Contro l’intrattenimento

    salviamo i veri romanzi

    Mario Vargas Llosa


    Perché leggiamo? Inventare e raccontare storie è una delle tradizioni più anti che dell’umanità. Tutte le culture, senza eccezioni, l’hanno messa in pratica. Non sappiamo quando esattamente sia nata, ma siamo sicuri che la sua origine si confonde con l’esistenza degli esseri umani e certa mente con l’invenzione della parola, che ci ha permesso di comunicare gli uni con gli altri. Nasce dalla condizione umana, vale a dire da quella strana condizione per la quale viviamo una sola vita, ma siamo capaci di immaginarne o inventarne altre mille.
    Probabilmente fin dal principio dei tempi, gli esseri umani si sono sentiti rinchiusi nella sola vita che avevano e hanno desiderato viverne altre, scappare da quella gabbia che è l’essere condannati a vivere un’unica vita quando si è capaci di immaginarne e desiderarne altre. I nostri antenati, i più primitivi, quelli che in molti sensi si confondevano ancora con gli animali, trovarono il modo di fuggire da quel confinamento per vivere altre vite. Così sono nate le storie, così i nostri antenati, di notte attorno al fuoco, hanno iniziato a inventare e a raccontarsi storie. E, grazie a esse, a oltrepassare i propri limiti e a vivere altre vite, identificandosi con i personaggi e con le avventure di quelle stesse storie. Per i nostri antenati era un modo di vivere in pace la loro esistenza. Un’esistenza piena di paure: del fulmine, del bosco, dei serpenti nascosti tra il fogliame, delle bestie che potevano attaccarli e ucciderli, paura di tutto ciò che non capivano. Le narrazioni permettevano loro di immaginar si in una vita più tranquilla.
    Il progresso umano, ciò che chiamiamo civilizzazione, sicuramente è nato partendo da quell’abitudine di raccontarsi storie inventate che, non solo facevano sognare altre vite e altri mondi, ma anche desiderare che si trasformassero in realtà. Dopo aver ascoltato quelle storie, i nostri antenati vivevano con diffidenza la realtà che li circondava: si rendevano conto che la vita reale era misera se paragonata a quella che erano capaci di creare con la fantasia. La narrazione li spingeva a cambiare la vita reale, a trasformarla, perché somigliasse sempre più alla vita immaginata. Per questo motivo credo si possa dire che quelle storie furono in qualche modo lo stimolo iniziale del cambiamento, del progresso della civiltà. Quando comparve la scrittura, le storie acquisirono stabilità e in questo modo nacquero i romanzi, che avevano la funzione di divertire, sedurre, incantare i lettori esattamente come le storie degli antenati permettevano di scappare e vivere altre vite.
    Per questo il romanzo, soprattutto se è un buon romanzo, ci libera dalla nostra condizione limitata facendoci vivere in modo più ricco e più profondo e mostrandoci che il mondo così com’è non è sufficiente per vivere tutte le esperienze che vorremmo. Non a caso i regimi e le ideologie che vogliono controllare senza lasciare libertà di azione agli individui hanno sempre cercato di frenare, circoscrivere o proibire quell’antichissima arte che è l’inventare e raccontare storie. Coloro che per trecento anni impedirono che si scrivessero e pubblicassero romanzi in America, nell’America ispanica, avevano intuito che in quell’atto apparentemente inoffensivo di inventare, scrivere e raccontare storie c’era il pericolo della ribellione, dell’insubordinazione. Dal mio punto di vista, fu così che gli inquisitori compresero, ancor prima dei critici letterari e degli stessi scrittori, la profonda motivazione che spinge a inventare e raccontare storie. Tale motivazione, lo ripeto, consiste nel mostrare che la realtà non è gradevole, che il mondo così come lo vediamo non riuscirà mai a farci vivere le emozioni che desideriamo. L’insoddisfazione di fronte alla realtà è un sentimento pericoloso e proprio per questo motivo i romanzi, la cui lettura ci fa capire che ciò che vediamo è ben al di sotto delle nostre aspettative, costituiscono un pericolo, un pericolo per la società, un pericolo perché sono profondamente impregnati di finzione, irrealtà, desiderio e necessità di un mondo migliore o, per lo meno, di un mondo diverso da quello reale. Se si considera il romanzo dalla prospettiva delle società democratiche, tutto ciò appare ridicolo. Come può un romanzo, che racconta storie di fantasia, costituire una minaccia di insubordinazione? Effettivamente, in una democrazia