Il cammino della Chiesa italiana
dal Convegno ecclesiale
di Palermo ’95
Giuseppe Betori
1. Viviamo oggi una tappa, una delle prime tappe del cammino che dovrà condurre le nostre Chiese d’Italia verso l’appuntamento di Verona 2006. A noi, in questo momento, è chiesto di porre sulla strada una pietra miliare, che segni la distanza percorsa fino ad oggi da quando, dieci anni fa, proprio qui a Palermo, ebbe luogo l’appuntamento decennale della Chiesa italiana e, nel contempo, provare a dare qualche indicazione su un sentiero ancora da disegnare, attento alle asperità del terreno, profondo nel segno, sicuro nella direzione.
La strada a cui mi riferisco è quella solcata in questi ultimi anni dalla Chiesa italiana all’interno di un contesto caratterizzato da più fattori: la permanente incidenza del Concilio Vaticano II, evento che continua a mantenere “in movimento” tutto il mondo ecclesiale; l’identità di una Chiesa nazionale, sicuramente cresciuta grazie agli orientamenti pastorali di questi quattro decenni; il mutamento epocale che caratterizza il contesto culturale su molti versanti, come quelli della scienza, della comunicazione, dell’economia, ecc.; la precarietà di una convivenza sociale in cui le istanze della soggettività premono, non raramente con effetti devastanti, sulle forme condivise di costumi e di norme; non ultima la pressante spinta che vari ambienti culturali esercitano per confinare la sfera religiosa in una dimensione puramente privata. Sono soltanto alcuni tra i molti, anzi i moltissimi temi che interpellano oggi la Chiesa. Sono considerazioni che ci spingono a fare memoria di quanto costituisce un patrimonio delle nostre Chiese acquisito lungo un cammino che cominciò proprio qui, a Palermo.
Voglio anzitutto ricordare il contesto in cui quell’appuntamento si svolse. Alle spalle del Convegno stavano una serie di tensioni, anche ideologiche, che avevano prodotto, per almeno due decenni, ferite non superficiali nella comunità cristiana. Erano attriti da cui era nate fratture tra le aggregazioni ecclesiali, tra queste e le parrocchie, tra progressisti e tradizionalisti, per usare categorie con cui reciprocamente ci si censurava. Gli attriti, in verità, erano andati affievolendosi negli ultimi tempi, dopo aver toccato il loro apice a metà degli anni Ottanta. In una fase a noi più prossima, il tessuto pastorale era stato percorso invece dal sovrapporsi di temi, di ambiti, di impegni, tutti percepiti come urgenti: chi reclamava nell’azione pastorale il primato della famiglia e chi chiedeva la precedenza per i problemi del mondo giovanile; chi si schierava per l’importanza delle comunicazioni sociali e chi si dichiarava per la priorità dell’agire solidale verso antiche e nuove povertà, ecc. Un giustapporsi di urgenze, ciascuna appena connessa con le altre, se non addirittura percepita come alternativa: ne scaturiva la frammentazione e la settorialità dell’azione pastorale.
Se questi erano alcuni dei tratti che connotavano l’esperienza ecclesiale, attorno ad essa erano andati maturando ancor più decisivi passaggi culturali e sociali: i mutamenti antropologici legati alle istanze soggettivistiche e alle simultanee spinte alla omologazione culturale; la perdita progressiva dei legami sociali, sotto la pressione delle istanze localistiche, della crisi delle istituzioni e dei partiti; la fine, in questo contesto, della unità politica dei cattolici nella forma del sostegno ad un unico partito; la crescita ma anche il limite di una presenza dei cattolici nella società spesa prevalentemente sul versante dell’azione solidale e del volontariato. Anche qui ho accennato solo ad alcuni fattori di una situazione assai più complessa e variegata.
2. L’uno e l’altro contesto, quello ecclesiale e quello socio-culturale, vennero letti a Palermo alla luce di una nuova duplice esigenza, che possiamo definire come necessità di sintesi e di essenzialità, ma anche di più coraggiosa presenza nella storia, così da toccare insieme l’essere e la missione del cristiano e della Chiesa.
