Il Concilio Vaticano II
e il rinnovamento
della Chiesa
Giuseppe Alberigo
La conoscenza dell'impatto del Concilio sulle Chiese è ancora frammentaria: il processo di assimilazione dell'evento conciliare è ancora in corso. Perciò è straordinariamente importante avere idee chiare sul Concilio e sulla sua portata per il futuro della Chiesa e nostro.
Criteri per comprendere il Vaticano II
La volontà primaziale del papa, che ha annunciato il Concilio, l'ha convocato, ne ha guidato la preparazione e i lavori nella prima fase, è un criterio di comprensione che sovrasta e condiziona ogni altro. Con la sua decisione, apparsa a parecchi temeraria, Giovanni XXIII ha fatto uscire - quasi da un giorno all'altro -la Chiesa cattolica dal torpore e dall'arroccamento in se stessa, che durava da secoli e minacciava di rinsecchirla. Non è facile partecipare, a chi non ha avuto la fortuna di vivere allora, i sentimenti che l'annuncio ha suscitato: liberazione dal clima della "guerra fredda", speranze di un futuro migliore, coinvolgimento di ciascuno e di tutti nella testimonianza della fede e nella costruzione della società.
Poi papa Giovanni ha garantito il rispetto della libertà del Concilio come istanza responsabile, guidata dallo Spirito (e non soggetta alla Curia); ha privilegiato la tensione operante verso l'unità dei cristiani e dell'intero genere umano e la diffidenza per "ciò che divide"; ha valorizzato la distinzione tra la sostanza del depositum fidei [deposito della fede] e i suoi rivestimenti storici, cioè le formulazioni teologiche. Nel successivo sviluppo del Concilio, l'apporto di Paolo VI ha caratterizzato soprattutto la redazione delle decisioni conciliari sotto il segno della garanzia della totale fedeltà alla tradizione e della ricerca del consenso più largo possibile.
La realtà profonda e il significato autentico del Vaticano II sono stati condensati in un'unica immagine sintetica, quella della nuova Pentecoste. Giovanni XXIII aveva insistito ripetutamente sul Concilio come nuova Pentecoste - preferendo questo richiamo a quello classico, al prototipo costituito dal Concilio degli apostoli a Gerusalemme - per mettere in evidenza il carattere del Vaticano II come transizione della Chiesa a una nuova epoca mediante un "balzo innanzi" e come evento di luce e di conversione, quale è stata per eccellenza la Pentecoste secondo la tradizione cristiana.
Ancora, la caratterizzazione "pastorale" del Vaticano II è stata colta molto presto come caratteristica di un Concilio nuovo rispetto non solo al Concilio del XIX secolo, il Vaticano I, ma anche rispetto ai concili antichi che erano istanze di giudizio tra ortodossia e eresia o alle assemblee medievali, istanze interne alla Cristianità. Il Vaticano II ha ripreso e fatta propria tale caratteristica pastorale sia nel rifiuto dei progetti preparatori che nella decisione di prescindere da condanne (anatemi) e da formulazioni obbligatorie (canoni).
In più, "aggiornamento" - piuttosto che riforma della Chiesa - assegnato al Concilio come scopo voleva indicare, secondo Giovanni XXIII, disponibilità e attitudine alla ricerca, impegno globale per una rinnovata inculturazione della rivelazione. L'abituale contrapposizione tra storia profana e storia sacra era superata, senza tuttavia pervenire a una sacralizzazione della storia, altrettanto inaccettabile. La storia umana viene riconosciuta come "luogo teologico", cioè realtà nella quale la fede può e deve alimentare la propria incessante ricerca del Regno, non per averne un possesso geloso, ma per farne la sede privilegiata dell'amicizia con gli uomini. Era un'indubitabile e macroscopica inversione di tendenza rispetto all'orientamento cattolico prevalente da almeno quattro secoli. La Chiesa che Giovanni XXIII aveva convocato a Concilio usciva da una lunga stagione di diffidenza, spesso arcigna, verso la storia e di un immobilismo dottrinale, secondo il quale la verità dell'evangelo era un tesoro da custodire piuttosto che da trafficare.
"Aggiornamento" non indicava riforme istituzionali né modificazioni dottrinali, ma un'immersione totale nella tradizione, finalizzata ad un ringiovanimento della vita cristiana e della Chiesa. Fedeltà alla Tradizione e rinnovamento profetico erano destinati a coniugarsi; la lettura dei "segni dei tempi" doveva sfociare nella testimonianza dell'annuncio evangelico.
