1.1. Un culto in spirito e verità (Sacrosanctum Concilium)
La Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, approvata il 4 dicembre 1963, è articolata in sette capitoli e un’appendice, per complessivi 130 paragrafi. Il Vaticano II ha dedicato al culto la prima parte dei suoi lavori, nella consapevolezza che un rinnovamento adeguato della Chiesa non poteva che partire da quello che ne è il cuore, la fonte da cui attinge energia e vita per ogni sua attività e insieme termine di confronto per ogni iniziativa che tenda a realizzare l’incontro tra l’uomo e Dio, e viceversa.
Dalla SC emerge come la riflessione conciliare si sia situata entro una prospettiva di storia di salvezza. Il discorso cultuale della SC considera infatti «il mistero nascosto da secoli in Dio» (Col1,26) progressivamente preparato e finalmente rivelato e attuato da Dio Padre nella storia dell’uomo «quando venne la pienezza dei tempi» (Gal 4,4). La missione che il Padre ha affidato al Cristo e che Cristo ha portato a compimento nella sua persona, l’ha affidata alla Chiesa mirabile sacramentum: l’espressione riafferma che Cristo è il primo e primordiale sacramentum da cui deriva il sacramentum generale che è la Chiesa la quale si esprime, si manifesta e vive attraverso i sacramenta; per questo – e in questo senso – la Chiesa è segno efficace di salvezza (sacramentum). E tutto ciò lo attua attraverso la sua missione che SC 6 sintetizza in due aspetti strettamente correlati: annuncio del regno di Dio e attuazione di tale annuncio «per mezzo del sacrificio e dei sacramenti».
L'insieme della prospettiva cultuale manifesta dunque una linea di incarnazione del progetto di salvezza nel tempo: tale linea ha un inizio, ha un compimento radicale nel sacrificio di Cristo, e da allora ha cominciato un’attualizzazione nei singoli, sempre per Cristo nello Spirito. Il tempo pertanto si rivela, sia da parte di Dio come da parte dell'uomo, la categoria di confronto personale e comunitario con la realtà divino-umana della salvezza nella storia. In tal modo il fedele contempla il Volto di Cristo annunciato e celebrato nei santi misteri.
1.2. Un «popolo santo» in cammino verso il Regno (Lumen Gentium)
La Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, approvata il 21 novembre 1964, è costituita da otto capitoli e da una Nota esplicativa previa, per complessivi 69 paragrafi.
Trattando del mistero della Chiesa, la LG la presenta come «un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (LG 1). L'esplicitazione di ciò mette in evidenza la prospettiva storica di tale mistero, così felicemente sintetizzata in LG 2:
«I credenti in Cristo [il Padre] li ha voluti chiamare nella santa Chiesa, la quale, già prefigurata sin dal principio del mondo, mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’antica alleanza, e stabilita “negli ultimi tempi”, è stata manifestata dall'effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli. Allora infatti... tutti i giusti, a partire da Adamo, “dal giusto Abele fino all'ultimo eletto”, saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale».
Si tratta di un traguardo preordinato dal Padre, la cui realizzazione passa attraverso la missione e l'opera del Figlio e che lo Spirito, santificatore della Chiesa, porta a compimento nei singoli (cf LG 2-4).
Lungo il tempo la vita del Cristo si fa vita dei credenti «attraverso i sacramenti» in quanto questi permettono un'unione arcana e reale con Cristo sofferente e glorioso: è quel cammino di conformazione al Cristo che i fedeli sono chiamati a realizzare «fino a che Cristo non sia in essi formato» (cf LG 7). Ancora una volta è il Volto di Cristo ad essere il termine di riferimento del popolo che Cristo stesso si è acquistato con il proprio Sangue, e che continua nel tempo il proprio cammino verso il Regno.
1.3. Un Dio che si fa conoscere e parla nella storia (Dei Verbum)
La Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei Verbum, approvata il 18 novembre 1965, è costituita da sei capitoli e da una Notificazione, per complessivi 26 paragrafi.
La prospettiva della DV riprende quella della SC e della LG quando ricorda che l’«economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi»; le opere infatti manifestano tangibilmente l'azione di Dio nella storia, e le parole aiutano a comprendere il senso profondo delle opere (cf DV 2). È in questa linea che va dunque vista sia la fase della preparazione alla rivelazione evangelica (cf DV 3), sia la fase del compimento di questa in Cristo (cf DV 4).
