L’anno di grazia

    del Signore

    Enzo Bianchi


    Celebrare l’Anno di Grazia del Signore non è celebrare il passaggio di un millennio, è accogliere un tempo nel quale impegnarsi con più intensità ad accogliere la misericordia del Signore.
    Giovanni Paolo II nella “Tertio millennio adveniente” (n.42) dice che l’obbiettivo di questo anno è rinsaldare, rinnovare, rinforzare la fede e, quindi, la vita cristiana che è la sola vera testimonianza data a Cristo.
    Questo è l’obbiettivo del Giubileo, niente altro. Noi tutti, perché cristiani, perché Chiesa, dobbiamo vigilare affinché questa celebrazione non sia dominata dalla retorica del passaggio di millennio o non resti prigioniera della gigantesca macchina economica messa in moto.
    Dovremo fare in modo che l’Anno di Grazia sia un evento “evangelico” e non mondano; sia memoria dell’evento dell’incarnazione; un atto di discernimento di fede; un modo per dire che Dio ci salva nella storia; un modo per confessare che la salvezza è “qui e ora”.
    Ma cosa afferma la Parola di Dio sul Giubileo? Che cosa questo deve significare oggi nella nostra vita ecclesiale? Vediamo.

    Il messaggio della parola di Dio sul Giubileo

    Al cuore della Legge vi è una parola di Dio detta al Suo popolo che i rabbini chiamano “il comando dei comandi”: “Siate santi perché Io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv.19,2).
    Questo comando di Dio afferma la vocazione alla santità del popolo, è un vero invito ad assumere i tratti, la “personalità” stessa di Dio.
    Siate santi significa “siate altri”, siate distinti dal mondo e dalla mondanità, siate capaci di sottrarvi alla seduzione idolatrica quotidiana che impedisce di essere altrimenti, di sentire l’inenarrabile, di credere all’indicibile, di vedere le realtà invisibili, quelle che sono eterne.
    Siate santi, significa siate appartenenti al Santo, in comunione con il Signore tre volte santo, condividendo proprio la Sua santità.
    Proprio per offrirci ed avviarci su questa possibilità, Dio fin dall’inizio ci ha proposto e chiesto di santificare il tempo, cioè la nostra vita, i nostri giorni sulla terra, dalla nascita alla morte.
    Ha iniziato Lui stesso facendo “santo” il settimo giorno, il sabato: “Dio benedisse il settimo giorno e lo fece santo” (Gen. 2,3); cioè lo distinse, lo separò dagli altri giorni.
    La santificazione del tempo, è allora un qualcosa che Dio stesso ha iniziato e l’uomo, continuando quest’opera, compie contemporaneamente l’opera della propria santificazione.
    Il settimo giorno appare così come il destino, la vocazione stessa dell’uomo. L’inserzione nel tempo ordinario di un tempo altro, distinto, santo, significa negare che il tempo sia una eterna ruota; significa negare che il tempo possa tenerci prigionieri. Significa negare che il tempo sia senza uno sbocco. Significa dire che il tempo ha un Thelos, cioè un “fine” datogli da Dio stesso e che la creazione contiene in sé la sua “primizia” che è proprio il giorno santo.
    Per questo il tempo nel popolo di Dio è suddiviso tra “feriale” e “altro”, cioè “santo”. Questo impedisce di relegare nell’inaccessibile la santità.
    Ogni sette giorni c’è dunque lo sabbath, il sabato, il giorno santo. Ogni sette anni c’è un anno sabbatico, un anno santo. Ogni sette settimane di sette anni c’è un anno giubilare, anno santissimo.
    Quello che il sabato è nell’arco della settimana (lo qualifica una prassi liturgica che porti alla comunione con Dio ed una prassi umana tendente alla carità), lo deve essere l’anno sabbatico ogni sette anni e l’anno giubilare ogni quarantanove anni.
    L’Antico Testamento ci presenta un ritmo costante di tempi forti, chiamati tempi santi, che devono accompagnare e scandire la vita del credente e di tutto il popolo, per porla sotto il segno della signoria di Dio, sotto il segno della chiamata alla comunione con Dio.
    L’istituzione più antica è certamente quella dell’anno sabbatico, il settimo anno, che è stato compreso e forse vissuto in una dinamica che registra mutamenti di fondamento e di significato. Nel libro dell’Esodo il Signore chiede di non sfruttare e di lasciare la terra incolta il settimo anno, perché ci sia riposo per gli uomini, per gli animali, per la terra e per ogni creatura. Il settimo anno è percepito come un lunghissimo sabato, un anno da vivere nel riposo che canta la dignità dell’uomo, ma anche in una comunione, in una solidarietà che si deve realizzare nell’accesso di tutti ai frutti della terra. In quest’anno soprattutto gli indigenti, i poveri, i miseri, gli ultimi, potranno beneficiare coi loro fratelli di tutti i frutti della terra nella libertà.