Il discorso inaugurale di Giovanni XXIII, che si apriva con le parole "Esulta la madre Chiesa", tracciava l"'identikit" del Concilio e fu l'atto più rilevante del pontificato giovanneo e probabilmente uno dei più impegnativi e significativi della Chiesa cattolica nell'età contemporanea.
Evocata la centralità dei concili nella vita della Chiesa, il Vaticano II si pone - diceva il papa - "in faccia alle deviazioni, alle esigenze e alle opportunità dell'età moderna". Il nuovo Concilio è chiamato a essere "celebrazione solenne dell’unione di Cristo e della sua Chiesa", cioè a costituire occasione per "una conoscenza più larga e oggettiva delle possibilità" della Chiesa in ordine alla società umana e al suo futuro, perciò con un atteggiamento di accoglienza e non di condanna. Giovanni auspicò che "illuminata dalla luce del Concilio, la Chiesa si ingrandisca di spirituali ricchezze e guardi intrepida al futuro, mediante opportuni aggiornamenti", occorre perciò discernere i segni dei tempi superando le "insinuazioni di anime, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura, le quali nei tempi moderni non vedono che prevaricazione e rovina e vanno dicendo che la nostra età a confronto con quelle passate, è andata peggiorando". Anzi, il papa dichiarava "di dover dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrasti la fine del mondo".
L'allocuzione esprimeva il convincimento che l'intera umanità stesse avviandosi verso un nuovo ciclo storico, che reca nel proprio seno un significato di salvezza "inaspettato" e "inatteso", cioè del tutto trascendente.
La seconda parte del discorso trattava alcuni punti essenziali: rapporto dinamico tra regno di Dio e società umana, opportunità di una riformulazione dei dati essenziali della fede (depositum fidei), scelta di uno stile di misericordia in luogo della severità, impegno nella ricerca dell'unità tra i cristiani. Il papa non intendeva dettare l'ordine del giorno dei lavori conciliari, ma piuttosto metteva l'accento sullo spirito del Concilio per dare un contributo al passaggio della Chiesa a una nuova epoca storica. Sulla base della tradizione, egli continua "lo spirito cristiano, cattolico ed apostolico del mondo intero, attende un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze in corrispondenza più perfetta alla fedeltà all'autentica dottrina, anche questa studiata ed esposta attraverso le forme della indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno, [dato che] altra è la sostanza dell'antica dottrina del depositum fidei ed altra è la formulazione del suo rivestimento". È questo l'elemento centrale (punctum saliens) del Concilio ed è in relazione a ciò che Giovanni XXIII auspicava un "magistero a carattere prevalentemente pastorale, [che vada] incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della dottrina piuttosto che con le condanne".
Infine, il Vaticano II era collocato nella prospettiva dell’unità di tutti i cristiani, anzi dell'intero genere umano. Papa Giovanni sottolineava una triplice irradiazione del mistero dell'unità: dei cattolici tra di loro, di tutti i cristiani e, infine, degli uomini religiosi non cristiani. Balza agli occhi l'assenza di qualsiasi colpevolizzazione dei cristiani non-cattolici e l'intuizione dell'incombente globalizzazione, intravista nella prospettiva del "grande mistero dell'unità".
Il fatto Concilio
La straordinaria complessità dell'assemblea del Concilio - oltre duemila Padri provenienti da tutto il mondo, di lingue, culture, età, esperienze disparate - e non meno l'inconsueta qualificazione "pastorale" delle decisioni - non definizioni dogmatiche né, tanto meno, condanne - fanno del fatto Concilio il contesto critico di tutta la sua interpretazione. La realtà del Vaticano II, cioè, è stata più ricca, più articolata e - anche - più contraddittoria di quanto si può comprendere mediante l'analisi delle sue singole decisioni finali e della loro formazione e persino anche del complessivo corpus di tali decisioni. Il "fatto" Concilio, cioè, si esprime e si esaurisce completamente nelle decisioni che produce? Così non è per ogni assemblea e, tanto meno, per un'assemblea conciliare nella quale opera anche lo Spirito santo!
L'identità del Vaticano II è determinata soprattutto dall’effettiva fisionomia dell'assemblea (ad esempio, è stata rilevante la partecipazione ai lavori degli osservatori a-cattolici), cioè dal suo essere un evento; ciò non significa affatto separare la valorizzazione dell'evento conciliare dall'interpretazione delle sue decisioni ed è la premessa per una fedele ricezione. È sorprendente il confronto tra la complessità pluridimensionale dell'evento assembleare e la relativa aridità delle sue decisioni. Il cordone ombelicale che connette i documenti definitivi e l'evento conciliare, in cui essi sono maturati, è un passaggio critico. Una conoscenza dell'evento conciliare nelle sue ricchezze di libertà e di ricerca, nelle sue contraddizioni tra uomini tanto diversi, nella sua incessante dinamica nella quale si confrontavano esperienze e convinzioni disparate, aiuta a cogliere il suo messaggio per noi.
