Il modello pastorale

    di papa Francesco

    Pascual Chávez Villanueva

    Rettor Maggiore (emerito) dei Salesiani

    Mi sembra doveroso riferirmi al modello accattivante e carismatico che ha introdotto nella Chiesa Papa Francesco. Con i suoi gesti, i suoi atteggiamenti e i suoi interventi la sta già rinnovando profondamente, cercando di illuminare le menti, di riscaldare i cuori e di irrobustire le volontà di tutti con la luce e il vigore del Vangelo, per fare di noi tutti testimoni coraggiosi, "discepoli missionari del Cristo", inviati al mondo, senza paura, per servire i più poveri ed emarginati e così trasformare questa società. Non credo che, come Congregazione, possiamo restare indifferenti o distaccati; attraverso Papa Francesco, ne sono convinto, lo Spirito sta parlando alle Chiese e ci propone una vera "conversione personale e pastorale".
    Evidenzierei, innanzitutto, i suoi atteggiamenti e i suoi gesti. Non sono semplicemente notizie per la cronaca dei giornalisti, che stanno dando una grande rilevanza a tutto quanto fa e, nondimeno, a come lo fa. Comunicano già una sua visione di Chiesa, un suo magistero e una sua forma di governo.
    In effetti, sin dal suo primo intervento ai Cardinali elettori, Papa Francesco ha proposto un modello di Chiesa in sintonia con le grandi scelte del Vaticano II – anche se egli non ne parla tanto; in armonia naturalmente con la nuova evangelizzazione – anche se egli non lo sottolinea esplicitamente –; sotto l'influsso della pastorale latino-americana, da Medellín con la scelta per i poveri, fino ad Aparecida con la scelta di una Chiesa formata da discepoli missionari di Cristo, pienamente inseriti nella realtà quotidiana.
    La prima cosa da segnalare in Papa Francesco è, appunto, quel suo rimanere attento alla realtà concreta, ma con una squisita sensibilità pastorale, cercando di contemplare Dio in tutto e guardare tutto con lo sguardo di Dio. In questo modo possiamo scoprire il bisogno di salvezza proprio di questa società e l'urgenza di avviare processi di trasformazione adatti a renderla più umana e fraterna, più consona al disegno di Dio. Egli cerca di fare tutto ciò mantenendo e costruendo unità, senza inasprire le dinamiche sociali.
    Questa è la Chiesa che Papa Francesco si sente chiamato a costruire in fedeltà a Gesù e al suo Vangelo: una Chiesa al servizio di questo mondo. Si tratta di una Chiesa libera da quella mondanità spirituale che porta alla vanità, alla prepotenza, all'orgoglio; elementi tutti che costituiscono una vera idolatria. Egli vuole una Chiesa libera dal narcisismo teologico, dalla tentazione di congelarsi nel proprio quadro istituzionale, dal rischio dell'autoreferenzialità, dall'imborghesimento, dalla chiusura su se stessa, dal clericalismo.
    Si tratta ancora di una Chiesa che sia veramente il corpo del Verbo fatto carne e, come Lui, incarnata in questa realtà, attenta ai più poveri e ai sofferenti; una Chiesa che non può ridursi a essere una piccola cappella, essendo chiamata a diventare casa per tutta l'umanità; una Chiesa sempre in cammino verso gli ultimi, cui esprime la sua predilezione senza abbandonare gli altri; una Chiesa che si sente bene sulle frontiere e ai margini della società.
    Ciò non significa che la Chiesa debba fare suoi figli tutti gli uomini e le donne del mondo e neppure vuol dire che dobbiamo spingere perché tutti entrino in essa. La Chiesa di Papa Francesco vuole offrirsi come luogo aperto in cui tutti possano trovarsi e incontrarsi, perché in essa c'è spazio per il dialogo, la diversità, l'accoglienza. Non dobbiamo obbligare il mondo ad entrare nella Chiesa; è piuttosto la Chiesa che deve accogliere il mondo come il mondo è, cioè come luogo di salvezza.
