Chiesa “in uscita”

    La comunità che annuncia la bellezza di Dio

    Lettera pastorale per l’anno 2014-2015

    Bruno Forte  

     

    (“LSPIRITO DI DIO RIEMPIE LUNIVERSO” 

    Abside della Cappella del Palazzo Arcivescovile - Chieti)

     

    1. Perché la missione?

    Nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium Papa Francesco scrive: “L’evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: ‘Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato’ (Mt 28,19-20)… Oggi, in questo ‘andate’ di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova ‘uscita’ missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (nn. 19 e 20). Da queste parole si comprendono le ragioni per cui la Chiesa deve essere sempre una comunità in “uscita” missionaria. In primo luogo, all’origine dell’impegno missionario sta il comando di Gesù, che invia quanti credono in Lui a portare a tutti la vita nuova e la gioia del Vangelo. C’è, quindi, il bisogno di luce e di salvezza degli uomini, espresso nell’immagine forte e concreta delle “periferie” geografiche ed esistenziali, tanto spesso dimenticate o trascurate, che interpellano l’attenzione e l’impegno di chi ha il dono della fede. Infine, a spingere verso l’“uscita” missionaria è l’amore che arde nel cuore di chi ha incontrato il Signore e che lo rende sempre pronto a parlare di Lui, rendendo ragione della speranza della fede e agendo con l’urgenza propria della carità specialmente verso i piccoli e i poveri. Essere “in uscita” missionaria verso tutte le “periferie” non è pertanto per la Chiesa una scelta alla quale potrebbe sottrarsi, ma un dovere prioritario, la forma concreta e il volto visibile della sua obbedienza al Risorto e del suo amore agli uomini, cui Egli la invia e fra i quali è “attendata”, come popolo pellegrino, in cammino verso la patria del cielo.

    2. Verso quali periferie?

    Le “periferie” di cui parla Papa Francesco sono anzitutto quelle geografiche, dei popoli non ancora evangelizzati e di quanti si trovano a vivere fisicamente lontani dal cuore pulsante della comunità ecclesiale, che in ascolto della Parola di Dio celebra i misteri della salvezza e si sforza di testimoniare il dono divino nei gesti della vita quotidiana. Si può, tuttavia, vivere in Paesi di antica cristianità, porta a porta di cristiani ferventi o a breve distanza da Chiese e centri di vita liturgica e caritativa, senza conoscere il Signore Gesù, perfino privi del tutto - per propria o altrui responsabilità - della percezione della bellezza del Suo amore e dell’importanza di conoscerlo e farne esperienza. Sono queste le “periferie esistenziali”: esse vanno dai cosiddetti “lontani”, che spesso hanno ricevuto un primo annuncio della buona novella, ma si sono poi allontanati dalla fede per le vicissitudini della loro vita o per la testimonianza poco o per nulla credibile resa loro dai credenti, ai nascosti cercatori di Dio, che avvertono nel cuore la nostalgia del Totalmente Altro, ma non conoscono la strada per contemplarne il Volto e ricevere il dono dell’amore divino. Accanto a questi va compreso anche chi con precisa consapevolezza ha rifiutato l’orizzonte della fede, ritenendolo ingenuo o scomodo o alienante. Se guardiamo all’altissima percentuale di quanti ordinariamente non frequentano la vita sacramentale, il campionario delle “periferie esistenziali” si presenterà facilmente ai nostri occhi in tutta la sua varietà e complessità.

    Si tratta di “lontani”, certo, che non di meno sono amati dal Signore, morto e risorto anche per loro: essi restano sempre oggetto dello sguardo d’infinita misericordia del Padre celeste, raggiunti, che lo sappiano o no, dal soffio dello Spirito, che attrae i loro cuori a Dio. Portare la buona novella a queste “periferie” è il compito della Chiesa “in uscita”, che non si accontenta del “piccolo” e del “vicino”, ma avverte l’urgenza di condividere il più possibile con tutti il dono gratuitamente ricevuto dall’alto con entusiasmo e con generosità. 