La faticosa formazione delle decisioni, per tortuosa e contraddittoria che possa essere stata, consente di riguadagnare quel "di più" - non solo quantitativo, ma anche qualitativo: un vero e proprio valore aggiunto, che fa parte dell’humus del Concilio. Superare l'identificazione esclusiva del Vaticano II con le sue decisioni definitive, riconoscere che il Concilio è stato più ricco e più articolato dei testi che ha approvato consente di coglierne con pienezza l'importanza e il significato.
Dal Concilio al post-Concilio
Già 1'8 dicembre 1962, Giovanni XXIII, nell'omelia conclusiva del primo periodo conciliare, ha trattato dei "frutti salutari del Concilio". Frutti destinati non solo ai cattolici, ma a tutti "i nostri fratelli che si fregiano del nome di cristiani", come pure a tutti gli uomini. Secondo il Papa, "attuare con solerzia le leggi del Concilio... sarà veramente la nuova Pentecoste che farà fiorire la Chiesa... sarà un nuovo balzo in avanti del regno di Cristo". È significativo che il papa caratterizzasse il post-Concilio con le stesse immagini che aveva usato per il Concilio - "nuova Pentecoste", "balzo innanzi" - e che lo collocasse sull'orizzonte universale dell'intera umanità.
A sua volta il Concilio ha posto tempestivamente il problema della propria interpretazione in vista della ricezione post-conciliare. Le preoccupazioni per il post-Concilio sono emerse con particolare evidenza durante il dibattito sulla riforma liturgica, soprattutto in due direzioni: da un lato la necessità di un organo centrale ad hoc - distinto dalla Congregazione curiale per i Riti -, preposto alla realizzazione della riforma e dall'altro lato la competenza primaria delle Conferenze episcopali per tutto quanto non riguardasse solo i criteri generalissimi. Era un inequivocabile criterio di interpretazione: gli effetti del Concilio per essere assimilati richiedevano anche strumenti istituzionali coerenti, nuovi e differenziati da luogo a luogo.
Con impegno ancora maggiore per la nodale problematica ecumenica, ci si preoccupò che il Segretariato per l'unità dei cristiani, voluto da Giovanni XXIII, potesse continuare la propria opera al di là della conclusione del Concilio. Infine molti padri conciliari, già nel periodo preparatorio e poi durante i dibattiti sulla concezione della Chiesa, hanno auspicato la creazione di un organo di collaborazione e di effettiva corresponsabilità dell'episcopato con il Vescovo di Roma per le grandi decisioni relative alla Chiesa universale. Si voleva che il regime sempre più accentrato del papato trovasse un equilibrio in un organo collegiale, che assistesse abitualmente il papa. Si sa che tali istanze sono state assorbite dalla decisione di Paolo VI del settembre 1965 di istituire il Synodus episcoporum, come organo periodico, ma non permanente, assembleare e consultivo, ma non deliberante.
L'impulso al rinnovamento, che costituiva l'anima del Concilio, e il suo innesto nella vita ecclesiale, mediante una ricezione attiva e creativa, era (ed è) la sfida per la Chiesa del nostro tempo. La prima impressione può essere che l'ombra della stagnante situazione pre-conciliare si allunghi di nuovo sul cattolicesimo... Anzi, i fermenti generosi, anche se inquieti, -che all'indomani del Vaticano II si sono manifestati nel popolo di Dio, sbrigativamente sommati con gli spunti eversivi espressi dal '68 studentesco - a cui ha fatto riferimento Benedetto XVI in un suo recente discorso -, rendevano sospette le iniziative di ricezione spontanea. È divenuto sempre più chiaro che la proposta del Vaticano II alle Chiese implicava una "krisis" nel senso forte della parola, cioè mutamenti profondi, una conversione.
