Nuove luci sulla Pasqua di Cristo
Adolfo Lippi
Come senza Sinai non c'è ebraismo, così senza risurrezione corporea di Gesù non c'è cristianesimo: è questa la tesi del rabbino ebreo ortodosso Pinchas Lapide, che mette in evidenza l'imprescindibile riferimento alle radici ebraiche del cristianesimo per cogliere in profondità il mistero pasquale.
La demitizzazione della risurrezione di Gesù
Erano vari anni che desideravo leggere il libro di Pinchas Lapide che ha per titolo in tedesco Risurrezione: una ebraica esperienza di fede, ma non riuscivo a trovarlo, non esistendo in traduzione italiana. Finalmente ne ho avuto una copia in una traduzione inglese, stampata, peraltro, a Torino (The Resurrection of Jesus. A jewish Perspective, 2002). L'ho trovato il libro di dialogo ebraico-cristiano più interessante di quanti ne ho letti, non soltanto per il modo rigoroso con cui imposta il discorso sulla risurrezione di Gesù nella cultura ebraica in cui si è sviluppato, ma anche, per chi sa leggere fra le righe, per come fa giustizia di un certo modernismo cristiano e di una certa Haskalah ebraica, mettendo fine a una serie di equivoci. Ne deriva una presentazione della fede ebraico-cristiana, ben diversa dalla religiosità generica, tra le più corrette e significative per la comprensione della peculiarità dell'atto di fede.
Lapide comincia proprio entrando all'interno della ricerca cristiana su come pensare la risurrezione di Gesù nella cultura moderna e come presentarla in modo che sia accolta da tale cultura. È subito evidente che per questi teologi la cultura ha un ruolo determinante nella strutturazione della fede dei cristiani, più delle stesse fonti della Rivelazione. La risurrezione di Gesù non è documentata scientificamente, non ci sono testimoni della risurrezione, ma solo delle apparizioni e anche su queste ci sono varie contraddizioni. Il mito della risurrezione dí Gesù, perciò, secondo questi teologi, si colloca automaticamente fra molteplici miti analoghi che parlano di risurrezione: Iside e Osiride, ad esempio, Pitagora, ma anche personaggi storici come Alessandro Magno o Cesare Augusto. Dubbi sulla risurrezione ci furono fin dall'inizio e Gesù stesso ne rimprovera i discepoli. Da Celso – nel secondo secolo dopo Cristo – fino a Reimarus – nel XVIII secolo –, il fatto che la risurrezione sia affermata solo dai discepoli e non sia stata un evento pubblico, è considerato una prova irrefutabile della sua natura mitologica (p. 42).
Qual è la conclusione di questo tipo di indagini? La negazione della risurrezione o la sua evaporazione in qualche processo di demitizzazíone. Forse Cristo è diviso? si domanda Lapide insieme a Paolo di Tarso. Sì, in questi modi di presentare la sua risurrezione, perché c'è il Cristo pre-pasquale, che sarebbe il Cristo della storia, e il Cristo post-pasquale, che sarebbe il Cristo della fede. Non riesco a liberarmi dall'impressione che certi teologi cristiani si vergognino della risurrezione corporea di Gesù, dice Lapide (p. 130). Non capisco le strane frasi con cui Bultmann o Rahner parlano della risurrezione di Gesù. Certamente per i discepoli esse sarebbero state troppo astratte e soprattutto inadeguate a provocare il rapido cambiamento che si produsse in loro da persone rattristate a morte dalla sua fine sulla croce a una comunità giubilante di credenti (p. 129). Certamente, la Chiesa primitiva non pensava la risurrezione alla maniera di quei teologi, ma come un evento storico realmente accaduto, anche se misterioso per diversi aspetti (p. 45). Quella Chiesa, però, non aveva la pretesa di eliminare il mistero, spiegando tutto scientificamente. Certi teologi devono inserire una cortina dogmatica o ideologica fra il Gesù pre-pasquale e il Gesù Risuscitato, in modo che nulla di tridimensionale contamini quest'ultimo (p. 130).
Con Lapide, anche io vedo questa teologia come frutto della deriva greco-illuminista della rivelazione ebraico-cristiana, che esige, quindi, una de-ellenizzazione. Ritengo necessario, perciò, tornare alla cultura in cui essa è sorta per recuperare il senso autentico di tale rivelazione e della fede che ne consegue e questo testo di Lapide può rappresentare un ottimo strumento per ritrovare il senso di quella cultura. Per 18 secoli si è tentato di dis-ebraizzare Gesù e le conseguenze di questi tentativi sono dure a morire. Bisogna riportare Gesù e tutto ciò che lo riguarda alla cultura nella quale lui è vissuto e all'interno della quale si sono svolti gli avvenimenti che lo riguardano, tra i quali soprattutto la risurrezione.
