La Chiesa e l'arte

    Il vero, il buono, il bello e la colpa

    Christoph Schönborn

    sfideperlachiesa

     

    PARAGRAFI DI ORIENTAMENTO: 
    SETTE CRITERI DI DISCERNIMENTO POLITICO E CULTURALE [1]

    Cos'è che sorregge l'ordine democratico di un paese? Esiste una solida base di norme di comportamenti, di convinzioni, di «cose scontate» che sia più profonda di tutti i programmi dei partiti politici? Cercare di stabilire i criteri oggettivi è perciò una questione prettamente politica, una necessità culturalmente politica, se per politica s'intende la ricerca saggia e responsabile del bene comune. Cerchiamo di prendere in considerazione, nelle pagine seguenti, sette criteri di discernimento politico-culturale. Li chiamo «criteri di distinzione» perché essi sono un'alternativa alle rispettive «tendenze» dominanti di pensiero. Parto dal presupposto che queste «tendenze» non sono delle semplici necessità naturali, ma tendenze di cui siamo corresponsabili tutti, e che possiamo andare contro corrente sia con un comportamento personale «diverso», sia grazie ad altri orientamenti sociali, politici e culturali.

    1. A questa «società ludica», di corta durata, ansiosa di consumare tutto in breve tempo, si opporrà il coraggio necessario per i «tempi lunghi e lenti», per l'«ozio» in senso classico e per la concentrazione. L'arte e la religione hanno questo in comune: ambedue hanno bisogno di uno spazio di serenità, di gratuità, ma richiedono anche una concentrazione dei sensi e dello spirito. Il ritmo della «società che vuol tutto esperire» non è conciliabile con il vero esperire che richiede raccoglimento, meraviglia, contemplazione e percezione concreta. La rapidità con cui si succedono le sequenze di immagini di un video-clip non ci permette nessuna contemplazione. È di estrema importanza promuovere quanto favorisca una capacità di percezione vigile, di osservazione precisa, di calma contemplazione.

    2. Il sostantivo «arte» ha la stessa radice etimologica di «artigiano» e indica il saper fare qualcosa. Ci sono arti per le quali è evidente la necessità di un'abilità tecnica. Nessun musicista può farne a meno, anche se essa da sola non è sufficiente a fare di qualcuno un artista. Nelle arti figurative e nella letteratura le cose sono un po' diverse. Chi crede di pervenire direttamente all'astrazione facendo a meno del sapere tecnico, della semplice capacità artigianale, potrà forse anche riscuotere successo commerciale, ma non diventerà maí un grande artista. Rischierò di essere impopolare, ma non posso nascondere la mia convinzione che il saper fare, un saper fare concreto che comprenda anche la conoscenza delle forme «classiche» di espressione sia la condizione indispensabile per un rinnovamento dell'arte. Il futuro appartiene a quelli che osano riconoscere che Giotto, Michelangelo e Picasso erano dei maestri e che sono disposti a mettersi alla loro scuola con tutta umiltà e desiderio di apprendere. Picasso era quel libero artista che sovrastava ogni avanguardia perché conosceva alla perfezione il linguaggio dei classici. Una promozione delle arti che non abbia come scopo l'abilità artistica e che non promuova di preferenza l'apprendimento della conoscenza tecnica propria di ogni arte si renderà corresponsabile del mancato raggiungimento da parte di molti artisti di quella libertà che senza questa conoscenza tecnica non si può raggiungere.