Sul primo versante questa esigenza si tradusse, e si traduce ancora, nella richiesta di riconoscere l’assoluto primato della spiritualità rispetto ad ogni altro “fare” della e nella Chiesa. La spiritualità diviene così parola chiave del cattolicesimo odierno, seppure non priva di equivoci. Ad essi il Convegno palermitano cercò di porre rimedio, ribadendo che si tratta di una spiritualità che deve incentrarsi sulla persona di Cristo, che deve tradursi in una vita nello Spirito di Cristo. Una spiritualità, pertanto, storica, personalizzata, di comunione, declinata secondo “reciprocità”. Trovò espressione sintetica in una formula: «Contemplativi nella storia e memori del mondo davanti a Dio» (Con il dono della carità dentro la storia, 11). Tutto questo sarà ripreso negli orientamenti pastorali di questo decennio nella forma del richiamo alla priorità della contemplazione cristologica.
Sul secondo versante a Palermo emerse l’urgenza di una “estroversione” della Chiesa mai disgiunta dal senso forte della verità, per aprirsi con una precisa identità al dialogo e all’incontro con l’uomo contemporaneo, nella consapevolezza che la Parola ha in sé capacità di incarnazione in ogni tempo e in ogni luogo. Alla Chiesa si chiedeva di uscire dalla falsa sicurezza di un supposto naturale processo di trasmissione generazionale della fede; si chiedeva, con il Papa Giovanni Paolo II, di uscire dalla pura conservazione dell’esistente per entrare decisamente nell’ottica di una coraggiosa missionarietà. Anche in questo caso gli orientamenti pastorali del decennio riprenderanno l’istanza, traducendola nella formula della comunicazione del Vangelo per l’uomo contemporaneo, colto nella sua tipica condizione di cambiamento culturale.
All’incrocio tra queste due esigenze si aprì lo spazio del “progetto culturale”. Orizzonte di quest’ultimo era, ed è, il riconoscimento delle sfide cruciali che la cultura pone oggi alla fede, nella convinzione che solo raccogliendo queste sfide la fede esprime la propria energia creativa e alimenta il rinnovamento dell’uomo e della società. L’obiettivo è quello di costruire, con le categorie di oggi, una visione del mondo cristiana, consapevole delle proprie radici e della propria pertinenza nelle questioni vitali, fiduciosa circa le proprie potenzialità nel dialogo con la cultura contemporanea per renderci capaci, tutti, di dire in modo originale e plausibile la nostra fede. Vi è un’intuizione di fondo dietro al progetto, che può essere così sintetizzata: far passare l’evangelizzazione della Chiesa italiana, cioè il suo compito proprio e naturale, attraverso un rinnovato e più intenso confronto critico con le forme della cultura diffusa, per dare continuità anche per il futuro alla valorizzazione dell’eredità cristiana che ha alimentato e costruito la nostra civiltà.
Solo entrando nel vivo del rapporto tra Vangelo e cultura e confrontandosi anche su quelle questioni che chiamano in causa l’essere della Chiesa nella storia è possibile salvare oggi questa eredità. La recente vicenda sul referendum riguardante la fecondazione assistita lo dimostra: si tratta di un’esigenza di sempre, ma che assume urgenze nuove in alcuni momenti e ambiti ben precisi che appartengono al nostro mondo d’oggi. Inoltre, l’intuizione circa il ruolo decisivo del rapporto tra fede e cultura si collega ad altri numerosi interrogativi di fondo che ci hanno accompagnato da allora: sulla qualità evangelica del nostro cattolicesimo, sui suoi tratti peculiari nel quadro del cattolicesimo europeo, sulla sua disponibilità al dialogo con le altre componenti religiose e culturali presenti nell’odierno contesto pluralistico della società, sulle sue potenzialità di proiezione missionaria, sulla sua capacità di tenuta di fronte agli intensi processi di scristianizzazione della mentalità e del costume.