È quello che fa, magistralmente, Lapide. Parte da tutte le esperienze di risurrezione, come anche di guarigione, che si trovano nella letteratura biblica e talmudica, cominciando da quelle più strettamente corporee compiute da Elia e da Eliseo, per arrivare all'epica visione del capitolo 37 di Ezechiele o alla fede del popolo al tempo dei Maccabei. Qui il fatto che siano proprio i più giusti e i più santi a dover morire porta l'ebreo fedele a sviluppare la fede nel Dio giusto e santo, nella certezza che Lui è Signore della vita e della morte e può far rivivere i morti. Non soltanto non è vero che questa fede addormenti l'oppresso come oppio del popolo, ma sarà proprio questa fiducia a portare Israele a recuperare l'indipendenza dopo 400 anni di soggezione a popoli stranieri (p. 55). È la fede dei farisei, condivisa totalmente da Gesù di Nazareth, fede nella vita dopo la morte, negli angeli e nei demoni, nel premio o nel castigo, fede negata dai sadducei. Per anni, confessa Lapide, ero sadduceo, oggi sono fariseo.
Ma chi era Gesù di Nazareth?
Chi era Gesù, secondo Lapide? Un fedele innamorato della Torah, forse più di quanto possa esserlo io stesso, ebreo ortodosso, diceva Lapide (p. 11). Un'affermazione di questo genere urta pesantemente contro persuasioni sclerotizzate nella mentalità della maggioranza dei cristiani e degli ebrei. È anche una delle varie confessioni di errori apparse recentemente fra ebrei e cristiani (pensiamo alle richieste di perdono dei papi), che aprono un tempo veramente nuovo alla ricerca della verità e al dialogo. L'umiltà di Lapide è qui ammirevole. Gesù era un ebreo innamorato del suo popolo, al quale soltanto si sentiva mandato. Non è vero che abbia ripudiato il suo popolo, né che il popolo abbia ripudiato lui. Il popolo era entusiasta dí lui e lo difendeva da alcuni interessati alla sua morte come altri lo erano stati alla morte dei profeti.
Ironicamente, Lapide afferma di sentirsi più vicino a Gesù di Nazareth di molti teologi europei odierni che leggono i vangeli con occhiali ellenistici, se non antisemitici. Sulla base di Atti 3,26, afferma che Dio ha risuscitato Gesù dalla morte per mandarlo anzitutto al suo popolo e benedirlo. Io ritengo che questa prima redenzione sia provata anche dal fatto che Paolo metta sempre al primo posto gli ebrei rispetto ai greci (vedi, ad esempio, Rm 1,16; 2,10). Il riconoscimento intellettuale e verbale non sta mai al primo posto nella mentalità ebraico-biblica. Prima c'è la fatticità e la realtà.
Lapide crede nella risurrezione corporea di Gesù. Ci si può domandare: perché non è diventato cristiano? Perché altro è credere nella risurrezione di Gesù, altro è ritenerlo il messia. Per i cristiani – osserva l'autore della presentazione della traduzione inglese dell'opera di Lapide, il ministro luterano Carl E. Braaten la domanda su chi è il messia attiene soprattutto alla persona del messia: Who? Chi è il messia atteso, colui che deve venire? Per i credenti ebrei è importante la realtà messianica: What? Dove sono le caratteristiche dei tempi messianici? Questo mondo non sembra cambiato dopo la morte e risurrezione di Gesù. L'era messianica è percepita dalla fede ebraica come un'era di giustizia, pace, fecondità di vita. Oltre il Redentore, gli ebrei vogliono vedere la redenzione e questo mondo non appare redento.
