Cristiani in un mondo

    che non lo è più

    Intervista al Card. Jozef De Kesel a cura di Giuliano Zanchi


    Martedì 29 ottobre, per il ciclo di incontri organizzato dalle ACLI bergamasche Molte fedi sotto lo stesso cielo, il cardinale De Kesel, arcivescovo emerito di Malines-Bruxelles, ha presentato il suo ultimo libro Cristiani in un mondo che non lo è +, intervistato dal direttore della Rivista don Giuliano Zanchi. Jozef De Kesel è stato arcivescovo di Bruxelles fino al 2023, dove ha svolto il suo compito di pastore della Chiesa in una porzione d'Europa tra quelle in cui i passaggi dell'epoca hanno forse lasciato le loro tracce più significative, più intense e anche più interpellanti, anticipando i cambiamenti che la Chiesa italiana si è trovata a vivere più recentemente. Per questo il colloquio porta su temi di grande interesse e attualità che il già il titolo del libro esplicita adeguatamente.

    GZ – Nel 2023 il cardinal De Kesel ha scritto un libro, Cristiani, che in italiano è tradotto col titolo Cristiani in un mondo che non lo è + (Libreria Editrice Vaticana, 2023. Prefazione di Lucia Vantini, 144 pp.). Un libro che ha suscitato diverse percezioni: per qualcuno un libro di un certo pessimismo che indurrebbe a vedere la parte oscura del passaggio d'epoca e del cambiamento. Per altri, fra i quali mi colloco, è un libro invece pieno di realismo, di quel coraggio tipicamente cristiano capace di guardare le cose così come sono che alla fine aiuta lo spirito, mettendo un po' al riparo da attese sbagliate e quindi dalle frustrazioni conseguenti. È un libro che mi ha certamente aiutato molto. Partirei con la domanda più elementare che si può fare di fronte a un libro e che ci serve anche per avviare la conversazione: Eminenza, perché ha scritto questo libro?
    JDK – Papa Francesco più di una volta ha detto che oggi non viviamo un tempo di cambiamento, un'epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d'epoca. I tempi sono mutati e ho scritto questo libro per capire che cosa è cambiato. Penso che sia molto importante per noi cristiani e per la Chiesa comprendere il tempo in cui vive. Il Concilio Vaticano II nella sua Costituzione Gaudium et Spes ha messo il titolo La Chiesa nel mondo di oggi, Ecclesia ín mundo huius temporis, non nell'Ottocento, ma adesso. Ho scritto questo libro per capire in che tempo viviamo e in che tempo siamo chiamati a essere la Chiesa di Cristo. In questo libro c'è dunque una riflessione sulla Chiesa e la sua missione in un mondo che è cambiato ed è un mondo secolarizzato. Per capire, sapere: quando vogliamo andare avanti dobbiamo sapere anche da dove veniamo.

    GZ – Qualche decennio fa da noi si poteva sentir parlare con una certa sufficienza del cattolicesimo del nord Europa, come se la secolarizzazione che quel cattolicesimo stava già vivendo fosse anche in parte assecondata dalle scelte troppo avanzate delle sue Chiese. Qui un po' si aveva l'idea che mantenere fermezza sui nostri elementi di tradizione ci avrebbe invece garantito degli scenari diversi. Ora anche in Italia stiamo sperimentando glí stessi processi, c'è una secolarizzazione che, magari con accenti non identici però analogamente, arriva anche a noi. Allora chiedo, secondo lei quali sono gli aspetti più rilevanti di questa società secolare nella quale tutti ci siamo venuti a trovare, quali gli elementi che fanno maggiormente la differenza rispetto al passato? In che modo anche una cultura secolarizzata può offrire aspetti positivi per la testimonianza cristiana?