    3. Formulo la terza alternativa richiamandomi al libro dí George Steiner Vere presenze. Steiner vede che il nostro tempo è caratterizzato dalla «supremazia della letteratura secondaria e del parassitario». Ad essa egli contrappone l'esperienza primaria ed originaria dei sensi. Noi soffochiamo sotto commenti, apparati, note critiche e «materiali critici su ...», e non perveniamo più all'esperienza originaria della poesia e della musica. Un mondo culturale di stampo giornalistico non è tanto interessato alla qualità quanto all'attualità. L'attualità si fa sempre più frenetica, la «vera presenza» è sempre più rara. Ogni anno si pubblicano sempre più libri e sempre più velocemente essi spariscono dagli scaffali di vendita. Contemporaneamente il numero dei lettori diminuisce. In molte scuole non si legge per intero neanche una sola opera. Secondo Steiner questa «supremazia della critica sulla creatività è essa stessa un sintomo della perdita della «vera presenza». Si impara a «parlare di» ma non si fa esperienza della vera presenza del senso che ogni opera d'arte dischiude: «Sono convinto che anche nelle scuole si possa fare un'esperienza originaria dell'arte, dell'atto creativo. Anche se si tratta di momenti magici e unici in una vita, essi si ricorderanno e lasceranno un'impronta per sempre.[2]

    4. Non è raro che nel nostro paese si confondano fra loro í termini «scioccare» e «sconvolgere». Si pensa che l'arte per essere percepita debba «scandalizzare», e tali «scandali» vengono spesso preparati ad hoc e programmati come fattori di successo. Ma questo ha poco a che fare con l'arte. Il regista russo Tarkowskij dice, a proposito dei film di Buñuel, che la forza dell'arte risiede nell'emozionalità del suo «potere di persuasione» e nella sua «straordinaria vitalità». La funzione dell'arte non è né di insegnare o di fare la morale, né di scioccare o di scandalizzare, bensì di portare a una «profonda e pura commozione»,[3] a quella catarsi nella quale i greci vedevano l'effetto salutare della tragedia. L'arte ha quindi molto a che fare con la cultura dei sentimenti. Per paura o per difesa contro «le emozioni borghesi» si prova un falso pudore - spesso accompagnato da ironia - a esprimere sentimenti «profondi e purificatori», a rappresentarli e ad accettarli. Questo non ha nulla a che fare con l'estetismo ma con l'effetto della bellezza che non sciocca, ma sconvolge. La bellezza non è un semplice godimento estetico. Contro l'estetismo della religione dell'arte borghese, l'avanguardia reagisce con l'antiestetica, con la distruzione dell'estetica e sciocca con la bruttezza. In ciò si riscontra un profondo equivoco sul bello. Simone Weil dice al contrario che «la vera bellezza richiama alla conversione»;[4] oppure Rilke alla vista del Busto di Apollo: «Qui non c'è una parte che non ti veda. Devi cambiare la tua vita». E Tarkowskij lo dice con maggiore fermezza: «Il fine dell'arte consiste nel preparare l'uomo alla sua morte, nel fare in modo che si senta toccato nel suo intimo più profondo».[5] Chi conosce e ama i film di Tarkowskij capisce cosa si intende quando si parla dell'essere sconvolti dalla bellezza.

    5. Simone Weil ha detto una volta che la nostra epoca ha scambiato la verità con la sincerità.[6] La situazione è paradossale: la nostra epoca è caratterizzata da un profondo scetticismo verso ogni «pretesa di verità» ma nello stesso tempo anche da una pretesa irrefrenabile di veracità. In tale sforzo per un incondizionato desiderio di essere veritieri, per uno spietato mettere a nudo tutto quanto è nascosto, può esserci qualcosa di positivo. È questa una delle radici dell'arte moderna che si è sviluppata contro il patetico, il decorativo, contro gli oscuramenti e gli abbellimenti dell'arte del passato. Ma anche qui bisogna distinguere: non ogni forma di smascheramento, di disvelamento, di spogliamento è di per sé già veracità. Quel fotografo (si trattava oltretutto di un monaco) che ha fotografato sua nonna qualche secondo prima della morte, riprendendola con gli occhi sbarrati ed esterrefatti, ha ricevuto sì un premio per questa foto «audace», ma, per il mio modo di sentire, ha mancato di pudore. Ha infatti ferito quella sfera di profondo rispetto di fronte alla morte di una persona che appartiene anch'essa alla verità di quella persona. Credo che le rappresentazioni della paura della morte nel dipinto di Goya sull'esecuzione dei rivoltosi (3 maggio 1808) o nell'immagine della Crocifissione di Gesù di Lovis Corinth siano assolutamente vere senza essere irriverenti e sensazionaliste. È più che mai necessario operare oggi questa distinzione fra la ricerca del vero e la voglia del sensazionale. La democrazia ha bisogno di una cultura della sincerità; la brama senza rispetto del sensazionale ed un irriverente denudamento di tutto la distruggono.