Ebrei e cristiani oggi: camminare insieme
Perché, allora, Dio avrebbe inviato Gesù e lo avrebbe risuscitato? Per attuare una praeparatio messianica, risponde Lapide, appellandosi qui a Maimonide (1138-1204), maestro universalmente riconosciuto della teologia ebraica. Maimonide riconosceva l'azione provvidenziale del Dio vivente di Israele in Gesù e nel cristianesimo, che ha portato milioni di persone sparse fin nelle isole più lontane, incirconcise nella carne e nel cuore, ad adorare il Dío unico e a osservare i comandamenti del Sinai (pp. 142-143). È importante notare qui che l'ebraismo non è tanto o soltanto l'affermazione di un monoteismo metafisico rispetto al politeismo, ma è soprattutto testimonianza resa al Dio vivente di Israele,cioè a un Dio che c'è (Dasein, ist da), che opera, che interviene nella storia delle persone e dei popoli, cominciando dal popolo eletto, entra nella storia e fa storia, verità questa che è la più ostica per una mente illuminista. Sulla scia di Franz Rosenzweig, un maestro che ebrei e cristiani insieme dovremmo far conoscere assai più di quanto lo sia, un maestro a cui Lapide fa spesso riferimento, egli ritiene che i cristiani come gli ebrei sono sotto l'azione dello Spirito di Dio che opera nella storia. Devono quindi camminare insieme, amarsi e aiutarsi. Questa stessa verità è contenuta nella Nostra aetate del concilio Vaticano II e Lapide lo sa bene. Un prezioso volumetto pubblicato nel 1980 da Pinchas Lapide e Jiirgen Moltmann aveva per titolo Israele e Chiesa: camminare insieme? (Queriniana, Brescia 1982).
Da una parte, c'è il popolo ebraico che crede nella presenza di Dio nella storia (E. Fackenheim) e nella preparazione dell'avvento del messia, e ne scruta i segni. Dall'altra, ci sono i cristiani di tutto il mondo che credono in un messia già apparso, il quale ha offerto la propria vita per la redenzione del mondo ed è stato risuscitato dal Padre; i cristiani, però, attendono il suo ritorno al termine di un suo regnare che deve sconfiggere il male e la morte (cfr. 1Cor 15,25-26). Questi due popoli possono (o devono) ben camminare insieme.
Perché la maggioranza degli ebrei non crede che Gesù sia íl messia? Perché se questo non fosse avvenuto, il cristianesimo sarebbe rimasto un fenomeno intra-ebraico, che non avrebbe toccato la gentilità. Lapide vede qui una pedagogia di Dio, espressione con la quale intitola un capitolo del suo libro. Su questi temi sarebbe veramente utile dialogare ebrei e cristiani insieme, confrontando anche le nostre reciproche scuole di discernimento dell'azione di Dio (o del nemico) nella storia. Cosa si aspetta ad accogliere queste prospettive, a non lascarle cadere invano? Intanto la storia procede e la nostra cecità e sordità rispetto ai segni e alla parola di Dio può farci perdere la Vita eterna e mettere a repentaglio la stessa vita dell'uomo sulla terra.
Risurrezione e fede
Premesso che è importante aver chiara nella mente la distinzione basilare fra religione antropologica e fede ebraico-cristiana o, se sí preferisce, fra religiosità generica, che è una funzione dell'etica e degli equilibri dell'establishement, e fede in una rivelazione avvenuta nella storia del popolo eletto e dei gojim ad esso associati, possiamo riscontrare nel testo di Lapide una presentazione dell'atto di fede fra le più lucide e veritiere di quante ne siano state proposte.
La fede nella risurrezione, come la fede in qualsiasi altra verità rivelata, non è prodotto di una ricerca filosofica o scientifica. E, tuttavia, non è affatto qualcosa che si produce nella mente dei credenti come pensano Bultmann o gli altri teologi che potremmo chiamare liberali o modernisti. È certezza di un evento storico basata su un'esperienza, non soltanto persuasione mentale del credente. Lapide ritiene che all'inizio della predicazione, quando fu annunciato il kerigma, non ci fossero molti aspetti particolari con cui l'evento è stato in seguito arricchito. Fu un annuncio laconico, essenziale: Gesù è morto per espiare il peccato, secondo quanto detto nelle Scritture, è stato sepolto e risuscitato il terzo giorno secondo quanto detto nelle Scritture, è apparso a Cefa, ai dodici... (cfr. 1Cor 15,3ss). Lapide osserva che questo primo annuncio non deve essere un prodotto della mente di Paolo: anche perché il linguaggio e lo stile sembrano diversi dai suoi. Lui lo ripete, ma non lo inventa. Ritiene che posteriormente siano stati aggiunti abbellimenti, ma non vede questi come de-mitologizzazione. Il fatto resta ed è convincente (pp. 97ss).
La base della presentazione che Lapide fa della risurrezione sta nell'ottima ricostruzione della realtà storica del venerdì santo, dove veramente tutto era finito nel modo peggiore. Gli evangelisti presentano senza alcuna remora la sconfitta di Gesù. Il grido di disperazione: Dio mio, perché mi hai abbandonato?
esprime tutta la delusione di Gesù e dei discepoli. Il Padre non interviene, non lo salva. Lapide osserva che solo un nemico avrebbe potuto descrivere la Passione e Morte di Gesù in quel modo così brutale: ma perché, allora, lo fanno degli amici? Evidentemente perché sanno che quella miserabile uscita di Gesù da questo mondo diventa l'entrata nella benedizione di Dio (p. 111).