Si tratta di riflessioni e preoccupazioni che hanno trovato e trovano riscontro in quello che in questi dieci anni è stato sempre più chiaramente percepito come il nodo stesso del progetto culturale. Mi riferisco alla questione antropologica, che oggi ci interroga sull’identità dell’uomo in particolare su due versanti distinti e complementari: il rapporto tra mente e corpo e il rapporto tra natura e cultura.
Una certa visione dell’uomo, più o meno riflessa ma comunque ricorrente, tende a separare la mente dal corpo: la libertà diviene così l’attributo della mente incorporea, rendendo tale libertà astratta e non calata nella vita reale, mentre il corpo sarebbe il “materiale” che si plasma, del tutto privo d’identità propria. Porre la questione antropologica e farne un fulcro del rapporto tra fede e cultura significa recuperare la consapevolezza che noi siamo il nostro corpo ed esso è il luogo della nostra libertà, intesa come capacità di azione concreta e non come scelta tra indifferenti. Si rifiutano in tal modo tutti quei pretesi usi della libertà che vorrebbero prescindere da ogni riferimento oggettivo, come le opposte ma ugualmente fatali derive delle fughe spiritualiste e dei riduzionismi materialisti.
Il secondo interrogativo è ancora più insidioso per la nostra concezione antropologica. Mi riferisco alle continue sollecitazioni del dibattito scientifico e culturale che ci stimolano a stabilire un limite a ciò che può esser “fatto” all’uomo, con l’uomo e dell’uomo. Le crescenti possibilità tecnologiche fanno continuamente arretrare il limite del “naturale” non ancora esposto alla manipolazione tecnologica, mettendoci così di fronte al rischio di combattere una perenne battaglia di retroguardia. La questione per la Chiesa non si cristallizza nell’alternativa – tipicamente moderna – tra “natura” e “artificio”, ma in quella tra una cultura che porti a compimento l’uomo (perfezionandone la “natura” nel duplice senso biologico e filosofico) e una che invece lo asservisca, limitandone la libertà. É evidente quanto simili problemi tocchino la possibilità stessa di evangelizzare la cultura, ovvero la capacità di tradurre il progetto di Dio sull’uomo nella cultura diffusa.
Ho volutamente indugiato su alcuni tratti della problematica antropologica per mostrare quanto grande e radicale sia oggi la posta in gioco nel confronto tra fede e cultura, e come tale confronto non possa essere compito affidato ai soli “dotti”. La battaglia per l’identità dell’uomo si svolge infatti non nel chiuso delle accademie o dei cenacoli, ma sulle piazze reali e virtuali della vita di tutti. Il progetto culturale è pensato come un complesso di iniziative ed attenzioni che uniscono “areopago” e “agorà”, e chiede pertanto a tutto il popolo di Dio di impegnarsi a ricomprendere le ragioni della propria fede e la sua capacità di offrire ragioni “buone” alla vita di tutti.
