Una parola di vita

    Jean-Marie Ploux

    Come i saggi o i cantastorie d'oriente, quando Gesù parla del regno di Dio, cioè di una relazione con Dio che faccia vivere l'uomo, propone delle storie4. Le racconta tanto più volentieri poiché per capire il Regno bisogna avere nel cuore la fiducia di un bambino, e perché ai bambini piacciono le storie. Esse potrebbero cominciare tutte con: "C'era una volta ..." .

    Colpo di fortuna per un mercante!

    Dunque, a proposito del Regno, c'era una volta un mercante che andava in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, andò, vendette tutti i suoi averi e la comprò (cf. Mt 13,45-46). E tutto? Sì, è tutto...
    Ma si può capire questa storia in molti modi.
    Noi potremmo riconoscerci in quel mercante, a patto di non accontentarci di ciò che viviamo, di ciò che siamo; a patto che qualcosa ci manchi, che siamo esseri umani abitati da un desiderio. Allora, come lui, ricerchiamo ciò che ci sta più a cuore, ciò che è la nostra ragione di vivere, l'oggetto della nostra passione. Per Gesù, beninteso, si tratta di quel regno di Dio che non è un luogo ma un modo di vivere. Capiamo che quel mercante ha cercato a lungo, ha battuto i mari e i porti, senza stancarsi mai. E quanti di noi, effettivamente, hanno cercato a lungo e continuano a cercare... Ma se un giorno, come il mercante, scopriremo questa perla, questa speranza, questo amore, Dio stesso, non venderemo forse tutto il resto? Ciò non significa che poi vivremo d'aria e di poesia, ma che vivremo diversamente. Ciò non vuol nemmeno dire che la nostra vita, perché avremo "trovato", ne diventerà meno appassionante. Anzi, quando si è trovato Dio, non si smette di cercarlo... Tuttavia questa perla è così preziosa che chi l'ha trovata non se ne priverà mai. Non può che conservarla o regalarla.
    Ma si può capire la storia diversamente: e se fosse Dio stesso quel mercante, e se fossimo noi la perla che gli manca e per cui è pronto a sacrificare tutto? Cosa potrebbe dunque significare che venda tutto? Ciò vorrebbe dire che Dio si è messo in cammino, che ha lasciato quel "cielo" in cui lo arginiamo da millenni e che è partito alla nostra ricerca. Del resto nel libro che apre la Bibbia, la Genesi, la prima domanda che Dio pone all'uomo è: dove sei? E non solo Dio ha lasciato il "cielo", ma, dato che noi siamo sempre prigionieri delle nostre idee sulla divinità, si spoglia della sua divinità. E esattamente ciò che uno dei poemi cantati dai primi cristiani esprimerà a proposito di Gesù quando essi avranno capito che in lui Dio si è fatto uno di noi (cf. Fil 2,6-1 i). Il testo va anche oltre perché dice che si è annichilito!
    Perché non basta che noi abbandoniamo le nostre false rappresentazioni di Dio; rischiamo ancora di immaginare una sorta di superuomo per sostituirlo. Ma il testo precisa che egli ha preso la condizione di schiavo. Sappiamo che cos'è uno schiavo: è un servitore e anzi meno di quello, dato che non appartiene a se stesso, appartiene agli altri, dipende dagli altri. Non si può essere più radicale. Non si può andare oltre nella negazione dei preconcetti su Dio. Non si può neanche scendere più in basso. Sì, quando si è innocenti, morire della morte da malfattore; quando si è ebrei, morire di una pena romana (la croce); quando si è stati accolti con gioia a Gerusalemme, morire qualche giorno dopo, cacciati dalla città e abbandonati da tutti. Ciò che fu la morte di Gesù. Ecco cosa ha significato per Dio "vendere tutto" per raggiungere l'uomo. Non è più questione, a questo punto, dei nostri preconcetti su Dio, occorre ricominciare tutto dal basso, a partire dalla vita di Gesù e dalla sua morte, per capire chi è Dio per noi. Le autorità religiose di Gerusalemme non l'hanno potuto fare, per esse ciò era semplicemente scandaloso. Ma anche quelli che non erano ebrei hanno pensato che fosse pura stoltezza (cf. 1 Cor 1,18-25).
    Tuttavia questa versione della storia che dice l'essenza del messaggio cristiano è anche pericolosa. Effettivamente, se Dio ha rischiato tutto per raggiungerci, possiamo essere tentati di crederci una perla di gran pregio. Ciò che ciascuna e ciascuno di noi è certamente agli occhi di Dio. Ma ricordiamoci anche che una perla non è che madreperla che avvolge un semplice granello di sabbia o di polvere. Riceviamo tutto dalla vita e dagli altri. Siamo esseri fragili e, detto fra noi, bisogna ben riconoscere che non siamo sempre molto puliti dentro. L'altro pericolo è quello di abusare di Dio, di ignorarlo o disprezzarlo perché si fa dipendente da noi, affida la sua presenza alla nostra libertà. Il vero amore accetta di dipendere da colui che egli ama, accetta il rischio di non essere o di non essere più amato. E così per Dio. Per finire, ultimo pericolo: pensare che coloro che credono in Dio debbano diventare schiavi, rinunciare a pensare, a capire, a lottare, abdicare alla loro libertà. Invece è tutto il contrario. Come dice Paolo in una sua lettera: "Cristo ci ha liberati per la libertà!" (Gal 5, i).

