Una storia

    narrata due volte

    Ki-tabò' (Dt 26,1-29,8)

    Daniel Taub

    arameoerrante

    «Mio padre era un Arameo errante, discese in Egitto, vi abitò da forestiero con poca gente e vi divenne una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci
    maltrattarono, ci oppressero, ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore Dio dei nostri padri, ed egli ascoltò la nostra voce, vide la nostra miseria e la nostra oppressione e ci fece uscire dall'Egitto con mano forte, con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi» (Dt 26,5-8).
    Questi versetti compaiono nella lettura di Dt 26,1-29,8 perché si tratta della dichiarazione fatta dagli israeliti quando per la prima volta portarono le primizie come offerta al tempio. Ma sono anche familiari a chiunque abbia partecipato a un Seder di Pasqua, poiché fungono da base della sezione della narrazione che ricorda la storia dell'esodo dall'Egitto.

    Sembra strano che l'Haggadà debba scegliere di assumere come base del suo racconto questi versetti del Sèfer Debarìm (Deuteronomio), recitati da una generazione che in realtà non partecipò all'esodo, quando avrebbe potuto invece citare versetti dal secondo libro di Mosè, che effettivamente descrive l'esodo. Perché l'Haggadà si basa su questa descrizione di seconda mano anziché sulla drammatica descrizione di prima mano dell'evento?
    Il racconto nel libro dell'Esodo è in effetti drammatico e impressionante. Ma i sintetici versetti che leggiamo in Dt 26, che furono recitati dagli israeliti quando
    per la prima volta portarono le primizie al tempio di Gerusalemme, contengono tre elementi che mancano nel racconto originale e che li rendono particolarmente appropriati, quando cerchiamo di recuperare la nostra storia e di trasmetterla alle generazioni future.

    Un modello di memoria

    Uno dei principali temi della notte pasquale è la memoria, e l'obbligo di rivivere le esperienze passate del nostro popolo come se fossero realmente le nostre. Come dichiara l'Haggadà: «In ciascuna generazione, ogni persona è obbligata a considerare se stessa come se fosse uscita personalmente dall'Egitto». È quindi appropriato che il resoconto su cui ci basiamo non sia quello del libro dell'Esodo, che descrive benissimo i protagonisti originali dell'evento,
    ma questo tratto dal Deuteronomio, che fu recitato dalla prima generazione che rivisse il passato come se fosse un'esperienza personale.

    Un viaggio incompiuto

    La storia, come la narra il libro dell'Esodo, è incompleta. Si conclude con i figli di Israele che lasciano l'Egitto ed entrano nel deserto. In realtà il viaggio dall'Egitto si conclude non con l'ingresso degli israeliti nel deserto ma con il loro arrivo nella terra di Israele. Per questa ragione è appropriato
    che il racconto dell'esodo che prendiamo a modello per la notte del Seder sia quello recitato dagli israeliti dopo che furono entrati nella terra di Israele. Anzi, i
    quattro versetti citati nell'Haggadà sono seguiti, nella nostra lettura, da un quinto versetto che getta luce sul legame tra l'esodo e l'arrivo del popolo nella terra
    di Israele: « Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorre latte e miele».

    Il fine della libertà

    Il racconto dell'Esodo si concentra sulla liberazione nazionale dei figli di Israele. In effetti, l'esortazione di Mosè: «Lascia andare il mio popolo!», è diventata un'insegna sotto la quale si sono radunati movimenti di liberazione nazionale lungo tutta la storia. In realtà si tende a dimenticare la parte conclusiva della dichiarazione di Mosè: «Lascia andare il mio popolo... perché mi serva». La libertà non è un fine in sé, quanto piuttosto un mezzo per consentirci di dedicarci a una forma superiore di servizio. Per questa ragione è appropriato che l'Haggadà scelga di basarsi non sul racconto del libro dell'Esodo, che si concentra sulla liberazione fisica degli israeliti, quanto piuttosto su questi versetti del Deuteronomio, recitati quando gli agricoltori israeliti adempivano il loro obbligo di portare le primizie al tempio. Quello che celebriamo non è la libertà di fare quello che vogliamo, ma la libertà di impegnarci in una forma superiore di servizio.
    Scegliendo di prendere come base della storia dell'esodo questi versetti, l'Haggadà trasmette tre formidabili messaggi sul rapporto che intratteniamo con la nostra storia: il nostro passato deve essere rivissuto come parte della nostra esperienza; il viaggio che descrive resta incompiuto finché non arriviamo nella terra della promessa; il nostro viaggio verso la libertà non è un fine in sé, ma un mezzo che ci permette di impegnarci in una forma superiore di servizio.