    Più tardi però, secondo la legislazione del Deuteronomio, il settimo anno sabbatico doveva essere vissuto anche come anno di remissione dei debiti; dunque anno di liberazione dagli obblighi assunti. Viene chiamato l’anno della shemittà, l’anno nel quale cioè si accordava ai debitori insolventi la libertà. Cadevano tutti i debiti. Questi potevano essere in denaro, ma sovente significavano prestazioni di lavoro, fino alla servitù verso i creditori ma, allo scoccare del settimo anno, allo scoccare dell’ora della shemittà, della remissione, tutti questi vincoli cadevano.
    L’anno sabbatico diventa allora un antidoto allo sfruttamento del debitore. E’ la negazione che un debito possa rendere schiavo per sempre una persona. E’ un tentativo di immettere nel popolo un principio di fraterna uguaglianza. Dice infatti il Deuteronomio, esprimendo questa intenzione, “in realtà non ci sarà nessun bisognoso tra di voi se voi osserverete la legge”. Se cioè la legge di Dio fosse ubbidita, diventasse prassi dei credenti, nella comunità del Signore non ci sarebbe nessun bisognoso.
    Noi diciamo che il povero è “sacramento” del Signore. S. Basilio però afferma che il povero è sì sacramento, ma dell’infedeltà dei credenti alla legge della carità. Il povero è memoria che il popolo di Dio contraddice alla logica di comunione voluta da Dio.
    E’ straordinaria questa doppia valenza del povero. Giovanni Crisostomo lo chiama sacramento di Cristo. Basilio lo dice sacramento della ingiustizia della comunità cristiana. Non a caso la comunità nata dalla Pentecoste e vista da Luca come “fedele realizzazione della volontà di Dio”, è raffigurata come una moltitudine in cui non c’era nessun povero perché “tutti i beni erano distribuiti a ciascuno secondo il suo bisogno” (Atti 4,32). E’ questo suo un preciso riferimento al Deuteronomio.
    Accanto però alla legislazione dell’anno sabbatico c’è anche quella riguardante l’anno giubilare: dice il Signore “contate sette settimane di anno e giunto il quarantanovesimo anno, nel decimo giorno del settimo mese voi farete suonare la tromba dell'acclamazione, lo jobel, tromba di esultanza; suonerà la tromba quel giorno perché sarà giorno di remissioni e di espiazioni in tutto il paese. Voi renderete santo quell’anno e proclamerete la liberazione sulla terra per tutti. Sarà per voi Giubileo”.
    Il jobel suonerà: il corno dell’ariete, qualche volta chiamato shophar, ma sempre corno che suona la liberazione. Quell’anno sarà un anno santissimo, fatto santissimo dalla liberazione proclamata nel paese”. Liberazione delle persone, liberazione della terra, delle case che debbono ritornare e di nuovo appartenere a chi le aveva perse a causa di calamità, disgrazia, indebitamento, schiavitù; è la fine della servitù delle persone vendute ai creditori.
    Potremmo dire con i rabbini che il Giubileo è l’anno del passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla servitù alienante al servizio di Dio: cioè il Giubileo è un memoriale dell’Esodo, dell’uscita dall’Egitto, è un memoriale pasquale.
    C’è una parola fondamentale sul Giubileo in Lev. 25.55 che collega Giubileo e Pasqua. “Sì, per me - dice il Signore - i figli di Israele sono servi, sono servi per me che li ho fatti uscire dalla terra d’Egitto: Io, il Signore vostro Dio”.
    Certamente noi possiamo anche domandarci se questa legislazione del Giubileo sia diventata una prassi. Nessuna pagina dell’A.T. ne fa menzione. Ma non si può concludere solo in virtù di questo silenzio che non sia mai stata realizzata, che non si sia mai tentato di praticarla; soprattutto perché nel libro di Neemia, il libro del ritorno del popolo da Babilonia, è testimoniata un’iniziativa che può essere fatta risalire alla legislazione giubilare. Infatti, al cap. 5 si dice che i Giudei, tornati profughi da Babilonia, premevano alle porte come i nostri immigrati, gridando contro gli ebrei, notabili e ricchi che non avevano conosciuto l’esilio ed erano restati residenti nella Terra Santa. Neemia allora chiede, invocando la prassi giubilare: “condoniamo i debiti, rendiamo loro i campi, le vigne, gli oliveti e le case che avevano perduti prima di andare in esilio”.
    In ogni caso, poi, questi testi sul Giubileo mostrano bene la volontà di Dio e indicano la condizione di fedeltà e di santità alla quale i credenti sono chiamati. Se vivono nella logica del giubileo, allora sono santi come Dio è santo.
    Attenzione, nell’anno giubilare dell’Antico Testamento la santificazione avviene attraverso la prassi della remissione: non è previsto alcun il pellegrinaggio perché il vero pellegrinaggio è esattamente il passare da una condizione di ingiustizia ad una di carità; da una situazione di schiavitù ad una di libertà.
    Il Giubileo è dinamica di liberazione, è memoriale del primato di Dio, è alleanza stabilita con l’umanità, invita ad un’esistenza sotto il segno della benedizione di Dio che porta i tratti della carità.
    Il messaggio che si ricava da questi testi è comunque un messaggio non periferico della nostra fede, perché è un messaggio che riguarda il nome stesso che gli ebrei avevano dato a Dio. Dio è il Goel, il liberatore perché ha creato un popolo attraverso la liberazione dall’Egitto.