    Un uomo è stato lasciato mezzo morto dai briganti

    Questa volta (cf. Lc 10,25-37) si tratta, come si dice nei giornali, di un "fatto di cronaca". Un uomo viaggiava sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico. Ma il testo dice: un essere umano. Un uomo, una donna, un ebreo, uno straniero? Non ne sappiamo nulla. Ci è detto che è un essere umano e ciò basta. Ora, per strada, viene aggredito da briganti che lo spogliano, lo picchiano a sangue e lo lasciano mezzo morto sul ciglio della strada. E stato preda di briganti ma potrebbe essere vittima di un attentato o di un pirata della strada, poco importa. Gesù non fa un'indagine di polizia o non cerca di spiegare il male, siamo messi di fronte ad esso.
    Ed ecco che due religiosi passano di lì, prima un sacerdote e poi un funzionario del tempio. Vedono l'uomo e passano oltre senza fermarsi. Forse hanno fretta, o hanno paura, oppure non hanno cuore. Ma c'è un motivo più verosimile che era chiaro per gli ascoltatori di Gesù e che lo è meno per noi. Secondo le prescrizioni della Legge, toccare un cadavere rendeva impuri e non si poteva celebrare il culto prima di essersi purificati. In altre parole, ancora una volta, è la rappresentazione che essi hanno di Dio che impedisce loro di dare aiuto a questo moribondo.
    Arriva un uomo della provincia del nord, la Samaria, con cui gli ebrei avevano rotto le relazioni appunto per questioni religiose (cf. Gv 4).
    Per noi sarebbe uno straniero o un "immigrato"... Lui si ferma, cura il moribondo, lo carica sulla sua cavalcatura fino a una locanda. L'indomani mattina, chiede al locandiere di prendersi cura di lui, lo paga in anticipo per questo e si impegna a rimborsargli al suo ritorno le spese supplementari...
    Ma perché e a chi Gesù racconta questa storia? La racconta a un dottore della Legge che lo ha interrogato dicendo: "Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?" (Lc 10,25). Invece di rispondergli, Gesù gli domanda allora come egli stesso capisce la Legge, in altre parole quale sia la sua concezione di Dio. Il dottore della Legge risponde citando la Scrittura: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso" (Lc 10,27; cf. Dt 6,5; Lv 19,18). "Fa' questo e vivrai", dice allora Gesù (Lc 10,28), e lo dice tanto più facilmente giacché è proprio ciò che lui stesso insegna (cf. Mt 22,35-40).
    Ora, bisogna notare due cose. Non viene detto "crederai in Dio", ma "amerai". Si può benissimo credere in Dio e non amarlo... si può anche amare Dio senza essere tanto sicuri di credere veramente in lui. Ma il testo aggiunge: "E amerai il tuo prossimo come te stesso". Gesù ha sempre detto a quelli che lo ascoltavano che questa parola era "simile" alla prima. Non solo non si possono separare ma dicono la stessa cosa. Il che farà scrivere a Giovanni: "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede ... Chi ama Dio, ami anche suo fratello" (1 Gv 4,20-21).
    Segue allora la domanda dell'uomo che interrogava Gesù: "E chi è il mio, prossimo? Chi è mio fratello?" (cf. Lc 10,29). È colui o colei di cui si è prossimo per legami di famiglia o per amicizia? E l'umanità in genere? La storia narrata da Gesù rovescia la domanda. Il prossimo è colui a cui ci si avvicina. La vicinanza dipende da noi. Allora ogni concreto essere umano a cui ci avviciniamo e al cui servizio ci mettiamo per compassione e per amore, diventa il nostro prossimo.
    Amarlo, questo essere umano che viene affidato alle nostre mani, non è dare la prova che noi amiamo anche Dio. E amare Dio. "Carissimi", dice ancora Giovanni, "amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore ... Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi" (1 Gv 4,7-8.12-13). Ecco, è tutto qui, è tutto detto.