Proseguendo nella sua particolare ottica, il documento conciliare illustra la terza fase della salvezza: quella cioè dell'accettazione della rivelazione attraverso l'obbedienza della fede da parte dei singoli (cf DV 5) nel tempo della Chiesa. Ed è qui che si comprende il contesto liturgico-cultuale su cui si muovono i contenuti della DV (ben 17 paragrafi su 26 fanno riferimento diretto o indiretto al culto) e che poi troveranno un’attuazione stupenda nei vari Lezionari del Rito romano e nell’Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini di Benedetto XVI. Una prospettiva dunque che richiama il Volto di Cristo come si è manifestato nella storia, ma che rinvia soprattutto alle varie modalità con cui questo Volto interpella il perenne oggi del fedele e della società.
1.4. Una Chiesa incarnata nella storia (Gaudium et Spes)
La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, approvata il 7 dicembre 1965, è strutturata in due parti, per complessivi nove capitoli, distribuiti in 93 paragrafi.
L’ampia e articolata visione della GS aiuta a leggere e stimola a realizzare questa presenza e azione della Chiesa nella storia dei grandi eventi come pure in quella piccola di ogni giorno in cui l'uomo è chiamato a realizzarsi all'interno delle singole vicende umane. L'obiettivo è quello di mettere «a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare la persona umana... di edificare l’umana società. È l’uomo dunque, ma l’uomo integrale, nell’unità di corpo e anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà...» (GS 3).
All’uomo pellegrino nel tempo, alle prese con tutte le tensioni, le istanze, gli squilibri e le contraddizioni della storia e con gli interrogativi più profondi che attraversano la sua vita, si ripropone la realtà della Chiesa consapevole di essere questo popolo continuamente in cammino verso Cristo, l'uomo nuovo, perché «solo nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo»; solo Cristo «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo» (GS 22).
L'attività umana riacquista il significato originario di prolungamento dell'opera del Creatore, di «contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia» (GS 34). Una storia però che risulta «pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà... fino all’ultimo giorno» (GS 37); ma una lotta che è già contrassegnata da una soluzione pasquale da quando Cristo è «venuto ad abitare sulla terra degli uomini», da quando è entrato «nella storia del mondo come l’uomo perfetto» (GS 38).
In questo cammino, in quest'opera di liberazione e di proiezione «nel futuro», la Chiesa ha un pegno di speranza e un viatico: ciò che il Signore stesso «ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali coltivati dall’uomo vengono tramutati nel Corpo e nel Sangue glorioso di Lui, come banchetto di comunione fraterna e pregustazione del convito del cielo» (GS 38). Il termine ultimo di questo cammino cronologicamente ci sfugge, ma ontologicamente è già nelle mani di ogni persona che realizza il regno di Dio nel proprio oggi, finché questo hodie «non giungerà a perfezione con la venuta del Signore» (GS 39). Ed è nell’incontro con il suo Volto che la Chiesa attende il compimento della propria missione.
2. Dalla “comunicazione” al ministero e vita dei presbiteri
Una seconda prospettiva di approfondimento è offerta dal confronto con i Decreti conciliari. Si tratta della esplicitazione di temi che sono condensati nell’Inter Mirifica, nell’Orientalium Ecclesiarum, nell’Unitatis Redintegratio, nella Christus Dominus, nella Perfectae Caritatis, nell’Optatam Totius, nell’Apostolicam Actuositatem, nell’Ad Gentes Divinitus e nella Presbyterorum Ordinis.
I decreti emanati toccano ambiti diversificati; e tuttavia nel loro insieme contribuiscono ad evidenziare altri aspetti in qualche modo convergenti verso l’obiettivo centrale: quello cioè di far risplendere il Volto di Cristo nella vita e nella missione della Chiesa e del fedele. È in questa ottica pertanto che è possibile cogliere lo specifico di ciascuno, sia pur in forma estremamente sintetica.
2.1. Una comunicazione a servizio del Regno (Inter Mirifica)
Il Decreto sugli strumenti della comunicazione sociale Inter Mirifica, approvato il 4 dicembre 1963, è articolato in due brevi capitoli, per un totale di 24 paragrafi.