3. Su questo si è impostato buona parte dell’impegno ecclesiale di questo decennio. Potrei citare come riferimento primario, su tale versante di identità di fede e nel contempo di servizio dei credenti alla comunità umana, l’attenzione prioritaria mostrata dalla Chiesa, a partire dalla stessa articolazione locale e diocesana, nei confronti della famiglia: soggetto sociale ed ecclesiale fondato sul matrimonio. Su di essa, lo sappiamo, si sono largamente concentrati numerosi elementi negativi della cultura di oggi. La mentalità individualistica e refrattaria agli impegni duraturi, il ritmo frenetico della vita che allenta i legami e li rende sempre più precari, la mancanza di progettualità che chiude al dono della vita, il soggettivismo che fa di tutto una scelta che ha come riferimento soltanto il desiderio. Tutto ciò di fronte ad una sostanziale indifferenza se non, addirittura, al compiacimento per la disgregazione di un istituto basilare per l’esistenza stessa della società. Per questo la Chiesa si è impegnata a promuovere una pastorale organica con e per le famiglie, secondo gli orientamenti del Direttorio di pastorale familiare della CEI, cercando di valorizzare l’apporto di sacerdoti, di persone consacrate, di coppie animatrici e di gruppi ecclesiali, ricordando – nel contempo – alla politica che servire la famiglia è un servizio all’intera società. Inoltre, in considerazione degli ostacoli che derivano da costumi diffusi e da carenze legislative, si è raccomandato lo sviluppo dell’associazionismo familiare, perché le famiglie siano agevolate nello svolgimento dei loro compiti e nella tutela dei loro diritti. Più al fondo, per dare alimento all’uno e all’altro dei due versanti, quello pastorale e quello sociale, si è cercato di sviluppare una riflessione culturale e teologica sul soggetto famiglia, per riproporlo nella sua autentica dimensione naturale e nelle sue radici identitarie per la fede.
Quanto ho appena esemplificato per la famiglia è un paradigma che ha sorretto in questi anni le modalità di intervento della Chiesa italiana in diversi ambiti, ancorandosi al progetto culturale e irradiando a partire da esso convinzioni e azioni sul piano pastorale e su quello sociale. Si tratta di un cammino ancora in fieri, che attende di essere maggiormente condiviso, nelle intenzionalità e nelle forme.
Mi preme però qui ribadire che esso non si presenta come diverso o semplicemente parallelo al cammino dell’annuncio della fede, ma a questo complementare. Promuovere un’opera che faccia lievitare una riflessione e una visione dell’uomo e della società in senso cristiano costituisce infatti un contesto necessario per l’annuncio nelle condizioni culturali odierne e, al contempo, il suo naturale esito. Da questo punto di vista la connessione tra progetto culturale e comunicazione del Vangelo costituisce la modalità con cui nelle nostre Chiese abbiamo accolto l’istanza di Giovanni Paolo II alla “nuova evangelizzazione” per i Paesi di antica cristianità.
In quest’ottica si possono ricordare alcuni orizzonti che si vanno aprendo, che non possono dirsi ancora progetti compiuti, ma opzioni sempre più condivise. Mi riferisco anzitutto alla crescita della sete di ascolto nelle nostre comunità. È questo probabilmente il richiamo oggi più insistito, che prende le forme di ascolto degli altri, di ascolto tra fratelli nella fede e, soprattutto, di ascolto di Dio che ci parla: L’ascolto degli altri non significa rinuncia alla differenza cristiana o alla trascendenza del Vangelo, ma fiducia che la parola del Vangelo è capace di decodificare il mondo e le sue domande a partire da una connaturalità profonda con la “mentalità” di Cristo. L’ascolto dei fratelli, a sua volta, si esprime oggi come ricerca di edificare la Chiesa quale “casa” e “scuola” della comunione, che dal seno della Trinità si spinge all’accoglienza del fratello come “uno che mi appartiene”, a cui fare spazio nella vita. Infine, o meglio alla radice, l’ascolto di Dio e della sua parola, da sviluppare oltre ogni biblicismo incapace di contestualizzazione culturale e oltre ogni riduzione valoriale della fede cristiana pronta a declassarsi religione civile: la chiave di ogni lettura della parola è l’incontro con la persona di Cristo, nella mediazione della comunità dei suoi discepoli, cui si unisce la coscienza della valenza storica e quindi civile di ogni incarnazione del Vangelo.