    JDK – Sì, non è strano che anche qui in Italia si verifichi il confronto con la cultura di un mondo secolarizzato, è un processo molto complesso e che forse è iniziato da lungo tempo, a partire dal Rinascimento, lentamente la società qui in Europa, nell'Occidente, si è secolarizzata. Dobbiamo essere consapevoli che precedentemente, durante quasi un millennio, il cristianesimo è stato la religione culturale di tutta la società dell'Occidente. Dopo l'antichità, a partire dal quinto secolo, in un processo complesso, la società è divenuta una società cristiana, una società religiosa. Vuol dire che tutti gli abitanti e i cittadini di questa cultura, di questo continente, erano cristiani. Non dico che tutti fossero credenti come il Papa, ma il cristianesimo era il quadro di riferimento di tutta la cultura, il pensiero, la filosofia, la morale, anche la politica, il diritto, l'arte, la vita sociale. Tutto questo era impregnato dalla fede cristiana, come accade con l'Islam in certi paesi ancora oggi. Ed è questo che è cambiato: in Occidente il cristianesimo non ha più la funzione di una religione culturale, che innerva tutta la cultura, perché – e questa è l'essenza della secolarizzazione – la società, la cultura, è diventata pluralista. Ci sono molti cristiani anche in Belgio (qualcuno pensa che in Belgio tutto è perduto, ma non è vero), ma i cristiani non rappresentano più l'insieme della popolazione. Ci sono musulmani anche da noi, ci sono ebrei, ci sono appartenenti ad altre religioni, ci sono anche persone che non hanno una fede religiosa. In questa cultura dobbiamo vivere.
    Qual è la grande differenza con il passato? Penso che sia questo: nel passato l'essere cristiano era qualcosa che potevo condividere con tutti, era quasi un'evidenza. Questo non è più il caso odierno. Oggi si vive in un ambiente pluralista, ma ciò non può essere inteso come una minaccia della fede. Penso che lo dobbiamo accettare e che possiamo vivere in una società che non è cristiana. D'altra parte, in molti paesi nel mondo, il cristianesimo non è mai stato una religione 'culturale', ma in quella situazione è stato possibile essere Chiesa e testimoniare la nostra fede. Quando vedo la nostra situazione, a volte mi domando se sia preferibile una cultura religiosa o una cultura secolarizzata. È chiaro che vivere ed essere Chiesa in una cultura cristiana, in un mondo che è già cristiano, per la Chiesa è molto comodo. Ma penso che la Chiesa non sia chiamata necessariamente a vivere in un mondo cristiano. Ha potuto farlo durante quasi un millennio, e ha cominciato a pensare che potesse essere la situazione normale, quella in cui si può essere Chiesa veramente. E forse adesso ha un po' paura di essere Chiesa in un mondo che non è necessariamente un mondo cristiano. Evidentemente era più comodo prima, con il rischio di avere molta influenza e qualche volta anche molto potere.
    Nel passato la situazione è stata molto difficile, perché quando una religione ha una funzione culturale, che copre tutta la cultura, allora non può accettare altre possibilità, come testimonia la storia degli ebrei in Occidente durante tutta il periodo della cristianità. Dunque non dobbiamo pensare che nel passato tutto fosse meglio, in quella situazione c'era sempre anche il pericolo di diventare una Chiesa con molta influenza, molto potere. E penso che ancor oggi paghiamo per questo passato.
    Nella nostra situazione secolarizzata, la fede diventa veramente una scelta personale. Nel passato qualcuno poteva essere veramente un credente, ma non c'era una vera scelta, perché c'era soltanto la possibilità della fede cristiana. Ora invece scegliere è importante per il cristiano perché la fede è la risposta personale dell'uomo a Dio che si rivela. Dunque mi pare che in questa nuova situazione sia importante vedere e valorizzare l'importanza della libertà della persona nell'atto di fede. Ma anche accettare che ci sono altre fedi. La nostra cultura è diventata pluralista, dunque siamo cristiani nel cuore, ma nel rispetto degli altri.

    GZ – A proposito di passaggi, un passaggio essenziale, senza del quale non si spiega la nostra situazione di Chiesa così come noi la viviamo, è stato il Concilio Vaticano II, che è l'eredità recente più importante e che in questi anni è stata anche oggetto di un importante lavoro di recezione. L'eredità si assume, si cerca di comprenderla, di interpretarla e in questo lavoro di interpretazione ci sono anche voci che nutrono un forte risentimento nei confronti del Concilio Vaticano II. Queste affermano che, se le cose sono andate così, è perché c'è stato il Concilio che ha fatto certe scelte e ha accelerato la secolarizzazione. Allora la domanda: era necessario il Concilio Vaticano II e sarebbe necessario un Vaticano III oggi, come diceva prima di morire il cardinale Martini?