Gli albori della ricezione
A quaranta anni dalla conclusione del Vaticano II è urgente fame emergere gli apporti più dirompenti e più fecondi, ma anche più nascosti. Invece di chiudere il Concilio e le sue decisioni in un passato superato e immutabile, il processo di ricezione, appena faticosamente iniziato, implica un'incessante scoperta di ricchezze antiche e nuove, come è avvenuto dopo tutti i grandi concili. Il contributo di una conoscenza corretta di ciò che il Concilio è stato, non solo nella sua quotidianità episodica ma anche e soprattutto nella sua coscienza e, infine, nel suo significato di momento cruciale di transizione, di snodo storico, offre alla ricezione una base certa. È ormai urgente inaugurare una fase durante la quale tendere non solo a cogliere le linee di forza del pensiero e delle indicazioni operative che l'evento conciliare e le sue decisioni contengono, ma, cosa estremamente più importante, derivarne anche un'indicazione globale.
Il Vaticano II ha lasciato una Chiesa cattolica ben diversa da quella in seno alla quale si era aperto. La condizione di "cristianità" - una Chiesa orgogliosamente chiusa in se stessa e appoggiata allo Stato -, che era ancora dominante in Europa e, mediante essa, nel cattolicesimo mondiale, appare dall'8 dicembre 1965 superata. Ne sopravvivono frammenti, talora anche tenacemente restii a prendere atto della svolta storica; tuttavia sono sussulti nostalgici. Nella lunga durata, l'uscita dal periodo controriformistico e dalla stagione costantiniana, in cui le comunità cristiane si "appoggiano" ai poteri politici, caratterizza la "svolta" avviata dal Concilio, una svolta necessariamente complessa e graduale, di cui esso ha posto le premesse e segnato l'avvio.
L'atto che ha chiamato il cattolicesimo a concilio e, poi, lo svolgimento della grande assemblea conciliare hanno suscitato un interesse molto ampio e profondo, al di là dei consueti confini ecclesiali. Anzi l'interesse si è presto trasformato in coinvolgimento entusiastico e si è riversato in un "clima conciliare". Un clima che si è espresso anzitutto nell'attesa simpatetica per le decisioni conciliari e poi nella disponibilità al cambiamento. La riprova della vastità di questo consenso si è avuta nell'isolamento nel quale è rimasta la protesta e, infine, lo scisma dei seguaci "tradizionalisti" del vescovo francese Marcel Léfebvre.
Ancora più importante è il mutamento di clima spirituale che la celebrazione del Concilio ha generato, proponendo ai credenti un atteggiamento responsabile e attivo. Si è affermato un modo di vivere la fede meno subalterno di singoli adempimenti e più gioiosamente attento e fedele al Cristo e al suo Vangelo. Le comunità si sono ritrovate come comunione di sorelle e di fratelli, al di là delle secolari barriere di ceto, di cultura, di ideologie, di abitudini. Nei confronti del "diverso" - dal portatore di handicap all"'extra-comunitario" - la rinnovata consapevolezza della comune natura umana ha rimosso le ostilità, le diffidenze, l'allontanamento. Il cristiano ha dismesso l'atteggiamento di superiorità - la fede come "possesso geloso" - scoprendosi péccatore e bisognoso di misericordia e di perdono.
È vero che tutto questo non era mai stato contraddetto, ma è altrettanto vero che si era appannato sino ad essere relegato in una polverosa "soffitta" spirituale. Ciò dà la misura dell'importanza della ricezione del Vaticano II, che coinvolge non solo la Chiesa "ufficiale" - papa, vescovi, preti - ma l'intero popolo di Dio. Il ripiegamento su se stesso dell'impulso conciliare implicherebbe una delusione molto ampia, che sciuperebbe un eccezionale moto di attesa e di disponibilità, un'autentica "occasione storica".
È nata una nuova coscienza della storicità della Chiesa: come ricorda Lumen gentium, la Chiesa è "chiamata a estendersi in tutte le parti della terra, essa entra nella storia degli uomini..." (n. 9) ed "è suo dovere permanente scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del vangelo...", come insegna Gaudium et spes (4). Il Concilio è stata un'esperienza di libertà e di creatività. libertà, dato che secondo Dei verbum "è piaciuto a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sia volontà per mezzo del Cristo..." e, "co, questa rivelazione, Dio invisibile per il suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (2). La dolce paternità del Padre coinvolge tutti gli uomini e ciascuno, infatti "... anche a coloro che non sono ancora arrivati ad una conoscenza esplicita di Dio la provvidenza divina non rifiuta gli aiuti necessari alla salvezza..." (Lumen gentium 16). A sua volta la dichiarazione Nostra aetate afferma che "tutti i popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra; essi hanno un solo fine ultimo, Dio, la cui provvidenza, la cui testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti" (1). È "... nell'intimo della coscienza che l'uomo scopre una legge che non è lui [né la Chiesa] a darsi, ma alla quale deve invece obbedire e la cui voce lo chiama sempre ad amare e a fare il bene... la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo..." (Gaudium et spes 16) ed è "... lo Spirito santo che offre a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale...". (22). Persino il più alto livello di creatività, la santità, non è riservato a categorie privilegiate, dato che "...la chiamata alla pienezza della vita cristiana è per tutti i cristiani...", come afferma Lumen gentium (40), e tutti sono chiamati a conoscere la Parola di Dio (Dei verbum 25).
