La vita è (molto) bella
se c'è la buona notizia
Enzo Bianchi
II cristianesimo è felicità, ma anche bellezza. Lo dimostra la vita di Gesù che è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che gettavano su di lui. Idee per una qualità della vita per credenti e non credenti.
Se la vita cristiana, per definizione, non può che essere buona, cioè segnata dall'amore per gli altri, dalla carità, dall'impegno per la giustizia e dalla solidarietà, certamente è abbastanza inconsueto associarle le dimensioni della bellezza e della felicità. Che questo sia sentito come stranezza, già dovrebbe interrogare e obbligare a un ripensamento delle modalità in cui è stata declinata la vita cristiana nella storia, e nella storia della spiritualità in particolare. Poiché poi la vita cristiana trae la sua configurazione costitutiva dalla vita di Cristo, occorre anzitutto "rileggere" tale vita per cogliere la fondatezza di questa associazione.
La vita e l'umanità di Gesù
Il Nuovo Testamento rivela che la salvezza inizia come arte del vivere qui sulla terra perché la vita stessa di Gesù nei giorni della sua esistenza terrena fu una vita "salvata" dalla forma stessa del suo vivere. C'è stata in Gesù una "pratica di umanità" conforme alla volontà di Dio, e questa pratica racconta la salvezza, e il progetto di Dio per tutta l'umanità e la storia.
La vita di Gesù è stata certamente contrassegnata dalla bontà: la sua vita è stata una pro-esistenza. Egli è l'uomo per gli altri, il Servo che ha dato se stesso per i fratelli amandoli fino all'estremo, fino al punto di non ritorno (cfr. Gv 13,1ss.). Il Nuovo Testamento trasmette di frequente questa comprensione della vita di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (Mc 7,37); a lui ci si rivolge con le parole: «Maestro buono» (Mc 10,17); di lui si testimonia che «passò facendo il bene e guarendo» (At 10,38). Questa bontà e oblatività di Gesù trovano la loro massima manifestazione nel dono di sé sulla croce. Qui però occorre rilevare che l'immaginario comune ha fatto della croce una sorta di chiave unica di interpretazione dell'evangelo dimenticando che la croce non ha senso in se stessa, ma va contestualizzata nell'intera vita di Gesù e trae il suo significato da Colui che vi è stato appeso e che ha saputo dare un senso perfino a un simbolo così disgraziato e orribile. Non la croce, insomma, ha reso grande Gesù, ma è Gesù che ha dato significato e grandezza alla croce.
Tuttavia la vita di Gesù è stata anche bella. I vangeli, che pure non sono una biografia di Gesù né ci vogliono trasmettere un ritratto psicologico del Nazareno, lasciano trasparire a più riprese e in diverse maniere una serie di tratti dell'esistenza di Gesù che svelano la sua umanità semplice e ricca, sapiente e capace di quei valori umani l'incontro, l'amicizia, la condivisione, la contemplazione del creato che rendono bella e felice l'esistenza. La vita di Gesù è stata povera, ma dignitosa, mai toccata dalle bruttezze, se non da quelle che altri gettavano su di lui. Una vita assunta responsabilmente, ma anche abitata dalla libertà e dalla sapienza che è atteggiamento di amicizia con la realtà, con l'umano, con il creazionale. Gesù non ha vissuto isolatamente, in contrapposizione con il mondo, ma ha conosciuto la gioia del vivere insieme, ha creato un gruppo di una dozzina di uomini e qualche donna con cui ha condiviso la fraternità e la vita itinerante. Ha conosciuto l'amicizia con Lazzaro, Marta, Maria, a cui «voleva molto bene» (Gv 11,5), ha vissuto la profondità dell'amare e dell'essere amato con Pietro, Giovanni e Giacomo, i più intimi dei discepoli. Come dimenticare che addirittura alla vigilia della sua condanna a morte, quando il cerchio si stringeva attorno a lui, egli ha sentito il bisogno di fermarsi tra i suoi amici per gustare quell'amore umano che tanta gioia gli procurava?
La bellezza vissuta da Gesù traspare anche dalla sua capacità di contemplazione e di gratuità che si manifesta in quelle sue creazioni poetiche che sono le parabole. Qui, con linguaggio simbolico profondamente umano, egli parla di Dio e del suo Regno evocando le immagini del fico che annuncia l'estate quando le sue gemme si fanno tenere, dei gigli del campo vestiti meglio di Salomone, della chioccia che raduna i suoi pulcini sotto le ali, della massaia che impasta la farina e il lievito, del lavoro dei pescatori che tirano a riva le reti... Questo linguaggio tenero e sapiente nasce solo da una vita bella, da una vita capace di cogliere sinfonicamente la propria esistenza assieme a quella degli altri e delle altre creature. I vangeli ci presentano poi ancora un uomo capace di incontrare e di essere attento ai piccoli, ai bambini, agli esclusi, agli emarginati, ai malati: anzi, sembrano mostrarci il fascino che la calda e forte personalità di Gesù esercitava su di loro al punto da accorrere al suo passaggio. E certamente la lunga serie di guarigioni narrata nei vangeli afferma quanto meno che i malati furono un apprendistato di misericordia e di compassione per Gesù, che si sentiva ferito e raggiunto dalla sofferenza delle persone.