Il tempo intercorso dal 1963 ad oggi ha permesso di constatare che il mondo della comunicazione ha realizzato un cammino impensabile. Ma i documenti non sono legati alle tecniche; al contrario cercano di orientare il loro uso a quello che è il compito della Chiesa. In questa linea, l’intreccio tra legge morale, diritto all’informazione, rapporto con l’opinione pubblica… si coniugano con le responsabilità di tutti coloro che in forme diverse operano nel settore della comunicazione o che devono educare al retto uso di una strumentazione che oggi ha raggiunto una raffinatezza fino a poco tempo fa oggetto solo di fantasia.
Se il Concilio ha preso in esame la problematica è per la consapevolezza che l’apostolato nelle sue molteplici forme ha bisogno dei mezzi della comunicazione sociale. Per questo il documento invita ad attivare tutte quelle energie necessarie a far sì che il Volto di Cristo possa essere fatto conoscere in ogni modo. Qui si inserisce il rapporto specifico con l’obiettivo del Convegno: il Volto di Cristo nelle sue molteplici espressioni va presentato e annunciato con correttezza e deontologia professionale. È il cammino del Vangelo che valorizza tutte le forme di comunicazione possibili, pur di raggiungere l’obiettivo dell’incontro tra Cristo e la persona.
2.2. La vita delle Chiese Orientali Cattoliche (Orientalium Ecclesiarum)
Il Decreto sulle Chiese orientali cattoliche Orientalium Ecclesiarum, approvato il 21 novembre 1964, è articolato in varie sezioni e distribuito in 30 paragrafi. I contenuti di questo documento permettono di sollevare uno sguardo attento sulle Chiese orientali in comunione con la Chiesa di Roma. È un percorso che mette in contatto con una ricchezza spesso sconosciuta, costituita dal patrimonio spirituale di queste Chiese; patrimonio che deve essere conservato e sviluppato.
In questa linea l’attenzione si rivolge in particolare alla disciplina dei sacramenti e al culto in generale, perché questo è il locus in cui e attraverso cui si compie la manifestazione più eloquente ed elevata di appartenenza alla comunità ecclesiale. Un’appartenenza spesso determinata dall’essere pusillus grex in mezzo a contesti religiosi non sempre attenti al rispetto dell’altro.
Il Volto di Cristo che traspare dai contenuti del documento è splendido. Splendido per ciò che emerge dal fatto stesso dell’esistenza di tali Chiese; splendido per il patrimonio spirituale che costituisce un riflesso di tale Volto nelle sante celebrazioni e nella richcezza del patrimonio cultuale; ma splendido anche per ciò che può trasparire dal rapporto con altre Chiese che – sia pur “separate” – offrono tuttavia spazi di dialogo per una comunione costantemente in fieri.
2.3. Significato e ruolo dell’ecumenismo (Unitatis Redintegratio)
Il Decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio, approvato il 21 novembre 1964, è articolato in tre capitoli distribuiti in 24 paragrafi. Non poteva mancare all’attenzione del Concilio Vaticano II la problematica relativa all’ecumenismo. I contenuti del testo conciliare da una parte rendono ragione della problematica; ma dall’altra pongono anche in evidenza i principi cattolici sull’ecumenismo.
È da questi principi che si muove l’esercizio dello stesso ecumenismo, in un rapporto dialettico con le varie comunità ecclesiali, tanto in Oriente che in Occidente. Ne scaturisce una visione che permette di cogliere come in questi anni si sia svolto un cammino intenso che ha permesso di raccogliere frutti notevoli. Un cammino caratterizzato da interventi magisteriali come l’Ut unum sint di Giovanni Paolo II, ad esempio; ma anche di gesti carichi di profezia.
Resta il fatto che il Volto di Cristo in questa situazione di divisione non riesce a risplendere. La vita delle Chiese e la responsabilità dei loro rappresentanti sono un elemento su cui bisogna richiamare l’impegno per tornare al Vangelo; a quel Vangelo che, solo, sta all’origine della comunione più profonda con Cristo e con i fratelli.
2.4. La missione dei vescovi (Christus Dominus)
Il Decreto sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa Christus Dominus, approvato il 28 ottobre 1965, è articolato in tre capitoli distribuiti in 44 paragrafi.
