse io custode di mio fratello?», chiede (Gn 4,9). Giuda e i suoi fratelli offrono una risposta formidabile alla domanda di Caino: «Sì, davvero io sono il custode di mio fratello».
Rabbi Joseph Telushkin ha suggerito che appunto questa è la ragione per cui il popolo ebraico fu fondato soltanto a partire dai figli di Giacobbe: furono loro a diventare le tribù di Israele, e a dare alle generazioni future il nome di "Figli di Israele": proprio perché furono la prima generazione a riconoscere i vincoli di responsabilità reciproca. È una lezione altrettanto rilevante per il popolo di Israele oggi quanto in ogni altra epoca della nostra storia: quello che ci lega insieme come popolo, ancor più della nostra discendenza comune, è il senso di responsabilità che avvertiamo gli uni verso gli altri.