    JDK – Sì, era necessario, questa è la mia convinzione. Il Concilio Vaticano II, a mio avviso, è stato un evento molto provvidenziale. Non dobbiamo dimenticare la situazione precedente al Vaticano II. Penso soprattutto alla seconda metà dell'Ottocento e alla prima metà del secolo scorso. Sono stati decenni dominati dall'atteggiamento della Chiesa contro la società moderna, essa non poteva accettare il cambiamento del quale ho accennato nella prima risposta. Era impossibile per la Chiesa accettare quel cambiamento d'epoca e così si era veramente messa in una posizione antimodernista che ha scatenato una crisi che è durata per tutta la prima metà del secolo scorso.
    Papa Giovanni si è reso conto che non era più possibile continuare così, per esempio nel negare il dialogo interreligioso e la libertà religiosa. Non è il Concilio che ha cambiato la situazione, ma Papa Giovanni ha convocato il Concilio perché i tempi erano cambiati – non è l'inverso! – e ha detto: abbiamo bisogno di un aggiornamento della Chiesa. Aggiornamento non significa adattarsi a tutte le evidenze della cultura moderna. Per Papa Giovanni voleva dire superare una Chiesa chiusa in se stessa, che si preoccupa unicamente dei suoi problemi. L'aggiornamento di Papa Giovanni mirava a una Chiesa che è aperta al mondo, che è solidale con esso, perché nel passato aveva condannato il mondo. E questo il Concilio Vaticano II lo dice nelle prime parole di Gaudium et Spes, così belle: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo», una Chiesa che è, come dice il Concilio, intimamente legata, solidale con la storia dell'umanità.
    Papa Giovanni voleva una Chiesa come la vuole Papa Francesco oggi, una Chiesa in uscita, una Chiesa che non vuole condannare il mondo, una Chiesa che sa molto bene che Dio ha amato questo mondo e ha donato il suo Figlio a questo mondo, non per condannarlo, ma per salvarlo. E dunque senza il Concilio sarebbe impossibile oggi parlare di dialogo inter-religioso, di ecumenismo, di libertà religiosa. È grazie al Concilio che oggi la Chiesa può veramente impegnarsi nel mondo.
    Veniamo alla seconda parte della domanda, è necessario un Vaticano terzo? Anzitutto non so se il Concilio prossimo dovrà tenersi in Vaticano, non è una legge divina, si sono tenuti concili po' dappertutto nel mondo. In un certo senso dico sì, abbiamo bisogno di un Concilio, ma penso non immediatamente, perché dobbiamo ancora accettare, assimilare, digerire il Concilio Vaticano secondo. Ho assistito al Sinodo in ottobre, per me il Sinodo sulla sinodalità è una tappa importante nella ricezione del Concilio, perché in esso si parla della collegialità, e ora della sinodalità, nella quale tutta la Chiesa è implicata. Dunque ci sono molte sfide per la Chiesa di oggi e per il suo futuro. Forse anche il Sinodo, senza saperlo, sta preparando il prossimo Concilio, che non sarà a breve, forse per il momento è un po' troppo presto, ma è certo che il Vaticano secondo non è stato l'ultimo Concilio, e anche questo Sinodo non sarà l'ultimo Sinodo, la Chiesa e la tradizione continuano.

    GZ – Abbiamo un futuro davanti! A questo proposito vorrei chiederle di una questione importante, delicata e difficile, la questione degli abusi, con cui la sua Chiesa ha fatto i conti già da tanto tempo e in modo anche particolarmente impegnativo. Questo è un problema che tocca la Chiesa in profondità, è un'enorme ferita che non la intacca soltanto dal punto di vista della reputazione sociale, ma proprio in ciò che la Chiesa è in sé. Le chiedo: secondo lei, Eminenza, da dove viene questo male così profondo, che è anche un male che riguarda tutta la società, ma che, annidato nella Chiesa, è ancora più incomprensibile, ancora più odioso? Cosa si deve fare, secondo lei, per sradicarlo?