Attuazione e/o ricezione
L'effettiva e operante efficacia dei concili è sempre dipesa dalla loro intrinseca forza evangelica, verificata nel confronto con le esigenze della comunità ecclesiale e con la consapevolezza di fede. È alla luce della capacità generante dei grandi concili che il sensus fidei ha cristallizzato una profonda confidenza nell'efficacia vitale delle assemblee conciliari. Ciascuna fase post-conciliare costituisce un'occasione di dilatazione all'intera realtà ecclesiale dell'esperienza conciliare; ciò avviene - come già nell'assemblea conciliare non a senso unico, ma secondo una dinamica circolare e incrociata, nella quale ogni fedele e ciascuna comunità è soggetto e oggetto al medesimo tempo.
E cioè in gioco la capacità del cristianesimo post-conciliare di discernere quella forza, separando la sostanza viva dagli accidenti morti o comunque privi di vitalità e pertanto ingombranti e distraenti. Questi decenni hanno mostrato che non è un discernimento facile né rapido e che, soprattutto, è un discernimento esigente, che implica disponibilità e impegno alla conversione e alla ricerca.
Criteri interpretativi rigidi e univoci sono estranei a tutta la tradizione conciliare e si sono realizzati solo dopo un concilio "di lotta" come il Tridentino, peraltro con esiti tutt'altro che soddisfacenti. La loro applicazione al Vaticano II costituirebbe una violenza intollerabile e si risolverebbe nella negazione più radicale dell'evento conciliare. Solo il sensus fidei della Chiesa intera può essere il soggetto adeguato dell'interpretazione di un grande concilio. Un sensus ftdei che non può che maturare lentamente con il concorso di tutto il popolo di Dio e che non può essere surrogato da atti della sola gerarchia.
La dinamica della ricezione conciliare esige di porre una distinzione fondamentale tra la pura attuazione, sia pure fedele, e un'interpretazione evolutiva delle decisioni conciliari per il fatto dell'accrescimento storico che si realizza nel corso del loro adempimento. Non ci si deve nascondere la distanza qualitativa tra l'eventualità che le decisioni vengano semplicemente eseguite, anche fedelmente, e la possibilità invece che, via via, senza tradire la loro lettera, ma anzi per una migliore interpretazione del loro spirito, si verifichi un accrescimento della loro stessa portata letterale per effetto di omogenee interpretazioni costruttive. La storia dei concili testimonia che la dialettica della loro attuazione subisce forti resistenze e forti dilazioni; atti e deliberazioni, che avrebbero potuto essere di grande importanza dinamica e costruttiva nella vita della Chiesa, non ricevono nessun rilievo o addirittura si ritorna alla situazione precedente.
Criteri guida per una ricezione fedele e creativa
Dopo la conclusione del Vaticano II è indispensabile un processo di assimilazione delle decisioni e della portata storica del Concilio: un'attiva ricezione piuttosto che un'applicazione subìta passivamente. Una ricezione fondata e animata dal patrimonio di speranza e di ottimismo evangelico che si è consolidato nel Concilio. Una ricezione guidata da un'interpretazione che non riduca il messaggio conciliare solo a questa o quella formulazione approvata, ma che sia impegnata a riconoscere la portata globale dell'evento, che comprende insieme esperienze e decisioni, impulsi e speranze. Un evento composto da continuità e discontinuità rispetto al passato, che ha rimesso in moto la ricerca di nuove espressioni della fede, che si è costantemente collocato nella continuità e nella fedeltà amorosa rispetto alla grande Tradizione. Una ricezione che non può avere che una pluralità di soggetti, come richiede un'ecclesiologia di comunione: quella che ha dominato il Vaticano II, che ha ripetutamente richiamato il valore positivo delle diversità.