    La terra è Dio: è data ad Israele non in proprietà ma in uso

    Infatti, nel libro del Levitico (25.23) il Signore dice:“mia è la terra, voi siete ospiti ed inquilini” Cioè la proprietà della terra è e rimane di Dio. Per questo nessuno ne può disporre a piacimento e la terra si configura come un dono da custodire. Ricevendolo, l’uomo accoglie una responsabilità perché ogni dono richiede che si rispetti l’intenzione del donatore. Dandolo all’uomo Dio (rivolto a tutta l’umanità, non solo a parte di essa), invita: ”crescete e moltiplicatevi, custodite la terra”. Allora ogni uso arbitrario della terra, ogni pretesa di possesso esclusivo, ogni tentativo di fare della terra un autosufficienza, contrasta con l’intenzione del donatore. La terra è un dono di Dio, ma la proprietà rimane sempre Sua. Su questo va confrontata sempre ogni nostra prassi.
    Per diventare santi come Dio è santo, occorre riconoscere la regalità di Dio, la sua signoria e, di conseguenza, rispettare questa “economia del dono” che deve regnare tra quanti abitano la terra. Anche il riposo della terra. Tra l’altro, il suo scopo è soprattutto quello di immettere nel cuore del credente il senso che il rapporto con la terra è un rapporto sponsale. Infatti, il termine di Genesi sovente interpretato: “dominate e soggiogate la terra”, indica in realtà l’azione con la quale l’uomo copre la sua sposa. E’ un termine di vita ed invita ad un rapporto, a sposare la terra non a sfruttarla in modo irrazionale, non a calpestarla.
    Dio poi è un padre. E’ il padre che dà il pane quotidiano; l’uomo prende il pane quotidiano dalla terra, ma ringrazia Dio ed in quel rapporto di ringraziamento vede che la terra è un dono per lui, non una proprietà da sfruttare. Noi, invece, abbiamo dimenticato purtroppo perfino la preghiera prima dei pasti, ma non bisognerebbe mai dimenticarla. Non si fa per è per rendere santi i pasti (le cose sono tutte già sante perché benedette da Dio), ma è per dire a Dio: “io Ti ringrazio e faccio Eucarestia di ogni Tuo dono, e quanto ho sulla tavola è un tuo dono, non un qualche cosa che io posso pretendere e che posso consumare a mio piacimento senza tener conto che tu sei Padre, Padre mio e Padre degli altri, Padre nostro. Pregare prima dei pasti immette proprio questo senso, non è una pia pratica, una devozione, ma è entrare nei pensieri di Dio, diventare uomini eucaristici, capaci di ringraziamento perché è del Signore la terra e quanti la abitano.
    Oggi noi assistiamo ad uno sfruttamento delle risorse della terra senza criterio, assistiamo ad una mancanza di rispetto per la terra fino ad estenuarla. C’è un accaparramento dei suoi beni da parte di un sesto degli abitanti del pianeta. Il miliardo del mercato, come viene chiamato il mondo dei ricchi, vivono a scapito degli altri cinque miliardi, poveri fino a morirne. Mi rincresce dirlo ma ho letto stamattina che il Segretario dell’ONU ha detto che un cane dei paesi ricchi dell’Europa o del Nord America ha a disposizione 17 volte di più di un bambino del terzo mondo. E questi paesi sono i paesi cristiani! Lo dico con vergogna mia, non accusando gli altri perché noi siamo tutti solidali di questo peccato, di un potere, di una società che prende le risorse per sé.
    Noi credenti abbiamo una parola del Signore con un giudizio su di noi che dobbiamo attuare. E il Giubileo è un memoriale di queste verità.