non dovrebbe succedere, dato che il giudizio può essere esercitato liberamente ed esistono motivazioni ben più radicate e profonde per adottare una posizione critica nei confronti della realtà. In queste società, il romanzo non è altro che uno strumento di intrattenimento che ci allontana dalle schiavitù quotidiane e per un certo periodo di tempo ci fa vivere in una realtà differente, all’interno della quale ci muoviamo con maggiore facilità e, identificandoci con i personaggi della finzione letteraria, riusciamo a vivere esperienze straordinarie che non potremmo vivere nel mondo reale. Allontaniamoci per un momento dal mondo libero e democratico per considerare invece le società sottoposte a regimi autoritari, nelle quali il cittadino ha un margine di libertà assolutamente limitato. Ebbene, lì noteremo immediatamente che la finzione, quella forma di intrattenimento tanto inoffensiva nei Paesi liberi, si riveste di sfumature pericolose dal momento che il romanzo tende a diventare il portavoce di ciò che i media non possono dire, di ciò che le istituzioni tacciono, di ciò che gli organi di governo nascondono. Tutta quella realtà nascosta, occulta, comincia a impregnare i libri e a manifestarsi attraverso di essi. Per questo motivo, i regimi totalitari istituiscono organismi di controllo e censura molto rigidi ma, nonostante l’estrema rigidezza e la costante vigilanza sulle creazioni artistiche, c’è sempre un elemento critico che riesce a emergere e che contribuisce ad alimentare e stimolare lo spirito di ribellione che, dal mio punto di vista, è presente in tutte le finzioni, soprattutto nelle grandi finzioni. Anche se fosse solo per questo motivo, sarebbe estremamente importante continuare a stimolare la lettura.
    Tuttavia, ci sono anche altre ragioni per mantenere vivo lo stimolo alla lettura e diffonderlo il più possibile all’interno di una società. I grandi romanzi rivelano meglio di qualsiasi altro genere letterario le ricchezze del linguaggio. Dominare la lingua, sapersi esprimere con precisione cogliendo tutte le sfumature che ci offre è qualcosa che si impara solamente attraverso la lettura delle grandi opere letterarie. Non si può imparare da un manuale, ma solamente attraverso gli autori che l’hanno arricchita con ciò che hanno scritto. Sicuramente oggi leggiamo più di qualche tempo fa, ma succede che si legga male, rapidamente, e che spesso non si scelgano i capolavori perché richiedono uno sforzo intellettuale maggiore rispetto a opere più semplici e leggere: la famosa letteratura del best seller, quella che raggiunge un pubblico vastissimo ma che raramente consente l’arricchimento linguistico di un Cervantes, un Góngora, un Quevedo, uno Shakespeare, un Goethe, o ancora un Tolstoj o un Dostoevskij. Padroneggiare un ricco vocabolario significa possedere uno strumento utile non solo per comunicare, ma anche per riflettere. Se siamo capaci di dominare la lingua in tutta la sua ricchezza e varietà, allora possediamo un imprescindibile strumento di conoscenza.
    Viviamo in un’epoca di specialisti. Il livello di conoscenza è aumentato e si è talmente diversificato che è impossibile riuscire ad avere la padronanza di diversi gradi di conoscenza. La nostra epoca ha creato gli specialisti, individui che sanno molto di un tema ma ignorano tutto il resto. Senza la letteratura, questa realtà si comporrebbe di individui solitari, incapaci di comunicare a causa della loro stessa specializzazione, capaci di confrontarsi soltanto con altri specialisti del proprio settore. Le discipline umanistiche, ma soprattutto la letteratura, ci ricordano quei denominatori comuni che ci astraggono dalla nostra specializzazione e ci fanno sentire parte di una comunità. È proprio questa una delle qualità della letteratura, la sua universalità. Oggi leggiamo Victor Hugo e ci sentiamo trasportati nel XIX secolo. Cosa scopriamo? Che nel XIX secolo le passioni, le emozioni, i sentimenti, le buone e cattive azioni erano molto simili a quelle del nostro tempo, e sicuramente a quelle del passato. Ciò dimostra la fragilità dei limiti nei quali siamo confinati e, in qualche modo, ci avvicina a quel concetto diffuso e strano che è l’umanità. I grandi romanzi ci fanno vivere altre epoche, ci distolgono dal nostro tempo e, in qualche modo, ci avvicinano a coloro che vissero in circostanze storiche molto diverse, che parlavano in modo diverso, che avevano credenze diverse, che adoravano altre divinità.
