La rivoluzione comunicativa

    di Papa Francesco

    Bruno Forte


    Arcivescovo di Chieti-Vasto

    Vorrei riflettere sulla “rivoluzione comunicativa” di Papa Francesco soffermandomi su tre aspetti che mi sembrano rilevanti per cogliere la novità e insieme la profonda radicazione nella storia della fede ecclesiale del messaggio di questo Papa e del suo modo di offrirlo: il linguaggio dello stile di vita; la forza di un vocabolario nuovo; il carattere per molti aspetti sorprendente della sua maniera di comunicare.

    1. Il linguaggio di uno stile di vita

    La maniera di comunicare di Papa Francesco è stata ed è oggetto di valutazioni diverse, perfino di un “conflitto delle interpretazioni”: c’è chi coglie nel suo messaggio e nell’entusiasmo che accende i segni di una rinnovata primavera della fede; c’è chi vi vede emergere nostalgie ingenue e rischiose di pauperismo evangelico; c’è chi riconosce nel consenso che diversi manifestano i rigurgiti di un mai sopito “affetto antiromano”, pronto a identificare nel Vescovo di Roma “venuto quasi dalla fine del mondo” il promotore di una riforma radicale della macchina curiale. Personalmente mi sento in sintonia con chi legge nel pontificato di Francesco un singolare tempo di grazia e di speranza evangelica per tutti, in continuità con ciò che era stato preparato dalla riforma spirituale voluta da Benedetto XVI, anche se con caratteristiche differenti. Tre elementi mi sembrano entrare in gioco nelle parole e nei gesti di Papa Francesco, tali da fargli raggiungere ampiamente e in profondità il cuore di tanti: la sincerità, la semplicità e la sobrietà.
    La sincerità di questo Gesuita, divenuto Vescovo della Chiesa “che presiede nell’amore”, è per alcuni addirittura spiazzante: le sue dichiarazioni spontanee su temi delicati che riguardano la morale personale e sociale o il bisogno di riforma della Chiesa, non sono certamente frutto di calcolo interessato e nemmeno di una strategia pastorale. Papa Francesco si mostra per quello che è e sempre è stato, senza star a misurare gli effetti di ciò che dice sul possibile ritorno d’immagine per sé o per la comunità cattolica. Non per questo, però, il suo agire e i suoi pronunciamenti possono considerarsi avventati: chi come lui si esercita da una vita nella disciplina spirituale e nella meditazione della Parola di Dio e dei testi dei grandi Maestri della fede, non dice mai cose che non siano state a lungo “ruminate”, anche se sul momento possono apparire di sorprendente novità.
    Così, ad esempio, la sua insistenza sullo sguardo di misericordia da avere verso tutti, anche e particolarmente verso chi è in situazioni problematiche rispetto alle norme canoniche o alla legge morale, non è che la traduzione del convincimento che lo sguardo di Dio si posa con amore su queste persone e quello della Chiesa non può né deve fare diversamente. Quel “Chi sono io per giudicare?”, detto ai giornalisti nel volo di ritorno dal Brasile il 29 luglio 2013, non intende indebolire la legge morale, ma proporla nell’unica ottica secondo cui essa risulta vera, efficace e credibile alla luce del Vangelo: quella della compassione misericordiosa e umile.
    Un secondo tratto della comunicazione di Papa Francesco è la semplicità: la preferenza per il “parlare a braccio”, da lui spesso dimostrata, non è semplicismo, ma espressione della volontà di raggiungere coloro cui si dirige in maniera al tempo stesso diretta, essenziale e profonda. “Cor ad cor loquitur”: questa massima, cara a John Henry Newman, esprime bene l’arco di fiamma che questo Papa riesce a stabilire fra sé e chi lo ascolta, facendo avvertire la vicinanza dei cuori nell’accoglienza e nell’ascolto reciproci. Convinto dell’urgenza di stare vicino ai poveri, spesso indifesi perché privi del prezioso possesso della parola, Bergoglio si è allenato a dire le cose grandi in modo semplice, comprensibile a tutti. Va sottolineato che la semplicità comunicativa di Papa Francesco non avrebbe la forza che ha se non fosse abitata da quella sincerità di cui s’è detto prima: solo chi ama la verità e al tempo stesso ama la gente cui proporla è capace di coniugare i due amori in una comunicazione vera, illuminante e contagiosa.
    Infine, a colpire tutti è la sobrietà di questo Papa: egli non solo non cerca grandi mezzi o forme appariscenti, ma rifugge con convinzione da tutto ciò che sembra esaltare il potere secondo la logica di questo mondo, per privilegiare ciò che dice carità, prossimità e servizio. Il suo bisogno di fraternità condivisa, l’uso di auto semplici, di stili di comportamento “normali”, mette in luce la sua volontà di essere sentito come un compagno di strada e un fratello in umanità. Ciò nulla toglie al suo ruolo di paternità universale, ma dà a questo un tocco di accessibilità e di familiarità, che lo rende vicino al cuore di tanti. Anche la sobrietà è insomma un linguaggio, una via per farsi prossimo a tutti e abbattere le distanze che così facilmente si creano verso chi ha responsabilità così grandi. Papa Francesco ama essere il parroco del mondo non per smania di originalità, ma in obbedienza allo stile di vita e di azione del Maestro e Signore cui ha consegnato il cuore e la vita, il Signore Gesù. Proprio così, ciò che fa e dice ha sapore di Vangelo e fa intuire il potere di trasformazione e di salvezza per tutti delle parole pronunciate e vissute in prima persona dal Nazareno: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20).