Non c’è da meravigliarsi se il Vaticano II ha dedicato molta attenzione al vescovo. Lo ha fatto in vari dei suoi documenti, a cominciare dalla Sacrosanctum Concilium per giungere alla Lumen Gentium; e lo fa in particolare nel presente decreto per porre in evidenza il rapporto tra il vescovo e la Chiesa universale e il vescovo con le Chiese particolari.
Nella molteplicità degli impegni episcopali emerge un dato di fatto annunciato proprio fin dall’inizio: il papa e i vescovi perpetuano l’opera di Cristo. Pertanto, è in questa ottica che tutte le indicazioni e disposizioni racchiuse nel documento tendono a far sì che l’opera del Crsito – e dunque il suo Volto – possa essere il più trasparente possibile proprio attraverso il ministero episcopale.
3. Tra educazione, religioni non cristiane e libertà religiosa
Una terza prospettiva di approfondimento è costituita dal confronto diretto con i testi delle Dichiarazioni conciliari, costituite dalla Gravissimum Educationis, dalla Nostra Aetate e dallaDignitatis Humanae. Educazione, rapporto con le religioni non cristiane e libertà religiosa costituiscono altrettanti temi che dal Vaticano II in poi sono emersi con più forte attualità, confermando anche in questo la dimensione profetica dei lavori conciliari.
3.1. L’educazione cristiana (Gravissimum Educationis)
La Dichiarazione sull’educazione cristiana Gravissimum Educationis, approvata il 28 ottobre 1965, è costituita da 12 paragrafi e una conclusione.
Il tema dell’educazione tocca tutta la società; ma diverso è il modo di intenderla e di attuarla. La Dichiarazione si muove dal ricordare che è un diritto universale quello dell’educazione, per puntualizzarne poi il senso cristiano. È da questi principi che scaturiscono i ruoli dei responsabili, i vari metodi, l’importanza delle scuole, i doveri e i diritti dei genitori, ecc.
Perché tutta questa attenzione? Perché la Chiesa «ha il dovere di occuparsi dell’intera vita dell’uomo… in quanto connessa con la vocazione al Cielo» (Proemio). È a partire da questo dato di fatto che la persona progressivamente coglie il senso della propria vita, e soprattutto ha la possibilità di confronatrsi con quei valori che le permettono poi di raggiungere la piena realizzazione.
Nel percorso educativo i valori religiosi costituiscono non il termine ultimo, ma il costante termine di riferimento e di confronto perché la realizzazione piena della maturazione della persona possa essere compiuta in armonia. E tutto questo non è altro che un cogliere quei segni che contribuiscono a delineare meglio il Volto di Cristo nella persona, in qualunque fase della propria crescita.
3.2. Le religioni non cristiane (Nostra Aetate)
La Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane Nostra Aetate, approvata il 28 ottobre 1965, è il più breve documento conciliare: cinque paragrafi.
Il documento evidenzia che la Chiesa considera tutte le religioni con «sincero rispetto» in quanto talvolta posseggono elementi che «riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini» (NAe 2).
Ma l’obiettivo di tale atteggiamento è ricordato subito dopo: annunciare «il Cristo che è “via, verità e vita” in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a Se stesso tutte le cose» (ib.).
Da questo programma di vita scaturisce l’attenzione e il dialogo con la religione musulmana e giudaica in particolare. E tutto ciò in vista di una fraternità universale che permetta di invocare «Dio Padre di tutti» (NAe 5) e superare ogni discriminazione. Ancora una volta è il Volto di Cristo che è chiamato a trionfare non per un trionfalismo inutile e vuoto, ma perché tutti gli uomini si rendano conto di essere figli dello stesso Padre che è nei cieli (cf ib.).
3.3. La libertà religiosa (Dignitatis Humanae)
Infine, la Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae, approvata il 7 dicembre 1965, è articolata in due parti, per complessivi 15 paragrafi. L’ultima Dichiarazione tocca gli aspetti generali della libertà religiosa, e successivamente la considerazione di tale problematica nella luce della rivelazione.
Tutto si muove dalla consapevolezza della dignità della persona e dei valori dello spirito in modo tale da realizzare «il libero esercizio della religione nella società» (DH 1). Per questo «tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ordine a Dio e alla sua Chiesa e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a renderle omaggio» (ib.).