Un nodo problematico riguarda il binomio evangelizzazione/inculturazione, come presa di coscienza che la Chiesa non è in condizione "stabilita", ma itinerante. Come realizzare la centralità dell'impegno missionario di annuncio dell'Evangelo e di un annuncio "povero", cioè che non può né vuole confidare in privilegi o "scorciatoie" sociali? Un annuncio, ancora, che sa di non essere autentico senza un confronto leale con l'uomo e il suo patrimonio culturale, ricco di valori e persino di vestigia evangelii. È necessario che questa consapevolezza porti, coerentemente con la Dei Verbum, verso una sostanziale revisione del concetto di tradizione, come si è formato e consolidato in un clima accentuatamente mono-culturale. Si aprirà così la strada alla effettiva realizzazione della diversità nell'unità, auspicata dal decreto Ad gentes.
Si ha, invece, la sconcertante impressione dell'affermarsi strisciante di un "nominalismo conciliare". Il riferimento al Vaticano II non è omesso, ma diviene sempre più marginale e privo di contenuti innovanti. Gli impulsi forti del Concilio - la liturgia come partecipazione, la concezione della Chiesa come mistero e koinonia, la sovranità della. parola di Dio, il privilegio dell'unione rispetto a quanto divide, la ricerca di fedeltà sempre nuova e sempre maggiore all'Evangelo nell'amicizia per l'uomo, l'abbandono del conflitto ideologico - sembrano oggetto di diffidenza a livello ecclesiastico e sono emarginati dalla ricerca teologica. La forza delle abitudini dottrinali e istituzionali acquisite negli ultimi secoli ben diverse dalla grande Tradizione - tenta di inghiottire il Vaticano II e di "normalizzare" il cattolicesimo, riportandolo alla situazione asfittica precedente? Ricompare la minaccia di un cattolicesimo diffidente verso la storia degli uomini, quasi che l’incarnazione, croce e resurrezione fossero in cielo e non tra di noi e per noi.
È ormai urgente concepire e realizzare, con paziente fedeltà, una ricezione che sia "selettiva", sulla base della decantazione - ormai possibile - di ciò che è vivo e di ciò che è morto del Concilio, "creativa", cioè differenziata a seconda delle diverse condizioni storiche in cui vivono le comunità, "accrescitiva", nel senso di valorizzare e portare a compimento l'esperienza di ricerca di nuove frontiere della fede vissuta dal Vaticano II.
Sono però convinto che non ci si può accontentare di un auspicio come questo, pur tanto legittimo e condiviso da donne e uomini in tutti i continenti. Non ci si può, cioè, sottrarre dal dare una risposta adeguata alla domanda impellente e inquietante di tanti. Una domanda che può essere sintetizzata così: "qual è la causa che, al di là delle inerzie istituzionali, al di là delle resistenze dei vertici romani, al di là della preferenza di molti ambienti socio-culturali per un cristianesimo tradizionale e 'stabilito', ha impedito l'avvio di un processo vigoroso di ringiovanimento della Chiesa, ha rinviato il 'balzo innanzi' della fede sino al punto di far sembrare un miraggio ciò che nel Concilio lo Spirito ha chiesto alle Chiese?".
Si sono ingannati tanti cristiani come Helder Càmara, come Giuseppe Dossetti e, sopra tutti, come Giovanni XXIII che hanno preannunciato nel Vaticano II l'inizio di una nuova stagione? Se così non è - come fermamente credo -, siamo obbligati, per onestà intellettuale e per rispetto di tante sorelle e fratelli che condividono questa convinzione, a dare una risposta o, almeno, a tentare di formularla. È vero che un fatto delle proporzioni e della portata della ricezione a livello universale di un'assemblea di 2.500 vescovi coinvolge una quantità quasi infinita di fattori e deve fare i conti con circostanze e condizionamenti i più svariati. Ma la domanda che ho or ora formulato ha una singolare ambizione: enucleare la causa che ha frenato, tuttora frena e minaccia di frenare anche in futuro una ricezione gioiosa e costruttiva degli impulsi generati dal Vaticano II. Una causa che, senza ignorarne né escluderne tante altre, dia ragione a livello profondo della stasi che viviamo, con inquieta e sofferta impazienza; una causa che talora sembra assumere le sembianze di una nostalgia del passato pre-Vaticano II. Tanti hanno sottolineato come la fIsionomia del cattolicesimo romano sia caratterizzata inconfondibilmente da una profonda e inestricabile connessione tra fattori teologico-dottrinali e fattori giuridico-istituzionali. Tenendo ferma questa identità come un dato di lunghissimo periodo, sono convinto che la causa della debolezza dell'impatto del Vaticano II risieda, anzitutto e essenzialmente, nella mancanza di una fecondazione delle indicazioni dottrinali e spirituali espresse dal Concilio con un parallelo e coerente rinnovamento istituzionale.