    2. La forza di un vocabolario nuovo

    Il “caso serio” che aiuta a comprendere la forza del vocabolario nuovo di cui Papa Francesco si serve può essere riconosciuto nel modo in cui egli propone i valori fondamentali della vita personale e sociale, ispirati alla fede in Cristo, a una società complessa, qual è ormai dappertutto quella del cosiddetto “villaggio globale”. Egli non usa, né ama, l’espressione “valori non negoziabili”, spesso adoperata nel linguaggio ecclesiale prima di lui, come dichiara espressamente nell’intervista a Ferruccio de Bortoli, apparsa su Il Corriere della Sera del 5 marzo 2014: “Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano essere valori negoziabili”. Non per questo l’attuale Vescovo di Roma si discosta dai suoi predecessori, quasi a compiere una rottura che lo allontani dalla dottrina della Chiesa e da quanto costituisce la causa e il fine del suo messaggio e del suo impegno nella storia. Francesco è e vuole essere fedele alla fede della Chiesa, così come essa è stata definita e professata attraverso i secoli.
    Ciò non gli impedisce, tuttavia, di proporre i valori con uno stile originale che da una parte lo rende estremamente accessibile, dall’altra suscita simpatia e curiosità. In che consiste, dunque, la novità del vocabolario dell’attuale Vescovo di Roma nel proporre i valori decisivi della vita? La caratterizzerei in tre direzioni.
    In primo luogo, Francesco intende presentare i valori a partire dall’attenzione a ciò che è veramente prioritario, ovvero a ciò che li motiva profondamente per il cuore umano, mostrandone la capacità di promuovere e realizzare la vera e piena umanità della persona. A nulla servirebbe elencare una serie più o meno ampia di valori “non negoziabili”, se poi la loro intrinseca forza di attrazione per il bene delle creature non risultasse chiara. Come ha scritto lo stesso Papa nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium: “Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione” (n. 14). Come afferma l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, non si deve mai dimenticare che “a tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute” (n. 44).
    In secondo luogo, Francesco intende guardare all’interlocutore cui rivolge la proposta del Vangelo: il suo modo di approcciare le persone, specialmente i poveri, i piccoli, i sofferenti, la sua attenzione che si fa abbraccio di tenerezza e sorriso di misericordia, è una maniera di essere e uno stile della proposta cristiana che tutti dovremmo riscoprire. Quando afferma “non abbiate paura della tenerezza”, Francesco sta enunciando un principio che tocca in profondità la proposta dei valori. Non si possono imporre pesi a persone che non siano in grado di portarli. La gradualità delle esigenze è proporzionale all’amore che s’investe nella proposta dei valori: quanto più si ama, tanto più si sa aspettare che l’altro maturi in sé l’accoglienza libera e convinta di quanto gli viene