“Credi tu questo?” (Gv 11, 26)

    Il Consiglio delle Chiese Cristiane delle Marche *



    1. “Credi tu questo?”: questa domanda di Gesù è il fondamento della fede cristiana. È una domanda che percorre tutto il corso della storia e che ci interpella profondamente sul piano personale ed ecclesiale. Il brano scelto ci commuove perché ci richiama l’evento centrale della nostra fede: Gesù è risorto, è la risurrezione e la vita, la morte non ha l’ultima parola, ma è sommersa dalla risurrezione di Cristo. Siamo nella parte del Vangelo di Giovanni chiamata “vangelo dei segni”: segni che rivelano tratti fondamentali del mistero di Cristo, segni che preludono al “Segno” perfetto e definitivo, all’evento della “gloria”, cioè il mistero pasquale, il dono totale che Cristo fa di sé al Padre e agli uomini, evento di salvezza e di rivelazione, dono dello Spirito ed espressione di un amore senza misura. Nel contesto del capitolo 11 contrassegnato dall’attesa di quell’“ora”, risuonano le parole del dialogo tra Marta e il Signore: da una parte, la delusione, la fragilità e il dolore di Marta, che con Lazzaro sa di aver perso tutto ciò che aveva: “se tu eri qui, mio fratello non moriva!”. Dall’altra parte Gesù, il Signore della vita che davanti a lei afferma: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; anzi chi vive e crede in me non morirà mai” (Gv 11, 25-26). Una affermazione potente che non è solo un messaggio comunicativo, ma è performativo, è dabar. Parola di Dio efficace che realizza ciò che dice: non un messaggio ma un evento di risurrezione che spezza ogni delusione e dolore e che interpella personalmente e profondamente Marta e ognuno di noi: “Credi tu questo?”. Sì, Marta lo aveva capito bene, il Padre nulla avrebbe negato a Gesù, ed era certa che ci sarebbe stata una risurrezione di tutti coloro che avevano creduto nel Maestro. Ed è singolare che proprio a una donna il Signore si riveli come la risurrezione e la vita, così come a una donna samaritana si è rivelato come Messia, e così come le donne saranno sotto la croce fino alla fine, e saranno donne le prime testimoni della risurrezione.

    2. “Credi tu questo?”: sì, significa credere nella persona di Cristo e nel suo Spirito sia nella storia e nella vita personale di ognuno di noi, sia come chiese cristiane. In questo presente tempo in cui lo scetticismo verso i principi e le verità evangeliche sembra farla da padrone, i cristiani sono chiamati a credere e soprattutto vivere la fede in Gesù credendo alla sua Parola, credendo a ciò che può sembrare impossibile, perché il nostro Dio è l’Iddio dell'impossibile. La risurrezione è un vero e proprio ritorno alla vita, è un miracolo di Dio che si accetta per fede, estraneo al pensiero del nostro tempo ma è un miracolo e un dono. E la risurrezione di Cristo è garanzia della risurrezione dei credenti e della realtà della communio sanctorum, aprendo nuove prospettive sul piano personale e comunitario, sul piano escatologico e sul piano esistenziale ed ecclesiale.

    3. “Credi tu questo?”: anche nel cammino ecumenico si tratta di credere in Cristo nostra speranza, che nella sua Carne ha abbattuto il muro della divisione e ha fatto di due popoli una cosa sola (cfr. Ef 2, 14-15). Si tratta quindi di immergere in lui e nel suo Spirito il nostro cammino che porta i segni delle fragilità e degli interrogativi del presente. Crediamo che l’ecumenismo non sia soltanto un lavoro diplomatico, incontro al vertice o l’intesa pratica in uno spirito di collaborazione per le diverse iniziative, ma sia innanzitutto incontro personale con Cristo, guardarlo negli occhi e credere in lui e nella sua forza trasformante. Alle volte siamo presi dalla tentazione di accomodarci sui risultati raggiunti o dalla delusione per il fatto che dopo i documenti congiunti di particolare rilievo sul piano storico e teologico non si sia già arrivati all’unità auspicata. Pensiamo a Paolo VI e Athenagoras che già 60 anni fa, il 7 dicembre 1965, auspicavano di celebrare mangiando dall’unico pane e bevendo dall’unico calice. Sembrava una cosa imminente. Importanti risultati sono stati raggiunti con il B.E.M., con il Documento congiunto sulla giustificazione, e sulla commemorazione congiunta dei 500 anni della Riforma, ma poi nel difficile momento storico degli anni ‘20 di questo secolo, caratterizzati dalla drammatica esperienza della pandemia e della guerra in Ucraina e in Medio oriente, sembra di trovarsi in un tempo sospeso dove tutto è congelato e immobile. E qui, quando ci sembra di poter dire con Marta “Signore, se tu eri qui, mio fratello non moriva!”, Cristo dice ancora una volta in questo momento storico: “Io sono la risurrezione e la vita (…) Credi tu questo?”. Dunque, si tratta di credere nella risurrezione anche per quanto riguarda il cammino ecumenico. Sì, credere nella persona di Cristo. È lui che ha trasformato ogni immobilismo, ogni rigidità ogni tentazione, ogni difficoltà in luce, ogni morte in vita. Anche per il cammino ecumenico che noi come corpus christianorum effettuiamo. È lui che è entrato nelle nostre divisioni e le trasforma in perdono, misericordia, rinnovato amore reciproco, in una visione di unità poliedrica dell’unica Chiesa di Cristo, (cfr. Evangelii Gaudium 236). Sentiamo a livello personale e come delegati delle nostre chiese l’interrogativo che ci interpella in coscienza profondamente. Credi tu questo? Credi in un mondo trasformato dall’amore e dalla luce di Cristo, vita e risurrezione, anche quando sembrano addensarsi le tenebre? Facciamo nostra la preghiera di Bonhoeffer a Flossenburg: “Al cominciar del giorno, Dio ti chiamo (…) c’è buio in me in te invece c’è luce. Sono solo ma tu non mi abbandoni, non capisco le tue vie, ma tu sai quale è la strada, Padre del cielo siano lode e grazia a te!”