I fondamenti biblici e i riferimenti cristologici e trinitari dell'elaborazione dottrinale, che il Vaticano II ha chiesto, hanno prodotto ancora frutti occasionali e frammentari, del tutto sproporzionati alla loro portata. La relativizzazione della Chiesa rispetto alla fede attende un'assimilazione effettiva, a partire dal riconoscimento che è la comunità locale il luogo primario dell'annuncio come della testimonianza. Un riassetto delle istituzioni ecclesiali che le renda meno pesanti e più trasparenti non sembra neppure ipotizzato. La libertà continua a essere rivendicata per la Chiesa, ma ottiene solo con fatica rispetto nella Chiesa.
Sarebbe sin troppo facile documentare - ma è sotto gli occhi di tutti - come, invece, impulsi dottrinali e aggiornamento degli assetti istituzionali abbiano avuto sviluppi indipendenti e frammentari, quando non contraddittori o - persino - involutivi. Così per la liturgia il cruciale passaggio alle lingue materne è stato gestito burocraticamente e senza convinzione dalla "vecchia" Congregazione dei Riti e non dalle Conferenze episcopali, come pure era stabilito dalla costituzione conciliare; l'impegno ecumenico è stato concentrato quasi solo nei dialoghi teologici e, alla fine, sottoposto - proprio come era prima del Concilio - alla Congregazione per la Dottrina della Fede, senza un coinvolgimento delle comunità locali; il rinnovamento ecclesiastico ha visto la scelta dei vescovi sottratta - come mai prima - ai fedeli interessati e accentrata negli uffici curiali. Intorno alle Conferenze episcopali si è accesa una lotta tendente alla loro mortifIcazione. Da parte sua l'ufficio petrino ha conosciuto una personalizzazione inaudita, come ha dovuto riconoscere lo stesso Giovanni Paolo II nell'enciclica Ut unum sint del 1995. Riconoscimento ribadito da Benedetto XVI.
Gli esempi potrebbero continuare; possono, però, essere emblematicamente riepilogati nell'invito espresso da Giovanni Paolo II al pentimento e alla conversione della Chiesa nel suo insieme. Quale potrebbe essere l'oggetto di conversione del cattolicesimo se non la disponibilità a tutti i livelli a una ricezione plenaria - non frammentaria né minimista del Vaticano II? Un riconoscimento, cioè, che la condizione "stabilita" della Chiesa appartiene a una stagione passata e che i "segni del tempo" sollecitano una disponibilità alla ricerca di quelle forme nuove di presentazione del depositum fidei, invocate da Giovanni XXIII 1'11 ottobre 1962. "Aggiornamento" che il Vaticano II ha indicato sia nell'accettazione che la fede e la Chiesa sono e vivono nella storia, come anche nella rielaborazione dottrinale e in un coerente rinnovamento istituzionale.
È realistico attendersi un "balzo innanzi" di questa portata dal cattolicesimo in questi albori del nuovo millennio? Senza sottovalutare l'innegabile ruolo avuto in tutte le grandi svolte del cattolicesimo dall'imprevedibile azione dello Spirito, mi sembra realistico attender si un vistoso spostamento dell'asse geo-spirituale della Chiesa cattolica. Il cattolicesimo occidentale, e quello europeo in modo speciale, ha assunto una fisionomia consolidata, connotata da un'abituale dissociazione tra riflessione spirituale, elaborazione dottrinale e strutture istituzionali. Una dissociazione espressa anche in sedi distinte per ciascuna di queste attività; dissociazione che è culminata nell'egemonia della dimensione burocratico-giuridica e del metodo deduttivo su tutto.
Già lo stesso Vaticano II con la sua composizione "universale" ha indicato l'urgenza di una de-europeizzazione del Cattolicesimo ed ha auspicato un'inculturazione della fede in tutte le culture. La globalizzazione, che si è manifestata in tutta la sua portata dopo la conclusione del Concilio, esige il superamento della lunga stagione euro-occidentale della Chiesa. Pertanto è da aree cattoliche diverse da quella europea, e meno coinvolte nel sistema “costantiniano” che sembra ragionevole attendersi iniziative per una recezione veramente "fedele e creativa" del sussulto di trasparenza dello Spirito costituito dal Concilio Vaticano II . Uno spostamento geo-spirituale è la pre-condizione sine qua non per una siffatta ricezione. Quali ne sono le condizioni preliminari sul piano dottrinale e istituzionale?