    La liberazione è la volontà di Dio

    Dio, secondo la più antica confessione di fede, è il Goel, il liberatore, colui che liberò Israele dalla casa di schiavitù. Questo fa sì che il popolo di Dio sia un popolo di riscattati. Un popolo che ha fatto un’esperienza di liberazione: da schiavi del faraone a servi di Dio nella libertà e per amore. Ma l’Esodo non è solo il ricordo di un fatto storico (la Pasqua), bensì è un memoriale, è un evento che continua e che, con il suo dinamismo, anima la storia del popolo di Dio. Per questo la Pasqua è un evento sempre nuovo, va sempre riattualizzato, va sempre rivissuto.
    Per questo il Signore sul Sinai a Mosè chiede che ogni 50 anni si proclami la remissione per tutti di tutte le servitù (Lev. 25,10). L’invito è preciso: voi passerete di città in città, in tutto il territorio e griderete derol, derol, cioè proprio la remissione delle servitù.
    Se il Giubileo da una parte è remissione per tutti gli abitanti della terra, azzeramento delle sperequazioni, libertà per gli schiavi, fine dell’angoscia dei debitori, dall’altra è contemporaneamente anche proclamazione della dignità umana, garanzia della vocazione di ogni uomo alla libertà.
    Negli anni stessi in cui Dio dava questa legislazione, nella vicina Grecia Platone scriveva: “ è giusto che nella società ci siano schiavi e liberi, ricchi e poveri”. Ma la Bibbia in quei giorni scrive che compiere la volontà di Dio significa volere tutti liberi, nessuno schiavo dell’altro, nessun indigente.
    Questa remissione, è anche quella proclamata in Isaia 61 dal Servo del Signore che è profezia del Messia. Questo Servo dice che lo Spirito Santo è su di lui e lo ha unto per una missione: proclamare, la remissione di ogni debito, proclamare un anno di grazia del Signore.
    Shemittà, deror e, nel Nuovo Testamento, àtesis, sono tre termini che indicano appunto la remissione dei debiti cioè dei peccati, di ogni prassi di possesso che allontana l’uomo dall’essere santo come santo è Dio.
    Questa è la liberazione, questo è ciò che ridà vita che dà dignità piena, libertà. La remissione di tutte le creature, remissione degli animali, dei beni fondiari, permette una ridistribuzione dei mezzi di sussistenza e di produzione; permette di conoscere una vita nello shalom, nella pace.
    Remissione dei debiti che significa impedimento alla schiavitù definitiva. Ecco se Israele vive di questa prassi, anche qui raggiunge il culmine della santità nella storia e nel mondo, l’Anno Santo, il Giubileo è anno santificante in quando il popolo di Dio, in modo radicale, adempie la legge di Dio.