    JDK – Evidentemente non so da dove viene questo male, perché non sappiamo mai da dove viene il male, il male è un mistero, è una delle grandi questioni della teologia e anche della filosofia. Cerco di capirlo un pochettino ma è difficile dare una spiegazione. È come per la Shoah, si possono scrivere molti libri su questo tema, ma non è mai possibile capirla fino in fondo. Non si capisce come qualcuno può abusare di un bambino. Non è comprensibile. Ma come si fa?
    Anche in Belgio siamo molto provocati da questo problema. Abbiamo avuto la prima crisi per la Chiesa nel 2010 e fino a oggi c'è sempre qualcosa che preoccupa la Chiesa in Belgio e anche in Francia. Ma ci sono stati casi degli anni 50 e 60. Era il tempo in cui la Chiesa aveva ancora un certo potere. Era ancora la religione culturale della società. E si vede che questa situazione per la Chiesa è alla fine pericolosa. Papa Francesco ne parla oggi in termini di clericalismo: il sentimento, l'atteggiamento di sentirsi superiori agli altri in forza del proprio essere prete, del non essere come gli altri e quindi anche di poter permettersi più degli altri. E questo atteggiamento è un pericolo che proviene anche da certa concezione, una certa teologia del sacerdozio. Quando un prete ha un grande influsso, ciò può far sì che l'altro taccia. Così dominava la cultura del silenzio. Nessuno ne parlava.
    L'atteggiamento clericale è pericoloso, ma con questo non posso dire di aver spiegato questo male. Resta un mistero. Voglio aggiungere che il sentimento di clericalismo si verifica qualche volta anche per la Chiesa nel suo rapporto al mondo. È una Chiesa che si sente superiore al mondo, una Chiesa che insegna sempre e che non deve ascoltare perché pensa di non aver niente da ricevere dal mondo. E questa è stata l'intuizione di Papa Giovanni quando ha parlato, anche nel Concilio, dei «segni dei tempi», di essere aperti al mondo, non per adattarsi a tutte le evidenze della cultura moderna, perché esse pongono molte domande, ma di vedere in essa ciò che c'è di buono. Una Chiesa che si sente superiore al mondo è il grande pericolo per la Chiesa oggi: vivere nel 'suo' mondo, che è clericale. Ma essa non è chiamata per vivere nel suo mondo, ma nel mondo, nel saeculum, nella secolarizzazione, nel senso profondo della parola. Questa è la sua chiamata.
    Penso che questo atteggiamento clericale sia un gran pericolo per il futuro della Chiesa. Una Chiesa che deve invece diventare più umile. Nel caso degli abusi, questo significa dire che non abbiamo niente da difendere, non c'è difesa riguardo a questo. Su questo problema in futuro si dovrà essere molto attenti. Forse il problema resterà sempre, l'uomo resta lo stesso, ma i giovani sono molto più consapevoli di questo problema che nel passato. Oggi è un vantaggio che siamo tutti coscienti del problema degli abusi, perché nel passato c'era la cultura del silenzio e non se ne parlava. Ma dobbiamo essere attenti anche perché non si tratta soltanto di abusi sessuali, ma anche di abusi di potere, l'abuso sessuale è sempre abuso di potere, legato all'avere potere sull'altro. Uno dei grandi problemi discussi al Sinodo è stato l'esercizio dell'autorità nella Chiesa, un esercizio non autoritario, ma sinodale: ascoltarci e discernere insieme prima di prendere una decisione. Ci sono atteggiamenti non clericali ma sinodali nella Chiesa.

    GZ – Ritorno sul tema che il libro cerca di interpretare e comprendere, cioè la secolarità e la secolarizzazione. Lo faccio passando attraverso un libro che è stato scritto più di dieci anni fa ma che è molto interessante, si tratta di La santa ignoranza (Feltrinelli, Milano 2009) di Olivier Roy, un sociologo francese. La sua tesi è la seguente: la religione sul nostro pianeta prospera, vive e resta numericamente importante laddove non c'è il progresso scientifico, non c'è l'istruzione, non c'è la tecnologia. Insomma, ciò significherebbe che si può essere religiosi solo quando si è poveri e ignoranti. La secolarizzazione sarebbe così figlia del progresso di una umanità che diventa adulta dal punto di vista razionale e quindi emancipata dal punto di vista scientifico e tecnologico. Naturalmente si possono eccepire molte cose a una lettura di questo tipo, però ci serve per porre una domanda: l'Occidente, dove è fiorita la secolarizzazione, dove sono nati i presupposti della secolarità, l'Occidente sarà ilfiituro del mondo? Cioè, basterà che arrivino l'istruzione, la scienza e la tecnologia anche in Africa e in tutte quelle aree dove ancora il senso religioso è molto forte e tutto il mondo diventerà come l'Occidente secolarizzato?