    Il sogno dell'attuale Papa è una Chiesa che esca sulle strade per evangelizzare, per toccare con mano i cuori delle persone; una Chiesa pronta a servire, che si propone di raggiungere non soltanto le periferie geografiche, ma quelle dell'esistenza, dove a volte stentano a vivere i nostri fratelli e sorelle; una Chiesa povera, che privilegia i poveri e dà loro voce, che vede negli anziani, negli ammalati o nei giovani disabili le "piaghe di Cristo"; una Chiesa che si impegna per superare la terribile cultura dell'indifferenza in cui stiamo vivendo e che porta alla violenza chi si sente sempre più de-
    luso, sfruttato ed emarginato; una Chiesa che dà giusta attenzione e rilevanza alle donne, sia nella società che all'interno delle sue istituzioni.
    Molti di questi elementi si possono ritrovare nelle cronache o nei reports di giornali, di settimanali o riviste religiose come se fossero semplici aneddoti curiosi. Invece non è così. Quanto il Santo Padre ci sta proponendo in forma semplice e quotidiana sono elementi di un magistero ricco di evangelica novità! Qui c'è una concezione nuova di Chiesa! Qui c'è un modo nuovo di pensare lo stesso governo della Chiesa! C'è tanto da imparare!
    Parlando ai Vescovi del Brasile, diceva che la Chiesa sembra abbia dimenticato che non c'è niente di più alto di Gerusalemme, di più forte della debolezza della croce, di più convincente della bontà, dell'amore, del veloce ritmo dei pellegrini; il cammino della Chiesa infatti non è una maratona, ma un pellegrinaggio. Quindi bisogna rapportare il passo a quello del popolo che dobbiamo affiancare, per trovare il tempo di stare con coloro che camminano, per poterli accompagnare coltivando la pazienza, la capacità di ascolto e la comprensione di situazioni tanto diverse. Non bisogna viaggiare velocemente così da non vedere nulla di ciò che ci circonda!
    Rivolgendosi a Rio de Janeiro ai dirigenti della politica e della cultura il Papa ha voluto sottolineare l'importanza della cultura dell'incontro per promuovere una società che riesca a far spazio a tutti, a non escludere nessuno, a non fare degli uomini un materiale di scarto. Una cultura dell'incontro che deve eliminare l'emarginazione sociale dei giovani, ai quali viene negata troppe volte la possibilità di lavoro e di futuro.
    Soprattutto nel discorso ai giovani egli li invitava a mettere in gioco la propria vita, a investire le proprie energie nella costruzione della Chiesa e della nuova società, a spendere la vita per quelle cose per cui vale la pena vivere, in particolare Gesù Cristo ed il servizio ai poveri, senza lasciarsi strappare la speranza e la gioia e senza cedere alle promesse di paradisi di felicità a buon mercato.
    A volte la Chiesa non ha vitalità, non ha fascino, non ha visibilità e credibilità per continuare ad attirare a sé gli uomini e le donne di questo tempo, specie le nuove generazioni. In meno di un anno di pontificato Papa Francesco si è presentato come un vento nuovo dello Spirito che sta togliendo la polvere della Chiesa, che sta facendo dimagrire la burocrazia, che sta rendendo più povera e semplice la Chiesa, e, soprattutto, la sta spingendo ad uscire sulle strade del mondo per evangelizzare. Ha fatto sentire che la Chiesa è una Madre piena di tenerezza e di amore, piena di dolcezza, piena di umiltà, piena di pazienza. E l'ha insegnato con i suoi gesti, con i suoi atteggiamenti e con le sue scelte personali, con il suo modo di rapportarsi con il mondo.
    Tutto questo rappresenta un egregio esempio ed un potente stimolo per noi, cari Capitolari! Se vogliamo portare i giovani all'incontro con il mistero di Dio, questo deve avvenire attraverso grandi esperienze di amore, che aprano il cuore e non trasmettano solo idee o conoscenze su di Lui. E questo lo dovremo attuare nella ristrettezza dei nostri mezzi. Infatti, come Papa Francesco ha detto ai Vescovi brasiliani, la Chiesa, non è un "transatlantico", ma una piccola barca, una semplice barca di pescatori. Ciò vuol dire che Dio opera attraverso mezzi poveri. Il successo non può poggiare sulla sufficienza umana, ma sull'energia e sulla creatività di Dio. E tutto ciò, chiaramente, è valido anche per noi.

    (Discorso di apertura al Capitolo Generale XXVII, 3 marzo 2014)