    La remissione dei debiti è remissione dei peccati

    Ma questo deror, questa shemittà, nell’annuncio di Gesù diventa soprattutto la remissione dei peccati. Gesù non ha parlato del Giubileo, secondo la testimonianza dei Vangeli non vi sono dei cenni precisi. Però la ripresa della profezia del Servo del Signore, nella sinagoga di Nazareth, quando Gesù rileggendola proclama l’anno di Grazia del Signore, quel dire che oggi si compie questa scrittura, questo è un annuncio che sta nello spazio della teologia del Giubileo e Gesù sottolinea che è venuta l’ora della remissione, della riconciliazione. Proclamando “l’Anno di Grazia del Signore” (Lc 4,19) dichiara soprattutto venuto il tempo della remissione dei peccati offerta da Dio a tutti gli uomini. Gesù l’Unto, l’Inviato ad annunciare ai poveri la buona notizia, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a mettere in libertà gli oppressi e a predicare l’Anno di Grazia del Signore, instaura la logica della grazia, la logica della remissione dei peccati. La remissione di ogni peccato, cioè l’incapacità di compiere quella prassi che rende santo ogni uomo nella stessa misura in cui Dio è santo. L’impegno a questa prassi, non altro, è l’Alleanza che Dio stringe con il suo popolo, con noi. Il nostro non riuscire rimanervi fedeli è chiamato “peccato”, cioè rottura di questo patto con l’Eterno.
    Ma Gesù, inaugurando gli ultimi tempi, i tempi escatologici, annuncia che il tempo della libertà, della comunione, della misericordia, da quel momento è per sempre. Potremmo dire che il Giubileo è proclamato da Gesù come un tempo che giunge fino alla fine della storia cosicché, in verità, dalla resurrezione del Signore e dal dono dello Spirito non esiste nello spazio cristiano né uno, né due, né diversi anni santi: è sempre Anno Santo, è sempre Giubileo, “finché egli venga”.
    Dalla venuta di Gesù le cose sono mutate: per incontrare Dio, per accedere alla salvezza, non c’è un giorno più propizio di un altro, né è distinto da un altro. Non esistono più inizi di mezzi salvifici né altre ricorrenze cicliche, esiste sempre un unico oggi. L’oggi in cui Dio ci parla, stringe con noi Alleanza nell’Eucarestia, centro della vita cristiana.
    Il tempo è ormai diverso da prima dell’Incarnazione, anzi il tempo ormai si è fatto breve, sicché i cristiani nel tempo, nella storia, devono solo compiere l’azione liturgica del Rendimento di Grazie ed avere una prassi di Carità. Eucarestia e Carità sono le due facce di una stessa medaglia; liturgia e storia sono i due volti del nostro essere ed agire di credenti.
    Il tempo è diventato santo, santissimo. Il tempo che non va perduto perché sta passando la scena di questo mondo, ma va riscattato e redento altrimenti non sarà tempo santo, ma tempo cattivo, malvagio. L’arco che va dalla morte e resurrezione del Signore alla sua parusia è il tempo della salvezza in cui è proclamata la remissione dei peccati.
    Questo dice la grande Tradizione della Chiesa. Purtroppo nella crisi spirituale che attraversano le Chiese, questo annuncio della remissione dei peccati non è messo in sufficientemente in rilievo.
    Questa constatazione va fatta con molta sofferenza. Quando si parla di remissione dei peccati, sovente la si riduce ad un devozionale ritorno al Sacramento della Penitenza. Invece, la remissione dei peccati è il tema centrale dell’annuncio evangelico, è l’unica esperienza che ci è data di fare qui ed ora. E’ questa l’esperienza di salvezza che ci fa possedere le primizie dello Spirito.
    La risposta del Nuovo Testamento alla domanda: “quale salvezza possiamo sperimentare di qui, prima di entrare nel regno tra le braccia del Risorto?” è una sola: è l’esperienza della remissione dei peccati.
    Questo purtroppo ci sfugge benché la mattina cantiamo nel Benedictus che il Signore è venuto a portarci “la conoscenza della salvezza nella remissione dei peccati” (Lc 1,77). Ci sfugge benché annunciamo che “il battesimo è per la remissione dei peccati” (Mc 1.4), che “L’Eucarestia è sangue sparso per la remissione dei peccati” (Mt 26,28), che l’evangelizzazione stessa “è annunzio della remissione dei peccati da Gerusalemme ai confini della terra” (Lc 24,47). La vita comunitaria ecclesiale è segnata dalla remissione dei peccati annunciata dagli Apostoli: “ricevete lo Spirito Santo a chi rimetterete i peccati saranno rimessi” (Gv 20). La remissione dei peccati è chiesta nella preghiera del Padre nostro: “rimetti a noi i nostri peccati, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, è praticata fra fratelli in comunità (Mt 18,21 e Mc 11,25-26). La remissione dei peccati sta al cuore del Nuovo Testamento, sta al cuore della vita della Chiesa ed è proprio questa che sta al centro del Giubileo, che è la vera identità del Giubileo, perché ha ottenuto il suo pieno compimento nella morte e resurrezione di Cristo.
    Pochi lo sanno, ma i rabbini dicevano che il Giubileo doveva iniziare e terminare con la celebrazione della festa di Yom-kippur cioè, per Israele, il giorno della remissione dei peccati.