    6. Insieme al «bello» e al «vero» anche il «bene» è vittima di un sospetto generale: si è troppo abusato di termini come «virtù» oppure «onestà», troppo spesso si sono usate law and order, contrariamente al loro vero significato, in senso totalitario. Da studenti ci hanno tormentato con temi dal titolo «Il senso dell'onore del maggiore Tellheim nella Minna von Barnhelm di Lessing» con la sensazione che qui si lodassero come virtù cose vuote e false. La mia esperienza personale della generazione del 68 mi ha rafforzato però nella convinzione che la nostra società, il nostro paese e la nostra democrazia vivono grazie alla «gente per bene», al rispetto scontato per tutto ciò che è «buono e giusto» e che anche l'arte abbia qualcosa a che fare con la meraviglia e il rispetto che si prova di fronte al bene. Nadjeschda Mandelstam, la donna del grande poeta ebreo russo Ossip Mandelstam, scrive nelle sue sconvolgenti memorie «L'epoca e i lupi»: «Una volta c'era brava gente e anche i cattivi si preoccupavano di apparire buoni perché si usava così. A questo si devono le ipocrisie e le falsità - i grandi peccati del passato che il realismo critico del XIX secolo ha denunciato. Tali smascheramenti hanno avuto un effetto inaspettato: la scomparsa dei buoni. Il bene, infatti, non è solo una qualità innata, essa va sviluppata e la si sviluppa se viene richiesta».[7]

    7. L'ultimo dei caratteri distintivi è il più difficile e il più importante. Prima ancora di cercare di definirlo riassumo tornando a quanto detto nel corso di queste riflessioni. La mia tesi di partenza era questa: per far sì che in una democrazia le basi portanti, le fondamenta non siano sempre a disposizione della maggioranza di turno, è necessario che ci sia un solido consenso sui «valori fondamentali», sul «vero», sul «bello», sul «buono». Abbiamo tentato di definire i criteri di distinzione fra quanto è solido e quanto è senza consistenza, e di fissare gli orientamenti per una politica culturale.

    Tre criteri riguardano piuttosto l'aspetto formale della comprensione artistica: 1. Bisogna favorire non la frenesia della «società che vuole fare esperienza di tutto» bensì la lentezza e la calma della concentrazione e della contemplazione. 2. Il semplice saper fare artistico va coltivato e curato quale condizione per la libertà artistica. 3. Bisogna ambire all'emozione originaria di fronte all'atto artistico piuttosto che fuggire nel secondario che caratterizza il paesaggio culturale odierno. I tre criteri seguenti riguardano piuttosto il contenuto: 4. Per l'arte non sono rilevanti le cose sensazionali e scioccanti, ma la commozione e le emozioni profonde. La bellezza commuove e trasforma. 5. Non si tratta nell'arte di denudare e di smascherare, bensì invece di amare incondizionatamente la verità: la verità libera, però ha bisogno di essere protetta da riverenza e da rispetto. 6. Degni della nostra stima e della nostra meraviglia sono anche il bene, la bontà e la rettitudine.

    Di tutte e tre, della bellezza, della verità e della bontà si dovrebbe parlare senza imbarazzo e senza ironia. Nelle «persone semplici» esse suscitano gioia, entusiasmo addirittura, e trovano spontanea approvazione. I contemporanei dallo spirito sufficientemente autocritico possiedono anche la libertà interiore necessaria per concordare ed approvare un tale sentire. Paul Ricoeur ha parlato di una «seconda ingenuità», necessaria dopo l'illuminismo. Il commuoversi fino alle lacrime di fronte alla bellezza non è un segno di debolezza, bensì di grandezza umana.

