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con la Evangelii Gaudium
Ignazio Ingrao
Il perimetro aperto della Chiesa di Bergoglio
Potremmo dire che è una Chiesa a “geometria variabile”. La Chiesa di Benedetto XVI aveva un perimetro ben preciso, anzi possiamo dire che difficilmente resisteva alla tentazione dell’arroccamento.
Anche la Chiesa identitaria di Giovanni Paolo II aveva dei confini molto delineati, sia nei rapporti Est Ovest sia nei confronti con la modernità. E così la Chiesa di Paolo VI, chiamata al dialogo con la modernità secondo l’illuminante schema dei cerchi concentrici, si muoveva in un’area ben chiara e delimitata. La Chiesa di Papa Francesco, così come emerge dalla EG, e dai suoi interventi non è solo una Chiesa proiettata verso le periferie.
Non è una sfera ma un poliedro, scrive nella EG. Direi di più: un poliedro con i lati aperti. Basti un esempio: l’insistenza di Bergoglio sulla pastorale dei sacramenti, con l’invito a non rifiutare il battesimo anche ai figli delle coppie non sposate, o il matrimonio in Chiesa a quanti lo chiedono anche se non praticanti, è il segno che i confini della Chiesa non sono e non devono essere così netti e definiti. E’ quanto emerge anche dal dialogo con Eugenio Scalfari per esempio.
Direi che questo approccio da parte di Papa Francesco deriva da due fattori: il primo è segnato dall’epoca in cui viviamo. La nostalgia del sacro si accompagna alle appartenenze plurime. La secolarizzazione è penetrata fin dentro la Chiesa. Come i confini del sacro sono più incerti anche quelli della Chiesa di Francesco sono aperti.
Questo fattore è legato senza dubbio alla sua origine latino americana e all’esperienza del passaggio di cattolici verso le cosiddette nuove Chiese, che sarebbe inesatto definire tutte e genericamente sette poiché molte di esse mantengono un rapporto stretto con le altre Chiese cristiane incluse la cattolica. Il secondo fattore è legato al fatto che Bergoglio è il primo Papa metropolitano dopo cinque pontefici, da Roncalli a Ratzinger, giunti da piccole realtà, spesso rurali.
Bergoglio è figlio della metropoli anch’essa segnata, per definizione, dalle appartenenze multiple e differenziate. C’è un rovesciamento definitivo e radicale rispetto all’impostazione veterotestamentaria dove la città è il luogo del peccato e della perdizione. Per Bergoglio la città è al centro (EG 71) dell’annuncio evangelico, è il luogo dell’incontro e della creatività pastorale (“Una cultura inedita palpita e si progetta nella città”, EG n.73).
Ma allo stesso tempo e il luogo delle disuguaglianze e delle povertà che interpellano e chiedono di essere “incluse”. Anche il perimetro della gerarchia per Bergoglio non è chiuso e definito. Se il potere ha bisogno di spazi da chiudere e recintare per esprimersi, il Papa mette in crisi la gerarchia. E’ il primo pontefice anticlericale della storia.
Combatte il clericalismo come scorciatoia del potere ecclesiastico. Il Papa infrange i canoni e i confini della struttura gerarchica (non dell’autorità però, si badi bene) non solo per il gusto di mettere in crisi il clericalismo, ma anche perché fa propria, a un secolo e mezzo di distanza, l’aspirazione di Antonio Rosmini, indicata nelle “Cinque piaghe della Chiesa”: vale a dire riconciliare il “sacerdozio ministeriale” con il “sacerdozio dei fedeli”, il clero con il popolo che nel linguaggio di Bergoglio e della EG diventa: riaccostare la Chiesa al popolo.
Del primissimo discorso di Papa Francesco, quello iniziato con l’ormai celebre “buonasera” dalla Loggia delle benedizioni, pochi ricordano un altro passaggio che, a mio avviso, è addirittura più importante e significativo del “Buonasera”: quando il Papa afferma “E adesso incominciamo questo cammino: vescovo e popolo”. Riaccostare la Chiesa gerarchica al popolo.
Da qui deriva anche la spinta a recuperare il valore delle comunità di base, espressione, a loro volta di una Chiesa dal perimetro aperto e non chiusa. Nell’EG il Papa riassume tutto questo con una formula: il tempo è superiore allo spazio. L’EG può essere letta a tanti livelli: come un prontuario di formule seducenti, come un catalogo di esperienze pastorali, come un dettagliato programma di governo.