    Il Giubileo oggi nella vita della Chiesa

    Essendo il nostro tempo, dalla resurrezione di Gesù fino al Suo ritorno, sempre tempo “giubilare”, tempo di grazia per la remissione dei peccati, in realtà non è assolutamente necessario proclamare un giubileo. Questo va detto e bisogna essere chiari su queste cose perché quando si è chiari si evitano tutte le possibilità di ambiguità.
    Per 1300 anni la Chiesa romana non ha sentito il bisogno di proclamare Giubileo e fino ad oggi le altre Chiese cristiane, sorelle, non sono mai ricorse a questa celebrazione. Tuttavia questa celebrazione è possibile ed è stata ritenuta utile dal papato romano per un rinnovamento della fede. Anche gli ultimi papi così hanno ritenuto e noi possiamo accogliere il loro invito, soprattutto se ascoltiamo le finalità che essi hanno indicato e che sono certamente evangeliche. Soprattutto quelle di Giovanni Paolo II. Infatti, nell’intenzione di Giovanni Paolo II, da che cosa dovrebbe essere contrassegnato questo Giubileo? Leggendo il promemoria consegnato al 5° Concistoro straordinario, la “Tertio millennio adveniente” e la Bolla di indizione “Incarnationis misterium” (quest’ultima un vero gioiello), si possono discernere queste indicazioni primarie: conversione, confessione dei peccati, riconciliazione, prassi di giustizia e di carità.
    La conversione: il grido di Gesù “convertitevi e credete al Vangelo” sintetizza la sua predicazione. E’ un grido non solo rivolto a quanti sono chiamati alla fede, ma è un grido rivolto agli stessi cristiani che, se pure battezzati, rischiano di non avere mai fatto questo passaggio pasquale dalla mondanità al Vangelo.
    In verità il cristiano è sempre in stato di conversione, di ritorno a Dio e anche se c’è una decisione di fondo, una scelta fondamentale di sequela di Cristo, anche se c’è il Battesimo, tuttavia sempre ci sono contraddizioni, cadute, fallimenti che richiedono una ripresa, un mutamento. Insomma quel ritorno a Dio che la bibbia chiama conversione, teshuwà, metanoia. Celebrare il Giubileo significa innanzitutto disporci a questo ritorno, riconoscendo gli idoli che ci tengono prigionieri, gli idoli che ci seducono e quindi ripudiarli con la forza della Grazia che il Signore non fa mancare a chi vuole tornare a Lui con tutto il cuore, tutta la mente, tutte le sue forze. Da una parte sta l’invito “cercate il Signore e vivrete” dall’altra “seguite gli idoli e troverete la morte”. Certo, l’esito qualche volta deludente della catechesi dei tempi moderni è dovuto al fatto che i non cristiani (che oggi con facilità chiamiamo “indifferenti” perché la nostra epoca è segnata dall’indifferentismo, non dalla negazione di Dio), non vedono il messaggio cristiano tradotto in una prassi concreta di vita. Si continua a parlare di evangelizzazione, nuova evangelizzazione, catechesi, ma se noi non traduciamo nella vita quello che è il Vangelo, anche il proclamarlo sui tetti è inutile. Solo dei cristiani che mostrano una concreta vita “altra”, una vita evangelica, possono narrare il Vangelo e dunque evangelizzare. C’è quel gioiello che è l’Evangeli nuntiandi di Paolo VI nella quale si continua a ripetere che evangelizzazione è assolutamente testimonianza della vita altrimenti non è evangelizzazione. Dei cristiani mondani nella forma della loro vita sono un invito agli altri a restare quelli che sono. La conversione è urgente, deve avvenire sempre ed il Giubileo può essere una occasione in cui questa scelta, questa decisione di cambiare vita, ma di cambiarla in modo che la vedano i non credenti, questa decisione venga presa in modo comunitario, ecclesiale.
    Perché le nostre Chiese locali, le nostre Comunità non tentano durante questo Giubileo semplicemente di chiedere a tutti di mutare qualcosa nella loro vita perché possa narrare l’Evangelo?