     

    LA LUCE NELLE TENEBRE DELLA VITA

    Arriviamo ora al settimo ed ultimo criterio. L'arte non ha solo a che fare con il bene, il vero e il bello. Essa si rivolge di preferenza anche alle zone oscure della nostra vita, ai nostri fallimenti, ai naufragi, alle disarmonie dell'anima umana, agli intrecci dei rapporti interpersonali. I problemi che ispirano gli artisti sono il male, la colpa, le catastrofi umane. Si rimprovera spesso alla cultura contemporanea di soffermarsi troppo sul negativo, di essere senza speranza e di non darne alcuna, di mostrare gli abissi senza indicarne una via di scampo.

    Secondo me il problema non consiste tanto nel fatto che l'arte rappresenti i lati oscuri della vita, quanto piuttosto nel fatto che in tale oscurità penetri così poco la luce del perdono, della misericordia e della grazia. Peter Turrini, nel suo dramma Tod und Teufel (La morte e il demonio) fa esclamare al sacerdote Christian Bley: «Se non c'è più il peccato, non c'è più il perdono... bisogna di nuovo ridare un nome al peccato e bisogna di nuovo implorare il perdono».

    Al posto «vacante» del peccato e del perdono sono subentrate la mania della non colpevolezza e l'accusa permanente. Nella nostra società si incolpano gli altri in continuazione e si rifiuta allo stesso modo ogni colpa. Peter Turrini ha parlato in un discorso in occasione del festival di Bruckner nel 1994 di una «società del sospetto»: «Si sospetta ognuno» e quanto più ciascuno sospetta e accusa gli altri, tanto più si sforza di sembrare lavato con «un potente detersivo». L'arte non sopporta il dito puntato della morale, non è una «istituzione etica»; essa tuttavia si occupa di «delitto e castigo», di colpa e di perdono. Riconoscere la propria colpa e ammetterla è possibile naturalmente solo in uno spazio della grazia che rende possibile il perdono. In una società «senza grazia» non si può neanche riconoscere ed ammettere la colpa. Il pentimento esiste solo dove è possibile il perdono.

    Nel cuore della fede cristiana c'è il dramma della colpa e dell'espiazione. Cristo non è l'accusatore ma il redentore. F, proprio perché egli non condanna che può dire: I tuoi peccati ti sono perdonati. La frase di Gesù: Sono venuto a cercare quello che è perduto trova una profonda consonanza nell'arte. Gertrud von le Fort dice:

    «La Musa non condanna nessuno, accompagna semplicemente il colpevole verso le conseguenze della sua azione. Ogni creazione poetica pone l'accento sullo sconvolgimento psichico e non sulla condanna morale... Infatti, come la terribile decristianizzazione della nostra epoca, con la sua profonda assenza di conciliazione, si manifesta nella sua funesta tendenza a pronunciare condanne morali, allo stesso modo la vera poesia rimane, imperturbabilmente, la grande amante dei peccatori e dei perduti».

    (Sfide per la Chiesa, ESD 2007, pp. 148-156)



    [1] Versione rielaborata di: Was erwartet sich ein Bischof  von heutiger Kulturpolitik? (Cosa si aspetta un vescovo dall'attuale politica culturale?), Contributo al dibattito presso il Provveditorato di Vienna l'H marzo 1995 sul tema «L'arte nel campo di tensione tra Stato e (1hiesa».

    [2] Cf. G. STEINER, Vere Presenze, Garzanti, Milano 1992.

    [3] A. TARKOWSKIJ, Die versiegelte Zeit, 57 e 50.

    [4] H. GAISBAUER, Bitterkeit und Schönheit. Simone Weil und die Gotteserfahrung in der Kurnst, 1995, Pro Manuscripto 6.

    [5] A. TARKOWSKIJ, Die versiegelte Zeit, 50.

    [6] Cf. H. GAISBAUER,  Bitterkeit und Schönheit, cit., 24.

    [7] N. MANDELSTAM, L'epoca e i lupi: Memorie, Mondadori, 1971