Trattare dunque e soprattutto portare avanti il progetto del Vaticano II implica realizzare la missione di far sì che il Volto di Cristo emerga progressivamente nella coscienza di ogni persona per aderirvi in pienezza.
4. Conclusioni
Anche i documenti del Concilio Vaticano II tratteggiano il Volto di Cristo? A questo punto la domanda risulta superflua. Sia presi singolarmente che considerati nella loro globalità tutti i documenti riconducono – né può essere diversamente – a quel Volto che nelle modalità e situazioni più diverse è chiamato a risplendere nella vita della Chiesa e nel panorama della società di oggi e di sempre.
Il percorso realizzato ci ha permesso di cogliere ben sedici diverse modalità di annuncio o di approfondimento di tale Volto. È la ricchezza del Vaticano II che in parte si è riversata già nel tessuto ecclesiale attraverso tante situazioni e interventi magisteriali, ma che in buona parte attende ancora di essere colta nella sua pienezza attraverso il cammino che ci sta dinanzi.
Nell’ottica e nell’orizzonte delle celebrazioni del 50° del Concilio anche questa particolare lettura dei documenti può costituire un invito ad entrare in quelle prospettive che denotano ancora una volta il modo con cui lo Spirito del Signore agisce nella storia con modalità e linguaggi tutti suoi. A noi raccoglierli e interpretarli e soprattutto attuarli perché il Volto di Cristo risplenda nella vita dei credenti e di ogni persona chiamata alla vita.
In preparazione all’evento del Grande Giubileo dell’anno Duemila la Tertio millennio advenientedi Giovanni Paolo II prospettando i lavori della preparazione immediata, al n. 36 scriveva:
«L’esame di coscienza non può non riguardare anche la ricezione del Concilio, questo grande dono dello Spirito alla Chiesa sul finire del secondo millennio. In che misura la Parola di Dio è divenuta più pienamente anima della teologia e ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana, come chiedeva la Dei Verbum? È vissuta la liturgia come “fonte e culmine” della vita ecclesiale, secondo l’insegnamento della Sacrosanctum Concilium? Si consolida, nella Chiesa universale e in quelle particolari, l’ecclesiologia di comunione della Lumen Gentium, dando spazio ai carismi, ai ministeri, alle varie forme di partecipazione del Popolo di Dio, pur senza indulgere a un democraticismo e a un sociologismo che non rispecchiano la visione cattolica della Chiesa e l’autentico spirito del Vaticano II? Una domanda vitale deve riguardare anche lo stile dei rapporti tra Chiesa e mondo. Le direttive conciliari – offerte nella Gaudium et Spes e in altri documenti – di un dialogo aperto, rispettoso e cordiale, accompagnato tuttavia da un attento discernimento e dalla coraggiosa testimonianza della verità, restano valide e ci chiamano a un impegno ulteriore».
Sono prospettive che la Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Novo Millennio Ineunte ha poi recepito e rilanciato nelle sue parole conclusive, al n. 57:
«Quanta ricchezza [...] negli orientamenti che il Concilio Vaticano II ci ha dato! Per questo, in preparazione al Grande Giubileo, ho chiesto alla Chiesa di interrogarsi sulla ricezione del Concilio. È stato fatto? […] A mano a mano che passano gli anni, quei testi non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa. A Giubileo concluso sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre».
C’è infine un aspetto che rientra a pieno titolo in questo grande alveo e che costituisce un capitolo peculiare di tale storia conciliare e della sua ermeneutica: la riforma liturgica. È senza dubbio la “pagina” per alcuni aspetti più eloquente della “traduzione” in atto di un progetto conciliare imperniato attorno ad una più ampia e profonda conoscenza della Parola di Dio (quale si attua a partire dall’esperienza dell’annuncio nelle celebrazioni), e ad una più partecipata esperienza del culto come “paradigma di ogni autentica comunicazione” tra Dio e il suo popolo. I libri liturgici riformati – unitamente ad una grande mole di studi e commenti – costituiscono una “traduzione” e un “commento” che prolungano e attualizzano nel tempo la mens conciliare perché brilli sempre più il Volto di Cristo sul volto del credente e della Chiesa.
(da Zenit)