proposto. Occorre, insomma, riscoprire il senso pastorale della dottrina della “gerarchia delle verità”, di cui aveva parlato il Concilio Vaticano II, non solo evitando di imporre scadenze impossibili, ma soprattutto facendo in modo che non si perda mai di vista il cuore e il profumo del Vangelo (cf. Evangelii gaudium nn. 34-39). Soprattutto nel campo dei precetti, afferma il Papa nella stessa Esortazione Apostolica, bisogna avere grande moderazione “per non appesantire la vita ai fedeli e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera” (n. 43).
    Infine, Papa Francesco dimostra di avere forte e chiaro il senso della cosiddetta “complexio catholica”, su cui tanto insisteva il suo amato Romano Guardini, il pensatore italo-tedesco cui ha dedicato molto del suo studio negli anni giovanili: nella “pienezza” cattolica tutto si tiene e deve essere proposto nell’armonia dell’insieme. Non si può, ad esempio, difendere il valore della vita insistendo unicamente sul no all’aborto, senza parimenti affermare il no a ogni forma di violenza e di ingiustizia, il no alla guerra e all’oppressione dei poveri. Alcuni passaggi dell’Evangelii gaudium hanno potuto scandalizzare solo chi non ha tenuto presente questo principio decisivo (si pensi alle reazioni di un certo liberalismo cattolico negli Stati Uniti): così, ad esempio, gli importanti “no” che Francesco ha voluto sottolineare - dal no a un’economia dell’esclusione, che privilegia alcuni e considera “scarti” altri in un’impressionante “globalizzazione dell’indifferenza” (n. 54), al no all’idolatria del denaro, che governa invece di servire, come è avvenuto nel prodursi della crisi economica mondiale (n. 56) - ribadiscono posizioni della dottrina sociale della Chiesa presentandole nel modo più concreto perché avvenga la conversione al Vangelo. Fedele ai valori dell’insegnamento che la Chiesa propone in obbedienza al suo Signore, Francesco non desidera altro che proporli favorendo l’incontro con il Risorto, amore incarnato di Dio.
    Afferma il Papa nell’Evangelii gaudium: “Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti… Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata” (n. 49). È quanto ribadisce nell’Esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia (19 marzo 2016): “Ai divorziati che vivono una nuova unione, è importante far sentire che sono parte della Chiesa, che non sono scomunicati e non sono trattati come tali, perché formano sempre la comunione ecclesiale. Queste situazioni esigono un attento discernimento e un accompagnamento di grande rispetto, evitando ogni linguaggio e atteggiamento che li faccia sentire discriminati e promovendo la loro partecipazione alla vita della comunità” (n. 243). Il Papa aggiunge: “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia immeritata, incondizionata e gratuita. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!” (n. 297). La sola logica, che sia conforme alla misericordia rivelata in Cristo, è quella dell’integrazione.