Gesù amava i banchetti e conosceva l'arte di stare a tavola facendo di questo un evento di incontro e di comunione. I vangeli non possono non ricordare che Gesù era chiamato, con disprezzo, «mangione e beone, amico di peccatori» (Lc 7,34; Mt 11,19). Nei confronti dei peccatori emerge ancora la libertà somma di Gesù e la sua umanità che fa sì che egli non si atteggi moralisticamente, ma sia sempre teso a risvegliare l'umanità assopita, la novità di vita, la capacità di amore che c'è in ogni uomo. Gesù conosce e pratica l'estetica dei gesti dell'amore. E in tutto questo la sua vita ha conosciuto la felicità, la beatitudine: se egli pronuncia le beatitudini (Mt 5,1-12), lo fa perché ha conosciuto in se stesso la beatitudine, la felicità di chi è povero nello spirito, umile e mite, misericordioso, affamato e assetato di giustizia... La beatitudine di Gesù riposa sul fatto che la sua vita aveva un senso, una direzione e un significato: egli «sapere» (Go 13,1-3; 19,28), e questo sapere è anche sapienza e sapore, gusto di ciò che si vive nella libertà e nell'amore. Gesù ha conosciuto il senso del senso, ha avuto una ragione per cui morire e dunque per cui vivere. La libertà e l'amore sono le chiavi che gli hanno consentito di vivere gioiosamente anche la rinuncia, la dedizione, il dono di sé.
La vita bella e beata del cristiano
Nell'umanità di Gesù, Dio ha raggiunto e comunicato con ogni uomo. Gesù, pertanto, è venuto tra gli uomini non solo per salvarli dal peccato o per divinizzarli («Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio»), ma per umanizzarli, per insegnare loro l'arte della vita. Riprendendo la lettera a Tito, possiamo dire che Gesù è apparso nel mondo «per insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,11-12). La centralità dell'incarnazione, del farsi uomo di Dio in Gesù di Nazareth, diviene magistero di umanità per il credente. E dovrebbe saper liberare la spiritualità cristiana da incrostazioni moralistiche, devozionali e pietistiche: i vangeli non sono manuali di virtù, né libri di edificazione, né trattati di morale. Ha scritto il patriarca Atenagora: «Il cristianesimo è la vita in Cristo. E il Cristo non si ferma mai alla negazione, al rifiuto. Siamo noi che abbiamo caricato l'uomo di tanti fardelli! Gesù non dice mai: «Non fare, non si deve fare». Il cristianesimo non è fatto di proibizioni: è vita, fuoco, creazione, illuminazione (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972)». L'incarnazione, quale proposizione cristiana centrale, proclama dunque che Dio si è fatto umano, che Dio si è reso leggibile nella vita di un uomo e che solo in un'esistenza umana si è espresso in pienezza. Gesù è dunque per i cristiani «l'immagine del Dio invisibile (Col 1,15), è colui che ha raccontato Dio (Gv 1,18), e l'ha raccontato nella sua umanità. Magistero evangelico per il cristiano è dunque anche il magistero costituito dalla forma dell'esistenza umana di Gesù.
Queste dimensioni della bellezza e della felicità ci paiono pertanto importanti da recuperare oggi alla fede cristiana, e questo recupero si configura come riscoperta dell'umanità della fede che non è riducibile a militanza, ad attività pastorale frenetica, a impegno a tempo pieno, ma conosce anche la dimensione sabbatica, della contemplazione, della gratuità, dell'amicizia, delle relazioni fraterne e gratuite. Il cristianesimo è anche un'arte del vivere che ci insegna che ciò che è autenticamente umano è anche autenticamente spirituale. Questa attenzione alla dimensione estetica implicata nella relazione di fede dovrebbe portare ogni credente a interrogarsi sulla qualità della vita e delle relazioni nella comunità cristiana. Si nota spesso una "nevrosi pastorale" che in nome dell'efficacia, dell'organizzazione e della strutturazione dimentica valori umani essenziali: non è questo il tipico abbrutimento che accompagna la caduta nell'idolatria? Non è questo un asservimento alle dominanti mondane dell'efficacia, della fretta, dell'iperattivismo? Di fronte a questo risuonano le parole di Gesù: «Venite in disparte e riposatevi un po'» (Mc 6,31). La tradizione cristiana ha saputo esprimere la valenza estetica della fede con l'affermazione del cristianesimo come via filocalica, come amore della bellezza, dove questa bellezza implica tutta la ricchezza dell'umano, e dunque la sua positiva accoglienza e valutazione. È bellezza che si declina come incontro e meraviglia di fronte all'altro, come gratuità del dono discernibile nell'altro, nel creato, negli eventi, come comunione che si oppone a consumo e abuso. amicizia ritrovata con il tempo e con lo spazio, è esercizio di libertà e di umanità, è capacità di riposo, di contemplazione, di esychía, di profondità interiore.
Questo discorso ci consente di porre una domanda, di instillare un dubbio: la tanto lamentata odierna sterilità del linguaggio di fede e dell'evangelizzazione non dipende forse anche dal fatto che la presenza dei cristiani nella società si è esemplata, strutturata, su modelli organizzativi mondani dimenticando quella gratuità e umanità che stanno al cuore dell'evangelo e della pratica cordiale di alterità che abitano in Gesù? Non è avvenuta forse così l'evacuazione della differenza cristiana? Non è forse ora di ricordarsi che la "vita cristiana" non è qualcosa da fare, ma è anzitutto una vita, un vivere? E che questa vita non è l'altra vita (quella futura, che verrà), ma questa unica vita donataci da Dio, vita umana, umanissima, da vivere in Cristo, seguendo l'esempio dell'umanità di Gesù? Che, appunto ci ha lasciato in eredità il compito della bellezza.
(Archivio Enzo Bianchi 2003; articolo ripreso da: https://rivista.vitaepensiero.it//news/dallarchivio/la-vita-e-molto-bella-se-ce-la-buona-notizia-7086.html)