    3. Tutta la Chiesa impegnata nell’annuncio...

    A queste “periferie” va portato l’annuncio della buona novella: a quelle “geografiche”, cooperando all’azione missionaria della Chiesa intera con la preghiera, la conoscenza, la partecipazione solidale, fatta di gesti e condivisioni concrete, a cui ogni battezzato è tenuto; a quelle “esistenziali”, attraverso la testimonianza della vita di ogni singolo fedele, resa in ogni situazione e ambiente, oltre che mediante una specifica azione organizzata, promossa dalla comunità ecclesiale diocesana e parrocchiale. All’opera missionaria della Chiesa universale tutti i battezzati devono sentirsi sollecitati a collaborare, in modo speciale in alcune occasioni o tempi dell’anno: oltre l’impegno dell’Ottobre missionario, mi sta a cuore segnalare la Giornata Missionaria Mondiale quale momento forte per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione convinta e generosa di tutti i battezzati alla missione ad gentes.

    Il personale contributo economico è il segno di un'offerta di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, al servizio dell’evangelizzazione per la crescita di un’umanità edificata sull’amore. È importante poi sensibilizzare tutti i fedeli all’azione delle agenzie che operano per la missione “ad gentes”, dagli organismi della Santa Sede e della Conferenza Episcopale, alle Congregazioni e agli Istituti missionari, alle varie Associazioni e Aggregazioni ecclesiali con finalità precipuamente missionaria, all’Ufficio Missionario Diocesano. Vorrei qui ricordare l’impegno missionario che ha caratterizzato nel tempo la nostra Chiesa diocesana, anche con protagonisti di spicco, quale ad esempio il gesuita Alessandro Valignano, evangelizzatore dell’Estremo Oriente e primo elaboratore dell’idea di “inculturazione”, intesa come doverosa attenzione a coniugare l’annuncio del Vangelo alla valorizzazione delle culture locali. A sua volta, l’attività pastorale della Parrocchia, della Diocesi e delle diverse Aggregazioni ecclesiali dovrà formare i credenti alla continua “uscita” missionaria verso le varie forme di periferie esistenziali, scuotendo le coscienze impigrite o addormentate, risvegliando e nutrendo la passione per la causa del Vangelo in tutti i cuori, stimolando i credenti all’impegno di annunciare la buona novella a tempo opportuno e inopportuno, senza sosta o alibi rinunciatari. In questa prospettiva si colloca la proposta della missione popolare sul territorio, lanciata a tutte le comunità parrocchiali: essa riguarda certamente in primo luogo i presbiteri in quanto pastori del loro popolo e i diaconi, costituiti in aiuto all’azione pastorale del vescovo, ma chiama in causa tutti i battezzati, ciascuno secondo il dono ricevuto da Dio e il servizio affidatogli nella Chiesa: catechisti, lettori, accoliti, operatori della carità, evangelizzatori e testimoni nella vita pubblica e privata… Nessuno può sentirsi esentato dall’attenzione e dall’impegno verso chi non ha mai ricevuto l’annuncio della buona novella o non ne conosce il fascino o ne ha smarrito l’esperienza. Tutti nella comunità cristiana, in forza della missione ricevuta col battesimo e confermata con la cresima, sono responsabili nei confronti del compito di proclamare il Vangelo per la salvezza di ogni creatura umana! 

    4. … del Vangelo di Gesù Cristo.

    L’oggetto dell’annuncio non è qualcosa, più o meno importante, ma Qualcuno, l’unico veramente necessario a tutti, il Figlio di Dio venuto fra noi, morto in croce e risorto per noi, per renderci capaci di andare al Padre, lasciandoci divinizzare dal Suo Spirito, partecipando al dono del Suo amore. Sin dagli inizi dell’esperienza cristiana la missione dei discepoli è consistita nel far memoria delle meraviglie operate da Dio nella storia della salvezza, per renderle attuali e condividerne l’esperienza, aprendo nuovo futuro e offrendo a tutti la nuova vita, sgorgante dall’alto. L’incontro con Gesù Signore, il Cristo di Dio, è il dono immenso che la Chiesa è chiamata a offrire al mondo, rendendolo possibile in ogni luogo e in ogni tempo, mediante l’annuncio della buona novella, la grazia offerta nella celebrazione dei sacramenti e la carità, vissuta e partecipata a tutti. La persona del Figlio eterno, nell’integralità della sua storia d’incarnazione, morte e resurrezione, è il contenuto dell’annuncio e la forza trasformante che lo pervade per agire efficacemente in chiunque creda. Proclamare il vangelo di Gesù Cristo e la potenza della Sua resurrezione e condividere con tutti la bellezza del Suo amore è la vocazione e la missione di ogni cristiano. Chi ha ricevuto il dono della fede sa come i suoi occhi si siano aperti alla luce e il suo cuore alla gioia di sentirsi amato di un amore incommensurabile, fedele e trasformante: è questo amore che il discepolo di Gesù deve trasmettere agli altri, sapendo di poterlo fare solo a condizione di sperimentarlo in un cammino di costante conversione personale. 