Nessuno dei discepoli o delle donne pensava alla possibilità della risurrezione. Il fatto che le donne vadano con gli aromi per ungerne il cadavere dimostra quanto fosse lontana da loro un'ipotesi del genere. Così, l'amarezza dei discepoli di Emmaus, l'incredulità di tutti, che anche Gesù rimprovera, la difficoltà a credere e a riconoscerlo anche dopo le apparizioni, dicono quanto i discepoli fossero lontani dal pensare a una risurrezione di Gesù o addirittura dal sottrarre il cadavere dal sepolcro per proclamarla. L'evento sopravviene su discepoli del tutto smarriti, scoraggiati. Pietro dice: vado a pescare. Gli altri: veniamo anche noi. Col corpo del Crocifisso i discepoli hanno sepolto anche tutti i loro sogni. Non solamente non ci si aspetta la risurrezione, ma si fa la più grande fatica a capirla.
Il fulcro dell'argomentazione di Lapide, richiamato varie volte nel corso dell'opera, si fonda sul rapido e profondissimo cambiamento avvenuto nella Pasqua che segue al venerdì santo (analogo a quanto avviene in ogni pasqua ebraica fin dalla sua istituzione) e le conseguenze universali di quel cambiamento: ne è sorta la più influente religione dell'umanità. Come spiegarlo? C'è una sola possibile spiegazione: l'evento della risurrezione. Scrive: «Quando questo sparuto, spaventato gruppo di apostoli che erano sul punto di gettare a mare tutto per fuggire in Galilea senza più nessuna speranza; quando questi coltivatori della terra, pastori e pescatori che, dopo aver tradito e rinnegato il proprio maestro e dopo averlo miseramente abbandonato, improvvisamente, in una notte, vengono trasformati in una convinta compagnia di missionari, sicuri della salvezza e capaci di operare con molto più successo dopo la Pasqua di quanto lo facessero prima, nessuna visione o allucinazione è sufficiente a spiegare tale rivoluzionaria trasformazione» (p. 125).
Lapide applica alla risurrezione quanto Klausner aveva detto dell'intera vicenda di Gesù di Nazareth: se i quattro evangelisti avessero liberamente inventato questi credibili e ampiamente concordi racconti sul Nazareno, questo sarebbe un miracolo più grande di tutti quelli che sono stati attribuiti a Gesù messi insieme (p. 126). L'evento storico della trasformazione dei discepoli e dell'efficacia della loro testimonianza postula l'evento storico della risurrezione. Questo non implica, per Lapide, l'accettazione di tutto quanto della risurrezione è stato detto in ambito cristiano, cominciando da quelli che lui chiama gli abbellimenti. Certo è l'evento, accolto e riferito nella sua semplicità da Paolo, non i suoi arricchimenti o le sue presentazioni atte a farlo accettare più volentieri. Né si può considerare la risurrezione di Gesù – dico io – come una specie di anticipata conferma da parte di Dio del trionfalismo della Chiesa costantiniana, che si lascerebbe alle spalle la Croce. No, la risurrezione è umile, come la precedente vita di Gesù e dell'Israele santo e fin dal giorno della Pentecoste avvia quel gruppo di ebrei che costituisce la Chiesa di Gerusalemme, madre di tutte le Chiese, sulla strada della piccolezza e dell'umiltà, sulla quale hanno sempre camminato Gesù e l'Ebed-Adonaj Israele. Anche la piccolezza e l'umiltà sono richiamate da Lapide come caratterizzanti la fede autentica nel Dio vivente di Israele (p. 119).
Fonte veramente efficiente di convinzione per i non credenti non è, al contrario di quanto si dice, la scientificità, ma la cultura dominante. È vero, però, che i procedimenti scientifici non sono adeguati a produrre la fede. Condizioni che sono considerate negative per la scienza, non lo sono per la Bibbia: per esempio il fatto che un evento, una visione, siano percepiti da una sola persona o da poche persone. In effetti, la fede non è mai un fenomeno di massa. Il fatto che non se ne possa dare una dimostrazione logicamente stringente non significa che non contenga un più profondo accesso alla realtà.