Su questa attenzione all’ascolto si innestano altre urgenze di cui le nostre Chiese si vanno sempre più convincendo. Tra esse merita particolare menzione quella dell’iniziazione e dell’educazione alla fede. “Iniziare” è un mestiere nuovo, da imparare, per il cattolicesimo del nostro Paese che ha potuto a lungo contare sul “contagio ambientale” nel promuovere la risposta alla fede. Ma ora siamo in una transizione epocale, segnata dalla rottura del patto tra le generazioni. La tradizione non è negata: è più profondamente rimossa dalla memoria collettiva; e tra ciò di cui si sta perdendo memoria c’è la fede. Si innestano qui i richiami ripetuti al primo annuncio, a itinerari sempre più personalizzati, a proposte che siano sempre più ecclesiali e che coinvolgano in modo attivo tutti: tutti dobbiamo sentire l’impegno a invadere gli spazi di vita della gente per provocarli con la forza del Vangelo, di favorire l’accoglienza di chi si affaccia alla soglia della Chiesa, di accompagnare il cammino spesso esitante dei neofiti.
4. Se da un lato i ripetuti riferimenti nei documenti del Magistero al deterioramento della fede nel tessuto sociale e i conseguenti richiami a un rinnovato slancio apostolico hanno generato nel tempo un’esigenza di missione, questa presa di coscienza non ha però portato, generalmente, nel recente passato, a scelte pastorali innovative. Non di rado abbiamo assistito a un fraintendimento del binomio evangelizzazione e sacramenti, visto solo come giustapposizione di due termini e quindi come invito a un semplice aumento quantitativo di catechesi. Non solo, ma i dubbi circa la nuova evangelizzazione si sono spesso tradotti in un approccio incerto da parte delle aggregazioni ecclesiali, evidenziando in particolare l’incapacità delle parrocchie di superare una loro connotazione storica ben riassunta dall’immagine della “fontana del villaggio” che non si muove verso i suoi abitanti, ma sta in attesa di quanti vorranno ad essa abbeverarsi.
Ecco, la Chiesa italiana in questi dieci anni ha cercato di portare quella fonte verso quante più persone possibile, ribadendo che la Chiesa o è missionaria o non è. La missione, quindi, come mezzo per attuare la logica dell’incarnazione e la fedeltà all’amore appassionato di Dio verso l’uomo; con una breve sottolineatura: se l’obiettivo è la conversione missionaria della vita e la sua fondazione in Cristo, sembra irrilevante misurare l’azione della Chiesa in termini di maggioranza e minoranza, categorie del tutto estranee al Vangelo, dove si è variamente codificati come “piccoli” e “grandi”, ma non sono di casa i comparativi! Occorre piuttosto immaginare con gioia creativa e umiltà determinata modi e momenti della nostra partecipazione al progetto di Dio, che non tiene i conti se non dell’“unico” che ciascun uomo è di fronte a lui.
In questo senso la parrocchia non si scopre oggi “missionaria”, ma certamente può ritrovare nella sua originale connotazione le motivazioni per un nuovo slancio che si rende sempre più necessario. Occorre passare, come ha sottolineato il Cardinale Ruini – nella relazione proposta al 30° convegno delle Caritas diocesane che si è tenuto nel giugno di quest’anno – “dal possesso all’accesso nel territorio”. Questa è l’immagine di parrocchia che si è tentato di delineare nella nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, con cui si è voluta definire la “nuova frontiera” della pastorale: “La forza del Vangelo è chiamare tutti a vivere in Cristo la pienezza di un rapporto filiale con Dio, che trasformi alla radice e in ogni suo aspetto la vita dell’uomo, facendone un’esperienza di santità. La pastorale missionaria è anche pastorale della santità, da proporre a tutti come ordinaria e alta missione della vita” (n. 1).
In quest’orizzonte i richiami ad una “pastorale integrata”, al “fare rete”, hanno tentato di intercettare quello che rimane un quesito essenziale dei nostri tempi: le parrocchie sono attrezzate come antenne sul territorio per ascoltare attese e bisogni della gente? L’alternativa, infatti, è quella rappresentata da due possibili derive che ben conosciamo: da una parte la spinta a fare della parrocchia una comunità “autoreferenziale”, in cui ci si accontenta di trovarsi bene insieme, coltivando rapporti ravvicinati e rassicuranti; dall’altra la percezione della parrocchia come “centro di servizi” per l’amministrazione dei sacramenti, che dà per scontata la fede in quanti li richiedono. La parrocchia nel passato ha saputo affrontare i cambiamenti mantenendo intatta l’istanza centrale di comunicare la fede al popolo; se vorrà, saprà farlo anche in questo frangente storico, ma ciò non sarà automatico.