    5. Il primo annuncio.

    L’annuncio della fede nel Signore Gesù va vissuto in alcune tappe fondamentali: la prima è l’annuncio propriamente detto, che viene anche chiamato “kérygma” (da “kéryx”, araldo, annunciatore), termine derivato dal greco del Nuovo Testamento per dire la novità, la forza, il dinamismo di cui la missione della Chiesa in “uscita” deve essere continuamente animata, attingendo all’amore del Salvatore e al dono del Suo Spirito, da invocare e accogliere sempre nuovamente. Esempi di questo primo annuncio sono le formule pasquali testimoniate sin dalle origini della comunità cristiana, fondamento della sua stessa formazione: “Gesù è il Cristo”, “Gesù è il Signore”. Eccone alcuni esempi: “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36). Il testimone è tutto relativo a Colui che annuncia: “Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore” (2 Cor 4,5). E si tratta di un annuncio che può essere fatto solo come frutto dell’azione dall’alto: “Nessuno può dire: Gesù è Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3). Queste formule non sono la semplice attribuzione di un titolo a un soggetto, ma il racconto di una storia, quella dell’auto-comunicazione di Dio agli uomini e perciò della nostra salvezza, compiutasi attraverso l’umiliazione e la glorificazione del Figlio di Dio venuto fra noi. Riferendo al Crocefisso il titolo di “Cristo - Messia” e riconoscendo in Lui il “Signore”, il “Kyrios - Adonai” con i termini con cui la fede biblica indicava il Dio dell’alleanza, le formule pasquali raccontano la storia della sua esaltazione gloriosa, il passaggio per il quale l’Abbandonato del Venerdì santo è ormai riconosciuto sullo stesso piano dell’essere divino, Signore della stessa signoria di Dio, Salvatore dell’umanità. L’orizzonte che la confessione pasquale dischiude è quello di un triplice esodo di Gesù, Figlio dell’Uomo e Figlio di Dio: l’esodo dal Padre (“exitus a Deo”); l’esodo da sé (“exitus a se” fino alla morte di Croce); e l’esodo verso il Padre (“reditus ad Deum”). Mandato in questo mondo per amore nostro, egli si è consegnato alla morte di croce per dare a noi la vita che viene da Dio affinché, risorto da morte, ci aprisse l’accesso al Regno dei cieli. 

    6. La catechesi.

    La seconda tappa della comunicazione della fede consiste nell’approfondimento del primo annuncio per comprenderne e viverne le conseguenze sulla vita e per cogliere il senso che esso dà alla storia. Si tratta di riconoscere nella Pasqua di Gesù la rivelazione del Dio che è amore (cf. 1 Gv 4, 8. 16), e cioè la Trinità dell’unico Dio, Padre, che consegna Suo Figlio alla morte per noi (cf. Rom 8,32), Figlio, che si consegna per amore nostro (cf. Gal 2,20), e Spirito Santo, che Gesù consegna sulle braccia della croce (cf. Gv 19,30), per poi effonderlo su ogni carne dopo la sua resurrezione (cf. Gv 20,22-23). Occorre poi introdurre chi accoglie Cristo nell’esperienza della vita nuova in Lui, trasmessa attraverso i sacramenti celebrati dalla Chiesa e partecipata nella sua comunione. Va qui anche richiamato il ruolo importante che può avere l’omelia come momento breve e denso di confessione di fede e di catechesi. La vita cristiana deve quindi esprimersi nei gesti della carità e nel servizio che il Signore chiede a ciascuno. A tutto questo conduce l’itinerario della catechesi, che comprende anzitutto i sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo, confermazione ed eucaristia), ma deve estendersi a tutte le tappe sacramentali della vita in modo da accompagnare la maturazione del credente nella vita teologale della fede, della speranza e della carità. La catechesi punta a sfociare nell’inserimento attivo del credente nella vita della comunità ecclesiale, in cui nessuno deve restare alla finestra e ciascuno è tenuto a riconoscere e vivere il servizio cui è chiamato da Dio per l’utilità comune. Il culmine della missione nella fase catechetica è l’inserimento attivo del discepolo nella comunità, tale da renderlo a sua volta protagonista della missione ecclesiale verso tutte le possibili “periferie” da raggiungere con la buona novella di Cristo. 