    JDK – Evidentemente non sono d'accordo con questa tesi. Perché se la fede cristiana può soltanto esistere là dove prosperano povertà e ignoranza, allora è triste per la fede. Penso che, come faccio nel mio libro, dobbiamo distinguere fra secolarizzazione e secolarismo. Secolarizzazione vuol dire che non viviamo più in un mondo cristiano ma in una cultura pluralista, dove però ci sono ancora la Chiesa e la fede, ci sono anche altre religioni, o gente che non ha una convinzione religiosa, ma siamo insieme in questa società. Il secolarismo dice che in fondo la religione non ha senso che per la vita privata delle persone, vuole affermare che la religione non ha nessuna rilevanza per la società. Penso che questa tesi di Olivier Roy veda la religione quasi necessariamente come religione culturale. Ma per esempio nell'Occidente secolarizzato ci sono molti cristiani, io personalmente sono credente, lei è credente, noi apparteniamo a questa cultura. Non vivo nell'Ottocento, ma adesso, ho un po' di intelligenza e sono cristiano. Ci sono molte persone, anche scienziati, che sono credenti. È possibile, ma non tutti lo sono. Penso che Olivier Roy voglia dire che ora tutti non sono credenti. Ma di fatto viviamo in una società dove ci sono credenti, dove ci sono cristiani e ci sono altre persone che non hanno fede. Dire che la religione è possibile soltanto in una società povera e con gente che non ha nessuna formazione è contro i fatti.
    Al Sinodo c'era un vescovo dell'America Latina, brasiliano, mi diceva di essere molto contento del mio libro perché lo trova importante anche per loro. Ciò mi ha fatto piacere perché ci sono domande in questo piccolo libro che sono rilevanti anche per la Chiesa in Africa. Da noi a Bruxelles ci sono molti sacerdoti africani e anche se la secolarizzazione in Africa non è come qui, possono apprezzare la tesi di questo libro, che se anche la Chiesa non vive necessariamente in un contesto cristiano, può vivere. Noi siamo abituati a pensare che sia normale vivere in una società cristiana, ma è l'eccezione. Normalità è che la Chiesa viva in un mondo che non è cristiano, è così in Cina, è così in molti paesi. Nel mio libro ho scritto qualcosa che mi interessa molto sulla piccola comunità di Tibhirine in Algeria, una comunità di trappisti e che vive il cristianesimo in un contesto non cristiano ma musulmano. Questo è un paradigma, una parabola della Chiesa e della sua chiamata nel futuro, per essere presente nel mondo ma non con una pastorale di riconquista di quanto abbiamo perduto. Non possiamo ritornare al passato, dobbiamo accettare questa situazione, essere presenti nella società al modo di questa comunità. Erano monaci, che vivevano della preghiera, della liturgia, del lavoro, ma anche con una grande amicizia per i poveri attorno al monastero. La vicenda è nota, sapete che a un certo momento per i monaci la situazione si è fatta pericolosa, perché gli estremisti non potevano accettare la reciproca amicizia fra monaci e musulmani. A un certo momento hanno fatto un discernimento comunitario, insieme, per capire cosa fare: rimanere, scelta pericolosa, con il rischio di morte, o partire. Hanno deciso insieme di restare, di non partire, con tutte le conseguenze, fino al martirio. Perché sono restati? Potevano partire, erano francesi, potevano ritornare in Francia in un loro monastero. Perché non l'hanno fatto? Non volevano lasciare queste povere persone. Se avessero deciso di partire davanti al pericolo, avrebbero detto: «noi non siamo come uno di voi, noi siamo stranieri», mentre loro vivevano la solidarietà con questi poveri, e sono restati: «siamo vostri fratelli e non vogliamo salvare la nostra vita». Ciò ricorda le parole di Gesù «chi cerca di salvare la propria vita la perderà». Per me questa vicenda dice la relazione fra Chiesa e mondo.