    4. “Credi tu questo?”: significa credere che non può essere svuotata la croce di Cristo. Ed è qui che possiamo ricordare quanto dissero Giovani Paolo II e Bartolomeo nel 1994: “Carissimi, abbiamo questo compito comune, dobbiamo dire insieme fra Oriente e Occidente: Ne evacuetur Crux! (cfr. 1Cor 1,17). Non sia svuotata la Croce di Cristo, perché se si svuota la Croce di Cristo, l’uomo non ha più radici, non ha più prospettive: è distrutto! Questo è il grido alla fine del secolo ventesimo. È il grido di Roma, il grido di Costantinopoli, il grido di Mosca. È il grido di tutta la cristianità”.

    5. “Credi tu questo?”: significa credere nello Spirito di Cristo che ci guida alla verità tutta intera. Noi cristiani delle diverse chiese delle Marche crediamo che lo stesso Spirito che ha contraddistinto i primi cristiani a Nicea ci ha radunati insieme e ci sta facendo fare insieme un cammino di fraternità e di profonda accoglienza. Non lo potevamo nemmeno immaginare, quando nel 2011 ci siamo trovati a Loreto solo con una bozza di progetto ma come rappresentanti di diverse chiese per proclamare l’unica vera Chiesa in Cristo con sensibilità diverse. È stato molto bello studiare insieme uno statuto per poter testimoniare insieme nella nostra regione la nostra esperienza cristiana. Il fatto di trovarci a Loreto non è stato qualcosa di divisivo, anche se inizialmente poteva esserci qualche timore. Anzi, continuiamo ogni anno a trovarci proprio a Loreto come cristiani che nella loro diversità si radunano insieme in preghiera alla vigilia di Pentecoste effettuando una veglia ecumenica per chiedere il dono dello Spirito ed affidargli il cammino ecumenico. Questa esperienza che facciamo insieme da tre anni ci corrobora, ci unisce, ci fa avanzare nel cammino di conversone personale e comunitario come chiese.

    6. Il Concilio di Nicea che ricordiamo nell’anniversario dei 1700 anni della sua convocazione, è di profonda attualità anche oggi, perché ci offre l’immagine di un Dio che in se stesso è comunione, è dialogo, è amore: la Trinità come modello di unità nella diversità, proclamando il Figlio come consustanziale al Padre si mette in evidenza non solo che il Figlio è Dio come è Dio il Padre, Dio vero da Dio vero, ma come l’amore costituisca lo specifico della Trinità, dove ogni Persona ha la sua specifica identità nella piena unità e nella totale donazione alle altre. Il Concilio di Nicea ci mostra la Trinità come modello dell’unica Chiesa di Cristo e ci ricorda che il cammino ecumenico si alimenta nell’amore reciproco che costituisce l’essere di Dio.

    7. Il ricordo del Concilio di Nicea ci porta a pensare ad Atanasio, Padre della Chiesa, difensore della fede trinitaria espressa a Nicea contro l’arianesimo. Atanasio conosce il dramma delle divisioni
    della Chiesa antica, conosce le false accuse, l’esilio e la persecuzione, ma nella sua fedeltà a Cristo, nel credere fermamente in lui, che è la risurrezione e la vita riesce a intuire nel mistero di Cristo il disegno di Dio sull’uomo: in Cristo, Dio si è fatto Uomo perché l’uomo possa divenire Dio. Sì, Egli riesce a mostrarci la divinizzazione dell’uomo come centro dell’antropologia cristiana e della vita della chiesa, O admirabile commercium, o meraviglioso scambio tra la nostra povertà e la sua grandezza, che riecheggia tra gli antichi padri e che indica ancora nel cammino delle chiese di oggi la certezza che la nostra povertà è stata assunta e trasformata da Cristo. Ancora oggi ci viene chiesto: credi tu questo? E ancora oggi possiamo dire che crediamo fermamente in Cristo e nell’azione del suo Spirito, e crediamo che la divinizzazione dell’uomo in comunione con gli altri nella reciprocità dell’amore e dunque nella koinonia, possa costituire il centro della ecclesiologia cristiana e la meta del cammino ecumenico: tutti uno in Cristo, risurrezione e vita. Che il Signore ci aiuti a proseguire in questo cammino!

    * Presentazione del sussidio di preghiera per l'unità dei cristiani (18-25 gennaio 2025)