    Ci sono altre ragioni per le quali bisogna difendere i romanzi nel mondo in cui viviamo. Sono convinto che lo spirito critico sia fondamentale per il progresso della società. La civiltà si impoverirebbe molto se la letteratura sparisse o se diventasse un puro divertimento, uno svago passeggero e superficiale. La letteratura, senza dubbio, ci seduce, ci diverte, è un sistema enormemente ricco di distrazioni. Tuttavia, può anche spaventare, poiché suscita in noi il pensiero che il mondo non riesca a soddisfare tutti i nostri desideri. Se lo spirito critico scomparisse, probabilmente il mondo più avanzato, quello scientifico e tecnologico, diventerebbe un mondo di automi, di robot, e quegli incubi che la letteratura è stata capace di inventare, ad esempio quelli di Zamjatin o Orwell, potrebbero concretizzarsi. Per tutte queste ragioni, credo che sia importante difendere il romanzo dalle minacce che incombono su di esso.
    Curiosamente i pericoli oggigiorno non sono rappresentati dai sistemi della censura, ovvero da quelle ideologie o sistemi autoritari che vorrebbero controllare interamente la vita umana. Viviamo un’epoca in cui, probabilmente, non si è mai letto così tanto. Tuttavia, questo è un tempo in cui la letteratura ha sperimentato una trasformazione: ci distrae, ci addormenta, ci fa sprofondare in uno stato di sottomissione rispetto all’idea del mondo così com’è. Ed emergiamo dalla letteratura come alleviati e soggiogati da quella realtà che, invece, la vecchia letteratura ci esortava a mettere in discussione. Viviamo in un mondo in cui la cultura aspira all’intrattenimento. Esistono dei mezzi di comunicazione, soprattutto nell’ambito delle immagini, che hanno prodotto una rivoluzione senza precedenti: le storie vengono raccontate sullo schermo in modo straordinario. Probabilmente questo è il motivo per cui molta gente ha sostituito interamente la letteratura con il mondo delle immagini e ha rimpiazzato il libro con lo schermo. Non sono un nemico della televisione e del cinema, al contrario, mi piacciono moltissimo i film e le serie televisive quando sono di buona qualità.
    Tuttavia credo che se permettiamo, come sfortunatamente sta già succedendo, che si instauri un conflitto tra il libro e lo schermo, la guerra sarà irrimediabilmente persa dal libro. I libri non spariranno, ma saranno messi da parte: i libri che rappresentano la grande tradizione creativa saranno sostituiti dal “libro divertimento”, dal “libro svago”, dal “libro non problematico”, e dunque sarà lo schermo a portare avanti il bisogno di inventare storie, quella necessità di irrealtà che è inseparabile dalla condizione umana. Quel mondo sarebbe migliore di quello che esiste ora? Probabilmente no, probabilmente sarebbe un mondo senza libertà. Un mondo in cui lo spirito critico e il desiderio di migliorare la realtà sparirebbero totalmente. E le forze antidemocratiche avrebbero campo libero per realizzare le loro inquietanti utopie. Spero che non succeda, per lo meno fino a quando io sarò in vita.
    I libri mi hanno fatto divertire così tanto, mi hanno fatto vivere avventure così straordinarie che la sola idea che la lettura possa diventare un’attività marginale nella vita degli uomini mi addolora profondamente. Mi rattrista anche immaginare un’umanità che smette di sognare poiché è stata convinta che il mondo in cui vive è perfetto e che ciò che ci circonda è sufficiente per soddisfare le nostre aspettative e realizzare i nostri sogni. Se questo dovesse succedere, tutto si esaurirebbe dove la storia ha avuto inizio: in un mondo senza libertà, interamente manipolato, non dalla paura ma da quei sistemi che hanno pensato che smettere di sognare qualcosa di diverso fosse un buon modo di condurre la vita. Non lo credo, non lo desidero e spero che i giovani siano capaci di capire la straordinaria importanza che ha, non solo per la vita degli individui ma anche per le società, la buona letteratura.

    FONTE: https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-contro-lintrattenimento-salviamo-i-veri-romanzi-6780.html