    La confessione dei peccati

    E’ un punto cruciale del Giubileo nell’intenzione di Giovanni Paolo II. Un punto che, va riconosciuto, non molto recepito e forse anche qualche volta non compreso e criticato. Eppure, il Papa in modo testardo, quasi ossessivo, continua a richiedere questo evento della confessione dei peccati anche da parte della Chiesa, per ciò che i cristiani hanno commesso di male nella storia, pur con buone intenzioni. Nella “Tertio millennio adveniente” il Papa scrive: ”la Chiesa deve farsi carico del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanza in cui essi si sono allontanati dallo Spirito di Cristo e dal Suo Vangelo offrendo agli uomini lo spettacolo di modi di pensiero e di azioni che sono delle forme di anti-testimonianza e di scandalo” (n.33). Il Papa poi allude al peccato contro la comunione ecclesiale che ha portato alle divisioni delle Chiese, ai delitti perpetrati verso gli Ebrei, ai metodi di intolleranza e perfino di violenza usati nel servizio della verità (n. 35).
    Questa indicazione del Papa va capita molto bene. La Chiesa chiede perdono a Dio. Stiamo attenti perché anche nel mondo non cristiano ci sono cattive comprensioni di questo, come se la Chiesa volesse ostentare in forma propagandistica una sua immacolatezza. No, la Chiesa chiede perdono a Dio, non lo può chiedere alle vittime delle azioni malvagie fatte dai cristiani perché le vittime non ci sono più. Non può neppure chiederlo ad eventuali discendenti. Ma la Chiesa sa che, già nell’Antico Testamento, Dio aveva voluto confessioni pubbliche e comunitarie dei peccati da parte del popolo. E’ rincrescioso che non si sia ancora giunti ad utilizzare d’appieno il messaggio di queste confessioni comunitarie che risuonano in quella straordinaria formula: “Signore noi abbiamo peccato con i nostri padri” (Ps 106.6 – Neemia 1,6 – Baruk 1,19 e testi paralleli) e non, come a volte erroneamente tradotto dall’ebraico: “noi ed i nostri padri abbiamo peccato”.
    La Chiesa sa di essere una comunione di santi perché è una solidarietà di peccatori da Dio perdonati. La Chiesa conosce questa sua identità che la rende unica di secolo in secolo. La Chiesa soprattutto sa umiliarsi e, assumendo il peccato e la colpa, intercedere per ottenere da Dio il perdono. La “Lumen Gentium” dice “Ecclesia semper purificandi”, la Chiesa è sempre in via di purificazione.
    Questa assunzione di colpa, è uno degli aspetti più nuovi di questo Giubileo. E’ uno degli aspetti più evangelici. La Chiesa sa umiliarsi davanti agli uomini, sa confessare la sua colpa nella certezza che nella sua debolezza si fa epifanica la forza di Dio.
    Il prossimo mercoledì delle Ceneri, in una liturgia penitenziale, oserei dire uno Yom-kippur cristiano, la Chiesa universale attraverso l’umile successore di Pietro farà questa confessione dei peccati. Sarà una purificazione per i figli, ma soprattutto per i cristiani la presa di coscienza che sono accanto agli uomini, solidali col loro peccato ma sempre perdonati dal calice di Cristo e dal Suo sangue. Compagni di cammino di tutti gli uomini che sono ancora nel peccato ed anche di coloro che non conoscono il grande dono della redenzione.