    Eppure come per le altre storie raccontate da Gesù, possiamo leggere questo racconto in modo diverso. I primi cristiani si sono riconosciuti in quell'essere umano mezzo morto, vi hanno visto l'umanità ferita da tanti mali e tante sventure, che soccombe alle follie della guerra, della violenza, delle torture, degli abusi della fiducia altrui, in breve di tutto ciò che ha potuto inventare il nostro cuore cattivo. E in quello straniero hanno riconosciuto Dio che, in Gesù, si faceva vicino, si prodigava per riportarci alla vita, rimetterci in piedi. I due primi viaggiatori non avevano potuto fermarsi perché erano bloccati dalla loro rappresentazione di Dio, dalla loro concezione della religione. Al contrario, Gesù restituiva alla vita e alla libertà, apriva anche a un'altra comprensione di Dio. E aggiungevano che questa locanda misteriosa era la chiesa alla quale Gesù affidava l'umanità perché la mantenesse in vita. Certo, sappiamo tutti che le comunità cristiane sono lungi dall'esser state sempre fedeli a questa missione che è stata affidata loro. Ma questa missione resta.
    Oggi c'è un terzo modo di capire la storia narrata da Gesù. Secondo questa lettura è Gesù o è Dio stesso che giace nel fosso. Gesù, dato che le narrazioni del suo processo e della sua morte dicono che è stato spogliato dei suoi vestiti, picchiato a sangue e messo a morte. Dio, perché le nostre società moderne l'hanno gettato sul ciglio della loro strada quando esse sono state disumane nello sterminare gli indiani dell'America latina, nel fare la tratta dei neri, nel precipitarsi nel baratro delle due guerre mondiali, nello sterminare gli ebrei ad Auschwitz... "Dio è morto!". Per taluni, il grido era una constatazione, per altri fu un programma. Vicino a quel Dio lasciato mezzo morto nei fossi della storia, molti passano senza fermarsi. Anche loro hanno fretta, non se ne curano, occupati dalle loro "faccende", senza cuore. Vedono i paesi poveri, le persone spostate in campi profughi costruiti provvisoriamente ma che si protraggono indefinitamente, le folle analfabete, le vittime della malaria, delle epatiti o dell'Ars. Vedono queste intere parti di umanità che sono abbandonate a se stesse e che sono preda di dittatori o in balia di manipolatori di ogni genere, religiosi o no. Ma passano oltre e, anche quando si dicono "religiosi", sono incapaci di riconoscervi Dio, sfigurato, disumanizzato e mezzo morto. Vanno a cercare Dio nei loro templi, nelle loro chiese o nelle loro moschee, ma l'hanno mancato là dove si trovava.
    E poi ci sono coloro che si fermano come lo straniero della Samaria, tutte quelle donne e tutti quegli uomini che hanno dato la loro vita per gli altri, tutti quei "giusti" che ci permettono di sperare ancora nell'uomo e che, così, sostengono la speranza di Dio. "Cercherò di aiutarti, mio Dio, affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla", scriveva nel suo diario Etty Hillesum, giovane donna ebrea che sarà poi deportata e assassinata ad Auschwitz. E continuava: "Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio" (Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985, p. 169). Aiutare Dio significava essere presente agli altri, assisterli, aiutarli per quanto poteva. Ma era anche raccogliere in sé la bellezza del mondo, rifiutare che l'orrore annichilisse tutto, e pregare. Un'immensa folla di persone di cui non sapremo mai i nomi ha aiutato e continua ad aiutare Dio negli altri e contribuisce a renderlo visibile ai nostri occhi perché si è fermata. Poco importa chi e cosa siano, credenti o no: per chi ha occhi per vedere, loro danno vita a Dio. E penso con gratitudine a questa frase che mi è stata detta un giorno da un giovane uomo che non si sarebbe certo definito cristiano ma che aveva capito tutto: amare è far vivere Dio.

    (da: Dio non è quel che credi, Qiqajon 2010, pp. 47-56)