Ma, passatemi l’immagine cartesiana, può essere letta anche come uno straordinario “discorso sul metodo”. Da questo punto di vista sono d’accordo con Giovanni Reale quando afferma che, nonostante le apparenze, Francesco è un Papa filosofo, perché punta all’essenziale. E l’EG, dietro le apparenze del prontuario, svela il rigore di un approccio filosofico.
Il tempo è superiore alle spazio scrive il papa nella EG: dunque largo ai processi più che agli spazi di potere. La Chiesa è un popolo in perenne cammino. Chiamata ad avviare un processo di profonda riforma non può pretendere di rinchiuderlo in alcune formule o di indicare traguardi prestabiliti. Bisogna privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi.
Il linguaggio comune della Chiesa di Bergoglio
Se il perimetro è aperto e indefinito, cos’è allora che tiene unita la Chiesa di Bergoglio, scongiurando il rischio che “si sfaldi” in qualunque momento? Il collante che la tiene unita come un potente fattore di identificazione è il linguaggio. Una “koiné” comune che il Papa ha coniato e ha cominciato a diffondere fin dai primi istanti del suo pontificato.
Un linguaggio dove l’essenzialità, la semplicità, l’universalità fanno premio sulla complessità e sulla capacità di astrazione. Un linguaggio fatto spesso più di gesti che di parole. E l’EG è in qualche modo l’espressione più alta e più compiuta di questa rivoluzione del linguaggio che produce poi larghe schiere di epigoni i quali, a loro modo, ripetono e scimmiottano, in alcuni casi anche in modo molto strumentale, le “formule di Bergoglio”.
L’esperto di marketing, Bruno Ballardini, nel libro “Leader come Francesco, perché il papa è un genio del marketing”, parla addirittura di un Papa che attende a quella che in gergo si chiama la “rebrandizzazione” del marchio della Chiesa dopo la crisi segnata dalle dimissioni di Ratzinger. Attenzione però: non si tratta semplicemente di avere un codice di espressioni comuni, un campionario di formule felici e suggestive.
Ciò che caratterizza e unifica il linguaggio di Papa Francesco è la capacità della narrazione. Direi il potere della narrazione. Tra il pensiero pragmatico che governa la razionalità e il pensiero narrativo che ci introduce in altri mondi non c’è alcun dubbio che l’EG scelga il codice del pensiero narrativo, dove ciascuno è chiamato a essere protagonista di questa narrazione comune. Francesco coglie un punto centrale: il popolo di Dio, questo popolo in cammino dall’identità incerta e dalle appartenenze plurime, per sentirsi unito ha bisogno di una narrazione comune.
E’ un tema che aveva colto bene anche Giovanni Paolo II. Non a caso ha inventato le Giornate mondiali della Gioventù: una grande occasione di narrazione collettiva per attirare i giovani. Al termine di ogni giornata raccomandava ai giovani partecipanti: adesso tornati a casa raccontate, diventate testimoni per i vostri coetanei che non hanno potuto partecipare. Questa era la forza della narrazione collettiva.
Al centro della narrazione di Papa Francesco c’è l’esperienza. L’EG parte dall’esperienza e il “Papa filosofo”, permettetemi questa immagine un po’ provocatoria, traduce tale approccio in una formula, un’altra indicazione di metodo: “la realtà è più importante dell’idea”. “Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa” (232), scrive il Papa.
E’ una precisa indicazione di metodo per tutta la Chiesa. Così Bergoglio interviene in un tema che ha attraversato tutta l’esperienza del sacro nella cultura occidentale ebraica e cristiana, vale a dire il problema di trovare il giusto equilibrio tra dabar e logos. In ebraico dabar significa parola ma anche cosa, mentre logos in greco significa parola e, allo stesso tempo, concetto, idea astratta.
Oggi l’affermarsi del virtuale sul reale ha drammaticamente amplificato quella che era già una tendenza del pensiero di matrice ellenistica, cioè della prevalenza della dimensione dell’astrazione su quella della realtà. La bilancia ormai pende tutta sul logos e quasi più nulla sul dabar. Pensiamo, da questo punto di vista, agli effetti della cultura digitale e dunque virtuale sull’esperienza del sacro. Francesco punta a riequilibrare la bilancia verso il dabar. Non a caso Bergoglio nell’EG esprime anche una certa diffidenza nei confronti della tecnologia.
Questo Papa è assolutamente refrattario alla tecnologia, nell’esperienza personale. Ciò si traduce anche nella lettura della realtà, dove la tecnologia viene vista come un diaframma che limita o distorce l’esperienza diretta e concreta dell’incontro. Una lettura molto problematica della tecnologia e delle nuove tecnologie c’è anche nel documento di Aparecida, dell’episcopato latino americano, del 2007, che è molto utile per leggere e interpretare la EG.