    Infine riconciliazione

    Quello che è più urgente per la Chiesa, è anche all’apice dell’intenzione di questo Giubileo: la riconciliazione tra cristiani, tra Chiese. Ma, questo, perché, per quanto possibile, diventi riconciliazione con tutti gli uomini nella giustizia e nella carità. Questa è la volontà del Signore che ha pregato prima di passare da questo mondo al Padre per l’unità dei suoi. Ormai il Vangelo ha parlato risolutamente nell’evento del Vaticano II. Nel Concilio ci ha insegnato definitivamente che l’ecumenismo non è un optional, che la riconciliazione tra le Chiese non è periferica, ma che è condizione per essere Chiesa più fedele al Signore, una Chiesa che non lacera il Corpo di Cristo. Questo cammino ecumenico oggi è ancora contraddetto da porzioni che sono presenti in tutte le Chiese. Posizioni, che tradiscono addirittura l’unità battesimale in nome di un confessionalismo che mette i cristiani gli uni contro gli altri o li fa camminare gli uni senza gli altri.
    Il Giubileo dovrebbe essere un’occasione per un mutamento di cammino, per correre verso il Regno tutti insieme fratelli e riconciliati, pure nella diversità. Come possiamo restare divisi oggi, alla fine di un secolo in cui i martiri sono diventati comunione di martiri perché presenti in ogni Chiesa?. Le Chiese tutte sono diventate in questo secolo Chiese di martiri cattolici e ortodossi sotto i regimi comunisti; cattolici ed evangelici sotto il regime nazista; appartenenti a tutte le Chiese nelle terre di missione. Giovanni Paolo II scrivendo “la Comunio Martirum”, ha parlato con voce più alta dei fattori di divisione ed è arrivato a chiedere un martirologio ecumenico.
    Questo, allora, può avere una forte valenza escatologica e, quindi, viverlo significa fare memoria del giorno del Signore, il giorno della Sua gloriosa e misericordiosa venuta. Vivere il Giubileo significa ricordare che davanti a noi c’è un giorno segnato dalla parusia, così come dietro a noi, 2000 anni fa, c’è un giorno segnato dalla prima venuta della carne nell’umiltà del Signore. Ma quando diciamo che attendiamo la parusia, c’è anche il giudizio, ed il giudizio ci sarà. Sarà giudizio per tutti gli uomini della terra, giudizio in cui ci sarà finalmente rivelato il compimento della giustizia per tutti gli uomini che, nella storia, sono stati vittime, oppressi, afflitti, senza voce, anonimi. Il giudizio ci sarà, non lo dimentichiamo, dobbiamo dirlo con forza per noi, perché sappiamo di appartenere al mondo dei ricchi, al mondo di quelli che hanno avuto una soggettività ed hanno avuto dei beni che altri non hanno avuto. Se la storia ha un senso, se la giustizia di Dio ha un compimento, il giudizio ci sarà e debbiamo invocarlo su di noi abbandonandoci alla misericordia di Dio. Nient’altro che questo possiamo fare. Sarà la stessa vista del male che abbiamo commesso o del bene che non abbiamo fatto, come dice Ezechiele al cap. 16 “ci purificherà, sarà come un fuoco che ci purifica e ci farà entrare nella misericordia del Signore”.
    Il Giubileo è invocare anche questo evento pregando ininterrottamente “maranatà” “vieni Signore Gesù, vieni presto, vieni per la tua Chiesa, vieni per noi, vieni per tutta l’umanità, specialmente i piccoli, gli umiliati, gli agnelli che sperano soltanto nell’Agnello trafitto ma vincitore, l’Agnello diventato il pastore vivente sul trono presso Dio”.