È cruciale l'accettazione e lo sviluppo degli impulsi dinamici del Concilio. Un'immagine statica, condivisa implicitamente da molti, tradisce l'essenza stessa del Vaticano II, che ha voluto essere una proposta di "conciliarità" per tutta la Chiesa a tutti i livelli. Una conciliarità animata da una koinonia fraterna tra credenti e tra comunità; una conciliarità capace di dilatare e di controllare il "giuridismo", che il cattolicesimo occidentale ha assimilato - e, poi, esasperato - nel contatto con la romanità.
Ancora: la ricezione non può che essere animata dalla accettazione gioiosa della ricerca, non solo come esercizio intellettuale ma soprattutto come abito spirituale, al di là del trionfalismo culturale e del compiacimento istituzionale. Ricerca dunque come valorizzazione e sviluppo omogeneo dei valori evangelici che lo Spirito nel Concilio ha proposto alle Chiese: privilegio dei poveri e della povertà; servizio alla Parola e all'uomo. Valori rilevanti per la riflessione dottrinale e, ancor più, per l'''aggiornamento'' istituzionale. Sollecitazioni interpretative come quelle ora tratteggiate richiamano alla centralità della forza generante della fede e pertanto a una subordinazione della precettistica morale all'annuncio di salvezza, che trascende sempre l'illusione di poter concentrare l'Evangelo in adempimenti morali.
È preziosa l'autorevole ed elegante distinzione, formulata da Benedetto XVI in una recente allocuzione, tra due contrapposti criteri interpretativi: "della discontinuità o della rottura" oppure "della riforma". Non vi può essere incertezza che il Vaticano II non ha vissuto né ha insegnato la discontinuità rispetto alla tradizione né - ancor meno - la rottura rispetto al passato della Chiesa. Questa è una sana preoccupazione, che il teologo Ratzinger aveva già manifestato nel 1968 e poi ancora nel 1985. Appunto per tenere conto anche di questa avvertenza, nel 1988 si è avviata la preparazione di una Storia del Concilio Vaticano II che costituisse la base per una conoscenza approfondita e fondata sulla documentazione del Concilio stesso. Questa storia serve proprio per vedere come il Vaticano n ha voluto consapevolmente collocarsi nel solco della Tradizione, rinnovando ciò che era invecchiato in modo che nel clima in profonda evoluzione delle culture contemporanee risaltasse in tutto lo splendore la luce della Rivelazione. L'isolato auspicio di "un'altra grande storia in positivo" resta, almeno per ora, astratto e vacuo.
Bene dunque il criterio della riforma o, meglio ancora, dell'aggiornamento come punto di partenza. Ma è urgente non accontentarsi di ciò e sviluppare le grandi potenzialità che lo Spirito santo ha proposto alle Chiese nel Vaticano II. Perciò è irrinunciabile andare al di là della controversia sui criteri interpretativi e riprendere e sviluppare il contatto con la grande e multiforme Tradizione. Il Concilio ha cominciato a farlo. Un esempio molto significativo è costituito dall'interpretazione della parabola matteana del grano e della zizzania (Mt 13,24-30 e 36-43). Mentre molti precedenti concili, dall'Efesino al Tridentino, avevano attualizzato questa parabola deducendone l'eliminazione della "zizzania", il Vaticano II [sia in Dignitatis humanae (11) che in Gaudium et spes (37) ne dà una lettura correttamente escatologica: non spetta alla Chiesa eliminare la "zizzania".
Avere il gusto e il coraggio di scoprire "tesori antichi e nuovi" è garanzia di giovinezza; un incessante e sempre insoddisfatto confronto creativo delle Chiese con il messaggio evangelico sine glossa alimenta la fede, come è sempre avvenuto nei cruciali momenti di transizione: il distacco dal giudaismo, il confronto con l'universo classico e pagano, il riassetto dopo la bufera della rottura tra cattolici e protestanti del XVI secolo. È essenziale non sciupare il mutamento di clima spirituale che la celebrazione del Concilio ha generato proponendo ai credenti un atteggiamento responsabile e attivo.
Come ricorda la Dei Verbum a proposito della parola di Dio, riprendendo Gregorio magno, il Concilio cresce con la crescita della sua ricezione. Rivendichiamo il Concilio: "res nostra agitur" [è un problema che ci riguarda], non accettiamo di esserne espropriati, rifiutiamone ogni minimizzazione: il Vaticano è un'imponente "cascata" di grazia dello Spirito, che alimenta la fede e ringiovanisce la Chiesa.
(ADISTA 18 MARZO 2006, 2-7)

