Una preghiera
inascoltata
Va'etchannàn (Dt 3,23-7, 1 1 )
Daniel Taub

Delle molte preghiere e richieste che Mosè fece a Dio in tutta la Bibbia, soltanto una è a proprio beneficio. All'inizio della lettura di Dt 3,23-7,11 Mosè racconta la sua unica richiesta per sé: «Concedimi di passare al di là, per vedere la terra buona che è oltre il Giordano» (Dt 3,25).
Rabbi Menachem Mendel di Kotzk, uno dei più autorevoli rebbe chassidici del XIX secolo, osserva la strana enfasi sulla parola "buona" nella preghiera di Mosè («vedere la terra buona»). Secondo lui, la supplica di Mosè è più di una semplice richiesta di vedere la terra di Israele; era piuttosto la preghiera che i suoi occhi potessero sempre vedere ciò che vi era di buono nella terra di Israele, malgrado quelli che in superficie potevano sembrare difetti e manchevolezze.
Quest'unica richiesta di Mosè, di per sé, è negata. Invece, Dio gli dice che può salire su un'alta vetta e vedere Israele in tutta la sua lunghezza e ampiezza: «Sali sulla vetta del Pisga, alza gli occhi a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e a oriente e contempla il paese con i tuoi occhi, poiché tu non attraverserai questo Giordano» (Dt 3,27).
Da questa descrizione sembra che a Mosè sia mostrata da lontano l'estensione fisica della terra di Israele. Per i rabbi invece questa descrizione suggerisce che a Mosè fu concessa una panoramica più profonda. Come commenta il Midràsh: «Dio mostrò a Mosè tutto Israele, non solo nei suoi periodi di tranquillità ma anche gli oppressori che erano destinati ad affliggerlo».
A Mosè fu concessa una visione di Israele nella sua interezza, non soltanto nello spazio ma anche nell'intero arco della storia, con i suoi periodi di quiete e i periodi di oppressione.
I commenti di Menachem Mendel di Kotzk letti insieme a questo midràsh suggeriscono che Mosè non pregò soltanto di poter individuare ciò che di buono c'era nella terra fisica di Israele, ma di poter vedere, anche nei periodi di particolare difficoltà, le dimensioni positive della storia ebraica.
È dunque appropriato che questa parashà Va'etchannàn si legga sempre nel sabato successivo a tisk' à be'àb (il nono giorno del mese di Ab), giorno del digiuno che richiama le più grandi tragedie della storia ebraica. Questo sabato è noto come shabbàt nachamù, il sabato della consolazione, nel quale si riafferma che, malgrado le tragedie affrontate, ciascuno si impegna a concentrarsi sugli aspetti positivi della terra e della storia.