    Non c'è Chiesa senza il mondo e la Chiesa è chiamata a essere segno, sacramento, come dice il Concilio, segno visibile e reale dell'amore di Dio, che non è soltanto per la Chiesa, ma precisamente per il mondo. E il mondo è più grande della Chiesa e Dio è presente nel mondo, anche il mondo secolarizzato è il mondo di Dio. Il mondo non è senza Dio, Dio è presente nel mondo. La sua presenza non dipende dall'estensione della Chiesa e non è la Chiesa che va a salvare il mondo, è Dio che fa questo. La Chiesa deve testimoniare con parole e anche con gesti l'amore di Dio per il mondo, la sua salvezza. Ma lo Spirito – Dio ha inviato il suo Figlio, ma anche il suo Spirito – sta operando nel mondo, anche fuori dai confini della Chiesa, perché il mondo è di Dio, dunque la Chiesa non è tutto, deve essere dappertutto, ma non è tutto, è un segno, un sacramento. E questa piccola comunità di Tibhirine, senza spirito di proselitismo o di riconquista, con un grande rispetto per i musulmani, era presente e veramente solidale con questa gente. Questa è per me l'immagine della Chiesa del futuro.

    GZ – Seguendo questa scia del ripensamento di un compito ecclesiale, lei prima diceva che in questa fase di passaggio la Chiesa ha cominciato a capire che non deve sempre insegnare, non deve sempre insegnare tutto, non deve insegnare a tutti. Tuttavia se siamo qui a conversare, se c'è qualcuno che ci ascolta su questi temi, è perché c'è anche la convinzione che la Chiesa ha un compito nel mondo, deve dire delle cose e se non le dice non è se stessa. Le chiedo: di che cosa è segno la Chiesa? Qual è, secondo lei, la parola cristiana essenziale? Per quale motivo è necessario che la Chiesa esista?
    JDK – La Chiesa esiste perché Dio la vuole. È una risposta semplice, Dio ha bisogno della sua Chiesa per far conoscere al mondo il suo amore per il mondo. Questo è il mistero della Chiesa. La Chiesa non è soltanto una struttura, il Vaticano II nell'esordio della Lumen Gentium parla del mistero della Chiesa tramite il quale Dio vuole far conoscere il suo amore per il mondo e per questo ha bisogno della Chiesa.
    Se nessuno sa che Dio ama il mondo, Dio amerebbe comunque il suo mondo. Ma Dio ha il desiderio, e cosa è normale nell'amore, di far conoscere all'uomo il suo amore, e per questo la Chiesa lo deve testimoniare. Lo fa con le parole, l'annuncio del Vangelo e, se non sono sempre possibili le parole, vivendo il Vangelo con la sua presenza nella società. Per me è questo il senso delle comunità cristiane oggi: vivere il Vangelo. Tre cose sono sempre importanti per la Chiesa e per ogni comunità cristiana: vivere dell'ascolto delle parole di Dio e rispondere nella liturgia e nella preghiera; la fraternità; e all'esterno la solidarietà con i poveri e quelli che soffrono. La testimonianza è questo: ascoltare la Parola di Dio e celebrare la liturgia; essere veramente una fraternità, dove non ci sono maestri, ma tutti fratelli, come dice il Signore; mantenere un impegno all'esterno, in un mondo che soffre molto, la guerra, la violenza, la povertà, l'ingiustizia. Non si tratta di proselitismo, che accade quando incontro una persona con il desiderio esplicito di farle cambiare idea. Qui tutto è perduto. Ma se incontro qualcuno solo perché l'altro mi interessa, voglio conoscerlo, voglio conoscere tutto ciò che vive, e questo incontro non ha altri fini che l'incontro stesso, questa è l'amicizia che evangelizza, come i trappisti a Tibhirine.