Nulla infatti può assicurarci che nel prossimo futuro la parrocchia sappia rispondere ai numerosi mutamenti intercorsi quali ad esempio la frammentazione della vita delle persone, il cosiddetto “nomadismo” familiare e la mancanza di caratteri unitari all’interno del mondo della fede. Mi riferisco in questo caso a vicende spirirituali in parte “nuove” e riguardanti le persone non battezzate che domandano di diventare cristiane, i giovani e gli adulti nati in famiglie in cui si è consumato un distacco netto da una fede ora per loro da scoprire, i battezzati il cui Battesimo è restato senza risposta e, ancor di più, i battezzati la cui fede è rimasta allo stadio della prima formazione cristiana. Anche per costoro solo da un rinnovato annuncio può partire un cammino d’incontro con Cristo e d’inserimento nella vita ecclesiale.
Quest’orizzonte di attese è il terreno della sfida che la parrocchia quale “cellula primaria di missione” può e deve raccogliere partendo da una valutazione e da un discernimento della fisionomia del cattolicesimo italiano così come si è andato configurando in questi anni, in particolare un cattolicesimo ancora connotato da un carattere fortemente popolare. Lo ribadiscono tutte le indagini sociologiche: la stragrande maggioranza degli italiani si riconosce nella Chiesa cattolica e se ne sente parte. Questo tratto viene da alcuni visto come un peso, che impedirebbe slanci di qualità; va, invece, colto come un compito, facendosi carico della cura nel far crescere, fino al livello della testimonianza, la fede personale di tanti cattolici di tradizione. È la direzione assunta dagli orientamenti pastorali di questo decennio Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, in cui la trasmissione della fede viene innestata nella dinamica tra contemplazione del mistero di Cristo e edificazione di una comunità missionaria a partire dall’Eucaristia.
Una dinamica che incrocia gli obiettivi a cui oggi mirano le comunità cristiane nel nostro Paese: fare un salto di qualità nella dimensione contemplativa della vita di fede, per ancorare con forza la propria identità a una più profonda connaturalità con Cristo e con il mistero di salvezza che egli rivela; rendersi maggiormente capaci di stare nel tempo, come partecipi di concrete esperienze di comunione e interlocutori originali e significativi nella temperie culturale odierna.
Su questo orizzonte, mi piace ricordarlo, si avvertono segnali nuovi e consolanti: una fioritura di iniziative che vogliono porre interrogativi a partire dal pensare cristiano; la costanza a stare sul difficile fronte delle comunicazioni sociali, con mezzi certamente limitati ma non mediocri; una nuova stagione di convergenza tra le diverse aggregazioni che compongono il mondo laicale cattolico. Le contrapposizioni sembrano in questi ultimi anni lasciare il passo a uno stile di operosa ricerca di incontro, di confronto, di collaborazione, senza nulla togliere alla specificità di ciascun percorso e al carisma che ispira ogni aggregazione, ma nell’orizzonte di comunione di ciascuna Chiesa locale. L’ulteriore passo ora sta nel capire come, dall’unità nella varietà così ripensata, potrà concretamente generarsi il superamento della residuale “diaspora culturale” dei cattolici.