E’ come se la trama stretta della EG nel documento della V conferenza generale dell’episcopato latino americano e dei Caraibi (“Discepoli e missionari di Gesù Cristo, affinché in Lui abbiano la Vita”), si potesse esaminare in maniere più ampia e distesa, leggendone i singoli fili.“Partire dalla realtà”: è stata la parola d’ordine del Concilio Vaticano II.
Di questa parola d’ordine abbiamo fatto quasi una ideologia nel post Concilio. Bergoglio desidera riportarla alla forza genuina delle origini. In questa prospettiva la schiettezza e, a tratti, la durezza del suo linguaggio è mossa dal “timore del riduzionismo” rispetto al Concilio Vaticano II. Con la forza delle immagini e della narrazione il pontefice dice no al ritualismo e al clericalismo in tutte le sue forme ma anche no a una spiritualità individualista.
L’opinione pubblica nella Chiesa, tra “sensus fidei” e “teologia del popolo”
Se il linguaggio di Bergoglio mette al centro l’esperienza e il potere di una narrazione comune, c’è da domandarsi a questo punto che posto riconosca all’opinione pubblica nella Chiesa. Qui direi che arriviamo a uno dei punti più critici e irrisolti dell’EG. L’opinione pubblica ha giocato un ruolo cruciale in tanti momenti importanti della riforma della Chiesa: pensiamo al Concilio Vaticano II.
Numerose le attese, i dibattiti, le sollecitazioni che hanno preparato e accompagnato l’assise attraverso le riunioni di intellettuali, giornalisti, uomini di Chiesa e padri conciliari. Oggi l’opinione pubblica gioca ancora un ruolo importante nella svolta della Chiesa per la lotta alla pedofilia e nella riforma finanziaria. Tuttavia la Chiesa ha sempre guardato con diffidenza a questo profilo.
Per Bergoglio è diverso? Proviamo a studiarlo. Il Papa parla di “sensus fidei” e rivendica “l’infallibilità del popolo di Dio”: “L’insieme dei fedeli è infallibile nel credere e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina”. Poi tratteggia una “teologia del popolo”.
Tra sensus fidei e teologia del popolo che posto viene riconosciuto all’opinione pubblica dentro e fuori la Chiesa? L’aver diffuso un questionario con 38 domande a tutto il popolo di Dio in preparazione del Sinodo sulla famiglia può essere considerato un “sondaggio di opinione”? La risposta è no, anche se dalle nostre cronache dei giornali si poteva ricavare un’impressione diversa.
L’EG è chiara in questo senso: Papa Francesco conserva la diffidenza tradizionale della Chiesa nei confronti dell’opinione pubblica. E questo si può legare anche alla sua esperienza argentina. Bergoglio è allergico al populismo di stampo latino americano. Il populismo, nella visione del pontefice, si alimenta con la manipolazione dell’opinione pubblica.
Da qui nasce anche una naturale diffidenza nei confronti della mediazione dei mezzi di comunicazione di massa. In proposito non lasciamoci ingannare dalle interviste concesse ai quotidiani di tutto il mondo. Bergoglio alza il telefono, chiama i fedeli, parla direttamente con i giornalisti perché vuol dare un messaggio chiaro: il pontefice non vuole mediazioni, il suo messaggio deve arrivare direttamente, il più direttamente possibile per non essere frainteso e manipolato.
C’è un passaggio molto emblematico al riguardo nel citato documento di Aparecida, dove si denuncia il rischio di un’antropologia sociologica nella Chiesa che sostituisce l’antropologia evangelica. Questo è il messaggio lanciato anche dalla EG. Per questo l’opinione pubblica, al contrario di quanto appaia, ha ben poca cittadinanza nella Chiesa di Bergoglio. Ciò non toglie che l’EG ponga una grande attenzione al tema dell’ascolto. Che è un altro tema caratterizzante l’ecclesiologia di Papa Francesco. Altra cosa, naturalmente sono anche la sinodalità e la collegialità.