    7. La missione parrocchiale: preparazione e tappe.

    Per realizzare in ogni Parrocchia un’azione missionaria così articolata, è necessario anzitutto formare dei “missionari”. È bene che questo cammino formativo sia svolto a livello zonale, perché questo consente di coagulare le forze, rendendo disponibili carismi e servizi diversi sul territorio, oltre a permettere di proporre un itinerario adeguato a livello di contenuti e di metodi. In questo percorso non dovrà mancare la trattazione di temi come questi: perché la missione? Quali sono i fondamenti biblici e le ragioni cristologiche ed ecclesiali che la motivano? Quali le attese ineludibili del cuore umano, che interpellano i credenti e il loro dovere di evangelizzare? Come raggiungere tutti coloro che vivono sul territorio della parrocchia e in particolare le famiglie? Come presentare il dono del Vangelo? Perché preferire eventualmente Marco, definito spesso “il vangelo del catecumeno”? Qual è il contenuto dell’annuncio in questa fase? Come proporre concretamente il “kérygma” (avvalendosi anche dei sussidi preparati a livello diocesano)? Un secondo gruppo di temi, da approfondire anche successivamente, dovrà comprendere questioni come le seguenti: come passare dal primo annuncio alla catechesi, e quindi dalla visita fatta nelle case o negli ambienti di scuola e di lavoro agli incontri promossi nelle sedi della comunità o in locali adatti a una riflessione comunitaria? Come presentare negli incontri di catechesi i vari aspetti della fede cristiana (utilizzando strumenti come la Lettera ai cercatori di Dio, preparata a cura della Commissione per la Dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, o le Piccole Introduzioni alla fede, alla vita cristiana e ai sacramenti, da me stesso approntate)? Come accompagnare i destinatari dalla catechesi a momenti di preghiera e a celebrazioni liturgiche dedicate in particolare ai destinatari della missione, fino alla partecipazione alle liturgie festive e feriali della comunità tutta? Occorrerà poi aiutare ciascuno a discernere i doni ricevuti dal Signore per metterli al servizio di tutti nella comunità cristiana, fino a vivere la vocazione specifica cui si è stati chiamati: come farlo? Un momento solenne di confessione della fede e d’invio missionario potrà concludere la missione. È bene tuttavia ricordare che - inviata dal Padre, per Cristo, nello Spirito - la Chiesa è sempre “in uscita”: pertanto, la missione non è mai propriamente conclusa. Sarà necessario, allora, programmare ciclicamente tempi specifici di missione, per rilanciare costantemente la coscienza del compito missionario di ogni battezzato, ravvivare la fede di quanti sono “vicini” e proporla a quanti sono “lontani”. 

    8. Il ruolo della preghiera.

    Poiché il vero agente dell’azione missionaria della Chiesa è lo Spirito Santo, la missione andrà preparata e accompagnata con l’invocazione e l’accoglienza orante dello Spirito, e dunque con molta preghiera. A tale scopo, si organizzeranno momenti di adorazione comunitaria, in cui coinvolgere quanti più fedeli possibile nell’invocare il dono del Consolatore sulla missione e specialmente sugli operatori e i destinatari. Ad alcuni potrà essere affidato lo specifico ministero dell’orazione, valorizzando così in particolare il contributo degli ammalati e delle persone anziane o disabili, l’offerta delle cui prove e sofferenze è preziosa agli occhi di Dio.

    L’affidamento all’intercessione di comunità religiose, specialmente contemplative, è quanto mai auspicabile. A ogni battezzato già impegnato nella vita della comunità andrà chiesto di invocare ogni giorno con fiducia lo Spirito Santo nella forma tradizionalmente usata dalla fede della Chiesa e che riporto a conclusione di questa lettera perché ognuno la reciti invocando sulla nostra comunità diocesana il dono di una rinnovata Pentecoste, anche attraverso l’impegno delle missioni parrocchiali:

    “Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato. / O dolce consolatore, dono del Padre altissimo, acqua viva, fuoco, amore, santo crisma dell’anima. / Dito della mano di Dio, promesso dal Salvatore, irradia i tuoi sette doni, suscita in noi la parola. / Sii luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore; sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore. / Difendici dal nemico, reca in dono la pace, la tua guida invincibile ci preservi dal male. / Luce d’eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo Amore. Amen!” Maria, Madre del Redentore e Madre nostra, interceda per noi e ci aiuti a essere missionari credibili dell’amore del Suo Figlio, il Signore e Salvatore nostro Gesù!