    Papa Francesco in Evangelii Gaudium, citando Papa Benedetto, dice che la Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione: attrazione, cioè per la testimonianza viva di una comunità che vive autenticamente del Vangelo. Dunque penso che sia molto importante oggi non preoccuparsi del numero, pensare che se siamo numerosi allora tutto va bene. Occorre pensare alla qualità delle nostre comunità che vivono la Parola di Dio, che cercano di vivere anche la fraternità e che sono veramente un segno concreto dell'amore di Dio per il mondo e soprattutto per quelli che soffrono. Questa è la missione e in essa la Chiesa può essere numerosa, oppure può essere piccola, può essere una minoranza. Personalmente non penso che qui in Italia e anche in Belgio siamo una minoranza. Si parla facilmente di minoranza ma non lo siamo. Gli ebrei in Belgio sono 45.000 e vivono in tre città, questa è sociologicamente una minoranza. I cristiani non lo sono, forse in futuro potremo diventare una minorità, questo non lo so. La Chiesa può essere ricca, può vivere in molti e diversi contesti, ma la chiamata è sempre la stessa, essere un segno, un sacramentum. Nella teologia dei sacramenti si dice che il sacramentum, il segno, può essere molto piccolo, ma la res sacramenti, ciò che il segno significa, è universale, è l'amore di Dio per il mondo. Dunque la Chiesa può essere piccola come la piccola comunità in Tibhirine, come Charles de Foucauld che era solo fra i Tuareg, ma era presenza della Chiesa. Non voglio dire che questa sia la situazione ideale per la Chiesa, ma non dobbiamo piangere della situazione di oggi, che è anche una chiamata alla conversione, una grazia, un kairos per oggi, che non chiede una pastorale di presenza e di riconquista della Chiesa nella società.

    GZ – L'ultima domanda, è simile alla penultima, la pongo però da un altro punto di vista, chiedendole di raccontare con il filtro della situazione della Chiesa di Bruxelles, della Chiesa belga, di cui lei è stato pastore per tanti anni. Le chiedo se la nostra società, se la gente di questa società secolare si aspetta ancora qualche cosa dalla Chiesa. Credo che il destino più triste sarà quando non ci si aspetterà più niente da essa e non ci si scandalizzerà più nemmeno dei suoi peccati. In Belgio che cosa ci si aspetta dalla Chiesa? E la Chiesa è all'altezza di queste attese?
    JDK – Dobbiamo differenziare, c'è certamente una parte della popolazione che non attende più niente dalla Chiesa, è indifferente. Ma ci sono anche molti che si aspettano qualcosa da essa, ne abbiamo avuto prova nella consultazione avviata fra i cattolici del Belgio in preparazione del Sinodo. Nelle diocesi, nelle parrocchie, si aspettano una Chiesa più aperta, più sinodale, più vicina alle persone. Una Chiesa che non si perda, come dice Papa Francesco, nell'autoreferenzialità, che parla soltanto di se stessa, dei suoi problemi. Penso ci siano molte persone che si aspettano qualcosa dalla Chiesa. È curioso, ci sono molti, anche nella stampa contro di noi, che nella loro critica alla Chiesa, anche riguardo gli abusi, dicono implicitamente che dalla Chiesa si aspettano altre cose. Questo non vuol dire che tutti si aspettano ancora qualcosa, c'è molta gente per la quale noi non esistiamo. Questo accade anche quando la Chiesa diventa più piccola, più umile, preferisco usare questi termini perché non mi piace il termine minoranza. Più umile perché penso che molti sono un po' anticlericali, anche perché non siamo credibili e qualche volta nel passato abbiamo avuto un atteggiamento molto clericale, che non rispetta l'altro, che non rispetta la persona. Dunque penso che una Chiesa più trasparente, più piccola, ma soprattutto più umile, senza arroganza, possa essere più credibile. Ma questo è un lavoro che non si fa in breve tempo, non diventeremo una Chiesa sinodale in due anni, questa che ci aspetta è una vera conversione.
    Anche nel Sinodo si parla di rinnovamento e questo va fatto sicuramente anche a livello strutturale. Abbiamo bisogno di cambiamenti, ma rinnovare non è ancora la stessa cosa di convertire. Si tratta oggi per me di passare da una Chiesa, diciamo, clericale, a una Chiesa sinodale, più fraterna, più umile e questo domanda alla Chiesa una vera conversione.

    (FONTE: La Rivista del Clero Italiano, 11/Novembre 2024, pp. 780-791)