Un popolo
che dimora solo
Balàk (Nm 22,2-2S,9)
Daniel Taub

Una delle descrizioni più accurate e più inquietanti del popolo ebraico proviene dalla bocca di un profeta non ebreo e appare nella presente lettura. Preoccupato dal successo degli israeliti nella battaglia contro gli amorrei, il re moabita Balak manda a chiamare il profeta Balaam per maledire il popolo ebraico. Ma i progetti di Balak falliscono quando, anziché maledire il popolo, Balaam in realtà lo esalta.
Tra i celebri versi pronunciati da Balaam ci sono i seguenti: «Ecco un popolo che dimora solo e non si può contare tra le nazioni» (Nm 23,9).
Il re Balak è furioso. «Ti ho preso per maledire i miei nemici e tu li benedici», si lamenta (Nm 23,11). Ma questa dichiarazione profetica circa la situazione isolata del popolo ebraico è davvero una benedizione, oppure una maledizione?
Che il popolo di Israele si distingua per il trattamento particolare che riceve è un fatto familiare a chiunque. In molte istituzioni della
comunità internazionale non esistono precedenti o paralleli per l'attenzione dedicata a Israele. Escluso dai raggruppamenti regionali,
sottoposto a un esame che appare totalmente sproporzionato rispetto alle sue dimensioni e alla sua importanza, non si può fare a meno di restare colpiti dall'accuratezza di questa profezia vecchia di tremila anni: Israele appare davvero "un popolo che dimora solo e non si può contare tra le nazioni".
Ma come dovremmo cogliere tale profezia? Dovremmo abbracciarla o lottare contro di essa? È un fatto eterno della vita che si deve accettare o è una sfida della storia, che dovremmo affannarci a superare?
L'atteggiamento, lungo i secoli, dei commentatori verso questa profezia di Balaam riflette una varietà di atteggiamenti verso l'isolamento del popolo ebraico. Ecco quattro diverse interpretazioni della profezia di Balaam, ciascuna delle quali suggerisce un approccio diverso.
La separatezza come parte dell'ordine naturale
Il Midràsh (Shemòt Rabbà) si sofferma sul curioso termine ebraico hen con cui Balaam inizia questa profezia, e osserva che comprende le due lettere ebraiche he e nun. Il midràsh sottolinea che tutte le lettere dell'alfabeto ebraico vanno in coppia, tranne queste due. Nella prima parte dell'alfabeto, la lettera alef fa coppia con thet per fare un totale di dieci, così het fa coppia con chet e fa dieci, ghimel con zàyin fa dieci, lasciando he da sola. Analogamente con le ultime lettere, yod e zàde fanno cento, come pure lamed e àyin, lasciando la lettera nun sola e senza compagna. Proprio come queste due lettere restano isolate, conclude il Midràsh, così è decretato che il popolo ebraico sia destinato a rimanere separato dalle altre nazioni.
La separatezza come riflesso dell'antisemitismo
Rashì, il classico commentatore francese dell'XI secolo, vede la parola hen come derivante dalla parola hana'à, contentezza, e dà alla frase una lettura molto pessimista: «Quando il popolo ebraico è felice, nessun'altra nazione è felice con loro».
La separatezza come necessità per la sopravvivenza ebraica
Rabbi Naftali Zvi Yehuda Berlin (il Neziv di Volozhin, vicino a Minsk, XIX secolo) suggerisce che occorre dare a questo versetto una diversa punteggiatura, in modo da leggere: «Un popolo che, quando è solo, dimora». In altri termini, fintanto che la nazione ebraica conserverà il proprio carattere speciale, sopravvivrà. Ma se perde la propria particolare identità, allora è a rischio di perdere il segreto della sua sopravvivenza.
Separatezza come sfida per l'azione ebraica
Israel Lau, ex-rabbino capo di Israele e sopravvissuto all'Olocausto, ha proposto che la profezia di Balaam non vada letta da sola, ma insieme a un'altra frase della profezia che troviamo più avanti nella nostra lettura, e che inizia anch'essa con la parola hen (hen `am ke-labì yakùm: «Ecco un popolo che sorge come una leonessa»). Il fatto che Balaam si concentri sull'isolamento di Israele, propone Lau, è solo la prima metà di una profezia in due parti, che esorta Israele all'azione e ad assumere il controllo del proprio destino.
Questi quattro approcci diversi suggeriscono letture radicalmente diverse della profezia di Balaam. Ma tutte colpiscono per un aspetto comune. Tutte accettano, come fatto indiscutibile, la verità dell'osservazione di Balaam: Israele è davvero isolato e distinto.
Allora, forse è giusto che l'haftharàh associata al nostro brano, la lettura tratta dai profeti, vada a controbilanciare questo approccio particolaristico, poiché si apre con una visione del popolo ebraico non isolato, bensì parte integrante dell'umanità, con un messaggio che proviene non semplicemente da uno dei tanti gruppi etnici, ma da tutta l'umanità: «Il resto di Giacobbe, in mezzo a numerose nazioni, sarà come rugiada che viene dal Signore e come gocce d'acqua sull'erba» (Mic 5,7).