6. E’ a partire da questi elementi – alcuni e appena accennati – che sono emersi nell’arco dei due lustri che ci separano dal Convegno di Palermo e, nel contempo, dai numerosi scenari ad esso correlati che vanno compresi gli obiettivi di fondo di Verona 2006. Un appuntamento in cui vengono a confluire una pluralità di attenzioni. Anzitutto, l’orizzonte degli orientamenti pastorali decennali e quindi il tema della comunicazione del Vangelo, come modulazione della decisa “missionarietà” chiesta dalla condizione presente in termini di vera e propria “conversione pastorale”. In secondo luogo, la prospettiva della “speranza”, in cui si evidenzia che il Vangelo è sì risposta alle contraddizioni, ai bisogni e alle attese dell’uomo contemporaneo, ma soprattutto opera una radicale novità nel vissuto dei singoli e, per loro tramite, della società. Ribadendo subito che la speranza a cui mi riferisco non è un vago sentimento di ottimismo: essa ha un preciso fondamento cristologico, perché è quella che solo il Risorto può donare e che pertanto unisce la proiezione verso l’eschaton con la responsabilità verso il presente.
Infine, la necessità di dare un contenuto sostanziale al riferimento alla coscienza personale e all’ethos collettivo, individuando tale contenuto nell’evidenziare il di più di libertà che il Vangelo dona all’uomo e che ne è ragione di credibilità; mostrando come il fondamento ultimo di questa progettualità evangelica, che si incarna nella vita del fedele cristiano nel mondo, è costituito non da un’idea ma da una persona: Gesù Cristo, Salvatore di tutti. Il che equivale a dire, con una formula più sintetica ma forse anche più efficace: una Chiesa coraggiosa testimone del Vangelo nelle parole e nelle opere, o, per usare il titolo del Convegno ecclesiale di Verona, essere realmente testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo.
In apertura del Convegno palermitano udimmo una invocazione appassionata: per la nuova evangelizzazione e per il rinnovamento della società, la prima risorsa e la più necessaria sono uomini e donne nuovi, immersi nel mistero di Dio e inseriti nella società, santi e santificatori. Non basta aggiornare i programmi pastorali, i linguaggi, gli strumenti della comunicazione; non bastano neppure le attività caritative. Occorre una fioritura di santità. A questo ci chiama il prossimo Convegno di Verona: a prendere coscienza che evangelizzare è anzitutto annunciare una Parola che deve collocarsi all’interno di un atteggiamento che comporta stili di vita, modalità di esposizione, coinvolgimento di persone, penetrazione in ambienti diversi, e anche problemi di rapporti istituzionali. Siamo collocati tra l’incarnazione e il conflitto. Ma questo problema è connaturato al contenuto essenziale dell’annuncio, alla “cosa” che andiamo ad annunciare nel momento stesso in cui ci impegniamo in un’attività come quella di portare a tutti la promessa del Figlio di Dio fatto uomo.
Non a caso, pertanto, il cammino verso Verona viene ritmato dalla lettura della prima lettera di Pietro, che verrà consegnata nei vespri che aprono il tempo dell’Avventa. Questa lettera offre rilevanti indicazioni per i contenuti che sono oggetto dell’odierna riflessione della Chiesa in Italia: la connessione tra il dono della speranza e la persona del Risorto, nell’attesa del suo ritorno alla fine dei tempi; l’immagine della Chiesa popolo di Dio, “straniero” e “disperso” nel mondo, dimora di Dio e gregge che Cristo, pastore supremo, guida tramite pastori e vescovi; la presenza dei credenti nel mondo, con una condotta di vita bella e buona, leali nella società ma obbedienti solo al Signore, pronti a testimoniare le ragioni della loro fede, a fare l’apologia della loro speranza; il senso che la sofferenza assume alla luce di Cristo, l’agnello che ci redime nel sangue sparso sulla croce; la consapevolezza di come siamo stati scelti da Dio e di come nel battesimo sia radicata per tutti una chiamata alla santità. Queste verità potranno illuminare un cammino che per le nostre Chiese sarà un luogo in cui – secondo le parole dell’apostolo – il Signore Gesù ci ristabilirà, ci confermerà, ci rafforzerà e darà solide fondamenta (cfr 1Pt 5,10) alla nostra testimonianza di lui, speranza viva per tutti gli uomini.
Palermo, 24 novembre 2005