La politica, tra lotta alla corruzione e ricerca del bene comune (“Riabilitare la politica”). Il peronismo e la lotta di classe. Politica e valori
Se questo è lo spazio, scarso, riconosciuto all’opinione pubblica, qual è il rapporto di Bergoglio con la politica? Anche su questo vorrei suggerire una lettura controcorrente, come quella relativa al “Papa filosofo”. E utilizzerei anche in questo caso un’immagine abusata ma eloquente: “Francesco è un animale politico”. L’EG ha delle pagine eloquenti in questo senso sul tema del “riabilitare la politica”
Il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, in una recente intervista alla rivista “Il Regno”, ha sottolineato che il pontefice non vuole una Chiesa che si intrometta in politica. Ma attenzione: ciò che Bergoglio non vuole è una Cei che si faccia partito, come accaduto nell’era del cardinale Ruini. La Chiesa di Francesco inoltre non dà deleghe ma indica valori.
La sua freddezza nei confronti dei politici va intesa in questo senso. Niente deleghe, diffidenza per opportunismi e strumentalizzazioni politiche della Chiesa. Nei primi mesi abbiamo dipinto Bergoglio come un pontefice ripiegato sull’urgente riforma della Chiesa, poi lo abbiamo visto emergere, a partire dalla Giornata mondiale della Gioventà in Brasile, come un leader globale.
E la EG disegna un progetto chiaro per i cristiani impegnati in politica: lotta alla corruzione, partire dai poveri, pace sociale, giustizia, eguaglianza. E indica l’ideale della buona politica intesa come vocazione e non come professione. La portata politica, in senso alto, dell’EG è molto evidente. Anzi secondo Bartolomeo Sorge, Francesco nella EG sviluppa, in maniera forse inconsapevole, i presupposti del popolarismo sturziano.
Sorge legge i quattro principi indicati dalla EG come necessari a perseguire il bene comune (“Il tempo è superiore allo spazio”, “l’unità prevale sul conflitto”, “la realtà è più importante dell’idea”, “il tutto è superiore alla parte”) come altrettante proiezioni del popolarismo sturziano per costruire una “buona politica”. Vale a dire l’ispirazione religiosa, il ruolo delle autonomie, solidarietà e sussidiarietà, riformismo.
Direi che questa di padre Sorge è una suggestiva chiave di lettura del pensiero di Bergoglio. Però con un’avvertenza: si deve tenere in debita considerazione una differenza fondamentale. Cioè la matrice di don Sturzo è liberale mentre quella di Papa Francesco è peronista, cioè un socialismo riformista senza la lotta di classe.
Non a caso l’EG parla di “bene comune” e “pace sociale”, perché questo è il peronismo prima maniera a cui si ispira il pontefice. Un socialismo, di stampo corporativista, che presuppone un’alleanza tra capitale e lavoro e pertanto condanna la lotta di classe. L’EG, al pari del documento di Aparecida, guarda con preoccupazione alla globalizzazione senza solidarietà e condanna la dittatura dei mercati finanziari. L’opzione per i poveri è insieme una categoria teologica, politica e sociale.
E qui mi appresto a fare un’altra considerazione che forse non tutti condivideranno: l’alternativa tra opzione per i poveri e valori non negoziabili in Bergoglio non esiste. Forse è alimentata dai “bergogliani” che sono i principali nemici di Bergoglio come i ratzingeriani lo erano stati per Ratzinger. Papa Francesco in alcune interviste ha un po’ giocato su questo aspetto. Ma la realtà è un’altra.
Non c’è bisogno né di proclami, né di referendum né di adunate del Family day perché Francesco ribadisca in maniera forte alcuni valori. Ricordiamo in proposito un episodio: Rio de Janeiro, Giornata mondiale della gioventù, Santa Messa, all’offertorio un papà porta in una mano una pisside e tiene in braccio una bimba anencefala. Lui e la moglie indossano una maglietta con scritto: stop all’aborto. Giunti all’altare il pontefice bacia la bimba. Un gesto più forte di cento prolusioni del cardinale Ruini.
Certamente però l’approccio del Papa alla politica non è nel senso della crociata ma del dialogo. Questo è il messaggio che ha voluto dare anche a proposito dei valori. Ciò che conta per lui è coltivare i valori nella cultura dell’incontro, fondata su una sana laicità. E mentre afferma tutto ciò in pratica fa politica in prima persona.
In conclusione non va trascurato un altro aspetto della personalità di Papa Francesco: è una figura che nella sua biografia e ancora oggi è destinata a dividere, oltre che a unire. Ne è consapevole e in qualche modo, in alcuni passaggi dell’EG, quasi si scusa per la ruvidezza della sue parole. Una Chiesa che non tace, che prende posizione, che rifugge dalle ambiguità, è una Chiesa che ha indubbiamente il suo peso in politica ma che è destinata, inevitabilmente, anche a dividere.
(atriodeigentili.wordpress.com)