    3. Una comunicazione “sorprendente”

    Vorrei infine sottolineare un aspetto che sin dall’inizio ha caratterizzato la forza comunicativa di Papa Francesco: l’elemento “sorpresa”. Il nome stesso del Santo di Assisi da lui scelto è l’evocazione sorprendente di un programma, che ha ispirato l’intera vita dell’arcivescovo di Buenos Aires eletto Papa, uomo austero, vicino ai poveri, rispettato anche da chi ne temeva la libertà evangelica. Sorprendente è un Papa che comincia il suo pontificato chiedendo al popolo che preghi su di lui e lo benedica, prima di dare lui la benedizione “urbi e orbi”. Sorprendente per molti è la sua continua attenzione ai poveri e alla povertà. Francesco sta aiutando la Chiesa a dare risposta alla domanda decisiva che un teologo latino americano, di grande profondità spirituale e a lui ben noto, così poneva: “In che modo parlare di un Dio che si rivela come amore in una realtà marcata dalla povertà e dall’oppressione?” (Gustavo Gutierrez). Il Papa risponde a questa domanda ricordandoci che Dio raggiunge tutti i cuori ed è vicino a ogni dolore perché parla la sola lingua comprensibile a tutti: quella dell’amore misericordioso e fedele! La lingua che egli vorrebbe parlasse sempre la Chiesa nei riguardi di tutti, specialmente dei poveri! Il modo di porsi di Papa Francesco verso gli altri cristiani è un’ulteriore sorpresa: egli si presenta come il vescovo della Chiesa che presiede nell’amore, deciso a offrire un servizio di testimonianza e di carità a tutte le Chiese. Era quanto il dialogo ecumenico e l’ecclesiologia del Vaticano II erano andati chiedendo nel pensare a un ministero universale di unità per tutti i discepoli di Cristo. Anche i credenti di altre religioni sembrano guardare a Papa Francesco con fiducia: egli - e il Documento di Abu Dhabi “sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” lo conferma (4 febbraio 2019) - vuole servire la “fratellanza” fra tutti gli esseri umani e i credenti di tutte le religioni. Anche chi non crede può trovare nei gesti e nelle parole di questo Papa, testimone di Gesù e amico degli uomini, un messaggio per la propria vita: tutti possono sentirsi accolti, capiti e rispettati da lui. Quanto ha detto sin dall’omelia della celebrazione eucaristica d’inaugurazione del suo servizio di successore di Pietro conferma tutto questo attraverso quattro parole a modo loro “sorprendenti”, incastonate in un discorso pronunciato col tono di chi parla da cuore a cuore, come pastore che cerca, ama e abbraccia quanti Dio ha voluto affidargli e chiunque voglia ascoltarlo.
    La prima parola è “custodia”. Il Papa l’ha spiegata riferendosi al ruolo di San Giuseppe in rapporto a Maria e Gesù: egli ne è il “custode” ed “esercita questa custodia con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”. Custodire vuol dire stare accanto agli altri con attenzione d’amore, prevedendo, provvedendo, rispettando e accogliendo l’altrui cammino nella profondità del cuore e della vita. Lo sguardo di questo Papa si allarga qui all’intera famiglia umana: “La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore”.
    Proprio così l’idea del custodire rimanda a un secondo termine usato da Papa Francesco, anch’esso sorprendente soprattutto sulla bocca di una così alta autorità mondiale: “tenerezza”.
    Questa significa l’atto del donare con la gioia che suscita gioia. Chi dona con gioia e rende l’altro felice del dono e consapevole che ogni dono è un reciproco scambio di bene, rende l’umanità più vera, più serena, più bella per tutti. “Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza… Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!”. S’illumina così anche il senso della terza parola dell’omelia di Papa Francesco che vorrei sottolineare: “servizio”.
    “Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”. Servire è ritenere il bene di tutti più importante di ogni possibile interesse di parte, fino a dimenticarsi di sé.
    “Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza”.
    Servo dei servi di Dio, il Vescovo di Roma fa appello a tutti e a ciascuno, per condividere con tutti la responsabilità, la sfida, la promessa e la gioia del servizio. Non è un sovrano, ma un servo, un amico, qualcuno cui guardare con fiducia, liberi da ogni paura, certi di essere rispettati e accolti sempre, comunque. Giungiamo così all’ultima delle quattro parole che ho voluto ricordare dell’omelia inaugurale di Papa Francesco: la “speranza”. Il servizio del vescovo di Roma, a cui tutti sono invitati a partecipare nella misura del dono dato a ciascuno da Dio, tende precisamente a questo: “Far risplendere la stella della speranza”. È convinzione dell’attuale Successore di Pietro che potrà riuscirci chiunque saprà custodire “con amore ciò che Dio ci ha donato!”. A tutti l’invito a navigare con lui sui mari della vita e della storia, anche quando si annunciano tempestosi, non solo sperando, ma anche organizzando la speranza, e organizzandola insieme per la forza di un servizio fatto di tenerezza e di custodia, rivolto a ciascuno, accogliente per tutti, benedetto da Dio.

    (Dialogo con il Dr. Andrea Monda, Direttore de L’Osservatore Romano - Intervento dell’Arcivescovo, Vasto, 3 Marzo 2020)