Lapide cita da Jaspers: A proved God is no God, un Dio dimostrato non è Dio; un'espressione che ricorda l'agostiniana Si comprehendis non est Deus (Sermo 117), se presumi di imprigionare Dio nelle tue categorie mentali, quello che tu pensi essere Dio non è Dio. Se fede e scienza coincidessero, dove sarebbe il rischio della fede? (p. 118). Dio espone sé stesso al dubbio, allo scetticismo, all'incredulità, rinunciando a tutto ciò che potrebbe costringere l'uomo a credere (Eduard Schweitzer).
Riflessioni come queste, riempiendo il testo di Lapide dall'inizio alla fine, delineano la natura dell'atto di fede meglio di quanto possano farlo ricerche astratte. Non si incontra differenza fra la fede ebraica e quella cristiana o, per l'esattezza, sono ambedue fedi ebraico-bibliche. Accade veramente quanto auspicava Maimonide, che cioè, attraverso la pedagogia di Dio, attuata soprattutto con la sua Parola, si arrivi alla conoscenza di Dio, al di là delle formule e dei riti che si possono celebrare. In un tempo come il nostro è di questa conoscenza che si ha bisogno, per uscire dall'eclissi di Dio (Martin Buber), che dura da tre secoli con le pretese di autonomia e di autosufficienza dell'illuminismo. E anche per allontanare le tentazioni dell'assimilazione che affliggono sia l'ebraismo che il cristianesimo, in quanto non sono assimilazioni dell'una all'altra di queste due correnti sgorgate dalla stessa fonte dell'Israele biblico, ma a un vero e proprio neo-paganesimo.
Conclusione: l'attualità dell'impostazione di Lapide
La riflessione di Lapide sulla fede cristiana nella risurrezione è un insegnamento che risulta quasi comico per noi cristiani. Dovremmo essere noi a reclamare la fede nella risurrezione di Gesù ed è un ebreo ortodosso che ci dice senza mezzi termini: se non tornate alle radici ebraiche della fede, non ci sarà più risurrezione e non ci sarà più cristianesimo. Ma anche per gli ebrei di oggi, per gli stessi ebrei dello Stato di Israele così provato dalla storia recente, c'è nello studio di Lapide un richiamo all'autenticità della fede di Abramo, padre della fede per tutti noi. Carl Braaten ricorda che Lapide chiama questo processo Heimholung, un recuperare per il giudaismo elementi ebraici che sono serviti di fondamento per la fede cristiana (p. 6).
Si ha bisogno di un ritorno alla Bibbia, particolarmente perché Israele ritrovi la sua identità, ma anche di una chiarificazione di che cosa è oggi l'idolatria che la Bibbia ebraica sempre combatte. È chiaramente idolatria l'adorazione della dea Ragione, col rifiuto della Rivelazione come l'ha voluta il Creatore, come vogliono gli ebrei assimilati al neo-paganesimo (e i cristiani assimilati dietro di loro), ma è idolatria anche il fondamentalismo, presente nelle varie religioni e nelle varie chiese, col quale si presume di appropriarsi del dono di Dio che, comunque, è qualcosa di creato: e si eleva questo dono e lo si adora al posto del Dio vivente di Israele. È una scelta mortale, come ogni idolatria, per il tempo e per l'eternità. Contro questa seconda idolatria gridava Y. Leibovitz (V.D. Segre, Le metamorfosi di Israele, Utet, Torino 2006, p. 199). La presentazione della fede di Israele, nella sua autenticità, libera dalle contaminazioni che si dicono cristiane o scientifiche ma non lo sono, è di straordinaria attualità oggi perché Israele ritrovi la sua identità e superi le contraddizioni che vive in terra santa. Senza il recupero di questa identità biblica e talmudica, il popolo e lo stesso Stato di Israele sbatteranno la testa in alleanze che, come quelle rimproverate dai profeti della Bibbia ebraica, non portano da nessuna parte, ma rovinano Israele e la sua missione per tutte le famiglie della Terra (cfr. Gn 12,3).
Il curatore della traduzione inglese di questo saggio osservava che i cristiani dovrebbero lasciarsi stimolare da sfide come quelle rappresentate dal pensiero di Rosenzweig, Buber, Heschel, Flusser, Lapide e molti altri (p. 20). Questi pensatori, che si trovano automaticamente collocati, in quanto ebrei, al di fuori delle derive greco-illuministe del pensiero occidentale, non sono molto presenti neanche nelle scuole di filosofia. Ma nessuno come loro è in grado di prospettare quel cammino di Verità e di Giustizia, del quale l'umanità ha un bisogno urgentissimo.
FEERIA, 2023/1 - n. 63; pp. 31-36

